Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Archivio per il tag “Vangelo”

Il fare di Marta e il sedere di Maria.

«La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano». Benedetto XVI 18/07/2010
Cristo en casa de Marta y María, Diego Velázquez

Si racconta che diversi anni fa, durante un incontro coi seminaristi della sua diocesi, un vescovo (come direbbe il Cervantes: «Il cui nome non voglio ricordare») si trovò a commentare il celebre episodio di Marta e di Maria. Racconta il brano evangelico che mentre la prima sedeva ad ascoltare le parole del maestro in religioso silenzio e adorazione la seconda era presa da mille faccende domestiche e dalle incombenze dell’ospitalità al fine di offrire una buona accoglienza a quell’ospite speciale. Per lo più Maria mormorava contro la sorella che intenta ad ascoltare Gesù non si dava da fare come lei. A conclusione del suo commento il vescovo poneva una domanda ai suoi seminaristi, una domanda che la tradizione orale trasmette così: «E voi, cari seminaristi, cosa preferite: il fare di Marta o il sedere di Maria?». Possiamo solo immaginare l’imbarazzo dei seminaristi nel sentire il proprio vescovo parlare con tale enfasi dal suo autorevole pulpito del “sedere di Maria”.

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Card. Sarah: “Il segreto di Fatima? Il Vangelo senza compromessi col mondo”

fatima-livre2Cento anni fa, mentre l’Europa viveva l’incubo della prima grande Guerra Mondiale, in un villaggio periferico del continente, tre giovanissimi pastorelli di sette, nove e dieci anni ricevevano una visita speciale dal cielo. Nel 1917 la Vergine Maria apparve per sei volte ai bambini (dal 13 maggio al 13 ottobre) nella località di Cova da Iria, consegnando loro dei messaggi per l’umanità e confidando tre importantissimi “segreti”. Francisco, Giacinta e Lucia passeranno alla storia come i pastorelli di Fatima, protagonisti di una delle apparizioni più affascinanti, ma anche discusse, della storia della Chiesa. Continua a leggere…

I santi della GMG 2016 (2): Sant’Alberto Chmielowski, il San Francesco polacco.

sant'alberto chmAleteia – Tra i numerosi santi che onorano la nazione e la chiesa polacca spicca in modo particolare, per la sua radicalità evangelica e la sua totale dedicazione ai poveri, la figura di Sant’Alberto Chmielowski. Adamo, questo il suo nome di battesimo, nacque in una nobile famiglia polacca ad Igolomia (vicino Cracovia) il 20 agosto 1845 e morì all’età di 71 anni tra i poveri di Cracovia ai quali dedicò tutta la sua vita fino a diventare uno di loro dimenticando le origini aristocratiche e abbandonando le glorie mondane raggiunte attraverso una carriera di pittore che gli offrì non poche occasioni di soddisfazione. In patria è conosciuto come “il padre dei poveri” o “il San Francesco del XX secolo”.

Alberto fu un uomo dall’animo rivoluzionario e dal carattere impetuoso, affascinato della bellezza e dell’arte, ma l’incontro con Cristo lo porto a scegliere la via della croce, luogo dove la Misericordia di Dio si china sulla miseria umana per elevarla e redimerla. Nel suo itinerario si accorse che – con parole di Wojtyla – “E’ proprio il Cristo incoronato di Spine la vera immagine dell’amore per gli uomini, la vera immagine della misericordia”.

Il santo della misericordia: strumento concreto dell’amore di Dio.

La sua vita non fu semplice né il suo percorso lineare, attraversò periodi bui e grandi sofferenze corporali e spirituali, ma Adamo seppe scoprire volta per volta con pazienza e fede la strada da percorrere, un processo che lo portò alla piena uniformità con Cristo che “da ricco che era si fece povero” per farsi prossimo ai più emarginati e dimenticati, agli “scarti” della società. Nel giorno della sua canonizzazione, il papa Giovanni Paolo II sottolineò: “Adam Chmielowski fu discepolo pronto a ogni chiamata del suo maestro e Signore”.

Ciò che desta stupore leggendo la storia di questo santo polacco è la piena sintonia, il legame spirituale, che lo unisce a papa Francesco ed ai temi ricorrenti della sua predicazione: la scoperta della Divina Misericordia che cambia la propria vita, l’abbandono della mondanità, l’accoglienza e la pratica del Vangelo sulla scia di San Francesco d’Assisi, la gioia del servizio, l’opzione per i poveri e gli emarginati come stile di vita.

Prigioniero di guerra: l’arresto, la mutilazione, la fuga.

Il giovane Adamo Chmielowski (orfano di padre e di madre fin dalla tenera età) partecipò in modo attivo all’insurrezione del 1863 quando il popolo polacco si ribellò contro l’invasore russo. La sconfitta degli insorti fu schiacciante, la repressione durissima. La Chiesa subì conseguenze devastanti: molti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi deportati e gli istituti religiosi soppressi dalle autorità russe. Durante la rivolta Adamo fu colpito da una granata mentre cavalcava, subì danni irreparabili ad una gamba e fu arrestato. L’infezione fu immediata e costrinse i nemici – che volevano il prigioniero vivo per poterlo processare e condannarlo a morte – ad amputarla sul campo con una sega, senza anestesia, concedendo al prigioniero la sola “consolazione” di un sigaro. Grazie all’intervento e alla complicità di amici e familiari, Adamo riuscì a scampare la condanna: fuggì dalla prigione nascondendosi in una bara e lasciò il paese portando con sé – come una croce visibile – una pesante protesi metallica.

Le belle arti, il ritorno in patria e la crisi esistenziale

Stabilitosi a Parigi Adamo si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti e proseguì poi gli studi all’Università di Grand e all’accademia di Monaco di Baviera. Da subito dimostrò grandi doti artistiche e una personalità forte che si manifestava nelle sue opere : un quid che lo elevava al di sopra degli altri pittori. Si distinse per uno stile avanguardista, le sue tele ricordavano quelle di Cézanne e lasciavano emergere il tormento e l’inquietudine di un anima alla ricerca del senso della vita. Tornato a Varsavia nel 1874 Adamo iniziò a frequentare gli ambienti artistici e letterati della società polacca prendendo parte attiva alla vita culturale e stringendo legami coi migliori artisti dell’epoca. La sua arte era tormentata, sofferta; molte le opere incompiute o distrutte, segno di un’insoddisfazione di fondo e di un dissidio esistenziale vissuto con pesantezza e dolore in un contesto di mondanità e spensieratezza com’era il circolo degli artisti di cui faceva parte. Le riflessioni sul senso dell’arte erano per Adamo strettamente legate a quelle sul senso della vita: “Il culto della propria arte è un inchinarsi a se stessi” nient’altro che un “ignobile idolatria”. Esprimere se stessi attraverso l’opera artistica fu per Adamo un compito secondario, di fronte a ciò che considerava primordiale: raggiungere la salvezza della propria anima. Fu la sua formazione cristiana ad alimentare quell’inquietudine che gli suggeriva una vocazione più alta alla quale doveva aspirare. L’arte e i successi ad essa collegati, non gli bastavano più. Nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico ma qui visse un esperienza di deserto spirituale che lo prostrò in una notte oscura dell’anima. In preda a crisi d’ansia, scrupoli, deliri e altri malanni che lo colpirono nel fisico e nella psiche, dovette lasciare i gesuiti per motivi di salute continuando a cercare altrove la propria vocazione.

L’incontro con la misericordia e la svolta

Dopo più di un anno di buio per Adamo si accese improvvisamente la luce grazie all’ascolto di una conversazione, tra il parroco e un fedele, sull’infinita misericordia di Dio verso l’uomo. In quel momento Adamo guarì completamente, l’angoscia scomparve e riprese la forza per percorrere la sua strada. Si dedicò alla carità aiutando i poveri che incontrava, ma anche al restauro di chiese e quadri religiosi e all’ incontro con amici e conoscenti diffondendo lo spirito di San Francesco d’Assisi a cui si legò progressivamente fino ad indossare – col permesso del Vescovo, essendo un laico – un saio grigio ed a pronunciare i voti di terziario francescano. Il cambiamento di vita fu sigillato con un nome nuovo: prese il nome di fratel Alberto. Andò a vivere in un vecchio appartamento a Cracovia che spesso condivideva con poveri e vagabondi che incontrava per strada assicurandogli vitto e alloggio. Alberto continuò a dipingere concentrandosi su quella che fu l’opera più importante della sua vita (e che fu poi posto accanto alla sua tomba): l’Ecce Homo. A questa tela aveva dedicato molto tempo e sforzo, senza riuscire a dare il giusto volto a quel Cristo che univa in sé la regalità di un Dio e la miseria di un uomo condannato a morte.

Il “luogo del riscaldamento”: la spazzatura del mondo nello sguardo di Dio.

ecce homo chmielowski

L’Ecce Homo di Chmielowski

L’incontro con un senzatetto che ospitò nel suo appartamento offrì ad Alberto l’occasione per scoprire definitivamente la sua vocazione. Fu quel ragazzo a portare il pittore nel “luogo del riscaldamento”, un dormitorio pubblico, diviso in due cameroni per maschi e femmine, che la città di Cracovia aveva messo a disposizione come rifugio per i poveri durante l’inverno. La visita a quel luogo di miseria fu per Alberto una vera “discesa negli inferi”: lì conobbe e toccò con mano ciò che era considerata la “spazzatura del mondo”, i rifiuti e gli scarti della società. Poca luce illuminava l’ambiente fetido dove si rifugiavano barboni, drogati, ubriachi e storpi, sistemati alla meno peggio; un ambiente pericoloso dove i più prepotenti dettavano legge a scapito dei più indifesi. Anche molti bambini trovavano rifugio dal freddo in quel letamaio. Tra le donne la situazione non era diversa, lì avvenivano feroci litigi, violenze di ogni tipo, ingiustizie e finanche aborti clandestini. L’impatto per Alberto fu terribile ma cercò da subito di trovare il modo di fare del bene. Presto comprese che l’unico modo di aiutare era quello di trasferirsi in quel luogo per vivere anche lui come un mendicante, ai piedi di Cristo incarnato in quei miserevoli. “Bisogna vivere con loro! Non si può lasciarli così”. Fu così che, spinto da un impulso di carità, Alberto vendette i suo dipinti, lasciò l’appartamento e si fece spazio nel rifugio dove appese subito un quadro della Madonna di Czestochowa. I rapporti con i nuovi coinquilini non furono subito idilliaci ma, con fatica, Alberto seppe conquistare la loro stima. Coi suoi risparmi e col ricavato delle vendite delle opere d’arte, ripulì e rinnovò il dormitorio: disinfestato, tinteggiato, attrezzato con nuove finestre, una cucina, un bagno, un guardaroba, una dispensa e un piccolo pronto-soccorso. Alberto offriva anche lezioni di catechismo e momenti di preghiera comune. Presto arrivarono dei collaboratori volontari che decisero di trasferirsi anche loro per servire i poveri. Tutto mirava a restituire una dignità a quei mendicanti che, in un ambiente pulito e sereno, ritrovavano la voglia di vivere e sentivano – forse per la prima volta nella vita – quanto fossero preziosi agli occhi di Dio mentre il mondo li rifiutava e si turava in naso al loro passaggio. Molte conversioni straordinarie confermarono l’operato di Alberto, veri miracoli del Signore e della sua Divina Misericordia.

La congregazione di Frati e Suore “buoni come il pane”

Nel 1888, nacque la congregazione di “Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi di Poveri” che vennero presto chiamati col nome del loro fondatore: gli “albertini” (dal 1891 anche un ramo femminile, le “albertine”). Le opere si moltiplicarono, fondarono altri dormitori, ma anche orfanotrofi, asili per anziani, case di assistenza sociale e “cucine per il popolo”. Ai suoi frati e suore, per i quali fondò degli eremi dove ricevano la formazione prima della missione, Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”. L’opera della congregazione fu affidata alla Divina Provvidenza così come a San Giuseppe e alla Vergine Maria che Alberto definiva “la mia Dispensiera” o “confondatrice”.

L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla.

Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati.

Alberto fu beatificato il 22 giugno del 1983 a Cracovia e canonizzato il 12 dicembre del 1989 in Vaticano dal papa connazionale San Giovanni Paolo II che disse di lui: “Non fu soltanto uno che fa la carità, ma divenne fratello di coloro che egli serviva. Il loro fratello. Il fratello grigio, come era chiamato”.

 

Per approfondire:

Da visitare:

  • A Cracovia: Santuario di fratel Alberto (detta anche Chiesa di Ecce Homo). Via Woronicza 10, Cracovia.

Disse sant’Alberto:

«Perché il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s’infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo».

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

Cento secondi col Vangelo della Domenica: le omelie di don Ezechiele Pasotti.

Cogliere l’essenziale, il cuore, del Vangelo e della liturgia domenicale ed esporlo in un minuto agli ascoltatori della Radio Vaticana. La proposta fece inizialmente scoppiare don Ezechiele in una “sonora risata”; poi l’insistenza prevalse, “la richiesta si trasformò in una sfida” e quello che sembrava uno scherzo diventò una cosa seria. Per ben tre anni, un intero ciclo liturgico 2013-2016, la radio del Papa ha trasmesso il brevissimo commento al Vangelo di ogni domenica dell’anno liturgico preparato dal sacerdote bresciano.

Dalla radio alla stampa il passo è stato breve. Oggi quei commenti – frutto della fatica dello studio, dell’approfondimento e della preghiera – sono stati raccolti in un volume pubblicato dall’editore Chirico e intitolato: I vangeli delle domeniche. Un minuto di commento alla Radio Vaticana (pp. 495).

Don Ezechiele Pasotti sacerdote bresciano della Diocesi di Roma e liturgista, è stato per molti anni catechista itinerante in diversi paesi del mondo (Europa, America, Africa) e per quasi vent’anni prefetto agli studi del Seminario Diocesano Missionario Redemptoris Mater di Roma. In questi anni continua il suo ministero di evangelizzazione collaborando da vicino con Kiko Argüello e Carmen Hernández iniziatori del Cammino Neocatecumenale. A loro don Ezechiele dedica un “grazie” particolare per la profonda esperienza di fede vissuta “alla luce della Parola del Signore”.

In questi tempi in cui viviamo vite accelerate, pieni di impegni e di continue scadenze, risuona dentro e fuori di noi la scusa – spesso legittima – della mancanza del tempo per dedicarsi nel migliore dei modi alla preghiera e alla lettura della Bibbia, due esercizi obbligatori per tutti i cristiani che desiderino “combattere la buona battaglia della fede”. Senza dubbio il tempo è breve: gli impegni lavorativi, famigliari, la cura della casa e dei figli, anche gli impegni della missione – per chi ne è coinvolto direttamente – riducono il nostro tempo libero ai minimi termini, limitando dunque il tempo che vorremmo (o per lo meno, dovremmo) dedicare al dialogo con Dio attraverso la preghiera e le Sacre Scritture.

E’ vero, il tempo è poco, ma la “buona battaglia” non si vince a mani basse. Sarà dunque necessario organizzarsi e attrezzarsi per trovare, ogni giorno, un momento per “alzare lo sguardo” e guardare il cielo sopra di noi, senza perdere di vista il cammino, speso accidentato, della nostra quotidianità.

A questo proposito il libro di don Ezechiele rappresenta una seria provocazione per gli uomini e le donne del nostro tempo perché offre la possibilità di dedicare un minuto, un minuto a settimana, al Vangelo domenicale. Un impegno semplice che non richiede tempo ne sforzo eccessivo. Ma saremo capaci di volgere la nostra attenzione a questa estrema sintesi densa di significato per lasciarci toccare dal “buon-annuncio” del Vangelo?

Non si tratta di uno dei tanti libri di omelie, che offrono omelie prêt-à-porter ad uso di sacerdoti super impegnati, non è un commento esegetico sui Vangeli dedicato agli studiosi, ne un compendio di catechesi per l’indottrinamento dei laici. Si tratta invece – afferma l’autore – di “Un servizio semplice, senza nessuna pretesa, di presunzione, di completezza , di sintesi o altro”. L’intento è quello di offrire “solo una provocazione a chi desidera un breve incontro con la bellezza e la ricchezza del Vangelo. Del Vangelo della domenica”.

Nel commento si è sempre privilegiato l’aspetto kerigmatico – di buona notizia – del Vangelo, prima di tutto e sopra tutto, e sempre in relazione al contesto liturgico nel quale il Vangelo è proclamato”. Un libro da leggere in tre anni, con costanza, settimana dopo settimana; poco più di cento secondi alla volta, il tempo di un caffè, per non perdere quel contatto col Vangelo che è linfa vitale di ogni cristiano.

Il Vangelo di papa Francesco non è magico (e non è in vendita!)

Vangelo papaArticolo originale su Aleteia.org.

Quando papa Francesco indica Dio, lo stolto guarda il dito.

Da quando papa Francesco ha regalato ai fedeli presenti in piazza una copia dei Vangeli in edizione tascabile alla fine dell’Angelus domenicale del 6 aprile 2014, è partita una vera e propria caccia al “Vangelo di papa Francesco”.

Ogni giorno nelle librerie religiose presenti in zona san Pietro sono in molti a chiedere il famoso “Vangelo di Papa Francesco”! Grande delusione si dipinge sui volti dei fedeli nell’apprendere che il prezioso libretto non è in vendita; a nulla serve insistere chiedendo dove si può trovare o a chi si può richiedere: il libretto non è in commercio! (A questo riguardo il comunicato della Sala Stampa Vaticana parla chiaro).

Dopo la profonda delusione e lo smarrimento dei primi momenti, ai clienti viene fatta la (ignobile?) proposta di acquistare un’altra versione del Vangelo spiegando che ciò che preme al Santo Padre non è che i fedeli posseggano un amuleto magico scaccia malanni o un souvenir firmato dal papa, ma che leggano ogni giorno un brano, una pagina o una frase della vita e degli insegnamenti di Gesù.

Per i più scettici, ecco alcune foto del Vangelo donato da Francesco, per capire che non differisce quasi in nulla dai normali “vangelini” tascabili che conosciamo. Nessuna foto del papa in copertina, nessun titolo che dica “Vangelo di Francesco” o qualcosa di simile, nessuna proprietà magica, nessuna grazia speciale in omaggio al portatore, né indulgenza plenaria riservata al proprietario. Si tratta invece di un semplice libretto che contiene i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli (un formato neanche troppo tascabile: ce ne sono di più pratici in commercio), che porta sulla copertina un’immagine di Gesù che ammaestra le folle. In apertura le preghiere della coroncina alla Divina Misericordia e in chiusura una preghiera del Beato John Henry Newman “Caro Gesù…“, preghiera molto cara a Madre Teresa di Calcutta.

Possedere un Vangelo tascabile per portarlo sempre con sé ed avere la possibilità di leggerlo con frequenza, sull’autobus, mentre si fanno le file alla posta, mentre si cuoce la pasta o prima di addormentarsi… Questo è l’intento di Francesco che detesta il culto alla sua persona tanto quanto adora (nel senso immediato e lato del termine) Gesù, l’uomo-Dio.

“Prendetelo, portatelo con voi, e leggetelo ogni giorno: è proprio Gesù che vi parla lì! E’ la Parola di Gesù: questa è la Parola di Gesù! (…) L’importante è leggere la Parola di Dio, con tutti i mezzi, ma leggere la Parola di Dio: è Gesù che ci parla lì! E accoglierla con cuore aperto. Allora il buon seme porta frutto!”

vangelo papa francescoNulla di così rivoluzionario, ma bisogna arrivare al nocciolo della questione. Se papa Francesco ci invita a leggere il Vangelo è perché ha capito ciò che molti altri vescovi, sacerdoti e laici non hanno ancora capito: e cioè che ai fini della conversione è più efficiente la parola di Gesù che quella dell’uomo, anche se questo uomo è un devotissimo prete, un preparatissimo cardinale o un beatissimo Sommo Pontefice. E’ per questo che le omelie del papa sono brevi e concise, che i suoi discorsi sono diretti e concreti, perché sa che spesso, alcune omelie (interminabili o incomprensibili) rischiano di allontanare da Dio più che avvicinare a Lui!

Molti santi ne hanno dato l’esempio dimostrando che nel cuore dell’uomo, nell’abisso più profondo dell’animo umano, solo la voce di Dio può aprire una breccia tra le più incallite posizioni, i più fermi scetticismi, le più acerrime resistenze ideologiche, le più ferree idolatrie del proprio pensiero e le più ermetiche chiusure del superbo orgoglio di chi rifiuta Dio.

Il primo esempio è quello di un santo così caro a papa Bergoglio per essere il fondatore della Compagnia di Gesù. Ignazio di Loyola era un uomo dal carattere duro e deciso, un cavaliere dedito alle armi, impegnato nelle battaglie e nelle rivolte del suo tempo. Dopo essere rimasto ferito e costretto al riposo, gli furono dati dei libri di carattere religioso e fu la lettura della vita di Cristo (Vita Christi di Landolfo di Sassonia) che fece scattare in lui il processo di conversione. La parola di Dio convertì anche sant’Agostino che sentì una voce che diceva “tolle lege“, prendi e leggi e, dopo aver letto un brano della Lettera ai Romani, diede il suo passo definitivo verso Dio. Leggere dunque il Vangelo può cambiarti la vita, perché la parola di Gesù ha una forza umanamente incomprensibile: scaccia i demoni, consola, dona speranza e fa luce sui nostri panorami esistenziali più bui.

Ne sapeva qualcosa san Francesco a cui il papa si ispira per il suo pontificato. Il “poverello” d’Assisi soleva aprire il Vangelo “a caso” per leggervi una parola e trovare una ispirazione da parte di Dio. Attraverso le scritture, infatti, l’uomo e Dio hanno la possibilità di comunicare e dialogare come due amici o due innamorati. E’ il fine della cosiddetta Lectio Divina o delle Scrutatio della Parola di Dio: in cui Dio parla all’uomo in un dialogo d’amore per ispirare, incoraggiare e suggerire. Un altro santo, figlio spirituale di san Francesco, Padre Pio si commuoveva mentre leggeva il Vangelo,  e a chi gli chiedeva perché piangesse rispondeva: “E ti par poco che un Dio conversi con le sue creature?”.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Ecco dunque la verità sul Vangelo di papa Francesco che non è altro che il Vangelo di Gesù, in commercio già da diversi secoli e da decenni in vendita a prezzi stracciati nelle librerie cattoliche (l’edizione San Paolo, ad esempio, costa €1,60: come due caffè o come un pacchetto di caramelle). Perciò, se veramente volete dare retta a papa Francesco, comprate il Vangelo, uno qualsiasi; scaricatelo da internet; fotocopiatene qualche capitolo; cercatelo in qualche biblioteca o in qualche bancarella di libri; rubatelo a qualche zia che ne abbia una o più copie inutilizzate nello scaffale; fatevelo prestare dal parroco o regalare da papà; chiedetelo ai Re Magi o fatevelo regalare per il compleanno, per l’onomastico o per la promozione… ma soprattutto leggetelo, leggetelo e ancora leggetelo. E’ questo che vorrebbe il nostro papa Francesco.

Lo stesso è successo con le famose “Misericordine: l’intento del papa era quello di incentivare la preghiera del Santo Rosario e della devozione alla Divina Misericordia. Ma la caccia forsennata al prodotto (questo sì, in vendita a € 4,90) conferma che, come dice il proverbio, “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

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