Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Parlare di Dio ai giovani è bestemmiare? la versione del “prete social”

paparomatreIl 17 febbraio papa Francesco ha visitato la Terza Università di Roma (quella che, arrivata terza, non ha avuto diritto neanche ad un nome, forse erano finiti…). Tra flash, selfie, titoli su giornali e servizi sui TG, il Pontefice ha avuto un’entusiasmante accoglienza da parte di studenti e professori.

Molti hanno ricordato quando, nel 2008, papa Benedetto XVI fu costretto a rinunciare alla visita programmata alla Prima Università di Roma (“La Sapienza”, questo sì, un nome davvero altisonante) a causa delle proteste di professori e alunni atei laicisti di sinistra. Fin qui tutto ha una logica, si sa che papa Francesco esercita un fascino particolare che ha incantato il mondo grazie la sua semplicità evangelica, al suo essere argentino (da Maradona a Higüaín, da Valeria Mazza a Belén Rodriguez sono anni che gli/le argentini/e imbambolano gli italiani) e alla sua affinità col pensiero globale (pacifismo, ecologismo, pluralismo etnico e religioso…), una sorta di “populismo ecclesiastico” che, a breve termine, raccoglie buoni risultati in termini di audience e di immagine. Continua a leggere…

Francesco alle famiglie in missione: “Non sarà facile, ma troverete la gioia”

papa francesco aulaVenerdì 18 marzo 2016, nell’Aula Paolo VI, si è svolto l’incontro tra papa Francesco e il Cammino Neocatecumenale per l’invio di 56 nuove Missio Ad Gentes. Circa 250 famiglie hanno ricevuto la benedizione del Santo Padre e l’incoraggiamento per la nuova avventura missionaria che stanno per affrontare. L’incontro è stato guidato dall’iniziatore del Cammino Kiko Argüello accompagnato da Carmen Hernández, alla presenza di diversi cardinali e vescovi, equipe di catechisti itineranti, sacerdoti e seminaristi dei seminari Redemptoris Mater.

Dopo le presentazioni e il canto del Vangelo (Gv. 17, 18-26) papa Francesco ha rivolto un discorso riprendendo – “come un mandato per la missione” – tre parole chiave del brano del Vangelo di san Giovanni: unità, gloria, mondo.

Il Papa ha sottolineato l’importanza dell’unità e la comunione con la Chiesa contro la tentazione del diavolo (“il divisore”) che “provoca la presunzione, il giudizio sugli altri, le chiusure, le divisioni”. Il carisma dev’essere custodito gelosamente perché è “una grazia per custodire la comunione”, la via maestra sarà dunque l’obbedienza alla Chiesa – sotto la guida dei Pastori – con l’animo disposto e pronto per la missione.

Francesco ha poi incoraggiato le famiglie ad affrontare con pazienza le avversità della missione per amore alla Chiesa e all’annuncio del Vangelo: “Non sarà facile per voi la vita in Paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione. E questo lo fate per amore, per amore alla Madre Chiesa, all’unità di questa madre feconda; lo fate perché la Chiesa sia madre e feconda“.

Evangelizzare come famiglie – ha aggiunto il Papa – vivendo l’unità e la semplicità, è già un annuncio di vita, una bella testimonianza, di cui vi ringrazio tanto. E vi ringrazio, a nome mio, ma anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare, andare verso l’ignoto e anche soffrire. Perché ci sarà sofferenza, ma ci sarà anche la gioia della gloria di Dio, la gloria che è sulla Croce

Prima della benedizione Francesco ha voluto sigillare l’invio delle famiglie in missione affermando che il Papa è con loro: “Io rimango qui, ma col cuore vengo con voi“.

Video integrale dell’incontro:

 

La vigna di Nabot: Il libro consigliato da Papa Francesco

nabot lapidazioneRivolgendosi ai fedeli presenti in piazza San Pietro per la consueta udienza del mercoledì, papa Francesco ha continuato la riflessione sulla misericordia nella Sacra Scrittura citando l’episodio biblico di Nabot, israelita della valle di Izreel, ucciso dal malvagio re Acab per impossessarsi della sua vigna.

L’episodio è narrato nel capitolo 21 del primo libro dei Re e fa parte del cosiddetto “ciclo di Elia”: una collezione di storie che riguardano la missione del profeta Elia durante il regno di Acab (875-853 a.C.) sul cui operato verte un pesante giudizio da parte di Israele: «Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori» (1 Re 16,30).

Dopo la proclamazione della lettura del brano biblico, papa Francesco ha parlato del cattivo uso delle ricchezze e del potere “realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità” ma che troppo spesso sono “vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte”.

E’ qui che Francesco ha invitato a riflettere sull’episodio del povero Nabot, reo di non aver concesso la propria vigna al re, una vigna confinante col palazzo reale dove Acab avrebbe voluto piantare un orto. Ma Nabot rifiutò l’affare: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3).

L’ira del re, sollecitato dalla perfida moglie Gezabele, segnerà la definitiva condanna di Nabot. E’ la regina infatti, che vedendo il marito preso da sconforto e tristezza, lo inciterà a vendicare l’offesa esercitando il proprio prestigio e potere per schiacciare il suddito impertinente.

Per ordine della regina, Nabot verrà accusato ingiustamente e condannato a morte: morto Nabot, il re potrà impadronirsi della sua vigna e coltivare l’orto. “Ella – ha affermato Francesco – pone l’accento sul prestigio e sul potere del re, che, secondo il suo modo di vedere, viene messo in discussione dal rifiuto di Nabot. Un potere che lei invece considera assoluto, e per il quale ogni desiderio – del re potente – è un ordine”.

Il papa ha segnalato l’importanza dell’episodio della Vigna di Nabot come un riflesso della società contemporanea dove “i potenti che per avere più soldi sfruttano i poveri, sfruttano la gente” La storia di Acab e Nabot “è la storia della tratta delle persone, del lavoro schiavo, della povera gente che lavora in nero e con un minimo per arricchire i potenti è la storia dei politici corrotti che vogliono più e più e più”. “Ecco dove porta l’esercizio di un’autorità senza rispetto per la vita, senza giustizia, senza misericordia. Ed ecco a cosa porta la sete di potere: diventa cupidigia che vuole possedere tutto”.

La predicazione di Gesù verrà a scardinare questo ordine mondano secondo il quale l’autorità e il potere si esercitano schiacciando i subalterni. Parlando ai suoi discepoli, Gesù insegnerà che il vero potere è nel servizio, nel prendere l’ultimo posto: “Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo” (Mt 20,25).

La misericordia di Dio si manifesterà nei confronti del re di Israele attraverso il profeta Elia che aiuterà Acab a pentirsi del male commesso e a convertirsi chiedendo perdono a Dio per il suo peccato. Pieno di misericordia: “Dio bussa al cuore di Acab” e “accetta il suo pentimento”, anche se inevitabilmente il male commesso “lascia le sue tracce dolorose, e la storia degli uomini ne porta le ferite”.

nabotIl papa ha consigliato ai fedeli di approfondire la lettura e la comprensione di questo passo della Sacra Scrittura attraverso il commento di Sant’Ambrogio di Milano: “Il grande Sant’Ambrogio ha scritto un piccolo libro su questo episodio, si chiama Nabot, ci farà bene in questo tempo di Quaresima leggerlo, è molto bello e concreto”.

Proprio Ambrogio infatti ha utilizzato questo testo biblico per denunciare i soprusi e le violenze dei più ricchi del suo tempo sui poveri, e dei potenti sui deboli: “Non nacque un solo Acab – afferma il vescovo Ambrosio – ma ogni giorno Acab nasce e in questo mondo giammai muore”. “Non un solo Nabot fu ucciso. Ogni giorno Nabot è umiliato. Ogni giorno è calpestato”. Una storia “antica” ma sempre attuale che ci interroga sul nostro cammino di fede, ci fa riflettere sul nostro peccato e sulla infinita misericordia di Dio.

Il commento patristico di S. Ambrogio è stato pubblicato dalle edizioni San Paolo col titolo “Il prepotente e il Povero: la vigna di Nabot” (luglio 2013, 120 pp. Italiano con testo latino a fronte) come primo numero della collana economica Vetera sed Nova, una collana di testi patristici utili per il cammino spirituale dell’uomo contemporaneo.

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Articolo originale su Aleteia.org

“Felice di essere una star?” Quelle strane domande dei giornalisti (tra le nuvole) a Francesco

papa aereo afpNon è bene generalizzare, ma le interviste aeree al Santo Padre indicano quanto alcuni giornalisti vaticanisti siano invasi da quella “mondanità spirituale” più volte denunciata dal pontefice. Il Papa risponde a ruota libera alla raffica di domande dei giornalisti che lo accompagnano nei suoi voli, domande dirette, a volte scomode (“Fidel si è pentito?”) , spesso imbarazzanti (“Sei un papa comunista?”), ma il più delle volte inutili o fuori contesto come ad esempio è successo nell’ultima conferenza stampa durante il volo di ritorno da Philadelphia (QUI il testo completo della conferenza stampa).

A dire il vero, queste domande sono una ottima occasione per approfondire alcune tematiche di interesse generale che possano riguardare il papa e la Chiesa, un’occasione per “far parlare” il papa di alcuni argomenti ritenuti importanti, delicati o su cui è necessaria qualche spiegazione o approfondimento.

Ma le domande di alcuni giornalisti affondano nel ridicolo per la loro inutilità e stupidità. Domande che lascierebbero a bocca aperta chiunque abbia un poco di “sale in zucca” ma che non scompongono il Pontefice che – umilmente – risponde a tutto, ma proprio a tutto, con serenità e pacatezza.

Così il premio simpatia va alla corrispondente francese di Radio France che chiede se “E’ bene per la Chiesa che il Papa sia una star”.  (Complimenti, una questione di fondamentale importanza e, a dir poco, spinosa).

A parimerito, il primo premio per la domanda più strana va anche a due giornalisti che sembrano essere usciti da un buco nero, venuti all’esistenza solo per chiedere cose che, nel loro mondo oscuro, nessuno conosce.

Così la giornalista spagnola Sagrario Ruiz de Apodaca (a quanto pare una nobildonna del giornalismo con arie da “decana”) chiede “se vedremo mai donne sacerdote nella Chiesa cattolica“: una domanda vecchia e logora che 50 anni fa, durante il caos mediatico attorno al Concilio Vaticano II, poteva avere un senso, ma che oggi è una questione che all’interno della Chiesa non impensierisce se non le menti protestanti di qualche esponente di ecoteosofia liberazionista come Leonardo Boff e compagnia verdeggiante e femministizzante e qualche vescovo di frontiera (non geografica ma teologica). Ancora complimenti per il coraggio all’intrepida periodista!

Infine (ecco il secondo fuoriuscito dal nulla della storia) non può mancare la domanda con risposta inclusa nella domanda (cioè ovvia); in questa impresa si cimenta il giornalista tedesco Thomas Jansen del Cic (un’agenzia cattolica tedesca) che domanda al papa cosa pensi dei fili spinati e dei muri per contenere gli immigrati… Forse immaginava che l’esperienza americana avesse fatto passare la voglia di accoglienza evangelica al Papa argentino? Chissà cosa avrà pensato quando il Papa ha risposto – contro ogni previsione – che “i muri non sono una soluzione”. Un vero e proprio scoop per l’agenzia tedesca! Congratulations!

Si capisce che queste son questioni utili a fare audience, a fare lo scoop, ad alimentare qualche chiacchera o utili per aver qualcosa da scrivere nelle prime pagine dei giornali.

La maggior parte delle domande rivolte a papa Francesco di ritorno dal suo viaggio in Stati Uniti esulano dagli argomenti più spirituali e teologici del Viaggio Apostolico per soffermarsi su temi politici e sociali. Domande di diplomazia internazionale, politiche sociali e militari, che costringono il papa a rispondere con un sincero: “la situazione politica non la giudico perché non la conosco. Grazie”.

Non sarebbe forse sarebbe il caso di tornare al vecchio modo di gestire le interviste al papa censurando, non già le domande scomode, ma quelle inutili e imbarazzanti prima che arrivino in mondovisione?

Andrea Tornielli su La Stampa, racconta:

Benedetto XVI faceva subito dopo il decollo una piccola conferenza stampa, negli ultimi anni con domande inviate in precedenza e selezionate da Lombardi.

Francesco preferisce farla sul volo di ritorno, per evitare che una risposta male interpretata rischi di sviare l’attenzione dai contenuti del viaggio. Non vuole conoscere prima le domande e dialoga senza rete in italiano con i cronisti per oltre un’ora: di solito per interromperlo viene usata la scusa della cena da servire. I giornalisti si dividono per gruppi linguistici, all’interno dei quali scelgono tra di loro, a rotazione, chi farà le domande, cercando di evitare inutili doppioni. Con i Papi Wojtyla e Ratzinger, il volo di ritorno per i giornalisti al seguito significava finalmente relax.

Non bisogna però generalizzare e dobbiamo riconoscere che alcune domande hanno colpito nel segno, hanno cioè affrontato temi che sono interessanti per tutti e non dettate da un intimo prurito giornalistico del giornalista di turno. La domanda del giornalista Jean-Marie Guénois de Le Figaro sulla riforma dei processi matrimoniali canonici ha affrontato il delicatissimo tema dell'”annullamento breve” voluto personalmente dal papa, un argomento scottante e urgente soprattutto in vista dell’imminente Sinodo dei Vescovi.

Altra domanda importante è stata rivolta a Francesco da Terry Moran, di Abc News, una delle grandi reti americane. Si è parlato della libertà di coscienza e dell’obbiezione di coscienza con un particolare (e intelligente) riferimento ai “funzionari governativi che – in coscienza – rifiutano di rilasciare licenze matrimoniali a coppie stesso sesso”. Il giornalista nordamericano ha ricevuto una risposta su cui – a mio avviso – sarebbe bene riflettere. Ma lo faremo in un altro momento.

Quando papa Benedetto XVI condannò la “profonda erroneità” della filosofia gender

Benedetto XVI bambiniE’ vero che Giovanni Paolo II dedicò buona parte del suo magistero alla morale sessuale e familiare, ma il primo papa a parlare esplicitamente delle teorie gender fu Benedetto XVI che parlò di questa “nuova filosofia della sessualità”.

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In questi giorni in cui si prepara la grande manifestazione nazionale del 20 giugno a favore della famiglia naturale, si parla molto di teoria gender e del tentativo dello stato di inserire questo insegnamento nei programmi scolastici.

Papa Francesco si è più volte pronunciato su questa tematica condannando l’ideologia del gender come “uno sbaglio della mente umana” una “colonizzazione ideologica” (…) “che crea tanta confusione” (frasi pronunciate a marzo del 2015 durante la Visita Pastorale a Pompei e Napoli). Rivolgendosi alla Conferenza Episcopale del Porto Rico, il Pontefice ha affermato che “la complementarità tra l’uomo e la donna (…) è oggi messa in discussione dalla cosiddetta ideologia di genere, in nome di una società più libera e più giusta”. Durante l’udienza generale del 15 aprile, riferendosi alla differenza sessuale tra uomo e donna, papa Francesco si è chiesto “se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. Sono solo alcuni esempi tra i tanti pronunciamenti di papa Francesco sul tema delle teorie gender e della “colonizzazione ideologica” a cui sono sottoposti i bambini nelle scuole statali.

A partire dal dicembre del 2014, nelle sue consuete Udienze del mercoledì, Francesco ha dedicato diverse catechesi alla famiglia così come è presentata e vissuta dalla tradizione della Chiesa e della società occidentale: l’unione di un uomo e di una donna vissuta nell’amore e nel dono di sè, un’unione indissolubile, fedele e feconda – aperta alla vita – capace di accogliere, curare ed educare i figli che Dio vorrà donar loro.

Queste catechesi sulla famiglia si collocano in linea temporale tra le due Assemblee Sinodali dedicate alla famiglia: il Sinodo Straordinario già concluso (5-19 ottobre 2014) e il Sinodo Generale ordinario previsto dal 4 al 19 ottobre di quest’anno sul tema “Gesù Cristo rivela il mistero e la vocazione della famiglia”.

Benché negli ultimi mesi, in modo particolare durante le riunioni sinodali, sia trapelata la paura di un cambiamento nella dottrina della Chiesa sulla famiglia, si è calcolato che, dalla chiusura del Sinodo Straordinario fino a metà maggio, il Santo Padre ha effettuato più di 40 interventi sul tema della famiglia tutti in linea con la dottrina e la pratica tradizionale in materia familiare; a fare problema sono le notizie diffuse dai grandi organi di stampa internazionale, sempre pronti a sottolineare e a diffondere possibili e presunti cambiamenti nella prassi o nella dottrina della Chiesa, piuttosto che il contenuto essenziale dei pronunciamenti papali.

Ma Francesco non è il primo pontefice ad aver pubblicamente condannato le teorie del gender. E’ vero che Giovanni Paolo II dedicò buona parte del suo magistero alla morale sessuale e familiare (la cosiddetta “Teologia del corpo”) tanto da meritare il titolo di “papa della famiglia”, ma il primo papa a parlare esplicitamente delle teorie gender fu Benedetto XVI.

Era il 21 dicembre del 2012 quando il Santo Padre Benedetto XVI, rivolgendosi alla Curia Romana in occasione degli auguri natalizi, condannò fermamente la teoria gender. Nel suo discorso il papa Benedetto si volle soffermare su alcuni “momenti salienti” del suo ministero accaduti durante l’anno che stava per terminare. Tra i vari avvenimenti ricordò la sua visita pastorale all’arcidiocesi di Milano e la sua partecipazione alla “festa della famiglia” ossia l’VII Incontro Mondiale delle Famiglie, avvenuto nel mese di giugno.

libro rabbino bernheimParlando della famiglia, della crisi che la minaccia e delle sfide da affrontare, il papa citò il Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim e il suo libro “Quello che spesso si dimentica di dire. Matrimonio omosessuale, omogenitorialità, adozione” (ed. Belforte, € 10). Il testo del Rabbino Bernheim è stato definito da Benedetto “un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante” che mostra l’attentato a cui oggi  è sottoposta la famiglia. E’ qui che papa Benedetto parla della “nuova filosofia della sessualità” che minaccia, non solo la famiglia, ma il fondamento stesso di “ciò che significa l’essere uomini”.

Come al solito, Benedetto XVI riuscì a offrire in poche righe il significato più profondo del problema, senza che il contenuto venisse sacrificato in favore della sintesi. In poche parole l’attuale Papa Emerito ha sintetizzato il senso di questa particolare “filosofia della sessualità” definendola senza mezzi termini “profondamente erronea”:

La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. (…) Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27).

Vale però la pena, in questi tempi, soffermarsi a rileggere con attenzione il testo completo per cogliere tutta l’ampiezza della problematica e la profondità dell’argomentazione magistralmente sintetizzata dal pontefice tedesco:

La grande gioia con cui a Milano si sono incontrate famiglie provenienti da tutto il mondo ha mostrato che, nonostante tutte le impressioni contrarie, la famiglia è forte e viva anche oggi. È incontestabile, però, anche la crisi che – particolarmente nel mondo occidentale – la minaccia fino nelle basi. Mi ha colpito che nel Sinodo si sia ripetutamente sottolineata l’importanza della famiglia per la trasmissione della fede come luogo autentico in cui si trasmettono le forme fondamentali dell’essere persona umana. Le si impara vivendole e anche soffrendole insieme. Così si è reso evidente che nella questione della famiglia non si tratta soltanto di una determinata forma sociale, ma della questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto. Le sfide in questo contesto sono complesse. C’è anzitutto la questione della capacità dell’uomo di legarsi oppure della sua mancanza di legami. Può l’uomo legarsi per tutta una vita? Corrisponde alla sua natura? Non è forse in contrasto con la sua libertà e con l’ampiezza della sua autorealizzazione? L’uomo diventa se stesso rimanendo autonomo e entrando in contatto con l’altro solo mediante relazioni che può interrompere in ogni momento? Un legame per tutta la vita è in contrasto con la libertà? Il legame merita anche che se ne soffra? Il rifiuto del legame umano, che si diffonde sempre più a causa di un’errata comprensione della libertà e dell’autorealizzazione, come anche a motivo della fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, significa che l’uomo rimane chiuso in se stesso e, in ultima analisi, conserva il proprio “io” per se stesso, non lo supera veramente. Ma solo nel dono di sé l’uomo raggiunge se stesso, e solo aprendosi all’altro, agli altri, ai figli, alla famiglia, solo lasciandosi plasmare nella sofferenza, egli scopre l’ampiezza dell’essere persona umana. Con il rifiuto di questo legame scompaiono anche le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio; cadono dimensioni essenziali dell’esperienza dell’essere persona umana.

Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo”. (Sala Clementina. Venerdì, 21 dicembre 2012)

Articolo originale pubblicato su Aleteia.org

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