Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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“Felice di essere una star?” Quelle strane domande dei giornalisti (tra le nuvole) a Francesco

papa aereo afpNon è bene generalizzare, ma le interviste aeree al Santo Padre indicano quanto alcuni giornalisti vaticanisti siano invasi da quella “mondanità spirituale” più volte denunciata dal pontefice. Il Papa risponde a ruota libera alla raffica di domande dei giornalisti che lo accompagnano nei suoi voli, domande dirette, a volte scomode (“Fidel si è pentito?”) , spesso imbarazzanti (“Sei un papa comunista?”), ma il più delle volte inutili o fuori contesto come ad esempio è successo nell’ultima conferenza stampa durante il volo di ritorno da Philadelphia (QUI il testo completo della conferenza stampa).

A dire il vero, queste domande sono una ottima occasione per approfondire alcune tematiche di interesse generale che possano riguardare il papa e la Chiesa, un’occasione per “far parlare” il papa di alcuni argomenti ritenuti importanti, delicati o su cui è necessaria qualche spiegazione o approfondimento.

Ma le domande di alcuni giornalisti affondano nel ridicolo per la loro inutilità e stupidità. Domande che lascierebbero a bocca aperta chiunque abbia un poco di “sale in zucca” ma che non scompongono il Pontefice che – umilmente – risponde a tutto, ma proprio a tutto, con serenità e pacatezza.

Così il premio simpatia va alla corrispondente francese di Radio France che chiede se “E’ bene per la Chiesa che il Papa sia una star”.  (Complimenti, una questione di fondamentale importanza e, a dir poco, spinosa).

A parimerito, il primo premio per la domanda più strana va anche a due giornalisti che sembrano essere usciti da un buco nero, venuti all’esistenza solo per chiedere cose che, nel loro mondo oscuro, nessuno conosce.

Così la giornalista spagnola Sagrario Ruiz de Apodaca (a quanto pare una nobildonna del giornalismo con arie da “decana”) chiede “se vedremo mai donne sacerdote nella Chiesa cattolica“: una domanda vecchia e logora che 50 anni fa, durante il caos mediatico attorno al Concilio Vaticano II, poteva avere un senso, ma che oggi è una questione che all’interno della Chiesa non impensierisce se non le menti protestanti di qualche esponente di ecoteosofia liberazionista come Leonardo Boff e compagnia verdeggiante e femministizzante e qualche vescovo di frontiera (non geografica ma teologica). Ancora complimenti per il coraggio all’intrepida periodista!

Infine (ecco il secondo fuoriuscito dal nulla della storia) non può mancare la domanda con risposta inclusa nella domanda (cioè ovvia); in questa impresa si cimenta il giornalista tedesco Thomas Jansen del Cic (un’agenzia cattolica tedesca) che domanda al papa cosa pensi dei fili spinati e dei muri per contenere gli immigrati… Forse immaginava che l’esperienza americana avesse fatto passare la voglia di accoglienza evangelica al Papa argentino? Chissà cosa avrà pensato quando il Papa ha risposto – contro ogni previsione – che “i muri non sono una soluzione”. Un vero e proprio scoop per l’agenzia tedesca! Congratulations!

Si capisce che queste son questioni utili a fare audience, a fare lo scoop, ad alimentare qualche chiacchera o utili per aver qualcosa da scrivere nelle prime pagine dei giornali.

La maggior parte delle domande rivolte a papa Francesco di ritorno dal suo viaggio in Stati Uniti esulano dagli argomenti più spirituali e teologici del Viaggio Apostolico per soffermarsi su temi politici e sociali. Domande di diplomazia internazionale, politiche sociali e militari, che costringono il papa a rispondere con un sincero: “la situazione politica non la giudico perché non la conosco. Grazie”.

Non sarebbe forse sarebbe il caso di tornare al vecchio modo di gestire le interviste al papa censurando, non già le domande scomode, ma quelle inutili e imbarazzanti prima che arrivino in mondovisione?

Andrea Tornielli su La Stampa, racconta:

Benedetto XVI faceva subito dopo il decollo una piccola conferenza stampa, negli ultimi anni con domande inviate in precedenza e selezionate da Lombardi.

Francesco preferisce farla sul volo di ritorno, per evitare che una risposta male interpretata rischi di sviare l’attenzione dai contenuti del viaggio. Non vuole conoscere prima le domande e dialoga senza rete in italiano con i cronisti per oltre un’ora: di solito per interromperlo viene usata la scusa della cena da servire. I giornalisti si dividono per gruppi linguistici, all’interno dei quali scelgono tra di loro, a rotazione, chi farà le domande, cercando di evitare inutili doppioni. Con i Papi Wojtyla e Ratzinger, il volo di ritorno per i giornalisti al seguito significava finalmente relax.

Non bisogna però generalizzare e dobbiamo riconoscere che alcune domande hanno colpito nel segno, hanno cioè affrontato temi che sono interessanti per tutti e non dettate da un intimo prurito giornalistico del giornalista di turno. La domanda del giornalista Jean-Marie Guénois de Le Figaro sulla riforma dei processi matrimoniali canonici ha affrontato il delicatissimo tema dell'”annullamento breve” voluto personalmente dal papa, un argomento scottante e urgente soprattutto in vista dell’imminente Sinodo dei Vescovi.

Altra domanda importante è stata rivolta a Francesco da Terry Moran, di Abc News, una delle grandi reti americane. Si è parlato della libertà di coscienza e dell’obbiezione di coscienza con un particolare (e intelligente) riferimento ai “funzionari governativi che – in coscienza – rifiutano di rilasciare licenze matrimoniali a coppie stesso sesso”. Il giornalista nordamericano ha ricevuto una risposta su cui – a mio avviso – sarebbe bene riflettere. Ma lo faremo in un altro momento.

La revolución de la evangelización y la familia como modelo: Francisco en Ecuador

Juan Francisco Fruci (Quito, Ecuador)

francisco en quito“Buenos días hermanos y hermanas. En estos dos días, 48 horas que tuve contacto con ustedes, noté que había algo raro en el pueblo ecuatoriano. Todos los lugares donde voy siempre el recibimiento es alegre, contento, cordial, religioso y piadoso, en todo lado. (…) Había algo distinto. (…)”

Comenzó con estas palabras el que fuera el último discurso del Papa en tierras ecuatorianas, ante un público muy especial: sacerdotes, religiosos, religiosas y seminaristas en el Santuario de El Quinche (cerca de Quito, la capital). Francisco culminaba así su visita al país después de tres días intensos, emocionantes, inolvidables. ¿En verdad el pueblo ecuatoriano tiene algo diferente como percibió el papa? Lo cierto es que el Señor mismo le iluminó y le dió una posible respuesta. Prosiguió Francisco en ese mismo discurso:

Me daba vueltas en la cabeza y rezaba y le pregunté a Jesús en la oración, ¿qué tiene este pueblo de distinto?. Esta mañana orando se me impuso aquella consagración al Sagrado Corazón de Jesús. Pienso que debo decir como mensaje de Jesús, todo lo que tienen de riqueza espiritual, de profundidad, viene de haber tenido la valentía, porque fueron momentos muy difíciles, de consagrar la Nación al Corazón de Cristo, ese corazón divino y humano que nos quiere tanto. (…)  No olviden, que esa consagración es un hito en la historia del Ecuador. Y de esa consagración siento como que le viene la gracia que tienen ustedes, esa piedad, esa cosa que los hace distintos”.

Una visita pastoral que quisieron convertir en visita política

¿Por qué el Ecuador está consagrado al Corazón de Jesús? Históricamente, el país ha vivido fuertes tensiones entre liberales y conservadores. Han gobernado clericales y anticlericales. Por ejemplo, los jesuitas fueron expulsados en dos ocasiones por políticos enemigos, y en cambio en otras épocas “conservadoras”, blasfemos y borrachos podían ser multados y encarcelados por las leyes civiles. Innumerables gobiernos no terminaron nunca su mandato siendo derrocados por tumultos y levantamientos populares.

Por estas luchas y persecuciones y una creciente presencia de políticos e intelectuales de influencia masónica que buscaban descristianizar al Ecuador con fines claramente políticos, en 1874, el presidente Gabriel García Moreno[1] – un ferviente católico, férreo conservador y a la vez modernizador del país – consagró la nación. El documento decía : “La República del Ecuador está consagrada al Sagrado Corazón de Jesús, su patrono y protector”. Fue el primer país en consagrarse.

A este país vino el Papa, un país con una historia difícil y una realidad social siempre manipulada por los políticos a su conveniencia, a costa del pueblo obviamente. Es también fruto de esta historia que hoy en día tanto gobierno como opositores hayan querido politizar la visita del Santo Padre. Y es que Ecuador está viviendo actualmente una crisis política parecida muy seria, con mucha resistencia y descontento popular ante un gobierno que maneja un doble discurso y ha incrementado exageradamente los impuestos, despilfarrando el dinero público en propaganda y en ataques a sus rivales políticos. Y el gobierno quería recuperarse de sus últimos golpes utilizando a Francisco a su favor.

Antonio Spadaro dijo en una reciente entrevista que Papa Francisco vino a abrazar la humanidad de América Latina. Yo agregaría que también vino a darnos una palabra que nos llame a conversión. Y a pesar del ambiente que vivíamos, percibió en los ecuatorianos algo que muchos de los que participamos en los encuentros por él presididos, no percibimos. Es que estábamos distraídos.

ecuador1Lo que Francisco nos dijo.

Francisco a su llegada soportó el interminable discurso de bienvenida del presidente Correa (que duró el doble del suyo). Fue cordial y afable, como siempre. No tuvo pretensiones aunque lo encerraron en inútiles protocolos. Ya a su entrada a la ciudad, lo esperaban miles de quiteños con la alegría de poder ver de cerca a ese “famoso” papa argentino del que todos hablan. A pesar de que el chofer del papamóvil era una especie de Schumacher (manejaba muy rápido!) Francisco quiso saludar a todos. Ese mismo día soportó también a los jóvenes que lo recibieron cantando y bailando hasta altas horas de la noche afuera de la nunciatura apostólica, donde él se hospedó tres noches en Quito[2].

En Guayaquil, ante cientos de miles de personas, comenzó su predicación con su carisma y estilo casi didáctico para que las homilías se queden grabadas en la gente. Dijo que “La familia es el hospital más cercano, (…) la primera escuela de los niños, (…) el mejor asilo para los ancianos”. El evangelio escogido era el de las Bodas de Canaán y no perdió el tiempo para llamar a la esperanza y a tomar el riesgo de amar. “El mejor de los vinos está en la esperanza, está por venir para cada persona que se arriesga al amor. Y en la familia hay que arriesgarse al amor, hay que arriesgarse a amar”[3].

En la Misa en la capital, su discurso fue un poco más social. Tomó como referencia el nombre del lugar donde se celebraba la misa, el parque “Bicentenario” (cuyo nombre se refiere a los doscientos años de independencia celebrados en el 2009), para aludir a los gritos de independencia, fruto de los anhelos de libertad y justicia que son intrínsecos del corazón humano. Ante un millón de personas invitó a pensar la frase “La palabra de Dios nos invita a vivir la unidad para que el mundo crea” como un grito, parecido al grito de la independencia. Y agregó “quisiera que hoy los dos gritos concorden bajo el hermoso desafío de la evangelización. No desde palabras altisonantes, ni con términos complicados, sino que nazca de «la alegría del Evangelio (…) Y la evangelización puede ser vehículo de unidad de aspiraciones, sensibilidades, ilusiones y hasta de ciertas utopías. Claro que sí; eso creemos y gritamos”.

El Papa nos invitó a los presentes a la unidad. Todos buscaron leerlo solo con los lentes de la política, donde cada bando se da la razón e interpreta el mensaje a su conveniencia. Un amigo en redes sociales escribía horas más tarde: “Después de la Homilía del Papa el mensaje queda claro: Cada quien escucha lo que quiere escuchar, y todos piensan que el mensaje es para otro y no para uno mismo…”

La llamada a la evangelización, inclusive como acción revolucionaria – pues “nuestra fe es siempre revolucionaria” – , fue la parte final de su homilía. Atraer al lejano con el testimonio, esa es la revolución de la evangelización.

En sucesivos encuentros con los educadores y la sociedad civil, el Papa Francisco llamó a la reflexión sobre temas como la educación como privilegio, como mayor status o prestigio social, y la responsabilidad de los educadores no sólo en “cultivar” sino también en “cuidar”. Preguntó: “¿Velan por sus alumnos, ayudándolos a desarrollar un espíritu crítico, un espíritu libre, capaz de cuidar el mundo de hoy? ¿Cómo ayudamos a identificar esta preparación como signo de mayor responsabilidad frente a los problemas de hoy en día, frente al cuidado del más pobre, frente al cuidado del  ambiente?” La encíclica Laudato Si se hizo sentir.

Mientras tanto la política se entrometía, inclusive con carteles en los cuales “citaba” a Francisco a favor de sus proyectos de ley. Un descaro. Por otro lado muchos medios de comunicación no daban respiro, transmitieron ininterrumpidamente cada mínimo movimiento del Papa, buscando aquella frase, aquel gesto, que pueda hacer noticia, tratando al Papa como una superestrella, un ídolo contemporáneo. Si abrazó a un niño, si se hizo otro selfie, si se salió del protocolo. Pocos comentaristas y pocos medios trataron de focalizarse en la función pastoral de esta visita.

Afortunadamente los mensajes de Francisco si calaban entre mucha gente. En  el discurso a la sociedad civil, como metáfora, Francisco llamó a las empresas, a las asociaciones, a las comunidades, a la misma sociedad, a tener a la familia como modelo. “En las familias, todos contribuyen al proyecto común, todos trabajan por el bien común, pero sin anular al individuo; al contrario, lo sostienen, lo promueven, se pelean, pero hay algo que no se muere, ese lazo familiar.(…) Y entonces, partiendo de este ser de casa, mirando a la familia, pensemos en la sociedad, a través de estos valores sociales que mamamos en casa, en la familia, la gratuidad, la solidaridad y la subsidiariedad”.

ecuador4Con estos encuentros ya casi estaba terminada su etapa en tierras ecuatorianas. Y sin embargo, la gente seguía “distraída”. Y es que había mucho por lo cual distraerse. Un ejemplo? La visita papal tuvo dos logos, uno oficial de la conferencia episcopal (a la izquierda) y otro, creado por el gobierno de Rafael Correa (a la derecha)[4]. Era necesario esto?

En el último discurso, con el que comenzamos este artículo, Francisco destacó la figura de María. Dos momentos, dos frases de María: Hágase en mí y Hagan lo que Él les diga. Y es que María, no protagonizó nada. El autor de todo fue siempre Dios. El papa finalmente llamó nuevamente a todos a tener conciencia de la gratuidad, “(…) todo viene de Dios, todo es gratis. Esa gratuidad, somos objeto de gratuidad de Dios. No caigan en el Alzheimer espiritual, no pierdan la memoria, sobre todo, la memoria de donde me sacaron”. Éste fue un discurso precioso, también porque fue improvisado y relajado.

Esto es lo que personalmente más me ha tocado. Todo es Gracia, como decía también San Agustín. En la historia de cada persona está la autoría creativa de Dios, que gratuitamente nos ama y nos transforma, si le dejamos protagonizar nuestra vida, como María. Y como tantas veces Dios nos ha sacado de la muerte del pecado, talvez también ha intercedido para que nuestra nación no caiga tan profundamente. En cierto modo, eso nos ha dicho el Papa refiriéndose a la consagración de la nación al Sagrado Corazón de Jesús.

Esta nación caótica visitó Francisco, es impresionante que haya podido reconocer su alma más interna, la fe del sencillo. La fe de la gente tuvo que sobrevivir a la verborrea de los medios de comunicación, las manipulaciones de la política y la apatía de algunos. Inclusive a las inclemencias del clima (no había llovido en semanas y llovió en la vigilia de la misa papal empapando a todos los jóvenes que fueron a acampar). Francisco pudo ver algo límpido y bueno, un sentimiento, una actitud que ha sobrevivido a siglos de luchas y rencores: la religiosidad de la gente. Religiosidad que no es garantía de que allí pueda germinar la fe adulta y madura, necesaria para enfrentar los acontecimientos del nuevo milenio. Pero es un terreno que puede ser trabajado, un contenedor que puede ser llenado por una fe auténtica.

Talvez Francisco no nos vió “raros” o “especiales”. Nos vió necesitados. Sedientos. Que esta alegría que nos ha dejado no sea novelería o idolatría del ser humano Jorge Mario Bergoglio. Que todos los ecuatorianos nos sintamos sedientos de Dios, necesitados de su misericordia. Y con alegría y piedad, podamos atesorar estas palabras del Papa. Ahora las protestas siguen, pero su tono parece ligeramente cambiado. Que su llamado a la unidad se haga carne primero en el corazón de cada uno, en las familias, en las comunidades y parroquias. Sólo así será posible la unidad también a nivel social.

 

 

NOTAS

[1] Gabriel García Moreno es un personaje importantísimo en la historia del Ecuador, sin embargo sus detractores siempre lo han considerado un autoritario, un tirano. Sin duda polémico, el presidente Moreno se enfrentó abiertamente y sin temor a sus enemigos. Murió asesinado frente al palacio de gobierno después de haber asistido a su misa diaria.

[2] Link twitter https://twitter.com/mromerorivera/status/617877793939017728

[3] Sobre esta invitación de Francisco, invito a leer una reflexión de una valiente mujer, esposa y madre, que participó en los encuentros. https://hadayarbol.wordpress.com/2015/07/09/senor-que-vienes-a-decirme/

[4] http://www.lahora.com.ec/index.php/noticias/show/1101824180/-1/Pol%C3%A9mica_por_uso_de_imagen_del_Papa_en_logo_oficial.html#.VaP8Tfl_Oko

Cuando Benedicto XVI condenó la falacia de la “filosofía de género”

Benedetto XVI bambiniEstos días se está hablando mucho de las teorias de género y del intento del estado de introducir estos temas en los programas de instrucción pública.

El papa Francisco ha hablado a menudo de este tema condenando la ideologia de géndero como un “error de la mente umana”, una “colonización ideologia” (…) “que crea tanta confusión”. (palabras pronunciadas en marzo del 2015 en su visita a Napoli y Pompeia).

En el mes de junio, dirigiendose a la Conferencia Episcopal de Puerto Rico, el Pontífice afirmó que “la complementariedad del hombre y la mujer (…) está siendo cuestionada por la llamada ideología de género, en nombre de una sociedad más libre y más justa”.

En la audiencia general del 15 de abril, hablando de la diferencia sexual entre hombre y mujer, el papa Francisco se preguntaba “si la así llamada teoría del gender no sea también expresión de una frustración y de una resignación, orientada a cancelar la diferencia sexual porque ya no sabe confrontarse con la misma”.

Se trata solo de algunos ejemplos de las muchas declaraciones del papa Francisco sobre el tema de las teorías de género y de la “colonización ideologica” a la cual algunos quieren someter nuestros hijos en las escuelas públicas desde muy temprana edad.

Desde diciembre del 2014, en sus habituales audiencias del miercoles, Francisco ha dedicado varias catequesis a la familia, así como es presentada y vivida en la tradición de la Iglesia y de la sociedad Occidental: una unión entre el hombre y la mujer vivida en el amor y en el don de sí mismo; una unión indisoluble, fiel y fecunda – abierta a la vida – capaz de acoger, curar y educar a los hijos que Dios quiera darles.

Estas catequesis sobre la familia se colocan en la linea temporal que une dos asambleas sinodales, ambas dedicadas a la familia: el Sínodo Extraordinario ya concluido (5-19 de octubre 2014) y el Sínodo General Ordinario que tendrá lugar del 4 al 19 de octubre de este año sobre el tema “Jesucristo revela el misterio y la vocación de la familia”.

A pesar que en los ultimos meses, de modo particular durante las reuniones del Sínodo, haya filtrado el miedo de un cambio en la doctrina de la Iglesia sobre la familia, se ha calculado que, desde la clausura del Sínodo Extraordinario hasta mediados de mayo, el Santo Padre ha efectuado más de 40 intervecciónes sobre el tema de la familia, todas en linea con la doctrina y la praxis tradicional en materia familiar; lo que a menudo causa problemas son las noticias difundidas por los medios de comunicación y por la prensa internacional, siempre dispuestos a difundir noticias de posibles y supuestos cambios en la praxis o en la doctrina de la Iglesia, más que ha transmitir el contenido esencial de los mensajes papales.

Sin embargo Francisco no es el primer pontífice que ha publicamente condenado las teorias de género. Es cierto que Juan Pablo II dedicò buena parte de su magisterio a la moral sexual y familiar (la así conocida como “Teología del cuerpo”) hasta merecer el título de “papa de la familia”, péro el primer Papa que habló sobre el “gender” fué Benedicto XVI.

Era el 21 de diciembre del 2012 quando el Santo Padre Benedicto XVI, dirigiendose a la Curia Romana con motivo de las felicitaciones de navidad, condenò firmamente la teoria del género. En el discurso el papa quiso hablar de algunos acontecimientos destacados de su ministerio acaecidos durante el año que estaba terminando. Entre estos acontecimientos recordó su visita pastoral a la archidiócesis de Milan y su participación a la “Fiesta de la familia” (VII Encuentro Mundial de las Familias), en el mes de junio.

Hablando de la familia, de la crisis que la amenaza y de los desafíos que debe enfrentar, el Papa Benedicto citò el Gran Rabino de Francia, Gilles Bernheim y su libro “Matrimonio homosexual, homoparentalidad y la adopción”.

El texto del Rabino Bernheim ha sido definido por Benedicto un “tratado cuidadosamente documentado y profundamente conmovedor” que muestra el atentado que sufre hoy en día la familia. El papa Benedicto hablò de la “nueva filosofía de la sexualidad” que amenaza, no solo la familia, sino el mismo fundamento de “lo que significa ser hombres”.

Como es habitual, Benedicto XVI logra ofrecer en pocas lineas, el significado más profundo del problema, sin que el contenido se sacrifique en favor de la síntesis. En pocas palabras el actual Papa Emerito ha sintetizado el sentido de esta particular “filosofia de la sexualidad” definiendola, sin medios términos, profundamente errónea, falaz.

La falacia profunda de esta teoría y de la revolución antropológica que subyace en ella es evidente. El hombre niega tener una naturaleza preconstituida por su corporeidad, que caracteriza al ser humano. Niega la propia naturaleza y decide que ésta no se le ha dado como hecho preestablecido, sino que es él mismo quien se la debe crear. Según el relato bíblico de la creación, el haber sido creada por Dios como varón y mujer pertenece a la esencia de la criatura humana. Esta dualidad es esencial para el ser humano, tal como Dios la ha dado. Precisamente esta dualidad como dato originario es lo que se impugna. Ya no es válido lo que leemos en el relato de la creación: «Hombre y mujer los creó» (Gn 1,27).

Vale la pena sin embargo, en estos tiempos, entretenerse y leer con atención el texto completo para apreciar toda la anchura del problema y la profundidad de la argumentación magistralmente sintetizada por el pontífice alemán:

La gran alegría con la que se han reunido en Milán familias de todo el mundo ha puesto de manifiesto que, a pesar de las impresiones contrarias, la familia es fuerte y viva también hoy. Sin embargo, es innegable la crisis que la amenaza en sus fundamentos, especialmente en el mundo occidental. Me ha llamado la atención que en el Sínodo se haya subrayado repetidamente la importancia de la familia para la transmisión de la fe como lugar auténtico en el que se transmiten las formas fundamentales del ser persona humana. Se aprenden viviéndolas y también sufriéndolas juntos. Así se ha hecho patente que en el tema de la familia no se trata únicamente de una determinada forma social, sino de la cuestión del hombre mismo; de la cuestión sobre qué es el hombre y sobre lo que es preciso hacer para ser hombres del modo justo. Los desafíos en este contexto son complejos. Tenemos en primer lugar la cuestión sobre la capacidad del hombre de comprometerse, o bien de su carencia de compromisos. ¿Puede el hombre comprometerse para toda la vida? ¿Corresponde esto a su naturaleza? ¿Acaso no contrasta con su libertad y las dimensiones de su autorrealización? El hombre, ¿llega a ser sí mismo permaneciendo autónomo y entrando en contacto con el otro solamente a través de relaciones que puede interrumpir en cualquier momento? Un vínculo para toda la vida ¿está en conflicto con la libertad? El compromiso, ¿merece también que se sufra por él? El rechazo de la vinculación humana, que se difunde cada vez más a causa de una errónea comprensión de la libertad y la autorrealización, y también por eludir el soportar pacientemente el sufrimiento, significa que el hombre permanece encerrado en sí mismo y, en última instancia, conserva el propio «yo» para sí mismo, no lo supera verdaderamente. Pero el hombre sólo logra ser él mismo en la entrega de sí mismo, y sólo abriéndose al otro, a los otros, a los hijos, a la familia; sólo dejándose plasmar en el sufrimiento, descubre la amplitud de ser persona humana. Con el rechazo de estos lazos desaparecen también las figuras fundamentales de la existencia humana: el padre, la madre, el hijo; decaen dimensiones esenciales de la experiencia de ser persona humana.

El gran rabino de Francia, Gilles Bernheim, en un tratado cuidadosamente documentado y profundamente conmovedor, ha mostrado que el atentado, al que hoy estamos expuestos, a la auténtica forma de la familia, compuesta por padre, madre e hijo, tiene una dimensión aún más profunda. Si hasta ahora habíamos visto como causa de la crisis de la familia un malentendido de la esencia de la libertad humana, ahora se ve claro que aquí está en juego la visión del ser mismo, de lo que significa realmente ser hombres. Cita una afirmación que se ha hecho famosa de Simone de Beauvoir: «Mujer no se nace, se hace» (“On ne naît pas femme, on le devient”). En estas palabras se expresa la base de lo que hoy se presenta bajo el lema «gender» como una nueva filosofía de la sexualidad. Según esta filosofía, el sexo ya no es un dato originario de la naturaleza, que el hombre debe aceptar y llenar personalmente de sentido, sino un papel social del que se decide autónomamente, mientras que hasta ahora era la sociedad la que decidía. La falacia profunda de esta teoría y de la revolución antropológica que subyace en ella es evidente. El hombre niega tener una naturaleza preconstituida por su corporeidad, que caracteriza al ser humano. Niega la propia naturaleza y decide que ésta no se le ha dado como hecho preestablecido, sino que es él mismo quien se la debe crear. Según el relato bíblico de la creación, el haber sido creada por Dios como varón y mujer pertenece a la esencia de la criatura humana. Esta dualidad es esencial para el ser humano, tal como Dios la ha dado. Precisamente esta dualidad como dato originario es lo que se impugna. Ya no es válido lo que leemos en el relato de la creación: «Hombre y mujer los creó» (Gn 1,27). No, lo que vale ahora es que no ha sido Él quien los creó varón o mujer, sino que hasta ahora ha sido la sociedad la que lo ha determinado, y ahora somos nosotros mismos quienes hemos de decidir sobre esto. Hombre y mujer como realidad de la creación, como naturaleza de la persona humana, ya no existen. El hombre niega su propia naturaleza. Ahora él es sólo espíritu y voluntad. La manipulación de la naturaleza, que hoy deploramos por lo que se refiere al medio ambiente, se convierte aquí en la opción de fondo del hombre respecto a sí mismo. En la actualidad, existe sólo el hombre en abstracto, que después elije para sí mismo, autónomamente, una u otra cosa como naturaleza suya. Se niega a hombres y mujeres su exigencia creacional de ser formas de la persona humana que se integran mutuamente. Ahora bien, si no existe la dualidad de hombre y mujer como dato de la creación, entonces tampoco existe la familia como realidad preestablecida por la creación. Pero, en este caso, también la prole ha perdido el puesto que hasta ahora le correspondía y la particular dignidad que le es propia. Bernheim muestra cómo ésta, de sujeto jurídico de por sí, se convierte ahora necesariamente en objeto, al cual se tiene derecho y que, como objeto de un derecho, se puede adquirir. Allí donde la libertad de hacer se convierte en libertad de hacerse por uno mismo, se llega necesariamente a negar al Creador mismo y, con ello, también el hombre como criatura de Dios, como imagen de Dios, queda finalmente degradado en la esencia de su ser. En la lucha por la familia está en juego el hombre mismo. Y se hace evidente que, cuando se niega a Dios, se disuelve también la dignidad del hombre. Quien defiende a Dios, defiende al hombre”.

Miguel Cuartero Samperi

Articulo original en Aleteia: “Teoría de género: ¿Qué opinan los papas Francisco y Benedicto XVI?”

Family Day a Roma il 20 giugno 2015

famiglia naturaleL’iniziativa parte “dal basso”, dalle famiglie che chiedono di essere ascoltate da un governo che lavora contro.

Torna il Family Day a Roma! L’appuntamento è per sabato 20 giugno in piazza San Giovanni (ore 15,30) per dare vita a una mobilitazione nazionale “a difesa dell’istituto del matrimonio, della famiglia composta da un uomo e da una donna, del diritto del bambino ad avere una figura materna e una paterna”. Secondo gli organizzatori si stima la presenza di circa 300 mila partecipanti, una folla compatta e festosa di famiglie con bambini e laici impegnati di ogni provenienza, età e religione.

Lo scopo della manifestazione sarà quello di mostrare la bellezza della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna di chiedere allo Stato più tutele e garanzie. In questo senso il Family Day assumerà inevitabilmente connotazioni politiche viste le recenti strategie del governo sui temi sensibili alle famiglie (fisco, educazione, matrimonio e adozioni omosessuali). In questi mesi, infatti, in obbedienza alle direttive dell’Unione Europea, il governo Renzi ha moltiplicato iniziative che colpiscono l’integrità e l’autonomia della famiglia tradizionale e indeboliscono l’istituto del matrimonio promuovendo la diffusione delle teorie del genere e le cause delle lobby omosessuali.

Il sorprendente risultato del referendum avvenuto in Irlanda sul riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso ha creato una grande aspettativa nella sinistra italiana che spera di ottenere lo stesso risultato, prescindendo da referendum popolari, attraverso nuove leggi e procedure. Alcuni esempi concreti di questa strategia sono i disegni di legge promossi da esponenti del Partito Democratico:

  • DDL Cirinnà: sulle Unioni Civili ed adozioni omosessuali
  • DDL Fedeli: sull’insegnamento del Gender nelle scuole pubbliche
  • DDL Scalfarotto: sul reato di “omofobia” e “transfobia”.

Uno dei nodi più delicati e complicati è nel campo educativo: il piano di indottrinamento secondo l’ideologia gender (definita da papa Francesco “un errore della mente umana”) è stato già promosso in diverse scuole tramite il finanziamento o l’intervento diretto di associazioni legate al mondo LGBT, associazioni a cui il Ministero della Pubblica Istruzione assegna la maggior parte dei progetti di educazione all’affettività, alla tolleranza, alla lotta contro bullismo, discriminazioni e stereotipi (sic!) di genere.

Saranno le stesse famiglie presenti in piazza coi loro figli a chiedere di non interferire nell’educazione affettiva della prole con programmi e ideologici e ideologizzanti; quello dell’educazione, e in particolare dell’educazione affettiva e valoriale, è un compito e una responsabilità che spetta esclusivamente ai genitori secondo quanto afferma l’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (“I genitori hanno il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”).

Un altro punto molto discusso è il progetto di legge promosso dal senatore del PD Ivan Scalfarotto. La legge preverrebbe sanzioni penali (carcere o lavori di utilità pubblica) per chi applica, promuove o diffonde intolleranza o discriminazione basate sull’identità di genere. La legge – così come è stata proposta – si presta ad ampie e pericolose interpretazioni e ciò che viene seriamente minacciata è la libertà di espressione, di parola, di associazione e di stampa. Il grave episodio avvenuto in Germania, dove un padre di famiglia è stato incarcerato per aver rifiutato di mandare i figli alla lezione di educazione sessuale, apre scenari inquietanti di repressione e paura.

Non è la prima volta che Roma ospita una manifestazione di questo tipo: il 12 maggio del 2007 ci fu un Family Day organizzato, dalle associazioni cattoliche e laiche per manifestare contro le politiche del governo Prodi in materia familiare, in particolare su fisco e unioni di fatto (il progetto dei DI.CO, poi abbandonato dal Governo). In quella occasione il Family Day portò in piazza più 250mila persone, un milione secondo gli organizzatori.

L’iniziativa parte “dal basso”, dalle famiglie che chiedono di essere ascoltate, ma la notizia del nuovo Family Day è stata ufficializzata domenica 1 giugno dall’iniziatore del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, al termine dell’incontro vocazionale tenuto a Catania nello stadio Angelo Massimino. Già la domenica di Pentecoste a Brescia, in un incontro per i giovani del nord Italia, Kiko Argüello aveva lanciato l’idea di un Family Day senza però precisare ulteriori dettagli.

Il Cammino Neocatecumenale ha fatto da trait-d’union tra le tante associazioni e comitati laicali desiderosi di alzare la propria voce ed interessati alla causa della famiglia; una riunione tra i diversi esponenti e responsabili di queste associazioni ha permesso di creare un comitato organizzatore incaricato di definire – in tempi brevi –  i dettagli dell’evento. Il comitato ha scelto il nome “Da mammà e papà” perché – affermano – “da una mamma e un papà siamo tutti nati, cresciuti, educati, amati e protetti”.

Benché nessuna associazione o movimento politico o religioso pretenda rivendicare la paternità dell’evento, sono diverse le associazioni che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa, tra le quali: “Sì alla Famiglia”, “La Manif Pour Tous Italia”, “Voglio la Mamma”, “Alleanza Cattolica”, “Sentinelle in Piedi”, “Non si tocca la famiglia”, “Comitato Articolo 26”, “Notizie Pro-Vita”.  Il comitato “Da mamma e papà” è composto da “personalità provenienti da diverse associazioni tra cui Massimo Gandolfini (portavoce del comitato), Simone Pillon, Giusy D’Amico, Toni Brandi, Filippo Savarese, Costanza Miriano, Mario Adinolfi, Jacopo Coghe, Maria Rachele Ruiu, Paolo Maria Floris, Alfredo Mantovano, Nicola Di Matteo”.

Dall’account Facebook di “Alleanza Cattolica”, il sociologo e giornalista Massimo Introvigne ha dichiarato che “si è convenuto che non ci sia alcuna sigla di associazione o organizzazione, perché la battaglia è di tutti e va combattuta ora, oggi. Domani sarà tardi”.

Il Family Day di Roma conterà con l’appoggio del Vescovo Vicario Agostino Vallini che ha accolto positivamente la proposta, sollecitato anche dai suo sacerdoti che da tempo chiedevano un intervento deciso in materia. Anche il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco che più volte ha denunciato coraggiosamente le derive dell’ideologia gender e i tentativi di equiparazione del matrimonio omosessuale, sostiene l’iniziativa. Gli organizzatori hanno chiesto anche il sostegno del Santo Padre affinché incoraggi anche lui la manifestazione sostenendo le famiglie come ha fatto recentemente nei suoi interventi pubblici.

Filippo Savarese, portavoce de “La Manif Pour Tous Italia” e uno dei componenti del nuovo comitato “Da mamma e papà” ci spiega l’urgenza e l’importanza storica di questo appuntamento: “Siamo a un momento di svolta epocale per l’Italia, che dovrà decidere a breve se entrare o no nel club degli Stati che hanno avviato la rottamazione della famiglia e aperto al grande mercato internazionale dei figli. Il ddl Cirinnà sulle unioni civili in discussione al Senato è solo il paravento dietro cui si prepara la rivoluzione che in gran parte d’Europa ha svilito il matrimonio, la famiglia e i diritti dei bambini di avere un papà e una mamma. Sono anni ormai che le associazioni LGBT portano nelle scuole italiane quella che Papa Francesco ha definito la nuova “colonizzazione ideologica”: la teoria Gender dell’indifferentismo sessuale. Abbiamo il dovere storico di denunciare apertamente l’attacco alla famiglia e alla sua libertà educativa, e sabato 20 giugno alle 15:30 in piazza San Giovanni a Roma lo faremo in toni pacifici”.

da mamma e papa

Logo del comitato organizzatore

Articolo originale su Aleteia.

Chi ha paura di papà? Il supereroe con qualche (inevitabile) difetto

papaDevo ammetterlo, non sono un grande esperto. Come papà sono un neonato, ho da poco compiuto il mio primo anno (solare) e questo 19 marzo è stata la mia seconda festa del papà. Di lavoretti per la festa del papà ne ho fatti tanti, più o meno egregiamente, ma non ne ho ancora ricevuto nessuno, e  dovrò aspettare un po’ di anni per vivere quel momento in cui mio figlio tornerà da scuola orgoglioso ed emozionato a consegnarmi ufficialmente quel lavoretto – frutto del suo impegno, della sua fantasia e, perché no, del suo amore, che per me avrà il valore di un diploma, o meglio, di una medaglia al merito.

Tra cinque anni, o forse prima (fanno qualcosa anche all’asilo?) avrò la conferma ufficiale che mio figlio mi riconoscerà davanti al mondo come il suo papà. Mi riconoscerà come il suo super eroe preferito, perché i bambini – a differenza degli adulti – sanno apprezzare più i pregi che i difetti delle persone. Per questo spero – e confido – di essere riconosciuto anche io come un eroe nonostante il fatto che sia una frana, che non sia affatto perfetto, che mi ostini a tifare la Roma, che ai mondiali gufi contro l’Italia (che veda solo giallorosso anche nelle bandiere nazionali), che legga solo libri religiosi, che vada troppe volte in Chiesa, che passi troppo tempo a scrivere articoli che nel migliore dei casi leggerà qualche familiare, che non giochi più bene a calcio come una volta, che non capisca niente di motori e che preferisca il Tour de France al circuito di Monza, che mangi il pane con la pasta, e che sia poco ecumenico, e tanti altre nefandezze… (il Padre perfetto non è di questo mondo, ma è Altro).

Più che come colui che gli ha dato la vita (evento lontano di cui non porta il ricordo), mio figlio mi riconoscerà come colui che lo protegge ogni giorno, che lo difende, che lo guida (anche con qualche urla o sculacciata) e che lo consiglia, concedendo dei sì e imponendo dei no. Speriamo.

Che il figlio riconosca il padre come padre, e non come un idiota rompiscatole qualunque che vive dentro casa imponendo le regole a caso, è qualcosa di essenziale. Prima la paternità era messa discussione quando i padri rifiutavano di riconoscere i propri figli biologici; ora invece (che i figli se non li vuoi riconoscere li riconosce la scienza per te e te li ri-appioppa) la paternità è in discussione quando sono i figli che rifiutano di riconoscere i loro padri. Ed è un bel problema, perché se al figlio non piace il papà e rifiuta di riconoscerlo come il proprio padre,quest’ultimo – deposto dal suo ruolo e svestito della sua autorità – il lavoretto se lo dovrà andare a comprare da solo a buon mercato per poi darselo in testa accompagnando l’amaro boccone con un buon bignè di San Giuseppe.

Il lavoretto fatto a scuola, a questo riguardo, acquista un valore simbolico tutt’altro che banale: il bambino, appositamente istruito ed aiutato dalle maestre e dai maestri, dedicherà qualche ora a preparare un disegno (senza uscire dai bordi), a imparare a memoria una poesia o a comporre qualche altro oggetto artistico, che assomigli a una cravatta, a una pipa o a una macchina, degno di una galleria del Tate Modern, da dedicare al proprio eroe quotidiano che non porta nessun travestimento particolare se non i pantaloni e – in qualche occasione – la cravatta.

Sarà faticoso perché a scuola, si sa, non si può copiare, e la concorrenza è spietata: il disegno della compagna di banco sarà semplicemente impeccabile (non esce mai dai bordi!), i suoi lavoretti piegati ed incollati alla perfezione e la sua poesia scorrerà veloce senza nessuna interruzione o titubanza! Ma ne varrà la pena, perché sporcarsi le mani coi pennarelli, ripetere duemila volte una filastrocca fino alla noia, incollarsi (per poi spellarsi) le dita con la colla (si usa ancora la Coccoina?!) sono solo alcune fatiche che bisogna pur affrontare una volta all’anno per consegnare al papà il riconoscimento che merita. Che poi non sia un lavoretto perfetto non sarà un problema: i papà sono indulgenti e guardano più al contenuto che alla forma, sanno chiudere un occhio, non esigono la perfezione, anche perché in quei momenti sono più emozionati e orgogliosi che attenti ai dettagli.

La ricompensa per il bambino, dopo tanta fatica e sudore, sarà il sorriso di papà, un abbraccio e forse un bignè alla crema. Gesti (e dolci) che il papà sarà ben grato di offrire (con la sensazione di non aver offerto nulla!) in cambio di vedersi riconosciuto, con un documento tangibile e firmato dal diretto interessato, quell’importante ruolo nella vita del figlio, il ruolo più grande (assieme quello della mamma!) che si può avere nella vita di una persona.

Per scoprire i difetti e le debolezze di questo invincibile eroe che è il papà, ci sarà tempo a sufficienza. Arriveranno – passaggio possibile, non necessario – quei demoni adolescenziali che, segnale d’abbandono dello stato di bambinezza, tenderanno a mostrare più i lati negativi (finalmente visibili ma esageratamente ingigantiti) di quelli positivi, contribuendo a dipingere nel peggiore dei modi colui che una volta fu un perfettissimo eroe; si potrebbe arrivare a pensare che il proprio papà sia il peggiore dei papà possibili e che il papà del vicino sia sempre il più bello, più moderno e più buono; si potrebbe arrivare a combattere quello che una volta fu invincibile alleato. In quei momenti il riconoscimento sarà un difficile esercizio di memoria e di razionalità.

Ma il papà che avrà ricevuto quegli inestimabili trofei che sono i lavoretti del proprio figlio, conserverà nel cuore (e nell’armadio) la consapevolezza del proprio ruolo e l’orgoglio del suo riconoscimento. Forte di quei lavoretti avrà pazienza come un saggio eroe la cui ira non esplode alla prima provocazione e il cui animo non si arrende alla sconsolata delusione. E gli antichi trofei saranno armi nel momento del bisogno.

Poi il ragazzo crescerà e imparerà ad amare ed onorare nuovamente il proprio eroe, nonostante i difetti (ora ragionevolmente evidenti). A quel punto sentirà il desiderio di tirar fuori dall’armadio i vecchi lavoretti per farne di altri e di migliori al fine di rimediare, recuperare, ricominciare. Ma si renderà conto che il tempo non torna, che il bimbo che fu e il suo perfettissimo eroe son rinchiusi in quei ricordi, che ora – da uomo a uomo – i difetti, i litigi, le incomprensioni non impediranno, bensì rafforzeranno, quell’amore.

I supereroi a volte fanno paura e oggi qualcuno ha paura del papà. Chi ha paura di papà pone un divieto inappellabile: il divieto di fare i lavoretti a scuola, perché sa bene che quel lavoretto è un riconoscimento ufficiale che manifesta al mondo un legame: un legame di donazione e sottomissione, ma allo stesso tempo – e proprio per questo – un patto d’amore così forte ed esclusivo che non permetterà le intrusioni di altre autorità o di altri nuovi fantomatici eroi.

Ma riconoscere il papà resterà un compito costante, un dovere fondante, una chiamata impellente: “Onora tuo padre e tua madre…“; proprio nel riconoscere il papà (a prescindere dai meriti checché ne dica il signor Benigni) risiede il segreto del successo e della felicità: “…Perché tu sia felice nel paese che il Signore tuo Dio ti darà“.

 

Miguel Cuartero

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