Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Papa Francesco visita don Giuseppe, sacerdote malato di Sla

dongiuseppe2Durante la visita alla parrocchia di Santa Maria a Setteville di Guidonia, papa Francesco ha abbracciato don Giuseppe Berardino, il vice parroco che da due anni è stato colpito da una terribile malattia.

Don Giuseppe è nato nel 1966 ad Avellino. La sua vocazione sacerdotale è sorta all’interno del Cammino Neocatecumenale, un percorso iniziato in gioventù nella parrocchia di San Ciro Martire della sua città. Dopo diversi anni di formazione nel seminario Redemptoris Mater di Roma, nel maggio del 2003 è stato ordinato presbitero della Diocesi di Roma dal papa Giovanni Paolo II e assegnato alla parrocchia di Santa Maria a Setteville come vicario parrocchiale.

Dopo dieci anni di servizio a Guidonia, a 46 anni don Giuseppe è stato colpito dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica che in pochissimo tempo lo costringe all’immobilità. Una patologia irreversibile che ha avuto un’evoluzione rapidissima. Il letto è oggi la sua croce dove, ad immagine di Cristo, don Giuseppe offre la sua vita per la salvezza delle anime. La sua storia ha commosso la parrocchia, i sacerdoti amici, la sua comunità e le altre comunità che lo hanno conosciuto. Oggi la sua testimonianza silenziosa è più eloquente di molte omelie e azioni pastorali mentre la comunità parrocchiale si stringe attorno a lui in preghiera e nei servizi più materiali necessari per la sua cura.

dongiuseppe3Domenica 15 di gennaio ai piedi del suo letto si è recato il Sommo Pontefice papa Francesco che lo ha incoraggiato offrendogli il sostegno della sua preghiera. Un’incontro breve, intimo e riservato, al quale ha assistito il parroco don Gino Tedoldi assieme al cardinale Vicario Agostino Vallini. Questi, intervistato da Tv2000 ha raccontato il commovente incontro:

Personalmente l’esperienza più intima, più riservata, toccante e bella è stata la visita del Papa a don Giuseppe che da due anni nell’esercizio del suo ministero ebbe il segno di una malattia irreversibile come la Sla. Questa malattia ha avuto un’evoluzione molto rapida e adesso vive da tanti mesi in una condizione che non possiamo dire di totale assenza ma certamente i segni esterni non sono presenti. Il Papa si è avvicinato a don Giuseppe, lo ha abbracciato e baciato. Poi parlandogli all’orecchio gli ha detto: “Giuseppe ti vengo a visitare, sono il tuo vescovo, sono qui con te. Preghiamo il Signore che tu possa vivere la tua missione misteriosa ma feconda con tanti frutti”.

Avevamo deciso anche di nominare don Giuseppe parroco ma poi abbiamo soprasseduto. Evidentemente i segni di Dio sono misteriosi. Oggi ringrazio il Signore per il magistero che questo sacerdote svolge nel silenzio della sua sofferenza ma che ha coinvolto tutta la parrocchia e il popolo.

Sul sito della sua parrocchia di origine – San Ciro Martire di Avellino – il parroco di Santa Maria a Setteville racconta la commovente storia di don Giuseppe.

 

***AGGIORNAMENTO (26/01/2017)

Il giorno 25 gennaio – festa della Conversione di San Paolo – don Giuseppe Berardino è tornato alla casa del Padre. Dieci giorni dopo l’incontro col Santo Padre si è spento nella sua stanza all’età di 50 anni, lasciando una testimonianza preziosa ai fedeli della sua parrocchia e della diocesi di Roma. Preghiamo perché Dio lo accolga nel suo Regno e gli mostri il suo volto di misericordia.

 

Come pecore senza pastori: vescovi italiani in piazza coi radicali!

vescovLa Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di aderire alla “Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà” organizzata dal Partito Radicale italiano ed intitolata a Marco Pannella e Papa Francesco. La notizia ha sorpreso molti cattolici, delusi per la stretta di mano tra i vescovi italiani e il partito che da sempre si è schierato contro le gerarchie ecclesiastiche e contro i suoi principi, in particolare su temi delicati come la liberalizzazione delle droghe, l’aborto e l’eutanasia. Alcuni hanno alzato coraggiosamente la voce sottolineando l’assurdità dell’iniziativa: difatti, in passato, la CEI non ha mai aderito a manifestazioni organizzate da partiti politici e tanto meno aveva mai dimostrato particolari simpatie per gli slogan e le battaglie dei radicali.

Con papa Francesco però le cose sono cambiate: in questi ultimi anni i radicali e i vertici ecclesiastici si sono pubblicamente scambiati dichiarazioni di stima e di affetto. L’avvento di un “nuovo corso” inaugurato da papa Francesco (secondo un’ermeneutica della rottura e della discontinuità coi precedenti pontificati) ha rallegrato i radicali che hanno accolto il papa argentino con simpatia e rinnovate speranze di cambiamento (della Chiesa). D’altro canto, papa Francesco ha pubblicamente elogiato la radicale Emma Bonino (attivista, tra le altre cose, del diritto d’aborto ed essa stessa artefice di numerose “purghe” tramite “pompe di biciclette”) considerandola “tra i grandi dell’Italia di oggi” perché – ha affermato il Pontefice – “ha offerto il miglior servizio all’Italia per conoscere l’Africa”.

Mons. Galantino segretario della CEI

Mons. Galantino segretario della CEI.

La luna di miele tra la Chiesa Cattolica e il Partito Radicale sfocia oggi in una grande marcia dove vescovi e radicali andranno a braccetto chiedendo l’amnistia in occasione del Giubileo dei carcerati.

Questa comunione di intenti risulta ancora più assurda se si pensa che CEI non ha aderito alle due recenti manifestazioni del “Family Day” per non interferire nel dibattito politico sulle Unioni Civili mentre si discuteva l’approvazione del disegno di legge Cirinnà. In quella occasione, nessun sostegno a Piazza San Giovanni il 20 giugno 2015 e solo adesioni personali di alcuni vescovi il 30 gennaio 2016 al Circo Massimo (ma poi un solo vescovo in piazza!).

Subito dopo la pubblicazione della notizia (celebrata dal sito ufficiale dei radicali e annunciata dal portavoce della CEI proprio a Radio Radicale) alcuni cattolici hanno espresso perplessità e dubbi sulla convenienza di questa operazione. Tuona la giornalista della RAI Costanza Miriano che dal suo blog prova a scuotere le coscienze dei Pastori che sembrano aver abbandonato le pecorelle per sposare idee e teorie “mondane” e per preferire relazioni di buon vicinato. La giornalista aveva già provato a svegliare i pastori dal loro torpore con un articolo, tanto mirabile quanto inutile, pubblicato sulle pagine de Il Foglio in occasione del Family Day(leggi qui).

“Tutti i cristiani, ovviamente, sono a favore della dignità dei carcerati” contro la violenza, contro la fame e contro la guerra. Ma – continua Miriano – “le IDEE radicali sono irrevocabilmente, strutturalmente, irrimediabilmente, profondamente e totalmente contro Dio”. E’ per questo che “Noi dobbiamo amare le persone radicali, ma dobbiamo odiare le loro idee”.

Protesta anche Mario Adinolfi, uno degli organizzatori dei Family Day che chiede al giornalista: “Le sembra normale che nel primo Family Day, quello del giugno 2015 a Piazza San Giovanni alcuni collaboratori stretti di Galantino abbiano sconsigliato, con tanto di inviti scritti, la partecipazione alle varie realtà ecclesiali?”

Tra gli indignati anche il direttore de La Nuova Bussola Quotidiane e Il Timone, Riccardo Cascioli che afferma: “Non ci sono parole per esprimere l’amarezza che suscita la notizia” (LEGGI: Vescovi sulle orme di Pannella, che tristezza…). Cascioli critica il ruolo di preminenza di cui si è investito il segretario della CEI, Nunzio Galantino, che prende spesso la parola a nome dei vescovi italiani al posto del presidente Angelo Bagnasco. Ecco dunque “l’ennesimo schiaffo dato al popolo del Family Day”, una manifestazione scoraggiata da Galantino per evitare scontri di piazza e muri ideologici. Un atto – spiega Cascioli su La Nuova BQ – di “subalternità culturale che sfocia nel ridicolo”.

bonni

Emma Bonino oggi… e ieri.

Sono in particolar modo le posizioni dei radicali sulla morale sessuale e sull’aborto ad essere agli antipodi rispetto alla morale cristiana che vieta di uccidere qualsiasi persona per qualsiasi motivo: una questione che non può facilmente passare in secondo piano e sulla quale non è possibile soprassedere senza rinunciare alla propria identità e alla propria missione.

Lo stesso segretario della CEI, mons. Nunzio Galantino, aveva pubblicamente affermato di non riconoscersi nei “visi inespressivi” di coloro che organizzano fiaccolate, veglie e preghiere di fronte alle cliniche abortiste. Un’affermazione che scatenò l’ira di molti cattolici e, in modo particolare, dei gruppi più attivi nelle battaglie pro-life.

“Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza” Mons. Nunzio Galantino, Segretario della CEI

paglia renzi

Mons. Paglia e Renzi, amici.

Ma che la Chiesa italiana di questi ultimi anni nutrisse simpatie smodate per le idee e per gli uomini di sinistra lo aveva già dimostrato la colossale “gaffe” di mons. Vincenzo Paglia che, sotto inganno parlando al telefono con un “finto Renzi”, aveva dimostrato tutto il suo ossequio e la sua personale adesione (o sottomissione) al presidente del Consiglio e alle sue “battaglie” incoraggiandolo al telefono: “Avanti su tutto“!

Non sorprende dunque che ora i vescovi, con rinnovato entusiasmo, decidano di scendere in piazza nel nome di Pannella (e di papa Francesco). Per questo con coraggio la giornalista Miriano implora: “Pastori, siate uomini, e tornate a fare i padri” e ancora: “Se non dovete fare i vescovi pilota, e non lo avete fatto anche quando era il vostro popolo, il popolo della vita, le famiglie, i padri e le madri, i bambini, a chiedervelo supplicante, non fatelo neanche quando a chiedervelo è il popolo della morte”.

Articolo originale su Romagiornale.it

Quei cattolici alla scuola estiva di Lutero

Un “corso di recupero” estivo sul “maestro di fede” tedesco in vista dei festeggiamenti ecumenici per i 500 anni della Riforma…

lutherHa suscitato non poche polemiche il libro scritto dal cardinale Walter Kasper dedicato a Martin Lutero (Martin Lutero – Una prospettiva ecumenica, Queriniana 2016). Il testo, pubblicato a maggio, presenta una serie di conferenze tenute dal cardinale sul riformatore sassone in vista della commemorazione dei 500 anni della Riforma Protestante.

Le polemiche hanno riguardato l’approccio – a dir poco benevolo – dell’autore nei confronti della Riforma Protestante e del suo ideatore Martin Lutero, così come le sorprendenti conclusioni che ne derivano a livello ecumenico. Sembrerebbe che il cardinale Kasper legga Lutero in una prospettiva più luterana che ecumenica (come invece recita il sottotitolo) giustificando apertamente le buone “intenzioni originarie” del monaco agostiniano di fronte agli errori e ai peccati della gerarchia cattolica del suo tempo. Secondo questa lettura Lutero sarebbe dunque un riformatore sulla scia di san Francesco d’Assisi, un “padre della chiesa comune alle due confessioni, quella cattolica e quella evangelica”. Solo a causa dell’ostinazione di Roma che ha rifiutato il suo invito alla penitenza, Lutero è stato “costretto” a dare vita (senza volerlo veramente) alla Riforma e allo scisma.

Tuttavia l’intenzione di Lutero fu profetica: la sua parola fu “un assist allo Spirito Santo alla Chiesa”, un assist che la gerarchia cattolica non seppe o non volle accogliere. Lutero fu dunque un campione della libertà di coscienza, un mistico fedele al Vangelo e pieno di zelo apostolico alla stregua dei grandi maestri della spiritualità moderna come sant’Ignazio di Loyola, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce e san Francesco di Sales. Fu un cristiano dalle aspirazioni “profondamente cattoliche” che pose al centro la domanda più importante, quella su Dio: Come riscoprire un Dio clemente e misericordioso aldilà delle false aspettative di salvezza offerte dalla Chiesa con la vendita delle indulgenze? L’invito finale di Kasper – che accenna senza esplicitarlo al più azzardato dei parallelismi tra Lutero e papa Francesco sulla rinascita della Chiesa a partire dalla misericordia – è quello di “mettersi serenamente all’ascolto” di Lutero in una prospettiva che sappia accogliere e mettere in pratica gli insegnamenti del riformatore.

Le tesi luterane del cardinale Kasper sono sostenute da gran parte dell’episcopato tedesco che ha recentemente definito Lutero un “testimone della fede e maestro del Vangelo”.

Non sorprende che questa sorta di “revisionismo ecumenico” abbia suscitato stupore e imbarazzo tra gli storici e i teologi. Immediata la risposta storica Angela Pellicciari autrice di un libro su Martin Lutero che mostra il lato più violento e indomito del “flagello luterano” che ha diviso l’Europa (A. Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli 2012). Pellicciari ha replicato su La Nuova Bussola Quotidiana esprimendo il suo disappunto per la tesi di fondo del libro del cardinale tedesco: “Kasper parte da una tesi di fondo: Lutero aveva ragione, la Chiesa romana torto” (leggi: Se Kasper ci vuole alla scuola di Lutero).

Ma, al di là della riabilitazione di Lutero come uomo di pace e profeta di misericordia, le conclusioni più pericolose secondo Pellicciari riguardano il nuovo concetto di ecumenismo che emerge dal libro di Kasper che lei prova a sintetizzare così:

Seguiamo il ragionamento del Cardinale: «Per ecumenismo si intende tutto il globo terrestre abitato, dunque universalità invece che particolarità. Si può anche dire: a differenza del cattolicesimo e del protestantesimo, limitati nel loro aspetto confessionale, ecumenismo significa la riscoperta della cattolicità originaria, non ristretta ad un punto di vista confessionale». Deduzione: dal momento che cattolicesimo e protestantesimo esistono uno affianco all’altro, nessuno dei due è universale. Per raggiungere l’universalità si tratta di uscire dalla confessionalità, cioè dalla particolarità delle Chiese, e conquistare l’ecumenicità, nuovo modo per indicare la caratteristica universale del messaggio cristiano. Le Chiese – che sono tutte sullo stesso piano perché tutte ugualmente confessionali, cioè particolari – «devono vivere l’una con l’altra e andare l’una incontro all’altra».

Ma la Chiesa cattolica, conclude la Pellicciari, “non ha alcun bisogno di recuperare quell’universalità che da sempre la caratterizza e che da sempre è insidiata da altri centri di potere che desiderano imporre sulle ceneri dell’universalità romana un nuovo tipo di universalità”.

Sta di fatto che la voce del cardinale Kasper è molto più autorevole e influente all’interno dei Sacri Palazzi rispetto a quella di una professoressa cattolica (a proposito del ruolo delle donne nella Chiesa…). La tesi di Kasper su Lutero è dunque destinata a fare scuola essendo uno dei teologi più apprezzati dallo stesso Papa Francesco (che ha più volte consigliato i suoi libri e lodato la sua teologia) e vanta dunque un’autorità intellettuale e teologica di gran lunga superiore alla storica della Chiesa. Allo stesso modo la nuova idea di ecumenismo – segnata dall’auspicio della dissoluzione delle confessioni (inclusa quella cattolica) considerate roccaforti egoisticamente e inutilmente difese – rischia ripercuotersi all’interno della riflessione teologica in occasione della commemorazione per il “giubileo” della Riforma.

A prova di ciò c’è il curioso fatto che in vista dell’estate, tra pochi libri (sette in tutto) consigliati dai vertici della Comunità di Sant’Egidio spicca proprio questo titolo che nelle scorse settimane ha visto incrementare esponenzialmente le sue vendite (di per sè abbastanza esigue). Nei mesi di luglio e agosto gli appartenenti al movimento di Sant’Egidio si sono prepararti per i festeggiamenti d’ottobre scoprendo nel racconto di Kasper, il nuovo di Martin Lutero profeta misericordioso e sincero, vittima delle chiusure e dei muri della cattolicità romana. Tra i libri consigliati da Andrea Riccardi anche “Per la libertà dell’Evangelo” del protestante Karl Barth.

A questo punto non sorprende che sia stata proprio la comunità di Sant’Egidio ad offrire a un Imam il pulpito della Basilica romana di Santa Maria in Trastevere per cantare dei versetti del Corano (VIDEO) alla fine della Santa Messa come gesto di accoglienza e dialogo interreligioso. I principi che sorreggono la nuova idea di ecumenismo come un ritorno al cristianesimo originario anteriore alle divisioni confessionali, sono infatti gli stessi che animano il dialogo interreligioso segnato dalla ricerca degli aspetti comuni a discapito delle (pur sostanziali) differenze: buoni sentimenti, pacifismo, ecologismo, opere sociali… così come il monoteismo e l’attitudine di preghiera verso una divinità trascendente e creatrice.

La ricerca di un minimo-comune-religioso per poter stringere legami di buon vicinato rischia di lasciare in secondo piano i tratti identitari come residui di “mura” ed impedimenti al dialogo. Concetti vicini al pluralismo religioso promosso sia all’interno della Chiesa che a livello politico (secondo i criteri di una nuova religione umanitaria depurata da dogmi, spogliata di ogni autorità morale sui fedeli e fatta di sentimenti di “pace, uguaglianza e fratellanza”) come un tassello fondamentale per la realizzazione di un nuovo ordine mondiale (a questo riguardo si consigliano due testi: Il Padrone del Mondo di Benson e “Immagine” di John Lenon).

Il 25 gennaio la Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno pubblicato un “Comunicato Congiunto” nel quale si annunciava il programma delle celebrazioni per i 500 anni della Riforma che conterà anche con la straordinaria presenza di Papa Francesco, il 31 ottobre in Svezia.

Il Santo Padre volerà in Svezia per partecipare alla “commemorazione ecumenica congiunta luterano-cattolica” e per prendere parte alla preghiera comune nella cattedrale di Lund. La speciale preghiera sarà guidata da una “guida liturgica cattolico-luterana” intitolata “Preghiera Comune”. Seguirà un incontro nello stadio di Malmö dove ci saranno momenti per le testimonianze e per contare i frutti della collaborazione tra cattolici e luterani nel mondo, in modo particolare nella cura dei profughi e in favore della pace e della “giustizia climatica”.

L’incontro sarà il momento per fare memoria, rendere grazie e pentirsi per gli errori del passato. E’ plausibile che Francesco approfitti di questa occasione per chiedere perdono ai luterani per le responsabilità della Chiesa di Roma e per i peccati commessi dalla gerarchia cattolica durante questi 500 anni di divisione.

Bisogna però dire che l’idea dei “festeggiamenti ecumenici” non è piaciuta all’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede che nel suo recente libro-intervista “Rapporto sulla Speranza” (BAC 2016, in Italiano sarà pubblicato dalla Cantagalli) ha categoricamente affermato che “In senso stretto, noi cattolici non abbiamo nessun motivo di festeggiare il 31 ottobre 1517, data che si considera l’inizio della Riforma che ha portato alla spaccatura della cristianità occidentale. (…) Non possiamo accettare – ha concluso il Cardinale – che esistano motivi sufficienti per separarsi dalla Chiesa”.

Giornata Mondiale della Gioventù a Panama nel 2019: la periferia al centro!

jmj_panama_banderasLa prossima giornata mondiale della gioventù sarà a Panamá. La notizia è nell’aria da un paio di mesi, da quando l’agenzia ANSA-Latina ha resa pubblica l’indiscrezione ottenuta da “fonti vaticane”. Chi scrive ha avuto conferma da fonti panamensi e così il cerchio sembra chiudersi. L’annuncio ufficiale lo darà Papa Francesco a conclusione della Santa Messa coi giovani il 31 Luglio nel Campus Misericordiae di Cracovia.

Una notizia “bomba”, incredibile per chi conosce quel piccolo paese centroamericano. Se si dovesse pensare di presentare al Papa una lista di paesi che potrebbero organizzare senza problemi un evento di tale portata, Panamá non sarebbe certo cima alla lista. Ma la caparbietà del governo e della Chiesa panamense che dal 2013 ad oggi hanno lavorato sodo per stringere rapporti sempre più stretti con la Santa Sede e per portare il Papa nell’Istmo, hanno ottenuto il loro scopo.

A giugno l’ufficio del Presidente delle Repubblica di Panamá, Juan Carlos Varela, ha pubblicato un comunicato dai toni più entusiastici che prudenti: “Per Panamá e per il Centro America sarebbe una grande benedizione essere scelti come sede della Giornata Mondiale della Gioventù del 2019. Questo evento porta gli stessi messaggi di pace, rispetto e convivenza del nostro popolo”. “Aspettiamo l’annuncio del Santo Padre… Panamá ha le porte aperte per ricevere le migliaia di giovani che arriveranno nel nostro paese nel caso che il Vaticano così lo decida”. Mentre il Nunzio Apostolico di sua Santità invitava alla calma: “Non c’è nulla di ufficiale”.

Ora non chiedetemi come sarà possibile ospitare due milioni di persone in una città che conta poco più o poco meno di un milione e che attualmente è priva delle infrastrutture necessarie, ma la generosità, l’operosità e la tenacia di questo popolo si occuperà in questi tre anni di organizzare al meglio l’evento.

catdral de panamaSarà certamente una Grazia per il piccolo paese centroamericano, famoso per il Canale che lo attraversa e oggi tristemente conosciuto in tutto il mondo per lo scandalo dei cosiddetti “Panama Papers“. Ma sarà soprattutto una Grazia straordinaria per la chiesa locale – una realtà piccola ma estremamente vivace – guidata dall’arcivescovo della capitale (Ciudad de Panamá) Mons. José Domingo Ulloa Mendieta che mai si sarebbe aspettato un tale annuncio che supera ogni sua aspettativa (in fondo lui chiedeva a Francesco “semplicemente” una visita apostolica al suo paese).

Ma Papa Francesco è imprevedibile e il suo programma è chiaro: andare verso le periferie non basta, ora sono le periferie a stare al centro. Panamá rappresenta una piccola periferia nel panorama universale ed ecclesiale. Nel 2019 diventerà lo scenario del più grande raduno mondiale di giovani che si sia mai visto, forse l’ultimo perché qualcuno in Vaticano vorrebbe chiudere al più presto il capitolo GMG, geniale invenzione del pontificato di Giovanni Paolo II. Si potrebbe prospettare una GMG esclusiva per l’America, visto che Papa Francesco starebbe valutando la possibilità di “decentralizzare” (anche) questo tipo di incontri mondiali, riunendo i giovani per continente. A queste condizioni l’incontro del 2019 riunirebbe una quantità minore di pellegrini e la candidatura la candidatura di Panamá sarebbe considerata più adeguata.

A Cracovia si aspettano più di mille giovani del Panamá che saranno accompagnati dal loro presidente Juan Carlos Varela (cattolico praticante vicino all’Opus Dei). Il Governo (grande promotore della candidatura di Panamá assieme alla Conferenza Episcopale locale) ha finanziato il viaggio di molti ragazzi in modo da assicurare una presenza significativa nel momento dell’annuncio del Santo Padre. Molti di questi giovani hanno faticano molto in questi anni per riuscire a pagare il prezzo del pellegrinaggio (circa 2mila dollari) risparmiando fino all’ultimo Balboa (moneta locale equivalente al dollaro americano) e cercando di guadagnare qualcosa con iniziative di ogni tipo (come ho raccontato qui, già due anni fa).

panama puente de las americasIl paese del Canale sarà segno di canali di scambio e di passaggio tra i popoli, la città del Ponte delle Americhe sarà segno di ponti da attraversare e da costruire… la città dove convivono ricchi e poveri, ricchissimi e poverissimi che – lo si sappia e lo si dica – vivono in piena comunione come dei veri fratelli solo nella Chiesa, sarà segno della chiamata ad abbattere il muro delle ingiustizie e delle “caste” che genera dolore e squilibrio in questo continente. Così come lo ha affermato il Papa in una recente lettera inviata al Presidente della Repubblica panamense:

“La situazione geografica di Panamá, nel centro del continente Americano, che la rende punto di incontro tra nord e sud, tra gli Oceani Pacifico e Atlantico, è sicuramente una chiamata, pro mundi beneficio, a generare un nuovo ordine di pace e di giustizia e a promuovere la solidarietà e la collaborazione rispettando la giusta autonomia di ogni nazione”

Ps1. Seguiranno su questo blog altri aggiornamenti, notizie, approfondimenti su questo evento, è possibile iscriversi per ricevere automaticamente sulla propria casella di posta i nuovi articoli.

Ps2. Nel frattempo vi lascio questo articolo che ho scritto due anni fa dove racconto qualcosa di questo sorprendente paese:

Panamá, il paese dei primati: dalla ferrovia alla metro (passando per il Canale) 

 

I santi della GMG 2016 (2): Sant’Alberto Chmielowski, il San Francesco polacco.

sant'alberto chmAleteia – Tra i numerosi santi che onorano la nazione e la chiesa polacca spicca in modo particolare, per la sua radicalità evangelica e la sua totale dedicazione ai poveri, la figura di Sant’Alberto Chmielowski. Adamo, questo il suo nome di battesimo, nacque in una nobile famiglia polacca ad Igolomia (vicino Cracovia) il 20 agosto 1845 e morì all’età di 71 anni tra i poveri di Cracovia ai quali dedicò tutta la sua vita fino a diventare uno di loro dimenticando le origini aristocratiche e abbandonando le glorie mondane raggiunte attraverso una carriera di pittore che gli offrì non poche occasioni di soddisfazione. In patria è conosciuto come “il padre dei poveri” o “il San Francesco del XX secolo”.

Alberto fu un uomo dall’animo rivoluzionario e dal carattere impetuoso, affascinato della bellezza e dell’arte, ma l’incontro con Cristo lo porto a scegliere la via della croce, luogo dove la Misericordia di Dio si china sulla miseria umana per elevarla e redimerla. Nel suo itinerario si accorse che – con parole di Wojtyla – “E’ proprio il Cristo incoronato di Spine la vera immagine dell’amore per gli uomini, la vera immagine della misericordia”.

Il santo della misericordia: strumento concreto dell’amore di Dio.

La sua vita non fu semplice né il suo percorso lineare, attraversò periodi bui e grandi sofferenze corporali e spirituali, ma Adamo seppe scoprire volta per volta con pazienza e fede la strada da percorrere, un processo che lo portò alla piena uniformità con Cristo che “da ricco che era si fece povero” per farsi prossimo ai più emarginati e dimenticati, agli “scarti” della società. Nel giorno della sua canonizzazione, il papa Giovanni Paolo II sottolineò: “Adam Chmielowski fu discepolo pronto a ogni chiamata del suo maestro e Signore”.

Ciò che desta stupore leggendo la storia di questo santo polacco è la piena sintonia, il legame spirituale, che lo unisce a papa Francesco ed ai temi ricorrenti della sua predicazione: la scoperta della Divina Misericordia che cambia la propria vita, l’abbandono della mondanità, l’accoglienza e la pratica del Vangelo sulla scia di San Francesco d’Assisi, la gioia del servizio, l’opzione per i poveri e gli emarginati come stile di vita.

Prigioniero di guerra: l’arresto, la mutilazione, la fuga.

Il giovane Adamo Chmielowski (orfano di padre e di madre fin dalla tenera età) partecipò in modo attivo all’insurrezione del 1863 quando il popolo polacco si ribellò contro l’invasore russo. La sconfitta degli insorti fu schiacciante, la repressione durissima. La Chiesa subì conseguenze devastanti: molti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi deportati e gli istituti religiosi soppressi dalle autorità russe. Durante la rivolta Adamo fu colpito da una granata mentre cavalcava, subì danni irreparabili ad una gamba e fu arrestato. L’infezione fu immediata e costrinse i nemici – che volevano il prigioniero vivo per poterlo processare e condannarlo a morte – ad amputarla sul campo con una sega, senza anestesia, concedendo al prigioniero la sola “consolazione” di un sigaro. Grazie all’intervento e alla complicità di amici e familiari, Adamo riuscì a scampare la condanna: fuggì dalla prigione nascondendosi in una bara e lasciò il paese portando con sé – come una croce visibile – una pesante protesi metallica.

Le belle arti, il ritorno in patria e la crisi esistenziale

Stabilitosi a Parigi Adamo si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti e proseguì poi gli studi all’Università di Grand e all’accademia di Monaco di Baviera. Da subito dimostrò grandi doti artistiche e una personalità forte che si manifestava nelle sue opere : un quid che lo elevava al di sopra degli altri pittori. Si distinse per uno stile avanguardista, le sue tele ricordavano quelle di Cézanne e lasciavano emergere il tormento e l’inquietudine di un anima alla ricerca del senso della vita. Tornato a Varsavia nel 1874 Adamo iniziò a frequentare gli ambienti artistici e letterati della società polacca prendendo parte attiva alla vita culturale e stringendo legami coi migliori artisti dell’epoca. La sua arte era tormentata, sofferta; molte le opere incompiute o distrutte, segno di un’insoddisfazione di fondo e di un dissidio esistenziale vissuto con pesantezza e dolore in un contesto di mondanità e spensieratezza com’era il circolo degli artisti di cui faceva parte. Le riflessioni sul senso dell’arte erano per Adamo strettamente legate a quelle sul senso della vita: “Il culto della propria arte è un inchinarsi a se stessi” nient’altro che un “ignobile idolatria”. Esprimere se stessi attraverso l’opera artistica fu per Adamo un compito secondario, di fronte a ciò che considerava primordiale: raggiungere la salvezza della propria anima. Fu la sua formazione cristiana ad alimentare quell’inquietudine che gli suggeriva una vocazione più alta alla quale doveva aspirare. L’arte e i successi ad essa collegati, non gli bastavano più. Nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico ma qui visse un esperienza di deserto spirituale che lo prostrò in una notte oscura dell’anima. In preda a crisi d’ansia, scrupoli, deliri e altri malanni che lo colpirono nel fisico e nella psiche, dovette lasciare i gesuiti per motivi di salute continuando a cercare altrove la propria vocazione.

L’incontro con la misericordia e la svolta

Dopo più di un anno di buio per Adamo si accese improvvisamente la luce grazie all’ascolto di una conversazione, tra il parroco e un fedele, sull’infinita misericordia di Dio verso l’uomo. In quel momento Adamo guarì completamente, l’angoscia scomparve e riprese la forza per percorrere la sua strada. Si dedicò alla carità aiutando i poveri che incontrava, ma anche al restauro di chiese e quadri religiosi e all’ incontro con amici e conoscenti diffondendo lo spirito di San Francesco d’Assisi a cui si legò progressivamente fino ad indossare – col permesso del Vescovo, essendo un laico – un saio grigio ed a pronunciare i voti di terziario francescano. Il cambiamento di vita fu sigillato con un nome nuovo: prese il nome di fratel Alberto. Andò a vivere in un vecchio appartamento a Cracovia che spesso condivideva con poveri e vagabondi che incontrava per strada assicurandogli vitto e alloggio. Alberto continuò a dipingere concentrandosi su quella che fu l’opera più importante della sua vita (e che fu poi posto accanto alla sua tomba): l’Ecce Homo. A questa tela aveva dedicato molto tempo e sforzo, senza riuscire a dare il giusto volto a quel Cristo che univa in sé la regalità di un Dio e la miseria di un uomo condannato a morte.

Il “luogo del riscaldamento”: la spazzatura del mondo nello sguardo di Dio.

ecce homo chmielowski

L’Ecce Homo di Chmielowski

L’incontro con un senzatetto che ospitò nel suo appartamento offrì ad Alberto l’occasione per scoprire definitivamente la sua vocazione. Fu quel ragazzo a portare il pittore nel “luogo del riscaldamento”, un dormitorio pubblico, diviso in due cameroni per maschi e femmine, che la città di Cracovia aveva messo a disposizione come rifugio per i poveri durante l’inverno. La visita a quel luogo di miseria fu per Alberto una vera “discesa negli inferi”: lì conobbe e toccò con mano ciò che era considerata la “spazzatura del mondo”, i rifiuti e gli scarti della società. Poca luce illuminava l’ambiente fetido dove si rifugiavano barboni, drogati, ubriachi e storpi, sistemati alla meno peggio; un ambiente pericoloso dove i più prepotenti dettavano legge a scapito dei più indifesi. Anche molti bambini trovavano rifugio dal freddo in quel letamaio. Tra le donne la situazione non era diversa, lì avvenivano feroci litigi, violenze di ogni tipo, ingiustizie e finanche aborti clandestini. L’impatto per Alberto fu terribile ma cercò da subito di trovare il modo di fare del bene. Presto comprese che l’unico modo di aiutare era quello di trasferirsi in quel luogo per vivere anche lui come un mendicante, ai piedi di Cristo incarnato in quei miserevoli. “Bisogna vivere con loro! Non si può lasciarli così”. Fu così che, spinto da un impulso di carità, Alberto vendette i suo dipinti, lasciò l’appartamento e si fece spazio nel rifugio dove appese subito un quadro della Madonna di Czestochowa. I rapporti con i nuovi coinquilini non furono subito idilliaci ma, con fatica, Alberto seppe conquistare la loro stima. Coi suoi risparmi e col ricavato delle vendite delle opere d’arte, ripulì e rinnovò il dormitorio: disinfestato, tinteggiato, attrezzato con nuove finestre, una cucina, un bagno, un guardaroba, una dispensa e un piccolo pronto-soccorso. Alberto offriva anche lezioni di catechismo e momenti di preghiera comune. Presto arrivarono dei collaboratori volontari che decisero di trasferirsi anche loro per servire i poveri. Tutto mirava a restituire una dignità a quei mendicanti che, in un ambiente pulito e sereno, ritrovavano la voglia di vivere e sentivano – forse per la prima volta nella vita – quanto fossero preziosi agli occhi di Dio mentre il mondo li rifiutava e si turava in naso al loro passaggio. Molte conversioni straordinarie confermarono l’operato di Alberto, veri miracoli del Signore e della sua Divina Misericordia.

La congregazione di Frati e Suore “buoni come il pane”

Nel 1888, nacque la congregazione di “Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi di Poveri” che vennero presto chiamati col nome del loro fondatore: gli “albertini” (dal 1891 anche un ramo femminile, le “albertine”). Le opere si moltiplicarono, fondarono altri dormitori, ma anche orfanotrofi, asili per anziani, case di assistenza sociale e “cucine per il popolo”. Ai suoi frati e suore, per i quali fondò degli eremi dove ricevano la formazione prima della missione, Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”. L’opera della congregazione fu affidata alla Divina Provvidenza così come a San Giuseppe e alla Vergine Maria che Alberto definiva “la mia Dispensiera” o “confondatrice”.

L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla.

Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati.

Alberto fu beatificato il 22 giugno del 1983 a Cracovia e canonizzato il 12 dicembre del 1989 in Vaticano dal papa connazionale San Giovanni Paolo II che disse di lui: “Non fu soltanto uno che fa la carità, ma divenne fratello di coloro che egli serviva. Il loro fratello. Il fratello grigio, come era chiamato”.

 

Per approfondire:

Da visitare:

  • A Cracovia: Santuario di fratel Alberto (detta anche Chiesa di Ecce Homo). Via Woronicza 10, Cracovia.

Disse sant’Alberto:

«Perché il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s’infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo».

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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