Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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“Salvate il pianeta, non fate figli!” La Repubblica: i figli (che respirano) inquinano troppo!

Fare meno figli per “salvare la terra”! E’ questo il consiglio che oggi il giornale italiano La Repubblica ci offre in prima pagina per ottenere la medaglia di buoni cittadini del mondo, ecologici ed eco-sostenibili. Con l’occasione di rilanciare i risultati di uno studio svedese, il giornale nazionale ci invita a smettere di riprodurci e a “diventare vegetariani”. Ecco in sintesi cosa ci insegna La Repubblica:

Quattro le azioni fondamentali per aiutare il pianeta: avere meno figli, viaggiare meno (in aereo) e rinunciare all’auto e alla carne, adottando uno stile vegetariano. Lo suggerisce una ricerca della della Lund University, pubblicata su Environmental Research Letters, basata sul calcolo delle emissioni di C02. Sono 58.6 le tonnellate di anidride carbonica l’anno risparmiate con un figlio in meno, secondo i ricercatori. Il calcolo è stato effettuato confrontando il risultato di una serie di comportamenti virtuosi che possiamo intraprendere ogni giorni per limitare l’impatto sull’ambiente delle nostre azioni. A cominciare dalla mobilità, per finire con la dieta.

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Nuovi paradigmi di felicità. La famiglia perfetta? E’ quella omosessuale

vendolaC’era una volta… una casetta in Canadá. Per la precisione, a Montreal, nel ridente quartiere “Petite Italie”. Una deliziosa villetta “piena di grazia italiana” in una città dove ora si costruiscono solo appartamenti; un gioiellino di famiglia decorato in perfetto stile italiano, con “mobili di legno chiaro, profumi buoni, grande pulizia, niente ninnoli, un tavolo trasformato in fasciatoio, due altoparlanti che diffondono musica classica e lirica”. In giardino un piccolo orto botanico rigorosamente privo di erbacce, che garantisce cibo sano alla famiglia. Qui, in questo, contesto idilliaco quasi-utopico (vengono in mente gli impeccabili soggiorni di Ikea!), una famiglia si è rifugiata fuggendo dall’Italia dove per loro sarebbe stato impossibile vivere felici. Son fuggiti, come si dirà, per il bene del figlio e al fine di tutelare i suoi diritti.

Insomma, Nichi Vendola e il compagno Ed Testa hanno finalmente raggiunto un degno livello di felicità rifugiandosi nell’America delle libertà e delle opportunità, dove son riusciti ad avere un figlio e una deliziosa villetta, un “dolce paesaggio rassicurante”.

Sul quotidiano più famoso d’Italia, organo ufficiale della cultura di sinistra e cioè mainstream culturale e politico nostrano (il pulpito da dove sia papa Francesco che Renzi parlano agli italiani, per intenderci), sul quotidiano Repubblica, dicevamo, compare in prima pagina un articolone firmato Francesco Merlo, sulla vicenda di Ed e Nichi che aprono le porte della loro abitazione per raccontare il loro momento magico dopo l’arrivo del figlio Tobia.

larepubblicaNon è nessuna novità che il giornale si schieri in maniera palese a favore dei matrimoni e delle adozioni omosessuali. Sappiamo che La Repubblica sostiene senza mezzi termini ogni evento e manifestazione (come ad esempio il Gay Village), ogni iniziativa e ogni istanza del mondo gay e che sposa in toto l’ideologia LGBT. Anche su questioni quantomeno discutibili che infiammano il dibattito sociale, culturale e politico come l’adozione a famiglie omosessuali e la pratica dell’utero in affitto (detta in modo edulcorato “maternità surrogata”) il giornale si schiera a favore della comunità LGBT attraverso iniziative editoriali, inchieste e articoli che mirano a denigrare le posizioni contrarie segnalandole come fasciste, bigotte e reazionarie, lasciando poco spazio al contraddittorio (in ogni caso considerandola una posizione “esterna” ospitata per gentilezza).

Bisogna dunque dimenticare l’imparzialità dell’informazione pubblica e tenere a mente questi presupposti per comprendere come mai spesso e volentieri La Repubblica sostenga in maniera così evidente le cause della minoranza gay. E’ così che l’articolo di Merlo su Vendola diventa un manifesto estetico della famiglia omosessuale che ci fa sentire a tutti un po’ meno buoni e meno felici. Non che noi ci sentiamo cattivi o infelici o che il matrimonio omosessuale ci tolga qualcosa, ma lo standard di felicità e di immacolata bontà proposto e incarnato nella coppia gay Vendola-Testa, per noi comuni cittadini, esseri umani eterosessuali, è lontana anni luce.

A noi che viviamo ancora in Italia, che abitiamo in normali appartamenti e non in villini dai mattoni rossi, che non possediamo orti domestici, né ambienti inondati da buoni profumi di legno chiaro né filodiffusione che ci delizi con musica lirica e classica; a noi che ancora generiamo figli tramite l’antica tecnica del rapporto sessuale tra uomo e donna e – soprattutto – a noi che non vediamo di buon occhio la pratica dell’utero in affitto, leggendo questa storia ci affligge un senso di pesantezza pensando alle nostre case semplici, alla polvere, ai piatti da lavare, al rumore, al traffico, alla stanchezza e alle incomprensioni che condiscono le nostre – spesso caotiche – giornate familiari.

In questo senso, l’articolo ha raggiunto il suo scopo: quello di dimostrare, non solo la bontà, ma la superiorità estetica e morale di questi due personaggi costretti alla fuga per realizzare i loro sogni. Una questione culturale ma soprattutto politica che offre un assist al governo più che mai deciso a concludere l’iter iniziato con la legge Cirinnà sulle unioni civili con l’approvazione di una legge sulle adozioni omosessuali (incarico dato alla “superministra” Boschi) e sul cosiddetto “reato di omofobia” (ddl Scalfarotto ora tornata in voga con tempismo e sciacallaggio dopo l’attentato di Orlando). Fatto sta che l’articolo su Repubblica è nella sezione Politica.

“Fuggiti in Canada per garantire futuro e diritti a nostro figlio Tobia” è il sottotitolo ad effetto che deve farci riflettere seriamente. Sì, perché mentre l’opposizione alle adozioni gay si basa sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini ad avere una mamma ed un papà, qui ci viene annunciato l’esatto contrario: cioè che proprio per tutelare i diritti dei bambini è necessaria una legge che preveda la libera adozioni di figli da parte di coppie omosessuali. Tutto il contrario! Già dal titolo, dunque, l’articolo assume un carattere pedagogico, illuminato ed illuminante, che vuole aiutarci ad uscire dal nostro stato di minorità culturale e ad aprire la mente ottusa e il cuore duro verso gli orizzonti più ampi dell’amore senza barriere. Ideologia allo stato brado.

L’intervistato Vendola afferma senza mezzi termini che non vuole fare del figlio una “bandiera” per la sua battaglia, ma il servizio ha proprio questo scopo: dimostrare la bellezza e la bontà dell’ omofamiglia attraverso la storia del piccolo Tobia, una storia dalla quale abbiamo molto da imparare.

Tutto il testo si basa sull’opposizione tra il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il pacifico e il violento. Ovviamente è l’Italia e la mentalità tradizionale che ancora (per poco) la caratterizza ad essere dipinta come brutta, cattiva e violenta. Mentre al di là dell’Oceano c’è un nuovo mondo bello, buono e pacifico. In California infatti “la legge consente di scrivere quello che vuoi” all’anagrafe. Quello che vuoi! Mentre in Italia devi scrivere invece le cose come stanno, non come le vuoi. L’Italia, terra violenta ed inospitale da cui la nuova famiglia è stata costretta a fuggire per tutelare il figlio e dove forse tornerà sapendo già di trovare ostilità appena arrivati all’aeroporto (dice Vendola: torneremo ma “non permetterò che il mondo gli diventi ostile appena tenterà di entrarvi”). Difatti la mamma di Nichi, prima di morire, lo aveva avvisato: “Non permettere che vi facciano del male”! Durante l’intervista “Nichi ha un crisi di rabbia parlando dell’Italia”. E ricordando il tempo della gestazione di Tobia, Nichi coglie l’occasione denunciare “il rimbombo delle volgarità che” gli si rovesciavano addosso dall’Italia! “C’è qualcosa di storto nel mio Paese che mi ha fatto piangere di dolore”, una “bestialità razzista e omofoba” che vieta la felicità ad alcuni cittadini; un paese viziato da “pulsioni omofobe e stracattolicesimo“! Non si può dire che Nichi faccia una bella pubblicità all’Italia, infatti racconta alla famiglia “donatrice” che nel suo paese si dice che le gestatrici abbiano un demonio nella pancia (sic!) e che credono che lui si compri i bambini! Ma in America – gente sana e comprensiva – ci ridono sopra e si abbracciano forte!

Dipinta così l’Italia – a chi non la conoscesse – potrebbe sembrare la Cambogia di Pol Pot (Ops! era un regime comunista!), l’attuale Korea del Nord (Ops! è una dittatura comunista!) o l’attuale Afganistan o Qatar (Ops! sono paesi musulmani moderati!). Ma descritta in questo modo, è l’Italia – cattolica, stracattolica, e conservatrice, lenta nelle riforme, dal cuore duro e la mente offuscata – il vero lager che priva di libertà il mondo omosessuale.

Fuggiti in America finalmente la “strana famiglia” può dormire sogni tranquilli. “Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e la nostra Grande Madre è la Portatrice”. Madre nostra e zia, entrambi madri di Tobia? Nessuna delle due madri di Tobia? Zia e Grande Madre che, siccome all’anagrafe californiana puoi “scrivere quello che vuoi”, non risultano poter rivendicare la maternità del piccolo. Così vengono tutelati i suoi diritti.

L’articolo raggiunge toni di altissimo vigore poetico, roba che farebbe vibrare le corde più intime dell’anima anche negli italiani più ostinati e duri di cuore. Vale la pena leggere (con voce calda e dolce) la potenza lirico- sentimentale delle parole del Merlo: “A quattro mani fanno il bagno a Tobia, poi lo cambiano, lo puliscono, gli danno la poppata, lo chiamano con soprannomi da burla, gli cantano la ninna nanna, e ancora: moine, baci, carezze con mani di padre che piacerebbero a Rilke il quale benediceva solo le mani delle madri. Il bimbo ha gli occhi blu, sorride spesso, l’ho sentito piangere poco: ‘Io credo – dice Nichi – che quando piange c’è sempre una ragione, e mi sforzo di capire qual è finché i suoi occhi tondi non si posano, acquietati, su di me’.” Avete capito bene, il bimbo della coppia gay sorride sempre e piange poco!

Nichi ci tiene a ricordare, un po’ infastidito, che il “doppio registro psicologico” (l’amore della mamma e la protezione del papà, per capirci) non dipende mica dal sesso ma è un vecchio stereotipo ormai superato!

Immancabile il riferimento a Papa Francesco, utilizzato (lui sì) come “testimonial” per le battaglie sulla libertà sessuale e civile del mondo LGBT. Un riferimento al Papa è una frecciata secca al cuore dei cattolici – “indietro di duecento anni” diceva qualcuno – ostinati nel osservare tradizioni e magisteri ormai desueti: Ci illustra Nichi: “Dio – ha detto Papa Francesco – è la mamma che canta la ninna nanna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino e parla con il tono del bambino al punto di fare il ridicolo se uno non capisse cosa c’è lì di grande”. Ma non si tratta di ruoli “iscritti nel DNA”, i rapporti familiari si creano con l’esperienza: “per diventare fratello e sorella oggi non basta l’acido desossiribonucleico, bisogna cercarsi e costruirsi”. Non poteva mancare neanche la citazione biblica per giustificare la bontà dell’adozione gay. Nichi si sente infatti un nuovo San Giuseppe: “La fuga che mi somiglia di più è la fuga in Egitto. Anche io come Giuseppe sono padre putativo”.

Non si tratta di egoismo ma di sopravvivenza della specie! “Sia gli eterosessuali, sia per gli omosessuali, sia per i padri sterili e sia per quelli fertili la voglia di avere figli è amore per la vita, il presupposto per la sopravvivenza dell’umanità”. Anzi, l’utero in affitto diventa per Vendola “è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia”. E noi che pensavamo che fosse causa di sfruttamento della donna e dei bambini (leggi qui ad esempio!).

I componenti della “strana famiglia” (un padre biologico canadese, un padre adottivo italiano, una madre-zia-donatrice e una grande-madre – una nonna se tradotto in inglese – portatrice, entrambe americane) hanno stretto legami di mutuo affetto anche se, i due genitori (i maschi) ammettono di essere arrivati tardi in sala operatoria. Eppure avevano calcolato tutto, ma nessuno è perfetto! Poi il bimbo è stato subito tolto alla madre (“non lo ha allattato, ci ha inviato il latte”) per venir consegnato ai ritardatari. I contratti vanno osservati nei dettagli.

Cosa resta alla fine dell’articolo? Una lettura, a dir poco, travisata della realtà. Una famiglia come la famiglia di Nazaret che fugge per salvare il figlio dalla cattiveria umana, per rifugiarsi in un mondo migliore, una realtà piena di grazia (a dir loro, benedetta da papa Francesco). Resta una casetta neanche tanto piccolina in Canadá, ricca di amore e tenerezza che noi neanche ci sogniamo di vivere; un’America dove ognuno è libero fare (e scrivere) quello che vuole. Resta un’Italia ridicola, da buttare, malata di violenza omofoba, che costringe alla fuga i gay, infestata dal cattolicesimo. E poi restiamo noi, cattivi, omofobi, violenti, “stracattolici”, che ci ostiniamo a non piegarci ai nuovi paradigmi di felicità, che ci rifiutiamo di accettare l’aborto, la pedofilia e lo scambio di bambini (per amore o per denaro), che rifiutiamo di dire Je Suis Gay preferendo sembrare insensibili (se non sei dei loro, semplicemente li stai odiando!) piuttosto che sciacalli; noi che ancora ci meravigliamo quando censurano le nostre pagine su Facebook e a reti unificate ci ridicolizzano nella pubblica piazza (reale e mediatica). Ma noi, di certo, non ci piegheremo. E non fuggiremo in America, la vera terra promessa non è esattamente oltreoceano.

Miguel Cuartero Samperi

vendola mirianops. LE REPLICHE. L’articolo ha suscitato non poche polemiche (vedi qui). Vittorio Sgarbi ha denunciato senza mezzi termini “l’amore egoistico, il desiderio di possesso” di “mamma Nichi” verso un bimbo “ridotto a oggetto” e “sostanzialmente rapito” (qui).  Costanza Miriano (foto) ha parlato di “distillato di ideologia” mentre Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola Quotidiana ha definito quella di Repubblica “una strategia ben studiata”. Durissima la replica di Mario Giordano, direttore del TG4, che scrive: “Caro Nichi Vendola, scusa se disturbo il tuo quadretto da presepe: ma non ti sembra un po’ esagerato paragonarti a San Giuseppe? Davvero per te la Sacra Famiglia è la rappresentazione di una coppia gay con figlio?“. “Non eri tu il grande difensore degli umili? Dei diseredati? Dei poveri?” eppure – continua Giordano – da quella Italia che disprezzi percepisci una super pensione in giovanissima età (5.618 euro al mese a 58 anni!). “Che ci vuoi fare? A certe tradizioni, evidentemente, sei affezionato anche tu: la famiglia può anche scomparire, il vitalizio no”.

In vitro veritas! Utero in affitto: dibattito terminato, così (a poco a poco) si cambia il mondo.

Copertina del libro "Jeanne et le Posthumains" di F. Hadjadj (2016)

Copertina del libro di F. Hadjadj “Jeanne et les posthumains”  (2016)

Superato il periodo “caldo” della discussione sulle unioni civili, in Italia il dibattito sulla pratica della “maternità surrogata” sembra essersi finalmente placato, uscendo dalla piazza mediatica per tornare a diventare una delle tante battaglie di pochi ed inascoltati, circoli conservatori e attivisti pro-life.

Nel frattempo prolifera il numero di ricche coppie omosessuali che viaggiano all’estero per commissionare figli nelle cliniche specializzate. L’India è tra le mete favorite di questo “turismo riproduttivo” grazie alla convenienza delle tariffe e ai molti centri all’avanguardia. L’industria dell’utero in affitto nel paese asiatico è un business da 1 miliardo di dollari l’anno e ha portato alla nascita di vere e proprie “fattorie” per l’allevamento di donne che gestiscono figli per altri (qui e anche qui). Uno scenario inquietante che ha allarmato anche le autorità indiane che ora cercano di correre ai ripari vietando l’accesso a queste pratiche alle coppie straniere.

Ma per i media internazionali asserviti al potere il tutto è edulcorato da un neo linguaggio che, se da una parte parla di pratica altruista, di diritti riconosciuti e di sogni realizzati… dall’altra non disdegna di parlare di “offerte”, di “prodotti”, di “ovuli freschi”, di pacchetti “all inclusive” e trattamenti VIP, come si trattasse di un supermercato di zona o di un centro benessere. Così questa clinica con sede a Kiev che dedica un sito pubblicitario ai clienti italiani offrendo anche photo-gallery con le immagini dei prodotti già confezionati e venduti.

In Italia la legge 40 impedisce questo tipo di commercio di ovuli, uteri e feti, ma aggirare la legge è diventato semplice per chi ha le possibilità economiche per recarsi all’estero e commissionare una discendenza. Oggi i tribunali italiani riconoscono senza difficoltà i frutti della tecnica che provengono dall’est del mondo, dal Canada o dagli Stati Uniti d’America, sancendo de facto una discriminazione tra coppie omosessuali ricche, e dunque capaci di ottenere figli, e coppie economicamente impedite dagli alti costi di un business proibitivo.

L’approvazione in Senato del DDL Cirinnà sulle Unioni Civili ha messo la parola fine ai dibattiti in nome del riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, tra cui il neo-diritto ad “avere” dei figli. Al di là delle conclamate buone intenzioni del legislatore (che per motivi di convenienza politica ha stralciato per il momento il paragrafo sulla stepchild adoption) la legge di fatto permette di riconoscere i figli d'”importazione”, una volta che – a giochi fatti – i neo-genitori li presentino alle autorità italiane esibendo libretto di proprietà e certificandone la provenienza.

Così di fatti è successo pochi giorni l’approvazione del decreto di legge quando l’onorevole signor Vendola ha presentato al mondo la sua nuova creatura, frutto del desiderio di paternità condiviso col suo fidanzato e della collaborazione di una madre o forse due (rimborsate), frutto della precisione di medici californiani (rimborsati) e di tecniche all’avanguardia (giustamente… pagate). La notizia è stata celebrata dai giornali italiani come il trionfo dell’amore, il miracolo dell’amore omosessuale che genera (sic!) figli e che li avvolge di affetto per proteggerli da un mondo ostile (omofobo) che non li merita. Poco importano le modalità del miracolo (due uomini che generano figli sarebbe fantascienza senza il sostegno del nuovo verbo “gendericamente” corretto di Corriere e di Repubblica) perché i miracoli si osservano a bocca aperta senza troppo indagini.

Poco importa che all’inizio di febbraio, in una conferenza stampa in Senato, l’americana Elisa Anna Gomez, caduta nell’inganno della “maternità surrogata”, raccontava la sua esperienza per descrivere l’aberrazione di una pratica che la narrazione comune vorrebbe presentare come un gesto di gratuità e di amore nei confronti dei più bisognosi, mentre nasconde dolore, sfruttamento, ingiustizia – in una sola parola – schiavitù.

Non a caso l’ultimo libro di Anna Pozzi, pubblicato a gennaio per le edizioni San Paolo (e di cui offriamo un estratto a fine articolo) inserisce a pieno titolo il “mercato delle gravidanze” tra le nuove forme di schiavitù del XXI secolo, un mercato che miete vittime innocenti sia tra le madri che tra i figli, innocenti sacrificati sull’altare dei nuovi diritti civili.

In Italia però, il dibattito è terminato, e la serenità sembra tornata sui volti di chi legifera e di chi è alla ricerca di soddisfare il proprio bisogno di sentirsi genitore a pieno titolo anche quando la natura non lo prevede.

In fondo, non si tratta che di una grande ribellione dell’uomo contro la sua natura, contro la sua stessa carne, ultimo baluardo normativo da cui liberarsi per poter finalmente autogovernarsi e autodeterminarsi. Liberati dal gioco iniquo delle religioni, dell’autorità del padre e delle norme morali, la natura resta a dirci cosa possiamo e non possiamo fare, e ad incarnare una norma interna che riflette l’alterità di una fastidiosa trascendenza. Dunque l’uomo contemporaneo, incapace di obbedire e di piegarsi, si trova costretto a dover negare la propria natura, a sottometterla, a piegarla al proprio volere, a negarla, come un atto di orgoglio e di dimostrazione di forza sulla propria carne.

Colpisce nel segno il filosofo francese Fabrice Hadjad quando, introducendo la sua piece sul transumanesimo Jeanne et les posthumains ou le sexe de l’ange (editions de Corlevour, 2014) afferma che “Il progetto tecnologico postmoderno è la negazione di questo mistero carnale: una programmazione che è anche una contra-annunciazione. ‘In vitro veritas’ contro ‘In utero caritas’. Si tratta di sostituire la fabbricazione alla nascita, il ‘made in’ al ‘nato in’, la concezione nella testa alla concezione nelle viscere, e da lì instaurare una produzione trasparente di individui 2.0,  controllati da un lato all’altro, adattati a un mondo chiuso sulle sue ambizioni”. 

E’ così, in fondo, che si cambia il mondo, passo dopo passo, silenziando i problemi e le polemiche riguardanti pratiche che, in altri tempi, avrebbero rappresentato seri casi di coscienza morale. Nascondendo le conseguenze dolorose di pratiche che feriscono uomini e donne e lasciando che ognuno curi le proprie ferite come può, nel silenzio e nell’abbandono delle proprie mura domestiche. Bene dunque il gioco d’azzardo, bene il divorzio, bene il tradimento, bene la pornografia, bene il bis, il “trans, il cis e il pan e l’omo sessualismo; bene l’aborto, bene anche l’acquisto di figli in provetta… E’ il dolce dispotismo della dea libertà che tutto può e tutto concede, senza chiederti se un giorno questo piacere ti sarà utile.

Anna Pozzi, Mercanti di schiavi, San Paolo 2016 (pp. 98-100)

“Mi hanno trattata come una macchina per fare soldi. Non hanno mai avuto interesse per quello che volevo; tutto quello che interessava loro era che facessi nascere i bambini”. Così racconta una donna indiana, oggi trentunenne, al quotidiano Hindunstan Times. E’ una delle circa diecimila ragazze (in gran parte tribali o aborigene) che ogni anno vengono “esportate” dallo Stato del Jharkhand nalla capitale New Delhi per servire nelle case di famiglie benestanti, nei bordelli o, sempre di più, nelle cliniche della fertilità.

Il caso di questa giovane donna, ridotta in schiavitù a tredici anni e costretta a partorire tredici figli, ha squarciato il velo di omertà e ipocrisia sul fenomeno delle baby-mamme surrogate in India: ragazze povere e spesso analfabete, provenienti da villaggi remoti del Paese, illuse da finti impieghi e segregate da mediatori e sfruttatori senza scrupoli. Ridotte a macchine riproduttive (vedi anche S. Vecchia, “India, resa schiava a 13 anni per fare la madre in affitto, in Avvenire, 28 febbraio 2015, p. 15).

Gli “uteri in affitto” sono la nuova frontiera del traffico degli esseri umani e della riduzione in schiavitù di moltissime donne in varie parti del mondo. Negli ultimi anni sarebbero nati migliaia di bambini da maternità surrogate commerciali. Ma il numero reale è, anche in questo caso, impossibile da definire. Perché non tutto è alla luce del sole. Quello delle gravidanze surrogate è un business miliardario, spesso illegale, fatto sulla pelle di donne generalmente molto povere, costrette – con la forza, l’inganno o dalla necessità – a portae in grembo una nuova vita, commissionata e acquistata da qualcun altro.

Le gravidanze surrogate sono legali e regolate da precise normative in diversi Stati. Ma questo non ha impedito abusi e derive. In Italia, la legge 40 del 2004 vieta l’affitto di uteri nel nostro Paese. Ma in molti altri è possibile farlo e non sempre le madri surrogate sono adeguatamente informate e tutelate, per non parlare dei bambini ridotti a meri oggetti di compraventida. Scandali recenti hanno animato il dibattito e provocato anche la marcia indietro di qualche governo. Tra i più clamorosi, il caso di un giovane miliardario giapponese di ventiquattro anni che si era recato in Thailandia ben 65 volte in due anni e aveva commissionato sedici figli. La polizia thailandese ha sospettato che gestisse una sorta di “fabbrica di neonati” e lo ha accusato di traffico di esseri umani e sfruttamento di minori. Senza però riuscire a dimostrarlo e, dunque, a incriminarlo. Il giovane ha fatto ritorno in Giappone, mentre dodici dei “suoi” figli sono rimasti in Thailandia, affidati ai servizi sociali.

Aveva fatto scalpore anche la storia di una coppia australiana che aveva rifiutato uno dei due gemelli nati dalla madre surrogata perché affetto da sindrome di Down e altri gravi problemi di salute. Ma, già nel 2011, il governo aveva fatto chiudere un’agenzia di Taiwan, con sede a Bangkok, per aver costretto donne vientamite a portare avanti gravidanze surrogate. Nel febbraio 2015 il governo thailandese ha introdotto un giro di vite, vietando a coppie straniere o omosessuali di accedere alle gravidanze surrogate. Nel paese il business è talmente fiorente che ha portato all’apertura di oltre quaranta centri per un giro d’affari di circa 5 miliardi di dollari all’anno. Molte coppie etero o omosessuali (soprattutto occidentali) si stanno così rivolgendo altrove in contesti magari più poveri e meno controllati dal punto di vista legislativo, dove le donne vengono spinte, a volte addirittura dalla famiglia o dallo stesso marito, a portare avanti la gravidanza in cambio di una somma di denaro, ce molto spesso non saranno loro stesse a gestire.

Piccolo elogio della mamma apprensiva (che mette in mezzo l’isis per non far uscire di casa la figlia)

soralellaLa mamma è sempre la mamma, ed è sempre la numero uno! Gli italiani lo sanno, tanto che non ci si vuole proprio abituare a chiamarla “genitore 2” come vorrebbero i nostri politici pressati dalle esigenze dell’attivismo LGBT.

Mamma è la prima parola che pronunciano i bambini, e probabilmente in Italia è anche l’ultima. Perché la mamma italiana è sempre presente, sempre attenta, sollecita e disponibile, dotata naturalmente (nel senso di dono naturale) di buona dose di femminile apprensione. La mamma è sempre informatissima sui propri figli, tanto che neanche i servizi segreti, coi loro potenti mezzi investigativi, riuscirebbe a coprire lo stesso raggio d’azione del materno intuito che, quando si tratta dei propri pargoli, carpisce i pericoli e prevede le insidie ovunque esse si nascondano. D’altronde, come dicono a Napoli, “i figli so’ piezz’e core“, e non importa che siano brutti o scemi perché “ogni scarrafone è bello a mamma soja“; non importa neanche che siano grandi e vaccinati, scapoli o sposati, perché sempre “piezz’e core” sono!

La mamma che intuisce la presenza di un pericolo per il figlio, mette in guardia, avverte, insiste perché le si dia ascolto, non vorrebbe arrivare a dire le solite frasi: “io te l’avevo detto”, “non dar mai retta a tua madre”, “vedi, era come dicevo io”! E’ vero che l’uomo avvisato è mezzo salvato, ma se ad avvisarti è la mamma dai per certo che il pericolo incombe.

In Italia, essere mamme al tempo dell’ISIS non è affatto semplice, perché oltre a badare a mille occupazioni e a combattere su diversi fronti (com’è il loro solito) le mamme devono anche fare gli straordinari per monitorare la situazione al fine di proteggere l’integrità dei propri figli minacciati dalle insidie jihadiste: tragitti casa/scuola e casa/lavoro, amicizie, libri e riviste, gruppi WhatsApp e facebook… Tutto può essere motivo di preoccupazione e di indagine da parte della mamma che scannerizza nella propria mente, durante il giorno e la notte, tutti i momenti della giornata del figlio, cercando di fiutare la presenza di pericoli.

Oggi a preoccupare le mamme non sono più le sigarette nascoste nello zaino di scuola o la puzza di canna che impregna i maglioni, ma i terroristi islamici che potrebbero entrare nella vita dei propri figli in qualsiasi momento, infiltrandosi da qualche insospettabile fessura lasciata imprudentemente incustodita.

Il primo motivo di grande preoccupazione deriva dal fatto che il figlio possa frequentare luoghi pubblici ad alto rischio terrorismo. Il figlio che viaggia ogni mattino in metro, mette a repentaglio inutilmente la propria vita, rischiando ogni giorno la pelle. Così la mamma che non è riuscita a convincere il figlio a utilizzare tragitti alternativi alla metropolitana (bus, bicicletta o, ancor meglio, a piedi) esigerà perlomeno di venire informata dell’avvenuto trasbordo, ricevendo un WhatsApp (con messaggi come: “Arrivato”, “tutto ok”, “sono vivo” o “ciao mamma”) non appena si sia usciti dal tunnel sani e salvi. Tanto meglio una telefonata, non sia mai che a scrivere i messaggi sia qualcun altro… E non sarebbe prudente ritardare il messaggio ché la mamma tiene d’occhio le “virgolette” di WhatsApp per sapere se il figlio ha letto gli ultimi messaggi, mentre calcola i minuti trascorsi dall’ingresso in metro e monitorizza lo stato della linea in tempo reale sul televideo o sul sito ufficiale della metropolitana.

Figuriamoci poi se il figlio ha un amico straniero, peggio ancora mediorientale! I sospetti della mamma-007 salgono a codice rosso: “Ma con tutti gli amici disponibili in giro (ora ai tempi di internet c’è una scelta infinita!) proprio uno straniero dovevi avere come amico del cuore? Capisco tutto, ma de sti tempi…”  Se poi la figlia ha un fidanzato magrebino alla mamma non resta che rassegnarsi nella speranza che la storia sia breve ed indolore. Ma se la figlia decide di uscire con gli amici nella “zona della movida” (Ponte Milvio) anziché rimanere vicino casa (zona Cassia) allora non c’è più nulla da fare se non tentare il tutto per tutto per salvarla!

Così, una mamma romana, di fronte al pericolo di attentati che in queste ore incombe – tra psicosi e realismo – sulla capitale, a mali estremi (o estremisti!) ha risposto con estremi rimedi, escogitando la migliore strategia per preservare la vita della giovane figlia: il terrore condito dal “te l’avevo detto”! Non riuscendo a conciliare il sonno all’idea che la giovane uscisse di casa per frequentare i luoghi della “movida” romana nel centro della capitale, ha messo in guardia la ragazza parlando di un imminente pericolo, riferito da una fonte certa. La telefonata alla figliuola, dai toni drammatici, termina con un appello a salvare la propria vita e quella degli altri… avvisandoli di non uscire!

Ecco alcuni stralci della telefonata (qui il testo completo):

Tesoro ascolta, mi hanno telefonato… la mamma di Anastasia lavora al Ministero degli interni, e arrivano delle notizie amore che ovviamente non sappiamo noi. Era molto molto preoccupata… Questi dell’Isis vogliono colpire i giovani, le zone della movida. Quindi sono bandite tutte le piazze, tutte le piazze… non potete assolutamente circolare. Dovete rimanere in zona Cassia, cioè vicino casa nostra, nelle case, anche in piazzetta, anche nei localini questi intorno casa, perché comunque noi siamo decentrati, non è una zona interessante per loro. Ma non vi potete spostare verso il centro, ok? Verso Ponte Milvio, verso il centro, nessuno. (…) Fate un passaparola perché più giovani , più ragazzi voi riuscite ad avvertire a non andare in queste piazze e più persone salvate, si salvano, se questi mettono una bomba. (…) Dovete rimanere relegate dove viviamo, ok?

Il messaggio ha fatto il giro della città tramite internet e cellulari costringendo perfino il premier Matteo Renzi ad  intervenire per controbattere con un altro messaggio vocale: “Ragazzi, buongiorno”… state sereni! (Qualcuno ha messo in giro la voce che anche il messaggio del Premier fosse una “bufala”… in effetti a Roma pioveva, non era dunque un buon giorno). “Qualcuno pensa di essere simpatico” ha detto il Premier. Ma forse Renzi non ha colto che non si trattava tanto di “apparire simpatici” ma della strategia finale di una mamma apprensiva, che non aveva altra alternativa di fronte all’imminente pericolo! Una questione di vita o di morte!

Ce ne fossero ancora di queste mamme-apprensive! Accusate spesso di aver cresciuto generazioni di bambocci, di eterni Peter Pan ingarbugliati tra le gonne materne e privi di virile autonomia, queste donne hanno offerto se stesse per compiere al meglio la loro alta vocazione, quella di amare i propri figli più della propria vita, e di proteggerli dal “mondo” (spesso facendo un ottimo lavoro di prevenzione).

Le esagerazioni di mamma-chioccia hanno generato dei mostri, dobbiamo riconoscerlo. Complici padri assenti, distratti, indifferenti o dediti ad altri interessi; complici gli stessi figli e figlie, incapaci di spiccare il volo, una volta raggiunta la maturità (o incapaci di raggiungerla); incapaci di fare come Gesù, che dopo aver obbedito ai suoi genitori per molti anni (se la parola vi sembra eccessiva, si tenga conto che il Vangelo dice che gli era “sottomesso”), a un certo momento si è emancipato anche lui, dicendo a Maria: “Madre, cosa c’è tra me e te?“, insomma “Lasciami un po’ compiere la mia missione da solo”.

Ma, si sa, le cose si apprezzano solo quando si perdono, e oggi che le mamme-apprensive sono una specie in estinzione (oramai al massimo ci rimangono le nonne-apprensive), iniziamo a sentirne la mancanza.

Le nuove mamme, figlie legittime del ’68 (ma anche del ’75 e ’82…) non hanno più tante paure nei riguardi dei figli, anzi, una paura forse ce l’hanno: quella di scocciare troppo, di “tagliargli le ali”, di impedire in qualche modo la loro libertà. In fondo queste nuove mamme agiscono per reazione: non avendo del tutto capito l’importanza della loro mamma-apprensiva – avendola sofferta e mal sopportata- cambiano strategia. Tutto, dunque, rientra oggi nella categoria delle “esperienze” che la vita offre e che i ragazzi devono fare. Libertà senza limiti e senza controllo, senza dogmi ne regole, senza apprensione, per favore! Basta che il figliuolo sia felice, che faccia ciò che si sente, che sia ciò che si sente (“ma se il mio maschietto vuol mettersi la gonna e il reggiseno che male c’è? Che c’è di male?”).

Poi ti capita di vedere mammine tatuate, in splendida forma, che si sparano i selfie mentre il figlio sta chissà dove, facendo chissà cosa, con chissà chi… Ma questo è solo l’inizio del declino di una categoria che in Italia era diventato un marchio di garanzia per una società dove il senso comune e i buoni costumi – assieme a una buona dose di apprensione – formavano gli uomini e le donne del domani.

Insomma, è una questione di ruoli, dei così tanto bistrattati ruoli, i cosiddetti “stereotipi” che si vorrebbero eliminare come residui del passato oramai superati. E ci dispiace per La Repubblica che esalta il ruolo dei nuovi “mammi” che stanno a casa coi bimbi (per scelta) e cambiano i pannolini (con grazia), ma i “mammi” non riusciranno ad essere mai tanto deliziosamente apprensivi come la mamma!

ps. Anche il sottoscritto (ripetutamente vaccinato) ha ricevuto per WhatsApp una mappa di un tragitto alternativo casa/lavoro che esclude l’utilizzo della metropolitana. Per fortuna senza informazioni riservate ed allarmanti del Ministero degli Interni, ma – ovviamente – firmato “mamma”.

ps2. Vista la delicata situazione attuale, non è certo il caso ora che tutte le mamme-apprensive inventino notizie di attentati per proteggere le figlie: l’eccesso, come sappiamo, ha causato non pochi problemi di ordine pubblico; la storia ci ha fatto riflettere ma meglio evitare futili allarmismi. (E meglio rimanere nei paraggi! Paraggi, non Parigi!!)

Una famiglia del Cammino Neocatecumenale al Sinodo

foto repubblica

Chiara Santomiero (Aleteia) – Il colorato biglietto da visita dice già tutto: nella foto ci sono Massimo e Patrizia, con i loro 12 figli in ordine sparso di età ed altezza. In braccio a Patrizia c’è l’ultimo nato, Davide, di quattro mesi, la cui foto ha fatto il giro del mondo con il titolo “il più giovane padre sinodale”. Massimo e Patrizia Paloni, infatti, sono una delle 18 coppie invitate come uditori al secondo round del Sinodo dei vescovi sul tema della famiglia e l’Aula vaticana in cui si svolge l’assise ospita, in questi giorni, la presenza insolita di un passeggino con il suo corredo di borsa porta pannolini e biberon. I coniugi Paloni appartengono al Cammino neocatecumenale; formatisi nella parrocchia romana di S. Luigi Gonzaga, dal 2004 hanno scelto di essere famiglia missionaria e si sono trasferiti a Maastricht, in Olanda. Un modo, spiegano, di restituire le tante benedizioni che il Signore ha riversato sulla loro vita.

Perchè in missione come famiglia?

Patrizia: Il principio è lo stesso che per un sacerdote o una suora missionari: offrire a Dio la disponibilità della propria vita. Nel tempo in cui viviamo, tuttavia, una presenza come famiglia diventa un mezzo di evangelizzazione più vicino alle persone. Ci sono 1250 famiglie del Cammino che hanno fatto questa scelta, di cui 127 condividono la missio ad gentes in 98 nazioni del mondo. Incontrare una coppia con i loro figli che si vogliono bene nonostante tutte le fragilità, è un segno che tocca i nostri interlocutori. La scelta di trasferirsi dal proprio paese lasciando casa, lavoro, amici, per ricominciare daccapo in mezzo ad altre persone non può non suscitare interrogativi: perchè lo fanno? Quando ci accolgono in una parrocchia come catechisti noi lo spieghiamo: “Dio ha fatto questo nella nostra vita”.

Da dove nasce questa scelta?

Massimo: Dai nostri genitori, che ci hanno fatto conoscere il Cammino neocatecumenale, un dono che avevano ricevuto direttamente dai fondatori, Kiko Arguello e Carmen Hernandez. Noi ci sentiamo come dei “nipoti nella fede” di Kiko e Carmen. Dietro il nostro matrimonio, la benedizione dei nostri figli, dietro la missione, c’è il Cammino e la nostra comunità, con un itinerario serio di formazione cristiana nel quale cresce e matura, nonostante i limiti di ognuno, una fede adulta.

famiglia paloniIn questa dimensione di fede vivete anche l’apertura alla vita: come giudicate il dibattito a proposito dell’enciclica “Humanae Vitae”?

Patrizia: Siamo molto grati al papa Paolo VI per questa enciclica che mi sembra poco conosciuta o conosciuta solo in senso restrittivo. Da fidanzata io ho vissuto come una “buona notizia” il poter diventare collaboratori del progetto di Dio. Non ho mai sentito l’insegnamento dell’”Humanae Vitae” come troppo oneroso, un peso insopportabile, ma come una scelta di libertà e di valorizzazione della donna secondo un modello che la avvicina a Maria.

In tanti vi diranno che siete una famiglia straordinaria…lo siete?

Patrizia: E’ qualcosa che vorrei smitizzare. Siamo una famiglia assolutamente normale. Ci vogliamo bene e i nostri figli ci vogliono bene e si vogliono bene tra loro, ma urlano anche, litigano. Come tutti i ragazzi. Anch’io posso essere stressata a volte. Però è bello vivere in mezzo a tanta vita ed è un dono che tutti i nostri figli siano nella Chiesa. La domenica mattina viviamo un momento molto speciale perchè tutta la famiglia si riunisce insieme per la preghiera: leggiamo insieme la Parola e poi iniziamo un dialogo, chiedendo a tutti di raccontare la propria settimana, le difficoltà, le gioie. Diamo consigli, portando la nostra esperienza, a volte chiediamo loro perdono se abbiamo fatto degli errori e se ci sono stati dei litigi tra loro li invitiamo a riconciliarsi. Dopo, tutti a tavola per un bel pranzo!

Come si gestisce una famiglia con 12 figli? Deve richiedere una grande organizzazione! Per esempio…quanta pasta cucinate a pranzo?

Patrizia: In una famiglia così grande è naturale che ognuno dia una mano. I ragazzi più grandi – il primo ha 19 anni – aiutano i più piccoli a fare i compiti di scuola. Non c’è una divisione fissa dei compiti nè un’organizzazione “militare”. Ogni giorno li distribuiamo così come viene. E per la pasta…dipende da chi sta vicino alla pentola quando l’acqua bolle. Io sono più misurata; se mi capita però di allontanarmi per qualche motivo e c’è Massimo, lui tende ad abbondare…

foto paloniQuali sono, secondo voi, i nodi fondamentali che riguardano la famiglia cristiana oggi?

Massimo: In Olanda abbiamo conosciuto persone che ci hanno raccontato di essere già la terza generazione di non credenti in famiglia: i loro nonni, cioè, hanno scelto di non praticare nessuna religione e così hanno educato i loro figli che a loro volta hanno educato i loro figli a vivere senza fede. Il vescovo della diocesi di Roermond, mons. Wiertz, che ha invitato il Cammino a stabilirsi in diocesi per evangelizzare, ci ha rivelato dopo alcuni anni di averci invitato perchè gli avevano detto che i neocatecumenali hanno il 95% di successo nel trasmettere la fede ai figli: “Se è vero, si era detto, li voglio qui, perchè devo pensare al futuro”. Se i genitori non sono in grado di trasmettere la fede ai figli quale futuro ha la Chiesa?

Cosa vi aspettate dal Sinodo?

Massimo: Mi auguro che riesca a venire fuori la bellezza della famiglia cristiana; qualcuno ha detto “una nuova epifania della famiglia”. Non esistono solo le ferite della famiglia. Se scoppia una fabbrica che produce esalazioni pericolose, le persone intossicate vengono portate all’ospedale per essere curate, ma se non ripariamo il danno che provoca le esalazioni, continueremo a portare gente in ospedale. Non basta qualche settimana di corso di preparazione al matrimonio. E’ necessario riflettere su percorsi di formazione seria per una fede adulta, di cui il mondo sente molto la necessità.

Articolo originale su Aleteia

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