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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Il santo che spinse Wojtyła alla scelta radicale del sacerdozio

guida poloniaSi è conclusa la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. Centinaia di migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo si sono recati in Polonia per vivere assieme ai loro coetanei giorni di preghiera, di missione e di incontro con Dio.

L’evento, culminato con la Santa Messa presieduta da Papa Francesco domenica 31 luglio, ha rappresentato anche un’occasione per conoscere la bellezza, la storia e la fede di questo paese europeo profondamente radicato nella tradizione cristiana, che conserva le tracce della sofferenza e della santità del suo popolo.

In occasione di questo grande appuntamento ecclesiale la Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato ha dato alle stampe un “Vademecum del Pellegrino” intitolato Con San Giovanni Paolo Magno in Polonia (non lasciatevi ingannare dal titolo, non è una guida culinaria!). Si tratta di un cammino nella patria di San Giovanni Paolo, un itinerario nelle città dove visse o passò il Pontefice polacco: Wadowice, Cracovia, Niegowic, Lublino, Varsavia, ma anche Auschwitz e Czestochowa. La guida offre anche informazioni turistiche e i dettagli storici ed artistici su palazzi, monumenti, chiese e santuari della Polonia. Non mancano i preziosi accenni alle vite di alcuni santi ed eroi della storia polacca (oltre a Wojtyła, San Massimiliano Kolbe, Santa Faustina Kowalska, Jerzy Popieluzko, il cardinale Wyszynski…). Il tutto illustrato con immagini a colori, foto e mappe stradali.

L’attenzione dei curatori si focalizza sui luoghi segnati dalla presenza di Karol Wojtyła. Tra i molti posti legati alla vita del santo, dove è possibile fermarsi per riflettere e pregare, c’è un luogo particolare che vale la pensa di visitare. Probabilmente non sarà forse la meta principale di tutti i pellegrini, che hanno affollato le basiliche e i santuari più conosciuti ed importanti del paese, ma si tratta sicuramente un luogo molto speciale per Cracovia e per la sua Chiesa.

santuario sant alberto cracoviaAl civico 10 di via Woronicza, si trova il Santuario dell’Ecce Homo che prende il nome dall’opera più conosciuta del pittore polacco Adamo Chmielowski; la tela è esposta in questa piccola chiesa accanto ai resti mortali del suo autore.

Dopo una profonda crisi di senso, il pittore polacco Adam Chmielowski lasciò l’arte e l’accademia per dedicarsi ai poveri della sua Cracovia. Visse e morì come santo e la Chiesa riconobbe le sue virtù eroiche e la sua santità di vita elevandolo agli onori degli altari nel 1989 (leggi la storia di sant’Alberto Chmielowski).

La storia di questo santo (conosciuto col suo nome da religioso: fratel Alberto) commosse e ispirò un’altro giovane che coltivava la passione per l’arte e la recitazione, spingendolo ad abbandonare il teatro per dedicarsi completamente al Dio: parliamo del giovane Karol Wojtyła.

“Mi domando a volte quale ruolo abbia svolto nella mia vocazione la figura del Santo Frate Alberto”, si chiede Giovanni Paolo II nel suo libro Dono e Mistero, scritto nel 1996 in occasione del suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio, dove narra la storia e la geografia della sua vocazione.

Nel periodo della mia passione per il teatro rapsodico e per l’arte, la figura di quest’uomo coraggioso, che aveva partecipato all’«insurrezione di gennaio» (1864) perdendo una gamba durante i combattimenti, esercitava su di me un fascino spirituale particolare.

Quest’uomo a un certo punto della sua vita rompe con l’arte, perché comprende che Dio lo chiama a compiti ben più importanti. Venuto a conoscenza dell’ambiente dei miserabili di Cracovia, il cui punto d’incontro era il pubblico dormitorio, detto anche «posto di riscaldamento», in via Krakowska, Adam Chmielowski decide di diventare uno di loro, non come elemosiniere che arriva da fuori per distribuire dei doni, ma come uno che dona se stesso per servire i diseredati.

…Morirà nel Natale del 1916. La sua opera, tuttavia, gli sopravviverà diventando espressione delle tradizioni polacche di radicalismo evangelico, sulle orme di San Francesco d’Assisi e di San Giovanni della Croce. Nella storia della spiritualità polacca, il Santo Frate Alberto occupa un posto speciale.

karolRiflettendo sulla sua vocazione sacerdotale e sulla sua radicale scelta di rompere col teatro per seguire la chiamata di Dio, Wojtyła afferma che la figura di fratel Alberto Chmielowski ha giocato un ruolo “determinante” offrendogli un esempio da seguire ed incoraggiandolo a compiere una “svolta radicale” nella propria vita:

Per me la sua figura è stata determinante, perché trovai in lui un particolare appoggio spirituale e un esempio nel mio allontanarmi dall’arte, dalla letteratura e dal teatro, per la scelta radicale della vocazione al sacerdozio.

E’ con particolare commozione che Giovanni Paolo II ricorda il giorno in cui, ormai diventato Papa, elevò fratel Alberto agli onori degli altari proprio nell’anno in cui cadeva il Muro di Berlino simbolo di quel regime comunista che piegò la Polonia per lunghi anni. Una coincidenza speciale per chi, come sant’Alberto, guardava al povero come un Alter Christus e non come una forza rivoluzionaria da domare e utilizzare per scopi politici ed ideologici.

Una delle gioie più grandi che ho avuto da Papa è stata quella di innalzare questo poverello di Cracovia in tonaca grigia agli onori degli altari, prima con la beatificazione a Blonie Krakowskie durante il viaggio in Polonia del 1983, poi con la canonizzazione a Roma nel novembre del memorabile anno 1989.

Il giovane Karol fu attore ma anche autore di opere teatrali: tra il 1939 e il 1964 scrisse ben sei drammi tra I quali “La Bottega dell’orefice”: un opera teatrale sul tema del fidanzamento e dell’amore coniugale che raccolse un successo straordinario in tutto il mondo dopo l’elezione dell’autore a Sommo Pontefice. Pubblicata nel 1960 quando Wojtyła era vescovo ausiliare di Cracovia, con lo pseudonimo di Andrzej Jawien, l’opera fu successivamente tradotta in molte lingue, rappresentata nei teatri di tutto il mondo e adattata in un film nel 1989 dal regista Michael Andrerson.

Nel 1948, mentre era ancora viceparroco della parrocchia di Niegowic (sud di Cracovia), don Karol Wojtyła scrisse un opera dedicata alla figura di Fratel Alberto Chmielowski, quel santo polacco che tanto lo affascinava e del quale conservava un ritratto nella sua camera da letto. Così lo racconta nelle sue memorie:

Molti autori della letteratura polacca hanno immortalato la figura di Frate Alberto (…). Anch’io, da giovane sacerdote, nel periodo in cui ero vicario presso la chiesa di San Floriano a Cracovia, gli dedicai un’opera drammatica intitolata: «Il Fratello del nostro Dio», pagando in tal modo il debito di gratitudine che avevo contratto con lui.

Nello stesso santuario dell’Ecce Homo riposa il corpo della fondatrice del ramo femminile delle suore albertine: la beata Bernardina Jabłonska (morta nel 1940). Sulla destra c’è un altare con un’immagine di Giovanni Paolo II e una reliquia del suo sangue.

Miguel Cuartero Samperi

articolo originale su korazym.org

Fonti:

  • A. Riccardi, Giovanni Paolo II. La biografia, San Paolo 2004.
  • Aa.Vv., Con San Giovanni Paolo II Magno in Polonia. Vademecum del pellegrino, Ed. IVI 2016.
  • Giovanni Paolo II, Dono e Mistero: Diario di un sacerdote, LEV 2011.

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Il Cardinale Wyszynski, l’uomo che salvò la chiesa in Polonia dalla furia comunista

Fu lui a a difendere la Chiesa e i fedeli dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

WyszynskiAleteia – “Nessun paese europeo è stato lacerato e smembrato, come la Polonia, negli ultimi tre secoli” (A. M. Sicari). In modo particolare, entrambi i totalitarismi che hanno afflitto il mondo nel XX secolo si sono accaniti violentemente  sulla nazione polacca, vittima sia del terrore nazista che della furia comunista. A farne le spese in maniera particolare è stata la Chiesa che ha subito danni devastanti con la distruzione di luoghi di culto, la soppressione di ordini religiosi, la persecuzione dei fedeli e la deportazione e l’uccisione di numerosi membri del clero: religiosi, religiose, sacerdoti e vescovi. Di fronte a questo drammatico panorama è facile chiedersi come abbia fatto la chiesa polacca a sopravvivere con tale eroicità rimanendo tutt’ora una delle realtà ecclesiali europee più vivaci, donando al mondo numerosi frutti di conversione e santità. La risposta a questa domanda dovrà necessariamente fare riferimento al cardinale Wyszynski che giocò ruolo cruciale per la salvezza della chiesa e della nazione polacca nel periodo più buio della sua storia: quello dell’occupazione sovietica.

Si può affermare che la Polonia sia diventata il “polmone spirituale” di questo Anno Giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco. Si tratta infatti del paese natale di Santa Faustina Kowalska, la religiosa scelta da Dio per diffondere il messaggio della Divina Misericordia e del papa San Giovanni Paolo II che si fece portavoce di questa particolare devozione. A questo si aggiunga che proprio quest’anno la Giornata Mondiale della Gioventù sarà celebrata a Cracovia.

Tra le numerose testimonianze di fede e di santità che offre la nazione polacca non possiamo non guardare all’opera del cardinale Wyszynski che fu primate della Polonia dal 1948 sino alla sua morte avvenuta a Varsavia nel 1981. La sua vita non è sufficientemente conosciuta in occidente, in parte anche a causa del ruolo di un altro vescovo polacco: Karol Wojtyla che, in certo senso, ne “oscurò” la memoria da quando fu eletto Papa. Ma se Giovanni Paolo II ebbe un ruolo importantissimo nello scardinare il sistema comunista in Polonia, chi lottò in prima persona quando ancora Wojtyla era un giovane prete fu il cardinale Wyszynski: fu lui a combattere l’imperialismo sovietico e a difendere la Chiesa cattolica e i fedeli polacchi dalle angherie e dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

Il giovane prete ricercato dai nazisti.

Stefan Wyszynski nacque a Zuzela (un villaggio dell’est della Polonia) nel 1901, in una famiglia povera e numerosa. Suo padre, molto devoto alla madonna di Czestochowa, era l’organista e il sacrestano della chiesa parrocchiale. Nel 1924 Stefan ricevette l’ordinazione sacerdotale all’età di 23 anni e intraprese gli studi di diritto canonico all’Università Cattolica di Lublino. Durante l’occupazione nazista, per ordine del suo vescovo e a causa del suo debole stato di salute, fu costretto ad abbandonare il seminario dove risiedeva ed insegnava; si nascose in campagna, cambiando costantemente domicilio per scampare alle retate naziste, mentre serviva clandestinamente i fedeli del luogo dove si trovava di passaggio. L’ordine del vescovo – a cui Wyszynski obbedì non senza sofferenza – si rivelò provvidenziale: più tardi si scoprì che il suo nome era nella lista dei religiosi considerati pericolosi dalla Gestapo e destinati alla deportazione nei campi di concentramento (in quella lista anche il nome del sacerdote Massimiliano Kolbe che morì ad Auschwitz nel 1941). Nel 1944, durante l’insurrezione di Varsavia contro l’invasore tedesco, Wyszynski assunse il ruolo di cappellano militare, sostenendo i feriti e assistendo i morenti sia polacchi che tedeschi.

Una nuova minaccia: il comunismo in Polonia contro la Chiesa Cattolica.

Nel 1945, alla fine della Seconda Guerra mondiale, la Polonia si trovò in una situazione critica con inimmaginabili perdite materiali (a Varsavia i tedeschi distrussero più del 90% degli immobili) e soprattutto umane. Perdendo sei milioni di cittadini, la popolazione polacca decrebbe di un quinto. Questa nazione maltrattata e traumatizzata si trovò ad affrontare un nuovo grave pericolo che metterà alla prova, ancora una volta, la sua sopravvivenza: l’istallazione forzata e violenta del regime marxista-comunista, così estraneo al carattere tradizionale di questo paese marcatamente segnato dalla cultura cristiana. Lo stesso Stalin pronunciò la famosa frase secondo cui ‘impiantare il comunismo in Polonia era come sellare una mucca’: per istallare l’ateismo marxista in Polonia, era necessario sradicare la sua identità nazionale e la sua cultura cristiana. In questi tempi estremamente difficili Wyszynski – nominato nel 1946 vescovo di Lublino e nel 1948 vescovo di Gniezno e Varsavia – cosciente delle perdite umane sofferte sotto il nazismo, invitò i guerriglieri a consegnare le armi e ad approfittare dell’amnistia concessa per cercare di tornare ad una vita normale. Ciò che contava in quel momento non era lottare per la libertà politica, ma assicurare la sopravvivenza biologica di una nazione decimata dalla guerra. Inizialmente i sovietici mantennero una apparente benevolenza accettando di firmare un accordo con la Chiesa (1950), impegnandosi a rispettare la libertà religiosa e l’autonomia della Chiesa. Ma il governo non aveva alcuna intenzione di rispettare l’impegno preso e presto iniziò a perseguitare i gruppi patriottici e i fedeli. Nel 1952 papa Pio XII nominò cardinale Stefan Wyszynski ma le autorità comuniste non gli concessero il permesso per recarsi a Roma per ritirare il cappello cardinalizio. In questo periodo iniziò una dura repressione contro la Chiesa polacca e le sue attività: molte scuole, ospedali, giornali furono chiusi o assunti dal governo. Numerosi sacerdoti e religiosi furono incarcerati senza un vero processo e alcuni di loro assassinati. Nel 1953, il governo comunista promulgò una legge che prevedeva il controllo delle nomine ecclesiastiche, imitando un processo applicato nell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione.

Non possumus”: la lettera di Wyszynski contro le ingerenze del governo.

Questo attacco frontale contro la Chiesa segnò un punto di svolta nelle relazioni tra l’episcopato polacco e il governo marxista. Il cardinale Wyszynski, che fino a quel momento ebbe un atteggiamento conciliante nella ricerca di un modus vivendi coi suoi avversari, scrisse la famosa lettera, firmata all’unisono da tutto l’episcopato e inviata al governo, che rappresentò uno dei momenti decisivi della storia della Polonia e dell’Europa contemporanea: “Affermiamo che il suddetto decreto non può essere da noi riconosciuto come legittimo e vigente, giacché contrario alla Costituzione [che riconosceva la libertà di culto] e alle leggi di Dio e della Chiesa”. E più avanti “Se dovessimo trovarci di fronte all’alternativa di sottomettere la giurisdizione ecclesiastica come uno strumento di governo civile oppure accettare un sacrificio personale, non vacilleremo. Seguiremo la voce apostolica della nostra vocazione e coscienza sacerdotale; andremo con pace interiore, con la coscienza di non aver dato motivo per la persecuzione e che le sofferenze che ci accadranno non saranno per altra causa se non quella di Cristo e della sua Chiesa. Non possiamo sacrificare le cose di Dio sull’altare di Cesare! Non Possumus!”. La lettera provocò un’autentica furia tra i comunisti che già vantavano il controllo del paese ma che non riuscivano a controllare pienamente la Chiesa cattolica.

Il Primate in carcere: preghiera e studio in cella.

Da parte sua il cardinale Wyszynski era pienamente cosciente della reazione che quella dichiarazione avrebbe provocato nel governo ed era pronto al martirio. La notte del 25 settembre del 1953 il cardinale fu arrestato dalle autorità comuniste  e portato in carcere. Uscendo dal palazzo episcopale disse a una religiosa che si affannava nel preparargli un bagaglio: “Sorella non porterò nulla. Sono entrato povero in questa casa e povero vi uscirò”. Rimarrà in carcere per tre lunghi anni e sarà trasferito in diversi luoghi al fine di mantenere segreto il suo nascondiglio. Soltanto l’ultimo anno di prigione gli sarà concesso di vivere in un convento nei Carpazi Orientali con la possibilità di inviare e ricevere lettere. Durante la sua prigionia sapeva che in qualsiasi momento poteva essere giustiziato così come avveniva a tanti altri prigionieri. Nonostante ciò, senza perdersi d’animo, stabilì un orario simile a quello di un monastero, con un tempo di preghiera, di studio, di meditazione e di lavoro intellettuale alzandosi presto al mattino per approfittare al massimo di ogni giornata. Nel suoi Appunti dalla Prigione scrisse: “Oggi non posso servire la Chiesa e la patria col mio lavoro di sacerdote nel tempio, ma posso servirle con la preghiera. Ed è quello che sto facendo praticamente tutto il giorno”. I suoi aguzzini cercarono di rovinargli la vita in ogni modo con violenze, minacce e lusinghe, ma il prigioniero non smise di pregare per loro: “Non mi obbligheranno in nessun modo ad odiarli”. Scrisse ancora: “Abbiamo gli stessi obblighi di testimoniare Cristo in carcere come davanti ad un altare”. I suoi carcerieri si disperavano vedendo che tutti i loro metodi di persuasione (gli promisero la libertà se rinunciava al suo ruolo di vescovo) e le torture psicologiche non sortivano nessun effetto: “Anche se dovessi passare qui cento anni, non lo farò, perché va contro la mia coscienza”. Scrisse anche “Il peccato più grande per un apostolo è la paura; la paura di un apostolo è la prima alleata dei suoi nemici”; e ancora: “la mancanza di coraggio è l’inizio della sconfitta per un vescovo”.

La liberazione e l’azione diplomatica per la pace della Polonia.

Dopo l’insurrezione del 1956 contro il regime stalinista (Rivolta di Poznań), al fine di allenare le tensioni, il nuovo leader polacco Gomułka chiese al prigioniero di tornare a Varsavia per riprendere il possesso della sua sede episcopale. Wyszynski accettò ma solo alla condizione che il decreto sulle nomine dei vescovi venisse cancellato, che venisse garantita la libertà di culto e l’indipendenza tra Stato e Chiesa. Il 28 ottobre il Primate tornò a Varsavia e l’8 dicembre si firmò il nuovo accordo che sottoscriveva le condizioni poste dal cardinale Wyszynski. Fu il trionfo di chi era disposto ad offrire la propria vita prima che si compissero ingiustizie contro la sua Chiesa e il suo popolo. Se il cardinale Wyszynski si fosse piegato di fronte alle minacce del partito, la Chiesa avrebbe sofferto gravi conseguenze (come successe in altri paesi); ma la sua incrollabile fedeltà e la sua resistenza permisero alla chiesa polacca di conservare un livello di autonomia e di libertà senza paragoni in tutto il blocco sovietico. Il cardinale Wyszynski ebbe un ruolo cruciale nei conflitti che sorsero tra la classe operaia e il governo comunista: da un lato appoggiando le giuste rivendicazioni dei lavoratori e dall’altro conservando un atteggiamento conciliatore e pacifico, allentando le tensioni per evitare le violenze da entrambe le parti.

La morte del Primate: la sua opera un esempio da seguire.

Wyszynski morì il 28 maggio del 1981, quindici giorni dopo l’attentato a Giovanni Paolo II. Non potendosi recare al suo funerale perché ancora ricoverato, il Santo Padre inviò una sentita lettera alla nazione polacca con la quale indisse trenta giorni di raccoglimento e di preghiera, invitando a meditare su “la figura dell’indimenticabile Primate, il Cardinale Stefan Wyszynski”, e “il suo insegnamento, il suo ruolo in un così difficile periodo della nostra storia”. Giovanni Paolo II invitò tutti ad imitare il coraggio apostolico del cardinale e a riprendere l’opera da lui iniziata: “Riprendano quest’opera con grandissima responsabilità i Pastori della Chiesa, la riprendano il clero, i sacerdoti, le famiglie religiose, i fedeli di ogni età e di ogni mestiere. La riprendano i giovani. La riprenda la Chiesa intera e l’intera Nazione”.

Nel 1989 per volere di Giovanni Paolo II, venne inaugurato il processo di beatificazione del Servo di Dio cardinale Stefan Wyszynski. Superata la fase “diocesana”, il processo è ora allo studio della Congregazione delle Cause dei Santi dove è in esame l’inspiegabile guarigione di una ragazza di Szczecin (nord della Polonia) che, afflitta in stato terminale da un tumore, chiese la grazia della guarigione per l’intercessione del coraggioso “Primate del Millennio”.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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Ritornare a Dio: la confessione e il combattimento spirituale

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– Vuoi confessarti?
– Confessarmi?
– Sì, confessarti.
– Ma che c’entra?
– Penso che sia un’esperienza che tu debba fare. Abbiamo parlato tanto, ma devi toccare con mano l’amore. Magari non oggi. Domani, se vuoi.
– Ma io non mi confesso da più di trent’anni e non saprei neanche da dove iniziare! L’idea mi mette un po’ di angoscia.

Ogni buona confessione inizia con un esame di coscienza che ci fa tornare con la memoria alla nostra ultima confessione, cioè all’ultima volta che abbiamo consegnato a Dio tutti i nostri peccati per ricevere il suo perdono e la grazia del sacramento.

Da quanto tempo non mi confesso? Se la vita spirituale è una battaglia, al colpo inferto all’anima dal peccato, il cristiano è invitato a rispondere con un “colpo” di grazia, che può facilmente infierire attraverso il sacramento della riconciliazione (o penitenza). Se il peccato è un tumore, che fa male all’anima e che progressivamente potrebbe arrivare ad ucciderla, il cristiano è invitato a tagliarlo via, ad estirparlo ogni volta che si ripresenta minacciosamente, al fine di guarire da questo male che ferisce e che allontana da Dio e dal prossimo.

Sono passati ormai più di trent’anni da quando il papa Giovanni Paolo II scrisse l’esortazione Reconciliatio et Paenitentia per riflettere sul sacramento della Penitenza (o confessione). Il testo fu pubblicato nell’Avvento del 1984 dopo il Sinodo Ordinario dei Vescovi sul tema “La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi”. Giovanni Paolo II scriveva che, in un mondo pieno di ferite, di divisioni e di frantumazioni, nel cuore degli uomini esiste una profonda “nostalgia di riconciliazione” che solo potrà essere soddisfatta con un processo di conversione che sani la radice di ogni lacerazione: il peccato.

Rompere radicalmente con il peccato è dunque la condizione necessaria per riconciliarsi con Dio e ciò – continuava il pontefice – “si realizza soltanto attraverso la trasformazione interiore o conversione, che fruttifica nella vita mediante gli atti di penitenza” (RP 4).

Oggi è ancora necessario che la Chiesa rifletta ed approfondisca sul mistero della riconciliazione sacramentale, soprattutto in una società che ha rifiutato, e dunque perso, il senso del peccato. La situazione non era diversa già trent’anni fa e Giovanni Paolo II denunciava “il progressivo attenuarsi del senso del peccato, proprio a causa della crisi della coscienza e del senso di Dio” (RP 18).

Nel tempo di Quaresima siamo invitati a prendere nuovamente coscienza del peccato; a rientrare in noi stessi, a riconoscere il nostro bisogno di conversione e di riconciliazione con Dio, a recuperare quel legame di amicizia col nostro Padre celeste, quella comunione che il nostro peccato ha spezzato. L’invito del sacerdote che ci impone le “Ceneri” all’inizio del percorso quaresimale, è l’invito che la Chiesa ci fa per poterci preparare alla grande festa della Pasqua che è l’incontro con Cristo risorto. “Convertiti e Credi al Vangelo” è un invito a ritornare all’essenziale della vita cristiana; sono le parole che Gesù pronunciò all’inizio della sua predicazione nella Galilea, prima ancora di chiamare i discepoli a seguirlo lasciando tutto ciò che possedevano, prima ancora di compiere miracoli di guarigione e di scacciare i demoni (Mc 1,15). Il Sacramento della Riconciliazione è chiamato anche “Sacramento della Conversione” perché sacramentalmente il cammino di ritorno a Dio (CCC 1423).

La missione della Chiesa, una “comunità riconciliata e riconciliatrice”, è quella di annunciare al mondo la misericordia di Dio verso tutti gli uomini, di annunciare (in primo luogo attraverso la testimonianza) che l’amore gratuito di Dio – che ha offerto suo Figlio sulla Croce per tutti gli uomini – è per tutti, senza distinzioni, ed è più forte del peccato.

La difficoltà della riconciliazione con Dio è tutta nello spezzare il proprio orgoglio (che ci illude di essere onnipotenti e autosufficienti) e riconoscerci bisognosi della misericordia divina. E’ ciò che ha affermato il papa Francesco nel suo Messaggio per la Quaresima 2015:

“Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli”.

reyes3Oggi, a trent’anni da quel bellissimo documento firmato dal papa polacco, è lecito interrogarsi ancora sul senso profondo del sacramento della riconciliazione e sul suo significato per l’uomo di oggi. A porre la domanda è Ricardo Reyes, sacerdote panamense, autore del libro Mi Lasciai Sedurre. Perché confessarsi? (ed. San Paolo 2015).  Dottore in Liturgia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, Reyes ha pubblicato il suo primo libro nel 2012 (Lettere tra cielo e terra, ed. Cantagalli) per spiegare in un linguaggio semplice e comprensibile a tutti il mistero dell’Eucarestia. Dopo il successo del primo libro (numerose le presentazioni con annessa catechesi sull’Eucaristia nelle parrocchie italiane) il sacerdote centroamericano ci propone una appassionante storia di amicizia che getterà un po’ di luce sul mistero della misericordia di Dio e sul sacramento della riconciliazione.

Il testo (non un trattato di teologia ma un racconto di vita) si svolge come un unico e incalzante dialogo tra Roberto e Michele. Il primo è un sacerdote sudamericano “in combattimento”, che non si vergogna della sua fragilità e del suo “rapporto burrascoso con Dio” ma che appoggia tutta la sua esistenza nella fedeltà e nella misericordia divina che è “più forte delle sue meschinità”; il secondo un uomo lontano dalla fede, ansioso, un testardo, che affronta una penosa malattia pieno di dubbi, cercando un po’ di luce nel buio della sua storia. Entrambi, l’uno parlando del Vangelo e l’altro “filosofeggiando” razionalmente, scopriranno di essere accomunati da una stessa sorte: essere uomini in cammino, bisognosi della grazia e della misericordia di Dio.

Lasciamo ora che sia lo stesso autore a presentare questo suo nuovo libro tramite le parole che introducono il testo.

Nel primo Angelus del suo pontificato papa Francesco pronunciò una frase che più di ogni altra è entrata nel cuore dei cristiani: «Dio non si stanca mai di perdonarci […]: il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza».
Dopo queste parole una moltitudine di persone, tra cui migliaia di cristiani non praticanti, si è riversata nei confessionali di tutte le parrocchie del mondo. La riscoperta del perdono e, di conseguenza, il fatto di riportare Dio al centro dell’esistenza sono stati per molti il primo grande dono di questo pontificato.
Papa Francesco non solo invitava ad accogliere il perdono, ma esortava soprattutto a capirne l’essenza. Feci mio quell’invito desiderando, anche come prete, di capirne di più sia per me stesso che per quanti avessero voluto scoprirne il mistero e la meraviglia nascosti.
È nata, così, l’idea di questo libro che, ovviamente, non è un trattato teologico sulla confessione, ma soltanto il tentativo di fare luce su molti aspetti che, a mio avviso, sono essenziali per inquadrare questo sacramento nella giusta prospettiva. Mi spiego meglio: credo sia fondamentale per parlare del perdono sapere, per esempio, che cosa sia il peccato, che troppi riducono al frutto di piaceri proibiti; come pure capire che senso possa avere il dover dire a un prete i propri fatti più intimi, cosa questa assolutamente incomprensibile a molti. Insomma, ho cercato di chiarire alcuni concetti essenziali
raccontando in forma dialogica e intrecciando realtà e fantasia l’incontro tra un sacerdote e un suo amico che si dichiara “non credente”.
Un dialogo, in definitiva, che svelerà i due volti della storia: i problemi a volte inaspettati dei preti e l’inconsapevole tendere dei cosiddetti “lontani” verso Dio, verso un centro che non sanno però come raggiungere.
Preti e non credenti appariranno accomunati dal loro essere uomini e, in quanto tali, uniti dal comune senso di precarietà e di incertezza che a tratti la vita mette davanti e dal bisogno di essere in qualche modo riscattati.
È una storia che spero possa arrivare al cuore di tutti e allo stesso tempo aprire la mente alla grandezza del sacramento della riconciliazione in modo semplice e bello. E la bellezza sta proprio nel mostrare la veracità delle parole del profeta Isaia citate dal Papa: «Se anche i nostri peccati fossero rossi scarlatti, l’amore di Dio li renderà bianchi come la neve».

 

Miguel Cuartero
@mcuart

Articolo originale pubblicato su Aleteia il 20/02/2015

Papa Francesco e l’Humanae Vitae

papa manilaIl Papa Francesco ha ribadito in modo chiaro l’importanza, per la famiglia cristiana, del documento Humanae Vitae del papa Paolo VI. Lo ha fatto durante il suo viaggio in Filippine, nel discorso pronunciato all’incontro con le famiglie al Mall Of Asia Arena di Manila (qui il discorso completo, da non perdere!).

Pubblicata il 25 luglio del 1968, nel pieno della cosiddetta “rivoluzione sessuale”, la lettera enciclica scritta da papa Montini a proposito della vita umana e della regolazione delle nascite provocò, all’interno della Chiesa Cattolica, reazioni contrastanti riscuotendo dal primo momento molte critiche e contestazioni da parte di esperti, teologi, singoli vescovi e intere conferenze episcopali. Il documento non ha certo un appeal popolare, il suo non è un messaggio immediatamente attraente né facile da mettere in pratica ma descrive l’alta vocazione della famiglia e della paternità e maternità responsabile. E’ per questo motivo che, ancora oggi, è al centro di grandi polemiche ed è considerato uno dei testi magisteriali più discussi degli ultimi decenni.

Da una parte c’è chi considera l’Humanae Vitae un atto di forza, solitario e testardo, del papa Paolo VI che decise contro i pareri della commissione di esperti da lui stesso istituita. Costoro ne criticano l’eccessiva durezza e severità nei confronti dei coniugi cristiani nel vietare i “metodi artificiali” di controllo delle nascite. Tra coloro che hanno contestato l’Humanae Vite si è alzata anche l’autorevole voce del card. Martini che mai nascose le sue posizioni avanguardiste in materia di morale sessuale. Nel suo libro-intervista “Dialoghi notturni a Gerusalemme”, il cardinale definì il documento papale “un grave danno” che provocò l’allontanamento di molte persone dalla Chiesa. Così l’insegnamento morale di Paolo VI viene considerato, da molti ambienti ecclesiastici, retrogrado, superato e lontano dalla mentalità e dai problemi odierni dei coniugi cristiani.

Dall’altra parte ci sono coloro che – fedeli al magistero di Paolo VI – hanno sottolineano la bellezza, la dimensione profetica e l’importanza fondamentale dell’Humanae Vitae per la situazione attuale delle famiglie. Primo fra tutti san Giovanni Paolo II che dedicò molti studi e catechesi a ciò che si conosce come “teologia del corpo” (sintetizzata in modo chiaro e preciso nel libro “La sessualità secondo Giovanni Paolo II” del giornalista francese Yves Semen). In nessun momento e sotto nessun aspetto il magistero del papa polacco si discostò dalle indicazioni di Paolo VI. Allo stesso modo Benedetto XVI – a quarant’anni dalla pubblicazione del documento – indicò che “quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato”.

Ora anche papa Francesco mostra la sua volontà di conservarne l’insegnamento dell’Humanae Vitae come una parola valida per la Chiesa e per i cristiani di oggi. Nell’incontro con le famiglie filippine, parlando delle “colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia”, il papa ha invitato a non perdere di vista “la missione della famiglia” e a “dire di no a qualsiasi colonizzazione politica” con sagacia, abilità e forza. Tra le grandi sfide che la famiglia è chiamata ad affrontare il papa ha citato i disastri naturali, la povertà e l’emigrazione: problemi che affliggono in modo particolare le Filippine e i paesi limitrofi. Ma, allo stesso tempo, il “materialismo” e “stili di vita che annullano la vita familiare e le più fondamentali esigenze della morale cristiana” sono il frutto di una vera e propria “colonizzazione ideologica” che si avventa contro l’istituzione familiare. La “mancanza di apertura alla vita” è uno dei mali di cui soffre la famiglia che segue le sirene del relativismo e della “cultura dell’effimero”. La chiusura alla vita diventa poi un cancro all’interno della società che invecchia e muore, giacché – prosegue il pontefice “ogni minaccia alla famiglia è una minaccia alla società stessa”.

A questo punto Francesco ricorda il papa Paolo VI che “ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia. Lui conosceva le difficoltà che c’erano in ogni famiglia, per questo nella sua Enciclica era molto misericordioso verso i casi particolari, e chiese ai confessori che fossero molto misericordiosi e comprensivi con i casi particolari. Però lui guardò anche oltre: guardò i popoli della Terra, e vide questa minaccia della distruzione della famiglia per la mancanza dei figli. Paolo VI era coraggioso, era un buon pastore e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo”.

L’intento di papa Montini, sollecitato dai movimenti di liberazione sessuale, dalla diffusione della pillola abortiva e dagli allarmi sul boom demografico, fu quello di ribadire la sacralità della vita e della sessualità umana e stabilire la dottrina cattolica nel campo della morale coniugale, con particolare riferimento alla regolazione della natalità. Ribadendo il giudizio negativo nei confronti dell’aborto, della sterilizzazione e dei metodi anticoncezionali, Paolo VI sottolineò l’inscindibilità tra l’aspetto unitivo e quello procreativo dell’atto coniugale stabilendo che “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita” (n° 11).

Per il papa Paolo VI “la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita”. Nel riconoscere i “propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società”, i coniugi “non sono liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa”.

Nulla di semplice, insomma. Ma il papa fu profetico perché oltre a segnalare la via da percorrere, indicò i rischi e i pericoli di uno stile di vita che sposasse la regolazione artificiale delle nascite (HV 17): l’infedeltà coniugale, l’abbassamento della moralità, la banalizzazione della sessualità, la mancanza di rispetto nei confronti della donna (considerata “strumento di godimento egoistico”), il rischio dell’intromissione del governo nelle decisioni familiari dei coniugi attraverso metodi anticoncezionali suggeriti o imposti…

La contestazione all’enciclica Humanae Vitae è uno dei problemi spinosi che la Chiesa è chiamata ad affrontare con serietà e attenzione pastorale. Sono molti i cattolici che si pongono in netta opposizione ai dettami di questa enciclica: sia i singoli coniugi cristiani, con una condotta di regolazione delle nascite che non esclude i metodi anticoncezionali, sia i pastori o  i teologi con un insegnamento che contrasta nettamente col magistero di Paolo VI.

Ne è un chiaro esempio il risultato del questionario preparatorio per il Sinodo Straordinario sulla Famiglia che ha evidenziato come, l’Humanae Vitae “nella stragrande maggioranza dei casi, non è conosciuta nella sua dimensione positiva. Coloro che affermano di conoscerla appartengono per lo più ad associazioni e gruppi ecclesiali particolarmente impegnati nella frequentazione delle parrocchie o in cammini di spiritualità familiare” (Instrumentum Laboris, n° 123). Si evidenzia inoltre una netta dicotomia tra ciò che la Chiesa insegna e ciò che la maggioranza dei cattolici crede e pratica, senza che ci sia un giusto accompagnamento necessario per la comprensione della realtà coniugale alla luce della fede e della antropologia cristiana.

Un altro esempio recente che mostra più da vicino la confusione in materia lo troviamo in una rivista mensile dell’etere cattolico gestita da una nota comunità religiosa. Nel numero di dicembre vi si trova una lettera di due coniugi del nord Italia sposati da quarant’anni che, in coscienza e per il benessere della loro unione, fanno uso della pillola anticoncezionale vietata esplicitamente dall’Humanae Vitae; i coniugi si dicono profondamente “avviliti” perché il Sinodo appena concluso “ha proposto sbrigativamente ai coniugi la Humanae Vitae” mentre speravano che la Chiesa “finalmente cambiasse atteggiamento”. La risposta del giornale avviene per mano di un “teologo” italiano che si dice anch’esso “perplesso” per la “conferma senza riserve” della enciclica di Paolo VI, sottolineando l’esistenza di uno “scisma sommerso” all’interno della Chiesa. Il teologo ricorda che diverse conferenze episcopali, così come il card. Martini, hanno cercato di rivedere e reinterpretare l’insegnamento ufficiale della Chiesa senza però riuscirci e si mostra fiducioso perché i lavori sinodali sulla famiglia devono ancora concludersi.

La speranza di molti fedeli e pastori è dunque che l’Humanae Vitae venga modificata, alleggerita o definitivamente superata in favore di una maggior apertura ed elasticità mentale. Sono speranze riposte sul Sinodo e sicuramente ci sarà da discutere. Ma a quanto pare, papa Francesco, non ha intenzione di modificare l’insegnamento della Chiesa cattolica con un “abbassamento della moralità”. Ciò che ebbe a cuore Paolo VI nella stesura dell’enciclica fu tenere alta la legge per elevare l’uomo, senza cadere nel rischio che sia l’uomo ad abbassare la legge per poter raggiungerla più facilmente.

E’ ovvio che nessuna legge, neanche le norme del magistero ecclesiastico promulgate dal papa, può avere un carattere coercitivo, nessuno è “costretto” ad obbedire ma tutti sono invitati ad accogliere con fede questa parola della Chiesa, come una parola che viene da Dio. E’ per questo che (così come fece Paolo VI invitando i sacerdoti ad una cura pastorale attenta e sollecita) Francesco ha ribadito con forza la necessita, per i pastori, di essere “misericordiosi e comprensivi” con i casi particolari. Da qui a cancellare l’Humanae Vitae ci passa un bel po’ di differenza.

Miguel Cuartero
@mcuart

I papi che amano gli ebrei: le bugie da Pio XII a Francesco

benedetto xvi ebreiAleteia – Sono ormai passati quasi settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e la polemica sui rapporti tra papato e nazismo non sembra volersi attenuare. Lungo questi anni si è andata affermando una certa linea di pensiero che vorrebbe dare per assodata, e storicamente certa, la complicità di Pio XII e di altri pontefici con lo sterminio nazista. La leggenda nera dei papi filonazisti è l’argomento su cui si sono maggiormenti cimentati gli avversari della Chiesa Cattolica, facendo leva sulla posizione di Pio XII, dipinto come una figura ambigua e disonesta. Si tratta di una battaglia che mira a colpire la credibilità stessa della Chiesa Cattolica nella figura dei suoi pontefici. A sotenere questa propaganda denigratoria nei confronti dei papi si trovano settori forti della cultura della sinistra laicista e della massoneria protestante e giudeizzante.

A partite dagli anni sessanta con la pubblicazione del dramma “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, si accese una forte polemica anticattolica che si protrae fino al giorno d’oggi. Opere contro Pio XII scritte da autori anticattolici come Goldhagen, Cronwell (che ha ritrattato poi le sue affermazioni), Blanshard, hanno riscosso grande successo sulla scena internazionale. Le accuse sono pesanti: Pio XII è accusato, non solo di aver taciuto davanti a Hitler, ma di aver appoggiato, sostenuto e addirittura ispirato il nazismo. Dal singolo papa, poi, l’accusa passa alla Chiesa nel suo insieme, e – il passo è breve – al cristianesimo, accusato di considerare il popolo ebraico come popolo deicida e di porre le basi del più accanito risentimento antisemita. Sono accuse forti, dettate dall’odio verso il cattolicesimo più che dall’amore verso i popoli perseguitati, alimentate da motivazioni ideologiche più che dalla ricerca della verità.

Ma quale fu il vero ruolo del pontefici nel periodo del nazismo e nei confronti dello sterminio del popolo ebraico?

PIO XI. La condanna del Nazismo.

Nel marzo del 1937 il papa Pio XI, Achille Ratti, scrisse la memorabile enciclica Mit Brennender Sorge (“Con viva ansia”), indirizzata a tutti i vescovi cattolici, riguardo la situazione della Chiesa nel Terzo Reich tedesco. Il pontefice, di fronte ai tempi difficili e a situazioni dure, incoraggiò i fedeli e, soprattutto, i sacerdoti tedeschi a rimanere fedeli a Cristo e alla missione loro affidata, a “servire la verità, tutta intera la verità, smascherare e confutare l’errore, qualunque sia la sua forma o il suo travestimento”. Questa enciclica fu un clamoroso atto di condanna nei confronti del governo di Hitler, del razzismo, delle discriminazioni e delle persecuzioni attuate dal regime nazista ancor prima che la furia nazista si scatenasse a pieno (molti tra gli ebrei tedeschi giudicavano “eccessivo” l’allarmismo nei confronti dell’ascesa del nazismo). Il papa non risparmiò parole durissime ed una condanna esplicita nei confronti dei politici nazionalsocialisti definendoli “superficiali”, “nemici di Cristo”, “ciechi”, “bestemmiatori”, fautori di “perniciosi errori” e di “pratiche perniciose”, nemici della legge naturale. Questa coraggiosa enciclica è stata definita: “la più dura critica che la Santa Sede abbia mai espresso nei confronti di un regime politico”. La reazione di Hitler fu furiosa: la Chiesa Cattolica si opponeva frontalmente al suo programma politico.

pio xii nazismoPIO XII. Il presunto silenzio e l’aiuto agli ebrei.

Dietro alla stesura dell’Enciclica Mit Brennender Sorge si scorge la mano del futuro papa Pio XII. Elevato da Pio XI alla carica di Segretario di Stato, il Cardinale Eugenio Pacelli, dopo cinque anni di servizio come Nunzio Apostolico in Germania, fu un grande conoscitore dello spirito nazista e della reale situazione politica tedesca. Salito al soglio pontificio, nel marzo del 1939, con il nome di Pio XII, il papa romano si trovò a governare la Chiesa Cattolica in uno dei periodi più difficili e più bui della storia. Al difficile ruolo ricoperto da Pio XII come capo della Chiesa Cattolica si aggiunse la delicata posizione geografica nel cuore dell’Italia: paese attivamente in guerra al fianco dei tedeschi e poi invaso dagli stessi nazisti. L’accusa che ancora oggi si eleva da più parti contro Pio XII è quella di non essersi esposto con forza ed in modo esplicito contro Hitler, denunciando le deportazioni e la politica di sterminio. Dietro a questo presunto silenzio si sarebbe nascosta una delittuosa complicità con il capo nazista. Coloro che accusano il papa Pacelli passano sotto silenzio diversi documenti, carteggi e tutte le strategie diplomatiche che il papa (eminente ed esperto uomo politico) mise in atto in quegli anni difficili al fine di proteggere la popolazione ebraica. E’ un fatto ormai storicamente accettato che, negli ultimi anni della guerra, i nazisti tramassero un attacco al Vaticano che rappresentava ormai un grosso ostacolo al progetto propagandistico ed espansionistico tedesco, una vera e propria “congiura” contro il papa Pio XII. Allo stesso modo è innegabile che centinaia di migliaia di ebrei (si parla di circa 800mila) sopravvissero perché nascosti in parrocchie, conventi o monasteri, sotto l’esplicito incoraggiamento del papa e dei Nunzi Apostolici, suoi collaboratori nel mondo.

Oggi la Chiesa ha riconosciuto ufficialmente le virtù eroiche di papa Pacelli: è in corso infatti il processo di beatificazione, nonostante persistono dubbi ed interrogativi anche all’interno della stessa Chiesa. La figura del papa Pio XII ha comunque raccolto un largo consenso anche al di fuori del mondo cattolico, a dimostrazione di quanto fosse reale la sua opposizione a Hitler e di quanto invece sia ideologica la sua accusa. Un esempio eclatante dell’enorme lavoro svolto da Pacelli in favore degli ebrei fu la vicenda di Israel Anton Zoller (1881-1956) che fu rabbino capo della comunità ebraica di Roma durante l’occupazione tedesca. Nel 1944 aderì al cristianesimo ma – per evitare il sospetto di una scelta di convenienza – attese la fine del conflitto per darne pubblica notizia. L’influenza del papa Pio XII sulla sua conversione sarà tale che al momento del battesimo, in segno di riconoscenza, scelse lo stesso nome del pontefice diventando Eugenio Zolli. Alla morte di papa Pio XII, Elio Toaff (rabbino di Roma dal 1951 al 2001) dedicò parole di stima verso il pontefice per “la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza”. Il riconoscimento del popolo ebraico per gli aiuti ricevuti dal papa fu grande, e alla sua morte arrivarono messaggi di vicinanza dalla comunità ebraica internazionale. Non solo studiosi cattolici ma anche autori di origine ebraica come Martin Gilbert, Pichas Lapide, Jeno Levai e David Dalin hanno preso le difese del papa mettendo in luce le ragioni storiche che privano di ogni valenza scientifica le false accuse mosse contro Pio XII.

GIOVANNI XXIII e PAOLO VI. I papi del Concilio: una nuova stagione di dialogo

Durante il suo servizio come Delegato Apostolico a Istanbul, Angelo Roncalli diede prova di grande vicinanza al popolo ebraico sostenendo la causa degli ebrei perseguitati dal regime nazista. Grazie al suo coraggio e le sue spiccate doti diplomatiche riuscì a salvare molti ebrei dai campi di concentramento e dalle camere a gas. Allo stesso modo, nominato nunzio apostolico a Parigi, si adoperò a favore degli ebrei ungheresi, slovacchi e bulgari facendo letteralmente “carte false” per strappare gli ebrei dalle mani di Hitler. Infine, dopo la guerra, si mostrò favorevole alla nascita dello stato di Israele appoggiando la causa presso il papa Pio XII.

A partire dal Concilio Vaticano II nella Chiesa Cattolica si inaugurò un nuovo clima di apertura e di dialogo nei confronti del popolo ebraico, grazie soprattutto all’impulso dato dai pontefici italiani che guidarono il Concilio: Giovanni XXIII e Paolo VI. Quest’ultimo firmò, il 28 ottobre del 1965, un documento fondamentale che rappresentò un punto di svolta epocale nel dialogo con la religione di Abramo: la dichiarazione conciliare “Nostra Aetate, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”. I padri conciliari furono concordi nel condannare ufficialmente, a nome di tutta la Chiesa cattolica, tutte le violenze e persecuzioni perpetuate contro il popolo ebraico per motivi di razza e di religione. Il breve documento conclude con queste parole ferme e decise: “La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque(NA 4). Fu molto significativo che Paolo VI, a sei mesi dalla sua elezione, si recasse in Israele (gennaio 1964) nel primo dei suoi nove viaggi apostolici. Fu il primo pontefice a visitare la Terra Santa.

giovanni paolo sinagogaGIOVANNI PAOLO II. Dal muro del Pianto ad Auschwitz: Gli Ebrei i fratelli maggiori.

Karol Wojtyla, che fin dalla gioventù coltivò, nella sua Polonia, legami di profonda amicizia con gli ebrei, fu forse il papa che contribuì maggiormente ad eliminare quella distanza che per secoli separò cristiani ed ebrei; il suo impegno per la riconciliazione dei due popoli fu fondamentale e altamente significativo. Fu il primo papa a visitare il campo di concentramento di Auschwitz dove, nel 1979, rese omaggio alle vittime della Shoah. Nel marzo del 2000, si recò in Israele e pregando presso il Muro del Pianto, chiese perdono a Dio, a nome di tutta l’umanità per gli orrori della Shoah: “Noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi suoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza”

Un altro significativo atto fu la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma il 13 aprile del 1986. Un momento storico in cui il pontefice si rivolse al rabbino Toaff con parole di profonda stima: “siete i nostri fratelli prediletti (…), i nostri fratelli maggiori”. Fu il primo papa a visitare una Sinagoga.

BENEDETTO XVI. Nuove accuse al papa tedesco: il ritorno di un mito.

Le origini tedesche di Joseph Ratzinger e la sua formazione in ambienti nazisti furono uno spunto per dar vita a una vera e propria propaganda denigratoria nei confronti dell’attuale papa. Sulla sua appartenenza alla “Gioventù hitleriana” (Hitlerjugend) si è discusso molto, benché il portavoce vaticano Federico Lombardi abbia smentito categoricamente ogni collaborazione col progetto politico del Fuhrer. In realtà il giovane Ratzinger fu arruolato a sedici anni nella contraerea assieme ai suoi compagni di seminario e poi – ai diciotto anni – svolse il suo servizio militare obbligatorio lungo la frontiera con l’Austria. Dopo la morte di Hitler, nel 1945, si ritirò dall’esercito (rischiando la fucilazione o impiccaggione prevista come rappresaglia per i disertori) e tornò a casa, dove poco tempo dopo, fu preso dagli alleati ed imprigionato con altri 50.000 prigionieri tedeschi. Il dramma vissuto dalla famiglia Ratzinger durante la guerra fu quello di ogni famiglia tedesca costretta a non esporsi contro il regime e obbligata a prestare i propri figli alla causa bellica. Sono “ricordi opprimenti” che i detrattori di Benedetto XVI disconoscono o preferiscono tacere.

Nel maggio del 2006 Benedetto XVI, in visita ad Auschwitz, espresse parole di profondo dolore nei confronti delle disumane stragi naziste: “Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania”. Benedetto XVI ha anche chiesto che i nomi delle vittime non siano mai dimenticati e la strage nazista mai sminuita o negata. Nel 2009 la sua cordialità verso il popolo ebraico lo condusse in visita apostolica in Israele dove ha nuovamente condannato il “ripugnante antiseminismo”.

FRANCESCO: una amicizia sincera con la comunità ebraica.

Foto Avvenire

Foto Avvenire

Jorge Mario Bergoglio non ebbe rapporti diretti col nazismo e nei confronti della Shoah ha espresso la sua ferma e decisa condanna definendola “una vergogna per l’umanità”. L’attuale pontefice stringe da molti anni una sincera e profonda amicizia fraterna col rabbino argentino Abraham Skorka col quale, nel 2010 pubblicò un libro intitolato “Il cielo e la terra” frutto di numerosi dialoghi avvenuti tra l’arcivescovo di Buenos Aires e il rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano. Il testo (unico libro scritto dal cardinale argentino) ebbe una grande fortuna dopo l’elezione di papa Francesco diventando il numero 1 nelle vendite in tutto il mondo. Nel libro Bergoglio si riferisce ciò che accadde nei campi di concentramento come “eventi diabolici” ed esprime il suo desiderio di aprire gli Archivi Vaticani che riguardano il pontificato di Pio XII (ancora in fase di catalogazione) per una maggiore chiarezza sulla questione dei rapporti tra Chiesa e Nazismo.

Dopo la sua elezione a Sommo Pontefice, nel 2013, la rivista Forward, voce autorevole della cultura ebraica in America, ha inserito il nuovo papa Francesco nella lista dei 50 ebrei dell’anno; una novità – essendo cattolico – che testimonia le ottime relazioni che intercorrono tra il papa e il popolo giudaico e che premia il tentativo del papa, nei primi mesi di pontificato, di approfondire i rapporti di collaborazione e reciproca stima con gli ebrei.

Nel 1994, dopo il terribile attentato alla comunità ebraica di Buenos Aires che costò la vita a 85 persone, monsignor Bergoglio mostrò grande solidarietà e, nel 2005, già cardinale, fu uno dei firmatari della lettera “85 vittime, 85 firme” chiedendo giustizia per le vittime della aggressione.

Nei primi mesi di pontificato, Francesco ha ricevuto in udienza privata la comunità ebraica di Roma a cui ha rivolto parole di grande stima, rispetto e amicizia sottolineando che “un cristiano non può essere antisemita”. Ha incontrato anche una delegazione di cinquanta ebrei statunitensi rappresentanti della prestigiosa American Jewish Committee. Il nuovo papa ha subito espresso il desiderio di viaggiare in Israele: l’occasione per la visita alla Terra Santa è il cinquantesimo anniversario dello storico incontro tra il papa Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Athenagora. In questa occasione, secondo viaggio ufficiale del papa fuori dall’Italia, Francesco sarà accompagnato dall’amico rabbino A. Skorka. E’ in programma, tra gli altri incontri, la visita al Muro Occidentale, un momento di preghiera presso il memoriale Yad Vashem dedicato alle vittime della Shoa.

CONCLUSIONE.

In conclusione possiamo dire con certezza che tutti i pontefici succedutisi sul soglio pontificio, da Pio IX a Francesco, sono stati un esempio di vicinanza e di benevolenza nei confronti del popolo ebraico. Mai la Chiesa, in tutta la sua storia, è stata vicina al popolo semitico e alla religione di Abramo come in questi decenni. Accusare di antisemitismo anche solo uno di questi pontefici ci renderebbe debitori verso la storia e verso la verità. Achille Ratti, Eugenio Pacelli, Angelo Roncalli, G. Battista Montini, Albino Luciani (papa per soli 30 giorni), Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio, sono stati tutti uomini di pace, hanno contribuito al miglioramento del rapporto con gli ebrei (per secoli conflittuale) e hanno difeso i diritti dell’uomo e l’ugualianza di ogni razza, status sociale e credo religioso. E’ più che auspicabile e quanto mai urgente prendere le distanze dagli slogan e dalla comune retorica anticattolica per ritornare ai fatti realmente accaduti; è necessaria una rilettura della storia libera da quelli occhiali ideologici con cui questa brutta pagina ci è stata raccontata. Scopriremo verità forse a noi nascoste, rivivremo quei momenti di paura e incertezza e capiremo l’importanza di far parte di questa Chiesa che si spese per difendere i più deboli voltanto le spalle al nemico. Lo testimoniano diverse storie concrete di ebrei salvati dai cristiani. Lo testimonia il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas affermando che, durante le persecuzioni degli ebrei, “ovunque appariva una tonaca nera c’era rifugio” e sentendosi “debitore verso tale carità”: “Devo la vita della mia piccola famiglia a un monastero in cui mia moglie e mia figlia furono salvate”. Lo anche testimonia Albert Einsten in una intervista rilasciata nel 1940: Solo la Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità. Prima io non ho mai provato nessun interesse particolare per la Chiesa, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale“.

 

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