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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Quotidianità gloriosa: la Risurrezione secondo Fabrice Hadjadj

«Il miracolo non avviene per farci vivere cose straordinarie, ma per farci vivere straordinariamente le cose ordinarie». È questa la tesi principale del saggio del filosofo francese Fabrice Hadjad dedicato alla Risurrezione di Cristo (Risurrezione. Istruzioni per l’uso, Ares 2017).

Francese di origini tunisine, convertito dall’ebraismo al cattolicesimo, sposato e padre di sette figli, Hadjadj (pronuncia giusta qui) si è affermato come autore di successo grazie al suo stile pungente, ironico, lineare, mai cervellotico e raramente banale. Tra i suoi libri, tradotti in diverse lingue, spiccano i bestsellers La mistica della carne (2008) e La fede dei demoni (2009). Il più grande pregio per il filosofo è quello di proporre una riflessione teologica e filosofica ancorata alla realtà con un linguaggio nuovo​, lontano da astrazioni filosofiche e da approcci clericali, pur affrontando temi fondamentali del cristianesimo.

In Risurrezione (edizioni Ares 2017), l’autore indaga sull’evento fondante del cristianesimo accompagnando il lettore dallo stato di credulità (dove confessa di aver militato gran parte della sua vita da ateo) alla fede che ti fa “mettere i piedi per terra”. La fede in Gesù è infatti equidistante dalla scienza e dal sentimentalismo ed è in virtù di questa distanza di sicurezza dai laboratori e dalla pura immaginazione, che è possibile ragionare sulla Risurrezione all’interno (e non al di là) del progetto divino dell’incarnazione, cioè dentro il mistero di un Dio che «si è fatto uomo perché l’uomo resti umano» e perché «essendo divinizzato, sia sempre più umano». Solo in questa prospettiva sarà possibile risolvere «uno dei problemi più grandi dell’esistenza», la “quadratura del cerchio”, ossia «la riconciliazione tra la gloria e il quotidiano». Continua a leggere…

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In cammino coi discepoli di Emmaus per tornare umani e guarire con Cristo

epicoco solo i malatiE’ possibile rialzare lo sguardo dalle nostre crisi, dal dolore provocato dalla storia, dalle ferite che lacerano la nostra anima arrivando a colpire il nostro corpo costringendoci a camminare a testa bassa, delusi, con l’aria sconfitta e il vuoto dentro il cuore?

E’ possibile incontrare Gesù Cristo risorto mentre si sperimenta nella propria carne l’esperienza dolorosa della croce? Ri-conoscerlo lungo la strada, stringere la sua mano e iniziare a camminare con lui verso la pienezza di una vita da risorti, per essere – finalmente – “simili a Lui”?

Tutto questo è possibile, ma il primo passo necessario sarà quello di riconoscersi malati, perché Gesù non è venuto per i sani ma per i peccatori e, sebbene l’uomo non sia stato creato per morire ma il suo destino sia la Vita eterna, infinita e felice, “è proprio degli umani ammalarsi”. Lasciare spazio all’imprevisto, accogliere l’irruzione di Gesù nella propria vita e rendersi disponibile alla sua azione che porta salute e salvezza non deluderà i viandanti che camminano per la vita mossi da un’inquietudine di senso, forse stanchi, forse scettici, forse delusi dalla storia.

Ecco dunque un percorso di guarigione che vuole essere sostegno e incoraggiamento per credenti e non credenti disposti a compiere un atto di coraggio nel riconoscersi malati, bisognosi cioè dell’aiuto di un medico, per poter tornare a disporre al massimo della propria anima e del proprio corpo. Senza questo coraggio, pensando di non aver bisogno di cure, nessuno sarà in grado di guarire.

E’ questo il senso del libro Solo i malati guariscono: l’umano del (non) credente (San Paolo 2016, € 10,00). 110 pagine scritte da don Luigi Maria Epicoco, con un linguaggio allo stesso tempo diretto e semplice, immediato e profondo, concreto, a tratti poetico. Pubblicato il 15 febbraio dalle Edizioni San Paolo, il libro del giovane sacerdote aquilano è diventato subito un best-seller, un caso editoriale che ha visto esaurire la prima edizione in meno di 15 giorni.

L’autore, nato nel 1980, è parroco della Parrocchia universitaria San Giuseppe Artigiano de L’Aquila e professore di Filosofia e Teologia. Nonostante la sua giovane età, ha al suo attivo diverse pubblicazioni, libri e articoli di carattere scientifico (recentemente per le edizioni Tau ha pubblicato: La Misericordia ha un volto. Il giubileo della Misericordia secondo papa Francesco). Quello di Epicoco è un caso particolare nel panorama editoriale religioso, un campo dominato da autori affermati che assicurano vendite (mai facili, in tempi di crisi) ma dove i giovani autori, filosofi o teologi che siano, fanno fatica a trovare spazio e visibilità. Eppure la formula si è rivelata subito vincente e don Luigi ha saputo dimostrare una straordinaria capacità comunicativa soprattutto verso il pubblico giovane, che spesso mantiene una distanza di sicurezza dalle librerie religiose, ma che questa volta è rimasto attratto da un linguaggio fresco, attuale, esistenziale, privo di “paroloni”, che evita artifici linguistici e teologici per mettersi al servizio del lettore e guidarlo passo dopo passo.

emmausIl filo della narrazione è il racconto dei discepoli di Emmaus, un racconto pasquale dove Gesù Risorto intercetta il cammino di due discepoli che si allontanavano per la via da Gerusalemme mentre discutono, delusi e confusi, sui recenti avvenimenti avvenuti in città. L’incontro dei due discepoli col Risorto, sarà l’occasione per riscoprire le tappe del cammino che porta dalla tristezza alla gioia, dal dubbio alla certezza, dall’incredulità alla fede: “Davvero il Signore è risorto!” annunceranno i due viandanti facendo ritorno a Gerusalemme, senza indugio, pieni di stupore.

Nella seconda parte del libro, l’autore fa una rassegna di quei luoghi teologici che emergono dalla narrazione evangelica dei discepoli di Emmaus. Così la locanda è immagine della Chiesa, luogo di rifugio e di ristoro, non abitazione definitiva ma tappa essenziale dove ri-conoscere Gesù nel nostro cammino verso la vera patria definitiva, il cielo. La tavola è il luogo del banchetto, della condivisione, dove Gesù siede con gli uomini per saziare la loro fame perché “la distanza che separa la pancia dal cuore è breve e le ‘fami’ si mescolano”. Il gesto dello spezzare il pane è il luogo della fede, dove riconosciamo che le nostre certezze vengono “spezzate” per  lasciare spazio ad una sapienza che umanamente non riusciamo a comprendere tramite le nostre categorie intellettuali. Dopo l’incontro col Risorto, infine, i discepoli tornano indietro, per annunciare agli apostoli che “Davvero il Signore è risorto”. Un ritorno al passato che è legato indissolubilmente all’annuncio del Vangelo perché “Se la mia esperienza di fede non investe innanzitutto il passato, allora il futuro è solo una fuga, un nascondimento da ciò che eravamo e da ciò che ci è capitato”.

Riscoprire il dono di una vita autentica, dell’amicizia, dell'”inquietudine che salva”, riscoprire il significato della propria esistenza attraverso una sapienza che svela il “senso più profondo di se stessi”, riscoprire la nostalgia dell’eterno ed accoglierla come una mancanza necessaria che sfocia in una preghiera: “Resta con noi Signore!”. Riscoprire, in una parola, la propria umanità attraverso l’incontro con Gesù.

Molte le citazioni bibliche, ma molti anche i maestri della spiritualità cristiana – classica e moderna – citati lungo il percorso: Giovanni della Croce, Tolkien, Lewis, Chesterton, Turoldo, senza disdegnare autori classici come Omero e contemporanei come Emmanuel Carrère.

Un libro pensato sia per i credenti che per i non credenti, con la consapevolezza che “chi ha la fede non è più bravo” ma “più responsabile, perché dovrà rendere conto più degli altri della propria vita” (p. 94). Un invito a toccare con mano Gesù risorto, come hanno fatto quei discepoli, ancora increduli e scioccati per la morte del Maestro; un invito a “restare svegli”, a vegliare, “perché forte è il rischio di assopirci nella vita”.

Il Natale e la festa della Famiglia: l’esempio di Nazaret

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CEE, Locandina per la Giornata della Sacra Famiglia 2014

Ogni anno, durante l’ottava di Natale, la Chiesa Cattolica celebra la Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. E’ una festa importante nel calendario liturgico, da sempre celebrata in prossimità del Natale (seppure la data della celebrazione abbia subito, lungo la storia, alcune modifiche in base alle riforme del calendario o ai diversi riti). Dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, si è deciso di celebrare questa festa nella prima domenica dopo il Natale.

La festa della Santa Famiglia di Nazareth è evidentemente in stretta relazione col Natale: Gesù, il Figlio di Dio inviato nel mondo, si è incarnato in una famiglia umana. Con la nascita di Gesù, il Dio creatore è entrato nel mondo inserendosi in determinate coordinate storiche e geografiche.

I racconti della nascita di Gesù, tramandati dagli evangelisti, tengono a sottolineare queste coordinate con alcune indicazioni precise. Ciò accade, ad esempio, quando l’evangelista Luca ci dice che, nei giorni in cui nacque Gesù, ci fu un censimento, voluto da Cesare Augusto e che questo avvenne “quando Quirinio era governatore della Siria” (Lc 2,2); allo stesso modo l’evangelista Matteo precisa che Gesù nacque “a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode” (Mt 2,1). Benedetto XVI, nel suo libro L’infanzia di Gesù osserva che “Gesù appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato” e, secondo le fonti, è chiaro che “Gesù è nato a Betlemme ed è cresciuto a Nazaret”.

Dio, dunque, ha deciso di entrare nel mondo per salvare gli uomini, proprio attraverso una famiglia umana. Gesù è nato da una donna, Maria,  promessa sposa di Giuseppe, un giudeo della “casa di Davide” (Lc 1,27; 2,4). Giuseppe e Maria vivono come ogni famiglia dell’epoca, secondo le tradizioni, i riti e la fede della propria gente. Osservando la legge di Mosè, Gesù viene circonciso (Lc 2,21) e presentato al Tempio di Gerusalemme (Lc 2,22-38). I suoi genitori “si recavano ogni anno a Gerusalemme” per celebrare la Pasqua (Lc 2,41). Giuseppe assicura protezione alla famiglia nella vita quotidiana e, soprattutto, nei momenti di maggiore difficoltà (cfr. Mt 2,13-23); provvede al sostentamento familiare col lavoro di falegname (Mt 13,55; Mc 6,3); la madre si occupa delle faccende domestiche e della cura dei figli, come in tutte le famiglia dell’epoca.

All’interno della famiglia, Gesù viene iniziato alla fede dei padri ricevendo dai genitori gli insegnamenti fondamentali della religione ebraica: la storia di un popolo eletto da Dio, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, condotto alla terra promessa ad Abramo e depositario di una alleanza stipulata col Dio dei patriarchi sul monte Sinai. Giuseppe “sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria (…); Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme” (Benedetto XVI, Udienza 28/12/2011). Così Gesù “cresceva in età, sapienza e grazia” (Lc 2,52) stando sottomesso ai suoi genitori (Lc 2,51)

La famiglia di Nazaret è la prima cellula evangelizzatrice, la prima comunità in missione, della storia; chi prima di questa umile famiglia aveva portato agli uomini il Messia promesso da Dio ed annunziato dai profeti? Il papa Paolo VI, durante la sua visita a Nazaret nel 1964, affermava che “La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo”. E proprio guardando alla sua famiglia che iniziamo a conoscere Gesù e ad amarlo. “Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo”.

Simone Valariano, Riposo durante la fuga in Egitto.

Simone Valariano, “Riposo durante la fuga in Egitto”

La famiglia di Nazaret, continuava poi papa Montini, è modello e guida per ogni famiglia umana: “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale”.

E’ dunque necessario che le nostre famiglie volgano il proprio sguardo e il proprio cuore alla casa di Nazaret, alla Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. E’ più che mai urgente nel periodo che stiamo vivendo, in cui la famiglia, perno fondamentale su cui si è fondata la storia della società umana, viene attaccata da diverse parti subendo, in alcuni casi, conseguenze devastanti. La cultura contemporanea sembra aver dimenticato l’importanza dell’istituzione familiare con i valori ad essa collegati, per aprire il campo a un individualismo estremo che offusca la bellezza e la grandezza della famiglia.

Nella società post-moderna caratterizzata dallo sgretolarsi dei legami stabili e dei rapporti duraturi, la famiglia vive una sfida fondamentale: quella di rimanere come punto di riferimento solido, stabile e accogliente per ogni uomo e di rispondere alla alta vocazione di essere immagine della Trinità, segno visibile dell’amore fecondo e della provvidenza di Dio per ogni uomo. Il dramma del divorzio, l’aborto, l’eutanasia e le fecondazioni in vitro, sono alcune ferite profonde che lasciano un segno indelebile che minano la stabilità e la salute fisica e spirituale della famiglia. La equiparazione delle unioni omosessuali alla famiglia tradizionale nonché il tentativo di decostruzione della struttura portante della famiglia con l’attacco alle figure del padre e della madre, sono altrettante sfide che oggi la famiglia deve affrontare con serenità, coraggio e decisione.

E’ per questo che la Chiesa, di fronte alla crisi dell’istituzione familiare, ha deciso di dedicare due Sinodi nel biennio 2014-2015 (un Sinodo Straordinario e un Sinodo Generale) per riflettere sulla situazione attuale, sulla missione e sul progetto di Dio per la famiglia, un percorso che, sotto la guida dello Spirito Santo, vuole essere “un cammino di discernimento spirituale e pastorale” (cfr. Relatio Sinody 2014).

Kiko Argüello Wirtz, Sacra Famiglia, 1997.

Kiko Argüello Wirtz, Sacra Famiglia, 1997.

La recente canonizzazione del papa Giovanni Paolo II, ricordato come “il papa della Famiglia”, e la beatificazione del papa Paolo VI, il papa dell’Humanae Vitae“, hanno segnato un nuovo impulso spirituale alla causa della famiglia, assicurando la speciale protezione di questi due pontefici che, col loro magistero, hanno lasciato una eredità spirituale di altissimo valore per la famiglia. Il magistero di san Giovanni Paolo II ha dedicato molto spazio ai temi del matrimonio, della sessualità umana, del valore della donna e della vita umana; resta anche un ciclo di catechesi sulla “teologia del corpo” che, ancora oggi, rimane un patrimonio di inestimabile valore. Durante il suo pontificato è stata riconosciuta la santità di diversi coniugi, indicando così un cammino da percorrere per molte famiglie cristiane del mondo. L’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio firmata dal papa polacco dopo il Sinodo del 1980 sui compiti della famiglia cristiana, è un documento di grandissima profondità teologica e spirituale che ogni famiglia dovrebbe leggere per riflettere sulla propria vocazione.

Nel settembre del 2015 la città di Philadelphia (USA) ospiterà il’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il tema della giornata sarà: “L’amore è la nostra missione. La famiglia pienamente viva”. Il papa Francesco, nella lettera scritta per questo raduno internazionale, ha affermato che “La missione della famiglia cristiana, oggi come ieri, è quella di annunciare al mondo, con la forza del Sacramento nuziale, l’amore di Dio”.

Dopo il Natale, dunque, siamo invitati a gioire nel ricordo della Santa Famiglia di Nazaret e, assieme ad essa, a festeggiare anche la nostra famiglia che, pur con tutti i difetti e le difficoltà di una istituzione umana fatta di uomini e donne deboli e peccatori, è chiamata da Dio alla santità, ad essere luce del mondo e sale della terra. Siamo invitati a fare festa assieme, a stare in comunione, e a ringraziare il Signore per la nostra famiglia consapevoli che, come scrisse san Giovanni Paolo II, “il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più preziosi dell’umanità” (Familiaris Consortio, 1) e che proprio lì, nella nostra realtà famigliare, Dio è voluto farsi presente attraverso il suo Figlio, nato a Betlemme da Maria, sposa di Giuseppe.

Ps. Papa Francesco ha predisposto che in ogni preghiera eucaristica si pronunci il nome di San Giuseppe, padre terreno di Gesù. Con un decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti si è disposta la menzione del nome di san Giuseppe nel Messale Romano dopo la Beata Vergine Maria.

Di: Miguel Cuartero
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“Buon Natale del Signore Gesù” ovvero il linguaggio del Natale

nueva-york-en-navidad-4-515Buon Natale! 

“Buon Natale” e non “Buone Feste”. “Buon Natale” e non semplicemente “Auguri”. Lavorando in un negozio dove in questi giorni (grazie al cielo) i clienti sono tanti, di auguri se ne sentono molti e diversificati.

Per tutto il resto dell’anno ce la caviamo con semplici e biascicate formule di congedo quali “Arrivederci” e “Grazie” o, nel migliore dei casi, con un “Buona giornata” o “Buona serata”, sempre però distratti al punto di lanciare il saluto nell’aria mentre si è già passati ad altre occupazioni, con lo sguardo diretto verso il prodotto appena acquistato dentro la bustina, verso la mano piena di monete per controllare se il resto sia giusto, verso altri libri da comprare eventualmente la prossima volta o verso la strada per controllare che i vigili non stiano già scrivendo inaspettati auguri sul cruscotto della propria macchina in doppia fila.

Nel periodo natalizio, però, il cliente diventa piacevolmente più familiare e sembra quasi voglia chiederti se a Natale andrai a pranzo dai tuoi o dai tuoi suoceri, quale sarà il menù o cosa vorresti ricevere per regalo. Sarà lo sfondo musicale natalizio che ammorbidisce i cuori o che fuori fa freddino e qualche istante in più dentro il negozio fa piacere… Il congedo del cliente, a Natale, dura quindi qualche frazione di secondo in più: il sorriso è un pò più accentuato, lo sguardo rientra nel raggio di un metro dal volto del destinatario del saluto (sì, c’è un destinatario e si evita di lanciare un saluto generico a tutto il locale come al solito, ma ad una persona specifica) e spesso (offerta speciale, solo per il periodo natalizio!) scappa anche una stretta di mano.

velazquez-adoracion-de-los-magosCiò che non va, forse, è nella formula del saluto. Se ci si fa caso ci si renderà conto che molti sono gli “Auguri” e i “Buone feste” generici e privi di riferimenti precisi alla festività. Gli auguri secchi vanno sempre bene: per il compleanno, per la nascita di un figlio, per una laurea, per una promozione, per un esame superato (non da superare perché è di mal-augurio!), per una pronta guarigione. Dipende dal contesto, va bene, d’altronde l’originario senso dell'”augurio” come volere divino favorevole o sfavorevole lo abbiamo dimenticato e non rientra più nel nostro lessico. Anche “Buone feste” è abbastanza generico benché usato spessissimo sotto Natale per l’accavallarsi delle festività e delle ferie… Ma come saluto resta generico e piatto, sa di vago e anonimo. Quali feste? Tutte fino all’epifania? Anche Santo Stefano? Anche per il 25? Perchè, il 25 è più festa delle altre feste oppure è comunque una festa e dunque lo inglobiamo nello stesso pacchetto siamo-in-vacanza-fino-alla-Befana? (Befana?!).

Forse il Natale vale più di qualsiasi altra festa per salutarci con un saluto-jolly! E’ per questo che nel periodo di Pasqua, per cinquanta giorni, i cristiani si salutano con lo specialissimo, particolarissimo e inconfondibile “Cristo è Risorto” che riassume in tre parole il mistero di tutto il cristianesimo senza lasciare nulla di non detto. A Natale non è tradizione dire “Cristo è nato” per salutarci tra cristiani, ma resta il fatto irrefutabile che se esiste il Natale è perché qualcuno è Nato il 25 dicembre ed è un qualcuno così importante che il suo dies natalis è festa per tutti gli uomini del mondo. Allora perché non ricordarlo anche nel saluto? Buon Natale riassume bene il senso degli auguri ma liturgicamente parlando dovremmo dire Buon Natale del Signore. Ma per non dare nulla di scontato e chiarire subito che non parliamo di un qualsiasi Signore, potremmo specificare di che Signore si tratti e dire: “Buon Natale del Signore Gesù”.

Ma questo in libreria è fin troppo lungo. Va bene che siamo tutti più buoni… ma passare da un augurio di cinque sillabe a uno di cinque parole forse è un po’ troppo. Andiamoci piano, un passo alla volta: Buon Natale!

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I dubbi di Obama e la risposta di Gesù. Variazioni sulla guerra.

Obama Nobel Prize

Obama, premio Nobel per la Pace 2009

Chissà come starà passando queste ore Barack Obama, come sta ragionando e quali criteri stà mettendo in gioco per valutare al meglio la questione della sua ardua scelta tra la guerra e la pace, tra intervenire militarmente in Siria contro il regime di  Bashar el-Assad oppure no. La decisione dell’ingresso USA in guerra spetta proprio al presidente degli Stati Uniti d’America Obama che, nel  2009 a Oslo, ricevette gli onori dell’Europa e del mondo intero ritirando il Premio Nobel per la Pace, un’onorificenza che in queste ore pesa come un macigno sulla coscienza di Mister President.

Se pesa come un macigno (ottimistica ipotesi) o se Obama non lo consideri una contraddittoria e grottesca impasse, morale oltre che politica, non lo sappiamo con certezza. Ci possiamo augurare che perlomeno, quel Nobel gli provochi una leggera ma fastidiosa fitta nella coscienza in modo che ne tenga conto e, forse per amor proprio (la grande forza più trainante del mondo checché ne dica la sapienza popolare!) risparmi altre vite innocenti (e meno innocenti, ma pur sempre vite).   Non vogliamo che il titolo di “Uomo della Pace” lo ossessioni, lo assilli, non lo lasci dormire la notte, lo trascini in una crisi di identità esistenziale fino a stressarlo, no! Ci basterebbe un piccolo fastidio nella coscienza come un sassolino nella scarpa, come un pisello sotto il materasso (in fondo di principi e principesse si tratta!), una voce che strilla piano piano che qualcosa – se decide di attaccare Assad – non starebbe andando nel verso giusto. Dal canto suo, anche l’Europa (Francia, Inghilterra) sta valutando il suo intervento nella guerra civile siriana in forza del suo Premio Nobel per la Pace ottenuto nel 2012!

ponzio pilato

Gesù e Pilato

Chissà se la moglie di Obama si senta chiamata in causa un pochino come co-responsabile della decisione del marito. In fondo dietro ogni grande uomo si nasconde una grande donna (almeno fin’ora è stato così, non vorrei offendere nessuno né passare l’inverno in carcere con l’accusa di omofobia!). Michelle Obama, anche lei dotata di una coscienza potenzialmente utile, potrebbe far la parte della meno nota moglie di Pilato che – “turbata” durante il sonno – cercò inutilmente di dissuadere il potente marito a consegnare Gesù alla furia della folle folla. Tutto inutile. Forse la moglie di Ponzio Pilato avrebbe potuto insistere ancora un poco: le donne, si sa, quando lo vogliono insistono fino alla sazietà e riescono ad essere abbastanza convincenti; ma forse in alcuni casi preferiscono riservare quella potente arma della persuasione per fini più importanti che non salvare un innocente (come nel caso di Gesù) o salvarne migliaia (come nel caso di Obama e la questione Siriana).

Mister Obama potrà sempre appellarsi all’idea di una “guerra giusta” di una crociata contro i cattivi che abusano armi chimiche contro civili innocenti e questo potrebbe in qualche modo risolvere quel dilemma morale dove la parola “guerra” cozza brutalmente con la parola “pace” e non possono attribuirsi allo stesso tempo alla stessa persona (a meno che per salvare il principio di cam41799_nato_bombsnon contraddizione non affermiamo che Obama era un uomo di pace nel 2009 e oggi nel 2013 è un uomo di guerra, chiudiamo il discorso e stiamo più tranquilli). Ma è inutile nascondersi dietro l’idea di una guerra da film dove le bombe dei buoni non fanno male (semmai sono “le bombe delle sei” a non far male, come canta Venditti!): purtroppo o per fortuna questo non è un film e se il presidente deciderà di intervenire in Siria, i suoi missili faranno male, molto male, provocando ferite, gravissime emorragie, lesioni irreparabili, dolori atroci, grande sete insaziabile e poi, infine, la morte.

Tutto questo tenendo conto che l’intervento degli Stati Uniti d’America in Siria potrebbe avere conseguenze devastanti nel Medio Oriente; oltre ad aggiungere arsenale bellico e ad alimentare le azioni di guerra nel territorio siriano, provocherebbe reazioni che al momento non potremmo che ipotizzare, reazioni che metterebbero a rischio i paesi vicini, Palestina, Israele e la stessa Europa (come ha provocatoriamente avvisato Assad).

Guerra o pace? Qualcosa mi ricorda un tragico momento della storia in cui Gesù di Nazaret venne assalito da uomini armati guidati dal traditore Giuda. Quando il Maestro fu raggiunto sul Monte degli Ulivi dove era solito recarsi coi suoi discepoli più intimi ci fu grande tensione tra i presenti. I discepoli di Gesù avevano passato la notte sul monte mentre Gesù pregava, erano armati (avevano capito che le cose si mettevano male) ma per il sonno non erano riusciti a vegliare e si erano addormentati. All’arrivo della truppa d’assalto di Giuda si svegliarono di soprassalto e, mano destra sull’impugnatura della spada, domandarono a Gesù (apprezzabile la cortesia): “Signore dobbiamo colpire con la spada?”. Uno dei discepoli non resiste e, senza aspettare risposta (sarà un grido di guerra?) sguaina la spada e taglia l’orecchio a un avversario. Ecco, però, la risposta del Maestro: “Lasciate (stare). Basta!”.

Diciamo anche che Gesù guarì l’orecchio del malcapitato. Diciamo pure che Gesù in un’altra occasione disse di non essere venuto per seminare la pace, ma la spada (Mt 10,34), e qui le cose si complicano. Forse è per questo che Gesù non ha mai avuto l’onore di ricevere il premio Nobel per la Pace. Forse è per questo che non lo ha vinto neanche Giovanni Paolo II dopo 27 anni di pontificato e di sforzi e SYRIA-CONFLICT-CLASHES-HOMSproclami in favore della pace nel mondo! Forse. Fatto sta che spesso si creano degli strani equivoci per cui pace e guerra (uomini di pace e uomini di guerra) diventano termini ambigui, come se il corvo e la colomba di Noé si scambiassero i ruoli. Allo stesso tempo buoni e cattivi, vincitori e vinti, si distanziano – nella lettura della storia – sempre di più anche se in verità, in guerra, sono tutti un pò cattivi.

Diciamo anche che la terribile Seconda Guerra Mondiale finì con gli alleati che bombardano con armi chimiche due città del Giappone: Hiroshima e Nagasaki. Sì, proprio gli alleati, i buoni, insomma quelli che alla fine di ogni film sulla guerra arrivano a liberare tutti offrendo caramelle e sigarette! Sì, proprio loro, che ci fanno finalmente respirare e tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni film soddisfacendo il nostro sentimento di giustizia che già (dopo due ore di pellicola) si inizia a trasformare in rabbia repressa! Quelli che liberano il figliolo di Benigni e che gli portano “un carroarmato vero!”, quelli che fanno uscire Il Pianista dal suo nascondiglio. Proprio loro, con un clik, uccisero circa 200mila civili giapponesi con una sola bomba, atomica, chimica. Così l’Enola Gay (bombardiere che volò su Hiroshima) pose fine ai giochi. I buoni vinsero i cattivi persero. Come a dire “la guerra è finita ANDATE IN PACE”. – “BASTA!”

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