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I santi della GMG 2016 (2): Sant’Alberto Chmielowski, il San Francesco polacco.

sant'alberto chmAleteia – Tra i numerosi santi che onorano la nazione e la chiesa polacca spicca in modo particolare, per la sua radicalità evangelica e la sua totale dedicazione ai poveri, la figura di Sant’Alberto Chmielowski. Adamo, questo il suo nome di battesimo, nacque in una nobile famiglia polacca ad Igolomia (vicino Cracovia) il 20 agosto 1845 e morì all’età di 71 anni tra i poveri di Cracovia ai quali dedicò tutta la sua vita fino a diventare uno di loro dimenticando le origini aristocratiche e abbandonando le glorie mondane raggiunte attraverso una carriera di pittore che gli offrì non poche occasioni di soddisfazione. In patria è conosciuto come “il padre dei poveri” o “il San Francesco del XX secolo”.

Alberto fu un uomo dall’animo rivoluzionario e dal carattere impetuoso, affascinato della bellezza e dell’arte, ma l’incontro con Cristo lo porto a scegliere la via della croce, luogo dove la Misericordia di Dio si china sulla miseria umana per elevarla e redimerla. Nel suo itinerario si accorse che – con parole di Wojtyla – “E’ proprio il Cristo incoronato di Spine la vera immagine dell’amore per gli uomini, la vera immagine della misericordia”.

Il santo della misericordia: strumento concreto dell’amore di Dio.

La sua vita non fu semplice né il suo percorso lineare, attraversò periodi bui e grandi sofferenze corporali e spirituali, ma Adamo seppe scoprire volta per volta con pazienza e fede la strada da percorrere, un processo che lo portò alla piena uniformità con Cristo che “da ricco che era si fece povero” per farsi prossimo ai più emarginati e dimenticati, agli “scarti” della società. Nel giorno della sua canonizzazione, il papa Giovanni Paolo II sottolineò: “Adam Chmielowski fu discepolo pronto a ogni chiamata del suo maestro e Signore”.

Ciò che desta stupore leggendo la storia di questo santo polacco è la piena sintonia, il legame spirituale, che lo unisce a papa Francesco ed ai temi ricorrenti della sua predicazione: la scoperta della Divina Misericordia che cambia la propria vita, l’abbandono della mondanità, l’accoglienza e la pratica del Vangelo sulla scia di San Francesco d’Assisi, la gioia del servizio, l’opzione per i poveri e gli emarginati come stile di vita.

Prigioniero di guerra: l’arresto, la mutilazione, la fuga.

Il giovane Adamo Chmielowski (orfano di padre e di madre fin dalla tenera età) partecipò in modo attivo all’insurrezione del 1863 quando il popolo polacco si ribellò contro l’invasore russo. La sconfitta degli insorti fu schiacciante, la repressione durissima. La Chiesa subì conseguenze devastanti: molti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi deportati e gli istituti religiosi soppressi dalle autorità russe. Durante la rivolta Adamo fu colpito da una granata mentre cavalcava, subì danni irreparabili ad una gamba e fu arrestato. L’infezione fu immediata e costrinse i nemici – che volevano il prigioniero vivo per poterlo processare e condannarlo a morte – ad amputarla sul campo con una sega, senza anestesia, concedendo al prigioniero la sola “consolazione” di un sigaro. Grazie all’intervento e alla complicità di amici e familiari, Adamo riuscì a scampare la condanna: fuggì dalla prigione nascondendosi in una bara e lasciò il paese portando con sé – come una croce visibile – una pesante protesi metallica.

Le belle arti, il ritorno in patria e la crisi esistenziale

Stabilitosi a Parigi Adamo si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti e proseguì poi gli studi all’Università di Grand e all’accademia di Monaco di Baviera. Da subito dimostrò grandi doti artistiche e una personalità forte che si manifestava nelle sue opere : un quid che lo elevava al di sopra degli altri pittori. Si distinse per uno stile avanguardista, le sue tele ricordavano quelle di Cézanne e lasciavano emergere il tormento e l’inquietudine di un anima alla ricerca del senso della vita. Tornato a Varsavia nel 1874 Adamo iniziò a frequentare gli ambienti artistici e letterati della società polacca prendendo parte attiva alla vita culturale e stringendo legami coi migliori artisti dell’epoca. La sua arte era tormentata, sofferta; molte le opere incompiute o distrutte, segno di un’insoddisfazione di fondo e di un dissidio esistenziale vissuto con pesantezza e dolore in un contesto di mondanità e spensieratezza com’era il circolo degli artisti di cui faceva parte. Le riflessioni sul senso dell’arte erano per Adamo strettamente legate a quelle sul senso della vita: “Il culto della propria arte è un inchinarsi a se stessi” nient’altro che un “ignobile idolatria”. Esprimere se stessi attraverso l’opera artistica fu per Adamo un compito secondario, di fronte a ciò che considerava primordiale: raggiungere la salvezza della propria anima. Fu la sua formazione cristiana ad alimentare quell’inquietudine che gli suggeriva una vocazione più alta alla quale doveva aspirare. L’arte e i successi ad essa collegati, non gli bastavano più. Nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico ma qui visse un esperienza di deserto spirituale che lo prostrò in una notte oscura dell’anima. In preda a crisi d’ansia, scrupoli, deliri e altri malanni che lo colpirono nel fisico e nella psiche, dovette lasciare i gesuiti per motivi di salute continuando a cercare altrove la propria vocazione.

L’incontro con la misericordia e la svolta

Dopo più di un anno di buio per Adamo si accese improvvisamente la luce grazie all’ascolto di una conversazione, tra il parroco e un fedele, sull’infinita misericordia di Dio verso l’uomo. In quel momento Adamo guarì completamente, l’angoscia scomparve e riprese la forza per percorrere la sua strada. Si dedicò alla carità aiutando i poveri che incontrava, ma anche al restauro di chiese e quadri religiosi e all’ incontro con amici e conoscenti diffondendo lo spirito di San Francesco d’Assisi a cui si legò progressivamente fino ad indossare – col permesso del Vescovo, essendo un laico – un saio grigio ed a pronunciare i voti di terziario francescano. Il cambiamento di vita fu sigillato con un nome nuovo: prese il nome di fratel Alberto. Andò a vivere in un vecchio appartamento a Cracovia che spesso condivideva con poveri e vagabondi che incontrava per strada assicurandogli vitto e alloggio. Alberto continuò a dipingere concentrandosi su quella che fu l’opera più importante della sua vita (e che fu poi posto accanto alla sua tomba): l’Ecce Homo. A questa tela aveva dedicato molto tempo e sforzo, senza riuscire a dare il giusto volto a quel Cristo che univa in sé la regalità di un Dio e la miseria di un uomo condannato a morte.

Il “luogo del riscaldamento”: la spazzatura del mondo nello sguardo di Dio.

ecce homo chmielowski

L’Ecce Homo di Chmielowski

L’incontro con un senzatetto che ospitò nel suo appartamento offrì ad Alberto l’occasione per scoprire definitivamente la sua vocazione. Fu quel ragazzo a portare il pittore nel “luogo del riscaldamento”, un dormitorio pubblico, diviso in due cameroni per maschi e femmine, che la città di Cracovia aveva messo a disposizione come rifugio per i poveri durante l’inverno. La visita a quel luogo di miseria fu per Alberto una vera “discesa negli inferi”: lì conobbe e toccò con mano ciò che era considerata la “spazzatura del mondo”, i rifiuti e gli scarti della società. Poca luce illuminava l’ambiente fetido dove si rifugiavano barboni, drogati, ubriachi e storpi, sistemati alla meno peggio; un ambiente pericoloso dove i più prepotenti dettavano legge a scapito dei più indifesi. Anche molti bambini trovavano rifugio dal freddo in quel letamaio. Tra le donne la situazione non era diversa, lì avvenivano feroci litigi, violenze di ogni tipo, ingiustizie e finanche aborti clandestini. L’impatto per Alberto fu terribile ma cercò da subito di trovare il modo di fare del bene. Presto comprese che l’unico modo di aiutare era quello di trasferirsi in quel luogo per vivere anche lui come un mendicante, ai piedi di Cristo incarnato in quei miserevoli. “Bisogna vivere con loro! Non si può lasciarli così”. Fu così che, spinto da un impulso di carità, Alberto vendette i suo dipinti, lasciò l’appartamento e si fece spazio nel rifugio dove appese subito un quadro della Madonna di Czestochowa. I rapporti con i nuovi coinquilini non furono subito idilliaci ma, con fatica, Alberto seppe conquistare la loro stima. Coi suoi risparmi e col ricavato delle vendite delle opere d’arte, ripulì e rinnovò il dormitorio: disinfestato, tinteggiato, attrezzato con nuove finestre, una cucina, un bagno, un guardaroba, una dispensa e un piccolo pronto-soccorso. Alberto offriva anche lezioni di catechismo e momenti di preghiera comune. Presto arrivarono dei collaboratori volontari che decisero di trasferirsi anche loro per servire i poveri. Tutto mirava a restituire una dignità a quei mendicanti che, in un ambiente pulito e sereno, ritrovavano la voglia di vivere e sentivano – forse per la prima volta nella vita – quanto fossero preziosi agli occhi di Dio mentre il mondo li rifiutava e si turava in naso al loro passaggio. Molte conversioni straordinarie confermarono l’operato di Alberto, veri miracoli del Signore e della sua Divina Misericordia.

La congregazione di Frati e Suore “buoni come il pane”

Nel 1888, nacque la congregazione di “Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi di Poveri” che vennero presto chiamati col nome del loro fondatore: gli “albertini” (dal 1891 anche un ramo femminile, le “albertine”). Le opere si moltiplicarono, fondarono altri dormitori, ma anche orfanotrofi, asili per anziani, case di assistenza sociale e “cucine per il popolo”. Ai suoi frati e suore, per i quali fondò degli eremi dove ricevano la formazione prima della missione, Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”. L’opera della congregazione fu affidata alla Divina Provvidenza così come a San Giuseppe e alla Vergine Maria che Alberto definiva “la mia Dispensiera” o “confondatrice”.

L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla.

Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati.

Alberto fu beatificato il 22 giugno del 1983 a Cracovia e canonizzato il 12 dicembre del 1989 in Vaticano dal papa connazionale San Giovanni Paolo II che disse di lui: “Non fu soltanto uno che fa la carità, ma divenne fratello di coloro che egli serviva. Il loro fratello. Il fratello grigio, come era chiamato”.

 

Per approfondire:

Da visitare:

  • A Cracovia: Santuario di fratel Alberto (detta anche Chiesa di Ecce Homo). Via Woronicza 10, Cracovia.

Disse sant’Alberto:

«Perché il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s’infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo».

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

Cattolici online? violenti assassini! Parola del portavoce vaticano T. Rosica!

rosicaI cattivi cattolici che seminano odio e violenza su internet sono dei veri e propri “assassini”, promotori di una “cultura della morte”, che stanno trasformano la rete in un “cimitero di cadaveri”. Ad affermarlo non è un attivista anticattolico che ha in odio la Chiesa, ma un prete, anzi di un monsignore; ancora di più, uno dei portavoce ufficiali della Sala Stampa del Vaticano addetto alle comunicazioni in lingua inglese, il reverendo brasiliano-canadese mons. Thomas Rosica (foto).

Ne riporta la notizia un articolo del quotidiano americano Crux che sintetizza un passaggio dell’intervento di mons. Rosica durante la conferenza tenuta a Brooklin (NY) nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, lo scorso 11 maggio, promossa dall’archidiocesi di Brooklin e dalla DeSales Media Group (organo diocesano per le comunicazioni). Sebbene il discorso sia stato molto più ampio ed articolato e non si sia limitato all’accusa contro i cattolici, si sa che i giornali cercano lo scoop e – in questo caso – l’asprezza delle parole di mons. Rosica merita una riflessione.

Sacerdote, biblista, professore e giornalista, classe 1959, Rosica è stato l’organizzatore della GMG di Toronto nel 2002 ed è l’amministratore delegato della Salt + Light Catholic Media Foundation (primo network televisivo cattolico canadese). Dal 2009 è consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e nel 2013 è entrato a far parte dello staff della Sala Stampa Vaticana come speaker ufficiale per la lingua inglese. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni ed ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali.

Nel suo lungo discorso sulle comunicazioni sociali nella Chiesa, mons. Rosica affermato che “anche se Papa Francesco è riuscito ad aggiornare (rebranding) il profilo pubblico della Chiesa, ciò non emerge quando i cattolici utilizzano i social media“; al contrario, spesso gli utenti cattolici diffondono su internet “una cultura di morte” piuttosto che una “cultura della vita”!

“Molti dei miei amici non cristiani e non credenti mi hanno fatto notare che i cattolici hanno trasformato Internet in una fogna di odio, di veleno e vetriolo, e il tutto in nome della difesa della fede!” La fonte dalla quale il monsignore trae le informazioni è sicuramente degna di fede (si tratta pur sempre amici), ma non sempre gli amici sono amici dei tuoi amici, e il loro essere definiti “non credenti” e “non cristiani” desta il sospetto di parzialità. Quella degli “amici” è un’accusa pesante e generica contro i cattolici che Rosica sposa in toto in onore dell’amicizia.

Il mons. vaticano non è per nulla tenero con i cattolici che – in nome della fede – starebbero “seminando odio” su internet: “Le diffamazioni su internet da parte di coloro che si definiscono cattolici, hanno trasformato la rete in un cimitero di cadaveri sparsi in giro“. Spesso questi scrupolosi, nostalgici, che si danno arie di leader e e autoproclamatisi “custodi virtuali della fede o di pratiche liturgiche”, sono persone disturbate, arrabbiate, ossessionate, “che non hanno mai trovato un pulpito nella vita reale e ricorrono così alla rete virtuale” per diventare “papi troller” e “santi carnefici”.

Secondo Rosica si tratta di persone malate e lontane da Dio bisognose di guarire e convertirsi. Sentenzia infatti: “In realtà sono profondamente turbati, persone tristi e arrabbiate” e “dobbiamo pregare per loro, per la loro guarigione e conversione!”

L’articolo di Crux segnala che sia mons. Rosica che il suo network canadese sono stati presi di mira da alcune organizzazioni cristiane “pro-life e conservatrici”. Non è dunque difficile immaginare che il monsignore se la prenda con queste categorie di cristiani, quelli – per così dire – più combattivi e meno disposti a fare concessioni al “mondo” per sembrare più simpatici e al passo coi tempi. E’ a loro che si riferisce quando afferma che “Se giudichiamo la nostra identità basandoci su certi siti e blog ‘cattolici’, saremo considerate persone che sono contro tutti e contro tutto. Dovremmo invece essere conosciuti come persone a favore di qualcosa, qualcosa di positivo che può trasformare la vita ed influenzare la cultura”.

Fortunatamente – continua – con Papa Francesco è avvenuto questo cambiamento di prospettiva. Fino a poco tempo fa (prima di Francesco), “quando domandavi per strada ‘Cos’è la Chiesa Cattolica?’ oppure ‘A cosa serve il papa?’, la risposta spesso era ‘I cattolici sono contro l’aborto, il matrimonio gay e il controllo delle nascite’. I cattolici sono conosciuti per gli scandali degli abusi sessuali, che hanno indebolito la loro autorità morale e credibilità”. Ora, grazie a Francesco, la risposta a queste domande da parte della gente “di fuori” è diversa.

L’invettiva di mons. Rosica contro i blog cattolici “violenti” non rende però onore alla realtà dei fatti. Basterebbe infatti seguire ciò che succede ogni giorno su Facebook e su Twitter a chi condivide posizioni cattoliche in difesa della Chiesa e della tradizione cristiana. Certi utenti e blog cattolici popolari ricevono in continuazione piogge di insulti e di infamie personali a causa del loro pensiero e della loro fede senza che nessuno – tanto meno i responsabili dei networks in questione, spesso zelanti nella censura di ciò che è considerato “scorretto” – trovi da eccepire sospendendo o censurando i messaggi più violenti e offensivi.

Il caso più eclatante in Italia è quello di Mario Adinolfi, giornalista, blogger e politico cattolico, che (nell’imbarazzante silenzio delle autorità e dei campioni dei diritti civili) viene continuamente vessato da cosiddetti haters (lett. “odiatori”) che – spesso sotto pseudonimi o falsi account – vomitano in continuazione il loro disprezzo nei confronti di chi la pensa diversamente. Ma chi non legge certi messaggi difficilmente capirà di cosa stiamo parlando. Facciamo quindi riferimento a un qualunque messaggio di Mario Adinolfi: ad esempio quello scritto su Twitter il 18 maggio 2016 dove invita a seguire il dibattito televisivo in cui sarà protagonista. Il tono delle risposte sfonda il muro della decenza per convertirsi in una serie insulti volgari e attacchi alla persona. Si va dal “panzone” a “te danno una sedia per chiappa”, poi ancora “ti guardo dal cesso”, “cerca di non scoreggiare”, “vai a parlare di problemi di sudorazione” per finire con immagini GIF (mini filmati) di nudo offensivo. Definito in da un altro utente “sindaco maiale”, Adinolfi è spesso oggetto di burla per il suo aspetto fisico e preso di mira con disprezzo a causa della sua situazione familiare. Al fianco di Adinolfi, sono molti i cattolici che si sono esposti sui social ricevendo in cambio insulti, disprezzo, violenza verbale e accuse diffamanti (ad esempio Costanza Miriano, Gianfranco Amato ed altri protagonisti delle giornate del Family Day).

In questo senso non è esattamente vero ciò che afferma mons Rosica dal pulpito di Brooklin, ossia: non è il cattolico conservatore e pro-life che fomenta l’odio e la violenza, una “cultura di morte” e “sparge cadaveri”, perché nostalgico, fissato e dunque bisognoso di cure e preghiere da parte della comunità cristiana. Succede proprio il contrario: la caccia al cattolico inizia senza alcuna motivazione se non l’odio al diverso, la tanto chiacchierata “discriminazione” tramutata in cristianofobia.

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Ma se l’esempio di Adinolfi non vale in Vaticano – dove il giornalista non gode di grande stima (anzi, è ignorato e spesso ostacolato) – basti leggere il veleno che qualche settimana fa è stato riversato sul cardinale Angelo Bagnasco reo di aver parlato chiaramente contro l’approvazione della legge sulle Unioni Civili. Gli italiani (non certo i cattolici conservatori e prolife) hanno preso di mira il Presidente della CEI con insulti e infamie per aver osato esprimere il pensiero della Chiesa cattolica sulle “unioni civili”. Un segno, questo, che il cardinale è sulla strada giusta, mentre altri porporati vengono continuamente lodati e stimati dal popolo anticattolico (come qualche cardinale di curia che su Twitter alterna frasi di Confucio a detti di Gesù e pensieri rock ottenendo molti “like”).

Perché dunque mons. Rosica propone queste sorprendenti affermazioni? Alla base del ragionamento soggiace un pericolosissimo equivoco secondo cui non è più necessario difendere la fede ed opporsi all’eresia (“dottrina contraria al dogma”)  ma bisogna cercare di diffondere il bene senza denunciare il male, il tutto in nome di una misericordia che ha il sapore del politicamente e religiosamente corretto. Si tratta dunque di un esercizio linguistico per evitare ogni scontro: parlare di  aborto e di eutanasia, così come di altri gravi attentati alla vita umana, diventa una violenza contro chi nella sua libertà decide di sopprimere le vite di bambini e anziani. Nessuno osi giudicare la portata morale di questi atti.

E’ questa la svolta voluta da Papa Francesco che ha espressamente chiesto posizioni meno rigide su quelli che una volta si chiamavano “princípi non-negoziabili” (espressione diventata desueta perché ormai tutto è negoziabile, anche i valori e i princípi morali) al fine di “costruire ponti e non muri” tra la Chiesa e il mondo.

A questo nuovo corso si sono adeguati quasi tutti i cardinali, i vescovi e i monsignori di Curia (in particolare quelli italiani più vicini geograficamente al Papa) coscienti anche del rischio che si corre ad esprimere le proprie idee se in contrasto con il novus ordo dialogante. Chi non si è adeguato al nuovo linguaggio viene segnalato come un nostalgico “conservatore” e “fariseo” fuori tempo massimo, ai limiti dell’ortodossia. La prova di ciò è nelle continue dichiarazioni di affetto e vicinanza che la Chiesa, nei suoi più alti rappresentanti, continuamente proferisce nei confronti dell’islam (sempre giustificato e scusato nonostante sia la vera matrice religiosa del terrorismo) e del mondo politico nonostante i frontali attacchi contro la morale e la famiglia: ciò spiegherebbe lo sconcertante elogio funebre che padre Lombardi ha dedicato a Pannella a nome del Papa o l’entusiasmo col quale alcuni esponenti della CEI appoggiano e sostengono l’operato del governo Renzi (leggi: quando mons. Paglia disse a Renzi “Avanti su tutto”)…

Portato all’estremo, questo pericoloso atteggiamento constringe la Chiesa a tirare i remi in barca ed a rinunciare a combattere per la battaglia per la famiglia e per la vita (temi su cui si giocherebbe la “battaglia finale” secondo la profezia della Madonna a Fatima). Così è successo in occasione del Family Day quando la maggior parte dei vescovi si opposero de facto – con la loro assenza –  alla manifestazione perché schierato “contro” il gender e le adozioni omosessuali. La cosa creò turbamento e scandalo tra i fedeli laici scesi in piazza sotto il temporale, segnalati dal governo e segnalati come una massa ignorante, bigotta, violenta ed omofoba (leggi: “Attacco totale al Family Day). L’imbarazzante assenza dei vescovi italiani in nome di un atteggiamento moderato – light – e dialogante (a Roma otto vescovi diocesani ma neanche uno presente ad accompagnare le famiglie, né il Vicario né gli “ausiliari” mentre il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, più in linea con Renzi che con le famiglie cristiane, non pervenuto!) è un segno dei tempi che interroga molti cattolici italiani. Stesso discorso per la “Marcia per la Vita” un evento nazionale goffamente boicottato dai vescovi italiani, salutati dal Papa – secondo alcuni – in modo eccessivamente sbrigativo e circostanziale e appena citati da Avvenire in un articolo di secondo piano.

Parlando della violenza su internet non si tratta dunque di stabilire chi insulta di più o per prima dell’avversario, ma di capire se sia ancora possibile difendere la propria fede o se sia meglio nascondere la verità e il proprio credo per non offendere nessuno, per non apparire “contro” nessuno.

La locuzione “contro” è ormai diventata una parolaccia, linguaggio proibito nel nuovo corso della Chiesa. Nessuno si opponga a nessuno né a nulla, neanche al male. Non però nel senso evangelico di “non opporre resistenza al male” ovvero “non rispondere al male con il male” bensì nel nuovo senso di “non denunciare il male come male” ovvero “non distinguere più tra male e bene” perché nessuno deve permettersi di “giudicare” ciò che è bene e ciò che è male. Dal punto di vista filosofico ciò significa lo sfascio della struttura del pensiero razionale occidentale basato sulla scelta per logos e il rifiuto della doxa. Ma oggi assistiamo alla rivincita dell’opinione, sempre fluida, sempre liquida, alla riscossa di ciò che è mutevole a dispetto di ciò che è fermo, stabile, severamente ma solennemente inamovibile.

Mons. Rosica non fa altro che adeguarsi al nuovo corso (d’altronde non sarebbe certo prudente rovinare una così brillante carriera sul più bello!): i cattolici che parlano di aborto, di eutanasia, di divorzio e di sessualità disordinata non sono altro che violenti costruttori di muri, lontani dalla grazia di Dio, necessitati di preghiere e conversione. D’altronde ciò rispecchia il pensiero della Santa Sede che i suoi portavoce fedelmente trasmettono.

O forse padre Lombardi non ha elogiato Marco Pannella per il suo “impegno disinteressato per cause nobili” e per averci lasciato “una eredità umana e spirituale importante” e un “impegno civile e politico generoso per gli altri”? Ricordare le “nobilissime” cause a favore dell’aborto, dell’eutanasia, del divorzio, della liberalizzazione delle droghe, l’anticlericalismo, l’antivaticanismo e l’opposizione ai patti lateranensi, sarebbe peccare di omicidio e violenza nei confronti del compianto leader dei radicali e dei suoi seguaci.

Chiedo perdono. Misericordia!

La vigna di Nabot: Il libro consigliato da Papa Francesco

nabot lapidazioneRivolgendosi ai fedeli presenti in piazza San Pietro per la consueta udienza del mercoledì, papa Francesco ha continuato la riflessione sulla misericordia nella Sacra Scrittura citando l’episodio biblico di Nabot, israelita della valle di Izreel, ucciso dal malvagio re Acab per impossessarsi della sua vigna.

L’episodio è narrato nel capitolo 21 del primo libro dei Re e fa parte del cosiddetto “ciclo di Elia”: una collezione di storie che riguardano la missione del profeta Elia durante il regno di Acab (875-853 a.C.) sul cui operato verte un pesante giudizio da parte di Israele: «Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori» (1 Re 16,30).

Dopo la proclamazione della lettura del brano biblico, papa Francesco ha parlato del cattivo uso delle ricchezze e del potere “realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità” ma che troppo spesso sono “vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte”.

E’ qui che Francesco ha invitato a riflettere sull’episodio del povero Nabot, reo di non aver concesso la propria vigna al re, una vigna confinante col palazzo reale dove Acab avrebbe voluto piantare un orto. Ma Nabot rifiutò l’affare: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3).

L’ira del re, sollecitato dalla perfida moglie Gezabele, segnerà la definitiva condanna di Nabot. E’ la regina infatti, che vedendo il marito preso da sconforto e tristezza, lo inciterà a vendicare l’offesa esercitando il proprio prestigio e potere per schiacciare il suddito impertinente.

Per ordine della regina, Nabot verrà accusato ingiustamente e condannato a morte: morto Nabot, il re potrà impadronirsi della sua vigna e coltivare l’orto. “Ella – ha affermato Francesco – pone l’accento sul prestigio e sul potere del re, che, secondo il suo modo di vedere, viene messo in discussione dal rifiuto di Nabot. Un potere che lei invece considera assoluto, e per il quale ogni desiderio – del re potente – è un ordine”.

Il papa ha segnalato l’importanza dell’episodio della Vigna di Nabot come un riflesso della società contemporanea dove “i potenti che per avere più soldi sfruttano i poveri, sfruttano la gente” La storia di Acab e Nabot “è la storia della tratta delle persone, del lavoro schiavo, della povera gente che lavora in nero e con un minimo per arricchire i potenti è la storia dei politici corrotti che vogliono più e più e più”. “Ecco dove porta l’esercizio di un’autorità senza rispetto per la vita, senza giustizia, senza misericordia. Ed ecco a cosa porta la sete di potere: diventa cupidigia che vuole possedere tutto”.

La predicazione di Gesù verrà a scardinare questo ordine mondano secondo il quale l’autorità e il potere si esercitano schiacciando i subalterni. Parlando ai suoi discepoli, Gesù insegnerà che il vero potere è nel servizio, nel prendere l’ultimo posto: “Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo” (Mt 20,25).

La misericordia di Dio si manifesterà nei confronti del re di Israele attraverso il profeta Elia che aiuterà Acab a pentirsi del male commesso e a convertirsi chiedendo perdono a Dio per il suo peccato. Pieno di misericordia: “Dio bussa al cuore di Acab” e “accetta il suo pentimento”, anche se inevitabilmente il male commesso “lascia le sue tracce dolorose, e la storia degli uomini ne porta le ferite”.

nabotIl papa ha consigliato ai fedeli di approfondire la lettura e la comprensione di questo passo della Sacra Scrittura attraverso il commento di Sant’Ambrogio di Milano: “Il grande Sant’Ambrogio ha scritto un piccolo libro su questo episodio, si chiama Nabot, ci farà bene in questo tempo di Quaresima leggerlo, è molto bello e concreto”.

Proprio Ambrogio infatti ha utilizzato questo testo biblico per denunciare i soprusi e le violenze dei più ricchi del suo tempo sui poveri, e dei potenti sui deboli: “Non nacque un solo Acab – afferma il vescovo Ambrosio – ma ogni giorno Acab nasce e in questo mondo giammai muore”. “Non un solo Nabot fu ucciso. Ogni giorno Nabot è umiliato. Ogni giorno è calpestato”. Una storia “antica” ma sempre attuale che ci interroga sul nostro cammino di fede, ci fa riflettere sul nostro peccato e sulla infinita misericordia di Dio.

Il commento patristico di S. Ambrogio è stato pubblicato dalle edizioni San Paolo col titolo “Il prepotente e il Povero: la vigna di Nabot” (luglio 2013, 120 pp. Italiano con testo latino a fronte) come primo numero della collana economica Vetera sed Nova, una collana di testi patristici utili per il cammino spirituale dell’uomo contemporaneo.

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vigna di naboth

Articolo originale su Aleteia.org

I libri ufficiali per il Giubileo della Misericordia

libri san paolo2Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione ha presentato i testi ufficiali per il Giubileo Straordinario della Misericordia indetto da papa Francesco nel cinquantesimo aniversario della chiusura del Concilio Vaticano II.

Si tratta di una collana di otto libri incentrati su diversi aspetti (biblici, liturgici, storici, pastorali e spirituali) della Misericordia, tema centrale dell’Anno Santo. Il titolo della collana è “Misericordiosi come il Padre” riprendendo il motto del Giubileo.

La pubblicazione e la diffusione di questi sussidi è stata affidata alle edizioni San Paolo che in questi giorni ha dato alle stampe i primi tre volumi della collezione.

Questi libri saranno disponibili in tutte le librerie cattoliche d’Italia (al prezzo di 7,90€ c/u) e diretti a tutti coloro, fedeli e pastori, che vorranno approfondire e meditare sulla Misericordia, nucleo centrale del Giubileo ma anche del pontificato di papa Bergoglio.

Lo scopo dell’iniziativa editoriale è quello di fornire ai pellegrini, alle diocesi, alle comunità religiose e ai movimenti ecclesiali degli strumenti agili e divulgativi che aiutino a vivere con pienezza questo Anno Santo. I sussidi serviranno per la meditazione e l’approfondimento personale, ma saranno anche validi strumenti pastorali per la preparazione di incontri, catechesi e celebrazioni in tutte le diocesi italiane.

I volumi usciranno anche in edicola con le riviste Famiglia Cristiana e Credere, rivista ufficiale del Giubileo. Nel frattempo si stanno preparando le traduzioni in diverse lingue a carico di case editrici estere.

celebrare la misericordiaIl sito ufficiale del Giubileo segnala in modo particolare il libro Celebrare la Misericordia: “perché contiene indicazioni dettagliate su come celebrare il Giubileo nelle Chiese particolari”.

Tutti i volumi potranno rivelarsi di grande aiuto nella preparazione di iniziative originali durante tutto l’Anno Santo. Si segnala a questo riguardo in maniera speciale il volume Celebrare la Misericordia, perché contiene indicazioni dettagliate su come celebrare il Giubileo nelle Chiese particolari, presentando anche i riti specifici di apertura e chiusura della Porta della Misericordia, previsti dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e approvati dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Creato da papa Benedetto XVI come Dicastero della Curia Romana (con il Motu Propio Ubicumque et Semper del 21 settembre 2010) e ora incaricato da Papa Francesco di organizare il grande evento del Giubileo, il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione è guidato dall’arcivescovo italiano mons. Rino Fisichella già vescovo ausiliare di Roma e Rettore della Pontificia Università Lateranense.

FISICHELLA LIBROProprio mons. Fisichella ha curato la pubblicazione – per i tipi della Libreria Editrice Vaticana – di un prezioso studio sulla storia dei giubilei intitolato Gli Anni Santi nella storia della Chiesa (LEV 2015, pp. 356, €18,00). Il testo di mons. Fisichella percorre la storia delle bolle papali e degli anni giubilari da Bonifacio VIII a Francesco per “ricostruire una storia dell’anno santo” e mostrare “con tutta evidenza la ricchezza dei diversi momenti storici di vita della Chiesa e delle alterne vicende che hanno toccato i cristiani”.

Questa la lista dei libri della collana “Misericordiosi come il Padre”:

–         Celebrare la Misericordia

–         I Salmi della Misericordia

–         Le Parabole della Misericordia

–         La Misericordia nei Padri della Chiesa

–         Santi nella Misericordia

–         I Papi e la Misericordia

–         Le opere di Misericordia corporale e spirituale

–         La Confessione Sacramento della Misericordia

Giubileo della Misericordia: Francesco riapre la Porta Santa

Papa_Francesco paramenti violaRomagiornale – “Ho deciso di indire un giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio”, un cammino penitenziale per ricevere l’indulgenza e la misericordia di Dio, che avrà inizio l’8 dicembre del 2015, solennità dell’Immacolata Concezione, e si chiuderà il 20 novembre 2016  con la solennità di Cristo Re, “volto vivo della Misericordia del Padre”. Lo ha annunciato papa Francesco durante la celebrazione penitenziale nella Basilica di San Pietro nel terzo venerdì di Quaresima che da inizio all’iniziativa “24 ore per il Signore“. A due anni dalla sua elezione, e dopo tanti piccoli gesti che hanno contribuito a costruire l’immagine di un pontificato di rinnovamento e di riforma (l’ultima biografia del papa ha come titolo “The great reformer“, ossia, “il Grande riformatore”) ecco un gesto che passerà alla storia e segnerà una svolta nel cammino della Chiesa. Un gesto coraggioso, destinato a incidere profondamente nel cammino della Chiesa di Gesù Cristo, una comunità sempre in cammino verso il suo Creatore, chiamata a rimanere sempre in atteggiamento di conversione e di attesa.

Nelle ore che precedevano la celebrazione, in Vaticano, iniziava a girare la voce di un messaggio straordinario che il Santo Padre avrebbe pronunciato nel pomeriggio, ma sul contenuto del messaggio giravano solo ipotesi. Qualcuno pensava a un nuovo Concilio, altri ancora si lasciavano sfuggire la parola che fa paura e che due anni fa, sulle labbra di papa Benedetto, ha sconvolto milioni di fedeli: dimissioni.

Commentanto il brano del Vangelo di Luca in cui una donna “peccatrice” lava i piedi a Gesù, provocando lo scandalo dei farisei (Lc 7,36-50), papa Francesco ha sottolineato che “prima ancora dell’amore della peccatrice c’è l’amore di Gesù Cristo per lei”. In Gesù “c’è misericordia e non condanna”; è il “giudizio della Misericordia che va oltre la giustizia”.

La consuetudine nella Chiesa Cattolica è che i Giubilei si celebrino ogni 25 anni: l’ultimo Giubileo ordinario è stato il Grande Giubileo del 2000, celebrato da Giovanni Paolo II, il prossimo sarà nel 2025. Solo il Sommo Pontefice può indire dei Giubilei Straordinari dedicati a qualche ricorrenza importante o a qualche evento particolare che meriti l’attenzione e la preghiera di tutta la Chiesa. L’ultimo Giubileo Straordinario fu il “Giubileo della Redenzione” indetto dal papa San Giovanni Paolo II nel 1983.

Porta Santa della Basilica di San Pietro

Porta Santa della Basilica di San Pietro

Nel secondo aniversario della sua elezione al soglio pontificio, Papa Francesco apre nuovamente la Porta Santa mettendo le mani sul timone della barca della Chiesa per condurla con decisione e fermezza verso l’incontro con Dio, verso la conversione. In un momento storico delicato, in cui la barca di Pietro naviga in acque pericolose, in mezzo alla tempesta di un mondo che ha dimenticato e abbandonato Dio.

Un anno di grazia che porterà numerosi frutti spirituali, non solo ai fedeli della Chiesa Cattolica, ma a tutto il mondo, dove i cristiani sono chiamati ad essere testimonianza viva dell’Amore di Dio, sale e luce che danno sapore ed illuminano, annunciando Cristo Risorto dai morti, un evento che da senso alle nostre vite e alla storia degli uomini.

Già nell’Angelus del 11 gennaio di quest’anno, il papa aveva affermato: “C’è tanto bisogno oggi di misericordia ed è importante che i fedeli laici la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali” e “Avanti! Noi stiamo vivendo il tempo della misericordia, questo è il tempo della misericordia!”.

 

Miguel Cuartero

 Articolo Originale

 

ANNI GIUBILARI NELLA STORIA

  • 1300: Bonifacio VIII
  • 1350: Clemente VI
  • 1390: indetto da Urbano VI, presieduto da Bonifacio IX
  • 1400: Bonifacio IX
  • 1423: Martino V
  • 1450: Niccolò V
  • 1475: indetto da Paolo II, presieduto da Sisto IV
  • 1500: Alessandro VI
  • 1525: Clemente VII
  • 1550: indetto da Paolo III, presieduto da Giulio III
  • 1575: Gregorio XIII
  • 1600: Clemente VIII
  • 1625: Urbano VIII
  • 1650: Innocenzo X
  • 1675: Clemente X
  • 1700: aperto da Innocenzo XII, concluso da Clemente XI
  • 1725: Benedetto XIII
  • 1750: Benedetto XIV
  • 1775: indetto da Clemente XIV, presieduto da Pio VI
  • 1825: Leone XII
  • 1875: Pio IX
  • 1900: Leone XIII
  • 1925: Pio XI
  • 1933: Pio XI
  • 1950: Pio XII
  • 1975: Paolo VI
  • 1983: Giovanni Paolo II
  • 2000: Giovanni Paolo II
  • 2015: Francesco

Negli anni 1800 e 1850 non ci fu il giubileo per le circostanze politiche del tempo.

 

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