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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Renzi: il laicismo in autostrada! Il Vescovo: “Non si calpestino le radici cristiane del popolo!”

renzi2Il premier italiano Matteo Renzi ha esplicitamente vietato la celebrazione religiosa prevista per l’inaugurazione dell’autostrada Ss77 ‘Val di Chienti’ che collega Foligno a Civitanova.

A darne notizia, parlando all’emittente diocesana Radio Gente Umbra, è stato il vescovo di Foligno mons. Gualtiero Sigismondi che ha comunque preso parte al rito laico con “serena amarezza” dovendo recitare in segreto la preghiera preparata per quel giorno. Il Vescovo ha ricevuto l’ordine da parte dell’Anas che, 24 ore prima dell’inaugurazione prevista per il 28 Luglio, ha comunicato la volontà della Presidenza del Consiglio di vietare la celebrazione religiosa per sostituirla con una cerimonia laica, priva di riferimenti confessionali. Al vescovo è stato dunque impedito di benedire l’opera e i lavoratori.

Seppure con serena amarezza ho comunque voluto partecipare a quel momento, visto che negli anni ho celebrato più volte l’Eucaristia all’interno dei cantieri delle gallerie, insieme agli operai”.

Il Vescovo ha criticato il tentativo del governo di voler “calpestare, sradicare ed ignorare” le radici cristiane della regione:

Nel silenzio ho comunque benedetto quella strada, già benedetta dai pellegrini che ne hanno tracciato il percorso e dal sudore della fronte di chi l’ha realizzata. Le radici cristiane della nostra terra non possono essere ignorate, calpestate o sradicate: soltanto un’identità spirituale, e dunque culturale, più chiara e serena, senza complessi, è la via maestra, l’autostrada, per continuare ad attraversare i giorni della storia”

renzyDopo otto anni di lavoro l’autostrada è stata inaugurata ed aperta il 28 luglio. Alla cerimonia di inaugurazione ha partecipato il Premier Renzi col ministro Graziano del Rio due politici che si autodefiniscono “cattolici praticanti” ma che, a quanto pare, non hanno avuto problemi ad escludere dall’evento pubblico la fede e la religiosità del popolo che ha lavorato nella costruzione e che usufruirà di questa importante via di comunicazione. “Questa strada è il paradigma del rilancio del paese. Accade che imprese che sembravano impossibili a un certo punto si realizzano”, ha detto Renzi cavalcando l’onda di entusiasmo per la tanto attesa infrastruttura, in vista del referendum costituzionale.

Renzi non ha disdegnato di ricordare con nostalgia gli anni della sua formazione con gli scout quando a Nocera Umbra era in “In un campo scout per aiutare le popolazioni umbre colpite dal terremoto” e già sentiva parlare di questa strada. Un generosissimo e volenteroso “scout” diventato Premier che ora però mette da parte la Chiesa e zittisce il Vescovo per mostrarsi eroe nazionale e fautore di un’opera così tanto attesa e necessaria per l’Umbria e le Marche.

Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno dal 2008, ha affermato che gli sarebbe piaciuto chiamare quella strada “Freccia Lauretana” in onore all’antico cammino percorso dai pellegrini in viaggio verso la Vergine di Loreto. Ecco la preghiera preparata dal Vescovo per l’occasione che non è stata potuta pronunciare in nome del laicismo del governo democratico giacobino (ma cattolico) di Matteo Renzi:

“Dio di infinita Misericordia, che sei sempre vicino ai tuoi figli pellegrini nel tempo e nello spazio, benedici quanti hanno progettato e realizzato questa arteria stradale che, correndo lungo il tracciato dell’antica Via Lauretana, merita il nome di Freccia Lauretana. Accogli in Paradiso coloro che sono morti nei cantieri di questa grande opera e concedi ai loro familiari di fermarsi nell’area di servizio della speranza Pasquale. Accompagna quanti transiteranno per questa via che collega l’Appennino all’Adriatico, unendo l’altezza e la bellezza dei monti alla profondità e alla limpidezza del mare. Il tuo Angelo santo li preceda e li accompagni. Amen”.

autostradaIl triste episodio fa pensare – per opposizione – a ciò che è successo a giugno a Panamá, piccolo paese centroamericano balzato agli onori della cronaca perché scelto da Papa Francesco come sede della prossima Giornata Mondiale della Gioventù nel 2019. A Panamá si sono da poco conclusi i lavori per l’ampliamento del Canale, una delle opere di ingegneria più maestose e impegnative che siano mai state affrontate. Il governo, guidato dal presidente cattolico Juan Carlos Varela, non ha disdegnato di organizzare una Messa di Rendimento di Grazie per l’ampliamento del Canale di Panamá: presente tutta la Conferenza Episcopale del paese e le più alte cariche dello Stato assieme al Presidente della vicina Costa Rica. Un evento solenne, presieduto dall’arcivescovo della Capitale mons. Ulloa, un evento di cui la Presidenza del Governo non si vergogna ma, al contrario, si inorgoglisce.

Questo esempio può aiutarci a riflettere. Rendere grazie a Dio per la buona riuscita dell’impresa delle proprie mani è forse cosa troppo bigotta per i nostri politici? Ringraziare Dio e chiedere di benedire e di proteggere il suo popolo, non dovrebbe rappresentare un motivo di vergogna o di fastidio per un Capo di Stato cattolico. Non si capisce se questa decisione sia frutto di pressioni esterne provenienti dall’Europa che conta (il solito ritornello “E’ l’Europa che ce lo chiede”) o se sia frutto di una personale radicalizzazione del Premier che in nome del laicismo ha deciso di nascondere, poco a poco, i cristiani e il cristianesimo dentro le sacrestie come garanzia di progresso e in nome di un’errata concezione di laicità dello stato. Può, un cristiano impegnato in politica, pensare di fare a meno di Dio nel suo impegno per la nazione e la società? Ma Renzi, di cosa hai paura?

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale pubblicato su Aleteia.org

Post Scriptum: Com’era da aspettarsi l’articolo ha sollevato un bel “dibattito” tra indignati e laicisti plaudenti. Qualcuno – un amico cattolico, detto per inciso – mi ha fatto notare che una benedizione in meno non può essere un dramma per la nostra nazione (ho edulcorato il tono per esprimerne il concetto). La perspicacia non è mai abbastanza: fortunatamente nessuno si strapperà le vesti per questo episodio. Ma il gesto è significativo, piccolo ma grave, e la dice lunga sul cammino intrapreso dal nostro governo. Non accorgersene, o peggio accorgersene e non curarsene, mi sembra una mancanza ancora più più grave per chi tiene (o dice di tenere) al futuro della nostra società. Non è il divieto di benedizire in sé che crea un problema, ma il fatto che un gesto, in fondo così discreto quanto significativo, infastidisca la nostra Presidenza del Consiglio, così democratica e così cattolica.

Per approfondire: “Benedizione? No grazie…

 

L’Italia del cazzeggio: Benigni bandiera culturale (di A. Socci)

danteNell’Italia del cazzeggio si ride e si scherza, si sta allegri e si fa cabaret anche se siamo in Senato, anche se si parla di Dante Alighieri.

Nell’Italia del cazzeggio Benigni diventa la nuova bandiera culturale e Dante un poeta policamente corretto che contenta e piace a tutti: piace agli atei pur essendo stato un fervente credente; piace agli omossessualisti pur avendo collocando i sodomiti nei circoli infernali; piace ai progressisti pur essendo stato un cattolico tradizionalista e conservatore (“ma in realtà è solo cattolico” afferma Socci); piace alla Sinistra italiana – tanto affine e gemellata all’Islam – pur avendo gettato Maometto all’inferno tra i “seminatori di discordie”; piace a preti, cardinali e vescovi “sessantottini” e “misericordisti” pur avendo riempito l’inferno di peccatori e perfino di Sommi Pontefici peccatori.

Insomma l’Italia del cazzeggio sa prendere ciò che di buono c’è anche nella divina commedia e trasformarlo in un glorioso inno del “pensiero sciolto”. Ne parla Antonio Socci su Libero nell’articolo che segue spiegando come “negli ultimi quindici anni Dante – o meglio il Dante benignesco – è entrato nel Pantheon del progressista italico”.

***

IL (VERO) DANTE CHE NON SENTITE DA BENIGNI (di Antonio Socci)

In altri tempi a celebrare solennemente in Senato, alla presenza del Capo dello Stato, il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, sarebbero state chiamate personalità del calibro di Francesco De Sanctis o Benedetto Croce.

Ma ogni epoca ha i vati che merita. Così, pare per volontà del presidente Grasso, il Senato nei giorni scorsi ha fatto tenere la suddetta prolusione al comico di Vergaio, Roberto Benigni. E’ lui il nuovo vate della nazione?

POLITICI E COMICI

Non è facile capire com’è che – per gli attuali vertici dello Stato – un gigante del pensiero e della storia nazionale come Dante debba essere illustrato in Senato da un attore comico.

Perché Benigni questo è: un ottimo comico, divertente, ma pur sempre un comico che va benissimo per la tv e per le piazze.

Ma non risulta che abbia titoli o meriti filosofici, letterari o storici per tenere la prolusione in Senato. Del “Benigni poeta” del resto ricordo solo l’“Inno del corpo sciolto” sulle cui strofe è meglio sorvolare.

Evidentemente il presidente Grasso al nome di Dante riesce ad associare solo quello di Benigni, segno di una “cultura” non proprio vastissima e perlopiù televisiva.

In fondo avrebbe potuto reperire anche sui giornali (non dico sui libri) nomi di intellettuali contemporanei – da Ernesto Galli della Loggia a Umberto Eco, al cardinale Giacomo Biffi – a cui affidare una riflessione che avesse un’autorevolezza adeguata all’aula del Senato.

Ma i vertici dello Stato ritengono che Benigni sia l’oratore più adatto per gli attuali parlamentari. Qualcuno ha notato che di questo passo potrebbero chiamare in Senato a celebrare il Petrarca un Alvaro Vitali e Checco Zalone per il Manzoni.

Forse il paragone non è giusto. Bernigni ha fatto obiettivamente una buona opera di divulgazione popolare con le sue letture dantesche. Sono molto divertenti gli spettacoli che ha dedicato alla Divina Commedia. Ma sono appunto spettacoli di un ottimo attore comico.

IL NOSTRO DESTINO

Altra cosa dovrebbe essere una solenne riflessione in Senato sul 750° anniversario della nascita di un poeta così grande e così importante per il nostro Paese da aver letteralmente coniato la nostra lingua italiana (perché – se non lo si sa – la Divina Commedia fu scelta come il canone della nostra lingua).

Possibile che delle nostre istituzioni e della nostra identità culturale millenaria si abbia una considerazione che non va oltre gli esilaranti spettacoli di un attor comico?

Possibile che nessuno abbia sentito, nell’occasione, la necessità di una riflessione seria sulla nostra identità nazionale?

Sarebbe questo il “senso delle istituzioni” che viene sempre sbandierato da lorsignori?

Ed è questa la consapevolezza culturale che le nostre classi dirigenti hanno della storia e del destino di questo Paese?

POLITICALLY CORRECT

Da Benigni, in Senato, per questa nostra Italia del cazzeggio, è arrivata la solita raffica di battute. Simpatica quella secondo cui PD significherebbe “Partito di Dante”.

dante benigniLui l’ha detta ridendo, ma si sa che Arlecchino si confessa burlando e – in fin dei conti – l’operazione fatta in questi anni da Benigni è stata proprio questa: trasformare Dante in un autore “politically correct”.

Infatti si è verificato questo singolare e buffo fenomeno: negli ultimi quindici anni Dante – o meglio il Dante benignesco – è entrato nel Pantheon del progressista italico.

Curioso no? Con il ’68 la Divina Commedia fu di fatto spazzata via dalla scuola, Dante era considerato un barboso bigotto reazionario.

Poi Benigni, per la sua Italia progressista, l’ha tirato fuori dal lazzeretto in cui era stato relegato. Ma non che oggi Dante venga letto o davvero riproposto a scuola e studiato e amato. No.

Quanti fra coloro che si dicono appassionati dantisti sulla scorta di Benigni hanno mai sentito parlare o letto Auerbach o Contini o Singleton? Ancor più si tengono a distanza dalla dottrina cattolica di Tommaso d’Aquino e Bernardo di Chiaravalle che struttura tutta la Commedia.

Figuriamoci.

Il Dante dell’intellettuale collettivo e della Sinistra benpensante in realtà è Benigni, non il poeta della Divina Commedia che resta – ai loro occhi – un indigeribile trombone cattolico-reazionario.

Infatti Benigni, per renderlo digeribile al delicato stomaco della sinistra salottiera, ha “appannato” il vero Dante, quello “politicamente scorretto”, scomodo e urticante.

IL VERO DANTE

Oggi il vero Dante, redivivo, sarebbe letteralmente schifato e considerato quasi un appestato, sia nelle curie ecclesiastiche che in quelle laiche, come del resto gli accadde in vita.

Infatti visse ramingo e braccato. Fu considerato un fallito come politico e pure come intellettuale se – lui vivente (già circolavano l’Inferno e il Purgatorio) – fu data l’incoronazione di poeta (che era un po’ il Nobel di allora) a un tal Albertino Mussato, per aver scritto una tragedia, l’ “Ecerinis”, che nessuno ricorda più.

Dante fu esiliato da Firenze e morì in contumacia (come Craxi!) con l’accusa di “barattiere”, cioè tangentista. Dunque o Dante era un ladro (perciò sarebbe considerato col disprezzo riservato ai politici corrotti) o – ed è certo – non lo era e allora fu vittima di una giustizia di parte (politicizzata), davanti alla quale – fra l’altro – non volle comparire disprezzandola (così guadagnandosi la condanna al rogo).

Del resto ha lasciato nella Commedia parole di fuoco contro chi lo condannò. Ed insieme il suo alto lamento sull’Italia che vede come un “bordello” e come una nave senza timoniere, sbattuta qua e là dalle tempeste e rovinata da classi dirigenti miserabili.

Ma il Poema sacro – che non ha eguali nella letteratura mondiale (in questo Benigni ha ragione: “non è l’apice della letteratura italiana, è l’apice di tutte le letterature, non c’è niente di più alto”) – contiene pure un’impressionante e “spudorata” serie di violazioni del politically correct, tale da fare impallidire l’odierna mentalità dominante.

Tempo fa un’associazione internazionale – riferiva il Corriere della sera – ne chiese la cancellazione dai programmi scolastici o la “correzione” dei suoi presunti contenuti “islamofobici, razzisti ed omofobici”.

In realtà non c’è nessun razzismo, ma è vero che il poema dantesco può sembrare urticante a due “partiti” oggi agguerritissimi, il mondo musulmano e il movimento gay, in riferimento a coloro che il poeta pone all’Inferno.

Del resto, da “cattolico integralista” come oggi lo si definirebbe (ma in realtà è solo cattolico), mette all’inferno pure gli eretici, i bestemmiatori, gli adulatori e (pur essendo lui alquanto sensibile alle grazie femminili) anche i lussuriosi.

PAPI ALL’INFERNO

Infine, come se non bastasse, condanna con parole di fuoco diversi papi del suo tempo, mettendoli all’inferno e sparando a zero sulla corte pontificia, pur professandosi cattolicissimo. Anzi, proprio perché cattolico.

Cosa che oggi, in tempo di bigottismo imperante, sarebbe ritenuta inammissibile: ma lui era cattolico, non clericale, né papolatra, mentre oggi tutti sono clericali e papolatri, senza però professare la fede cattolica.

Il cardinale Giacomo Biffi ha scritto: “La cristianità ha un esempio ammirevole del connaturale connubio tra fede e libertà in Dante Alighieri. Proprio la sua indubitabile adesione alla verità cattolica consente e illumina la sua perfetta autonomia di giudizio, svincolata da ogni timore o condizionamento umano. Dante non teme di criticare l’operato dei papi e le loro scelte operative, fino a collocarne diversi nel profondo dell’inferno. Ma in lui non viene mai meno e mai minimamente s’attenua ‘la reverenza delle somme chiavi’ (Inf. XIX, 101). Quando si tratta di esprimere riserve o biasimi che egli ritiene dovuti, non ci sono sconti né per i laici, né per gli ecclesiastici, né per i monarchi, né per i semplici cittadini… tenuti tutti, senza eccezioni, ad attenersi alla legge evangelica”.

Dante non fu solo il più grande dei poeti, ma – essendo davvero cristiano – fu un uomo libero. E per questo scomodo.

 Antonio Socci

 Da “Libero”, 10 marzo 2015

La gnosi al potere: così la storia è guidata dagli illuminati

“Si può asserire fondatamente
che la scienza storica sembra essere
una congiura degli uomini contro la verità”
(papa Leone XIII)

cop gnosi al potere.inddAleteia – Una raccolta di articoli sintetici ma accuratamente documentati che cercano di fare luce su alcuni punti oscuri della storia italiana ed europea degli ultimi due secoli: dall’Unità d’Italia all’Unione Europea, da Pio IX a Francesco, da Cavour alla Merkel.

Si presenta così il nuovo libro di Angela Pellicciari, “La gnosi al potere”, in cui raccoglie i contributi offerti durante molti anni a diverse testate giornalistiche nazionali. Un lavoro che unisce magistralmente la serietà della ricerca storica (documentata e ragionata) con il linguaggio diretto e abbordabile della divulgazione giornalistica.

Professoressa di storia e filosofia, giornalista e storica della Chiesa, Angela Pellicciari (orgogliosamente cattolica e orgogliosamente polemica) ci offre un piccolo manuale di “sopravvivenza storiografica” contro i luoghi comuni e le mezze verità (se non addirittura le falsità) con cui la storia, soprattutto quella italiana, ci viene ancora raccontata ed insegnata.

Esperta di Risorgimento, di papi e di massoneria, l’autrice rivela da subito che il filo rosso della storia moderna è lo stesso “da quando la massoneria è arrivata al potere in Italia a metà dell’Ottocento”. Son gli ideali della rivoluzione francese sbarcati in Italia con Napoleone e conservati come seme da far germogliare, nei cuori dei fautori dell’unificazione. Dai fatti storici – qui raccontati nei particolari senza nessun tipo di edulcorazione politicamente corretta – emerge con chiarezza la costante presenza di una macchinazione di tipo gnostico che pretende di guidare le sorti delle nazioni con l’audacia e la spavalderia di chi si considera migliore, superiore, depositario geloso – e privato – di una verità suprema, di una luce particolare, di una illuminazione superiore. Tutti i testi raccolti in questo volume hanno come denominatore comune la “gnosi”, e cioè, quella corrente di pensiero filosofico-politica che si erge a guida suprema delle sorti delle nazioni – composte di masse, senza educazione, senza conoscenze.

garibladi  tricoloreE’ facile constatare quanto la Chiesa Cattolica, i Sommi Pontefici e il cristianesimo in generale siano d’intralcio a questo progetto di dominio culturale. La Chiesa – con la sua antropologia, dottrina dell’uomo per mezzo di Cristo, libero arbitrio, dignità umana, sacralità della vita, pari dignità di uomo e donna nel rispetto delle differenze, difesa della famiglia e della vita (dal suo inizio alla sua fine), condanna dei disordini che negano la natura della sessualità – rappresenta un muro contro la propaganda gnostica che vuole ingannare le masse per condurle a ragionare secondo un pensiero unico.

La prova di questa tesi, che potrebbe sembrare audace nella sua terminologia e nei toni, è presente fin dalle prime pagine del libro dove lo Stato Pontificio retto da Pio IX (definito da Garibaldi “un metro cubo di letame“) rappresenta il maggiore ostacolo al progetto liberal-massonico di unificare la penisola sotto la bandiera della casa Savoia. L’accusa mossa alla Chiesa è quella di impedire il progresso: ancora Garibaldi accusava il papa di essere “la più nociva fra le creature”, perché “ostacolo al progresso umano, alla fratellanza fra gli uomini e popoli”.

La massoneria è la protagonista assoluta del Risorgimento (“vero ispiratore e motore”), un risorgimento sostanzialmente anticattolico, che mira, non solo alla fine del potere temporale dei papi, ma al completo smantellamento del cattolicesimo così profondamente radicato nell’animo degli italiani (prima ancora che fossero italiani). Per questo motivo il mondo protestante offre tutto il suo sostegno economico, propagandistico e militare alla causa dei Savoia. Paradossalmente, l’unico “collante” che poteva divenire vero motivo di coesione tra le varie parti della penisola, diviene, nel progetto liberale, l’impedimento più grande all’unità nazionale voluta dal Regno Sabaudo.

Come convincere dunque le masse cattoliche a sposare l’idea di un’unificazione che miri alla costruzione di una nuova patria liberale e repubblicana? Maestri di inganno, i protagonisti del Risorgimento, combattono la loro battaglia travestendosi da agnelli, mansueti e credenti. “I carbonari – scriverà Pio VII in una bolla di scomunica – simulano straordinario rispetto e zelo verso la religione cattolica (…)”; sono “uomini astuti”, lupi rapaci “vestiti da agnelli”. Mazzini, Cavour, Garibaldi, lo stesso Carlo Alberto, le élites rivoluzionarie, utilizzano proprio questa forma di inganno. Parlano come credenti, i loro discorsi sembrano sgorgare da animi profondamente devoti e credenti; il “progresso” – afferma Mazzini – è “legge di Dio”, è Dio a volerlo. Allo stesso tempo però la sua vera speranza è che tutti smettano di essere cristiani: è lo stesso scopo della massoneria che mira a “Raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia” che “debba succedere a tutte le chiese fondate sulla fede cieca e l’autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell’Umanità“.

L’unità d’Italia, dunque, rientra in un progetto più grande, quello di liberare il popolo, strappare le masse dall’influenza della religione e creare un sistema di controllo delle libertà e di formazione delle coscienze. Tutto sarà più facile con uno stato centrale autoritario e organizzato che abbia in mano l’esercito, l’istruzione e gli altri istituti ministeriali. Tutto si svolge, però, in un clima di celebrazione della libertà e di fiducia per un futuro migliore (progresso): il Cristianesimo sarà religione di Stato (salvo poi perseguitare i gesuiti e chiudere gli ordini religiosi “dannosi perché inutili” e confiscarne tutti i beni perché appartenenti di diritto allo Stato. Vedi “Legge sui conventi” del 1855). La libertà sarà il motto del nuovo Stato (salvo poi impedirne l’esercizio tramite la censura della stampa cattolica e anche l’abolizione delle festività per non lasciar che ci si distolga dal lavoro per “dedicarsi all’ozio”). Progresso, progresso, progresso: ecco la nuova religione a cui puntano i governi illuminati e liberali.

onuMa il libro in questione non si limita al periodo rinascimentale, al quale la scrittrice ha dedicato gran parte dei suoi studi e delle sue pubblicazioni, e al quale fa continui, e calzanti, riferimenti. La Gnosi al Potere parla anche dei nostri giorni: parla del Novecento che “è stato la palestra, a sinistra come a destra, delle magnifiche realizzazioni della gnosi al potere”. Si parla del potere della Massoneria che, attraverso la classe dirigente, ha governato a lungo nel nord America sigillando i propri simboli sul dollaro nazionale e promuovendo la persecuzione dei cattolici come è avvenuto in Messico col governo di Elias Calles (la vicenda dei Cristeros). Parla delle ideologie totalitarie (di diverso segno ma di stessa matrice) che hanno afflitto il XX secolo; del feroce tentativo di Marx e Lenin (fautori, così come Hitler, di una gnosi salvifica) di sterminare ogni religione, ed in particolare il cristianesimo, perché strumenti di alienazione capitalista, oppio dei popoli e impedimento per la realizzazione di un nuovo mondo fine ultimo dell’utopia comunista. Parla delle continue persecuzioni dei cristiani, a livello politico, giuridico e culturale; del continuo discredito gettato sulle autorità ecclesiastiche e sul magistero ufficiale della Chiesa (cavalcando gli scandali ed ignorando il servizio sociale, culturale e salvifico offerto al mondo); degli attacchi alla gerarchia cattolica, al Vaticano e al Papa.

Si parla anche dell’ONU che, abbandonata la sua impostazione iniziale ispirata ai diritti dell’uomo, fonda il proprio operato su “nuovi diritti” basati sul consenso popolare e sul relativismo morale. Così ha agito l’ONU nelle conferenze internazionali del Cairo (1994), di Pechino (1995) e di New York (2000): creando nuovi diritti (aborto, eutanasia, omosessualità…), coniando un nuovo lessico, o neo-lingua (concetti come reproductive healt, birth control, gender identity…), al fine di promuovere un cambio di mentalità e un nuovo progetto culturale mondialista da applicare (per ordine dell’organismo internazionale) prima di tutto nei paesi in via di sviluppo. Ecco dunque ad esempio il dilagare – deciso a tavolino dalle “Nazioni Unite” basandosi sulle teorie del neo-malthusianesimo – di politiche sanitarie che mirano ad eliminare il problema della sovrappopolazione e della crescente povertà promuovendo sterilizzazioni, contraccezione, aborti, relazioni omosessuali (non problematiche per la crescita della popolazione) e una mentalità sostanzialmente edonistica, materialistica e chiusa alla vita.

Si parla del lavoro delle ONG, longa manus dell’ONU e dell’Europa che ha deliberatamente dimenticato le sue “radici cristiane” che segnano la sua profonda identità storica, filosofica e culturale. Si parla del sogno europeo – in via di realizzazione – di diventare un super-stato, una super potenza economica, disposta ad escludere chi non riesca ad essere abbastanza competitivo e abbastanza obbediente alle disposizioni finanziarie imposte dall’alto. Si parla delle teorie del genere, tanto discusse in questi ultimi mesi a causa dei palesi tentativi di imporle a livello internazionale attraverso i programmi politici, sanitari e scolastici, spacciandole per teorie scientifiche e infallibili. Si parla della propaganda omosessualista, sponsorizzata dalle istituzioni internazionali e sostenuta economicamente dai potenti mezzi delle lobby LGBT, dell’attacco alla famiglia naturale considerata un mucchio di stereotipi superati e della superiorità della cultura e delle leggi statali sulla natura e sulle tradizioni religiose e familiari.

Se tutto questo (e molto altro) avviene grazie a un consenso internazionale e in un clima di serena accoglienza generale, è merito delle capacità comunicative dei circoli di potere, che promuovono le loro teorie e le loro iniziative in modo seducente e con un linguaggio sempre attraente, attento ai diritti personali, alla libertà e alla tolleranza. Tipica caratteristica della strategia gnostica è quella di tenere segreti gli scopi ultimi del proprio agire e, allo stesso tempo, giustificare il proprio operato come un servizio alla dignità, alla libertà e al progresso dell’uomo.

Ma la storia insegna che, in questa battaglia, ogni volta che viene colpita la verità, sorge qualcuno disposto in qualche modo a difenderla ed a morire per essa. Ché in fondo, non sia tutto perduto?

 Miguel Cuartero
@mcuart

Il libro: Angela Pellicciari, La gnosi al potere. Perché la storia sembra una congiura contro la verità, Fede & Cultura, Verona 2014.

L’autrice: Ex-sessantottina, ex-ribelle, ex-di-sperata, Angela Pellicciari ha ritrovato la speranza e la fede grazie all’incontro con Dio avvenuto tramite il Cammino Neocatecumenale negli anni della gioventù. Esperta di Risorgimento, di papi e di massoneria, ora combatte la buona battaglia evangelizzando, scrivendo e insegnando (a scuola o alla radio). Per saperne di più, visita il suo sito internet: www.angelapellicciari.it

Articolo originale pubblicato su Aleteia il 09/02/2015

Piersanti Mattarella: il fratello del presidente ucciso dalla mafia.

mattarellaAleteia – Il nuovo presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella conserva ancora nel cuore il ricordo straziante del giorno in cui suo fratello Piersanti, allora presidente della regione Sicilia, fu brutalmente ucciso, a soli 44 anni, da un sicario sotto la sua abitazione a Palermo in via della Libertà, sotto gli occhi della moglie Irma e ai suoi due figli Bernardo (20 anni) e Maria (18 anni). Fu proprio Sergio ad accorrere sulla scena del delitto per estrarre il corpo morente del fratello dall’abitacolo della macchina; fu lui, con i vestiti sporchi di sangue, ad annunciare ai giornalisti accorsi in ospedale che non c’era più nulla da fare.

In un recente libro pubblicato dalle edizioni San Paolo, il giornalista Giovanni Grasso racconta la vita del politico italiano che dedicò la propria vita alla giustizia e al rinnovamento politico e sociale della sua regione (Giovanni Grasso, Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, San Paolo 2014, € 14,00). Si tratta della prima biografia completa di Piersanti Mattarella che ha il merito di ricordare una figura dimenticata ma altamente rappresentativa della politica italiana negli anni del terrore. Il libro racconta la biografia del politico democristiano, gli anni della sua formazione, il percorso intellettuale, politico e religioso, il periodo trascorso a Roma, la responsabilità politiche, il rapporto con la mafia e col terrore, fino al triste giorno della suo atroce assassinio, avvenuto due anni dopo l’omicidio del presidente Aldo Moro, che fu per Mattarella guida ed esempio.

Era domenica, il 6 gennaio del 1980 e la famiglia Mattarella era pronta per recarsi alla parrocchia di San Francesco di Paola per l’Eucaristia dell’Epifania. La gioia del Natale appena trascorso si mescolava in quel giorno con la distensione e la allegria di una domenica passata in famiglia: la passeggiata in macchina, l’Eucaristia, il pranzo, il pomeriggio in compagnia. Anche gli uomini della scorta del Presidente della Regione erano con le proprie famiglie, godendo del riposo concessogli da Mattarella perché “se vogliono ammazzarmi lo fanno egualmente”.

PierSantiMattarellaLa tragedia si consumò in pochi minuti: un sicario – mai identificato – si avvicinò alla macchina guidata da Piersanti mentre i suoi familiari entravano nella vettura per disporsi a partire. Sei pallottole sentenziarono la fine del giovane politico che si accasciò sul volante accanto alla moglie e morì pochi minuti dopo l’arrivo in ospedale. Palermo rimase sconvolta, così come tutto il paese che viveva gli anni del terrorismo politico. I giornali, le autorità politiche e giudiziarie costruiscono ipotesi ma su questo omicidio non si riuscì a fare chiarezza e a scoprirne i mandanti. Forse le organizzazioni mafiose, forse il terrorismo politico (nessuna rivendicazione fu attendibile), fatto sta che il Presidente della Regione con le sue iniziative politiche intralciava i piani e gli interessi di qualche potente organizzazione.

Al funerale accorsero centinaia di persone tra cui il presidente italiano Sandro Pertini che, abbracciando la moglie del politico defunto confiderà di avere “perso un amico” (p. 36). Il cardinale Pappalardo, arcivescovo di Palermo, pronunciò nell’omelia parole dure per denunciare le “forze oscure” che provocarono “atroce assassinio”. Allo stesso tempo ricordò che la dedizione e l’impegno politico di Mattarella scaturivano da “una vita cristiana profonda e autentica” grazie alla quale “il Signore non lo colse impreparato”: “La comunione con Cristo diventava presupposto ed esigenza di piena solidarietà e comunione con gli uomini” (pp. 37-39).

Piersanti era un figlio d’arte: suo padre Bernardo fu un politico di spicco della Sicilia degli anni trenta che sposò gli ideali di don Luigi Sturzo (appena diciannovenne fondò una sezione del Partito Popolare nella sua città), fu amico di De Gasperi e La Pira, fece parte attiva della Azione Cattolica divenendo presidente diocesano della Gioventù Cattolica. Bernardo Mattarella nacque a Castellammare del Golfo (TP), comune che diede i natali a intere famiglie mafiose di fama internazionale, il paese fu la roccaforte di organizzazioni mafiose e massoniche. Bernardo effettuò un brillante percorso politico che lo portò fino a Roma. Nel dopoguerra fu sottosegretario per la Pubblica Istruzione nei governi Bonomi e sottosegretario di Stato ai Trasporti dei Governi De Gasperi.

mattarella1La famiglia Mattarella si trasferì dunque nella capitale e fu lì che il figlio di Bernardo, Piersanti (che, in parte, deve il suo nome al beato Pier Giorgio Frassati), si formò come cristiano e politico, frequentando l’Azione Cattolica dai padri maristi del San Leone Magno (in via di Santa Costanza, dove ancora oggi lo ricorda una lapide commemorativa). Prestò divenne responsabile dell’educazione dei più giovani, ruolo che ricoprì con entusiasmo ed intransigenza. In un articolo pubblicato sulla rivista “Junior”, nel 1956, definiva la “mancanza di entusiasmo, indifferenza” come “la malattia del secolo”. Nonostante le incomprensioni coi religiosi, il giovane Mattarella fu molto attivo nella associazione e sensibilizzò molti compagni dell’AC a intraprendere attività di impegno sociale e di animazione liturgica in quartieri periferici della capitale. Successivamente ricoprì diversi incarichi all’interno della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) dove si distinse – in anni di smarrimento e contrasti interni – per la sua determinazione e il suo equilibrio.

La sua carriera politica fu segnata da un attivismo politico-sociale frutto di una passione e di un entusiasmo che lo caratterizzarono fin dagli anni dell’università. Concluse i suoi studi di giurisprudenza conseguendo la laurea a La Sapienza di Roma per poi, nel 1958, tornare definitivamente a Palermo dove sposò Irma Chiazzase da cui ebbe due figi: Bernardo e Maria. Il suo fu un nuovo modo di concepire il potere e la politica; nel suo impegno con la Democrazia Cristiana cercò di imporre nuovi criteri nella amministrazione regionale con competenza politica e capacità manageriali volti ad eliminare le “incrostazioni” e le abitudini presenti nelle strutture di governo: privilegi, clientelismo, carrierismo, omertà… A questi mali volle sostituire “razionalizzazioni, meritocrazia, accorpamenti, responsabilizzazioni, controlli e divisioni di compiti”. Fu deputato della Assemblea Regionale Siciliana e, nel 1978 fu eletto Presidente della Regione. Si impegnò per una riforma della burocrazia regionale, per renderla più vivace, efficace e utile al rinnovamento sociale. Il criterio fondamentale della sua azione politica fu la consapevolezza che “solo amministrazioni capaci, efficienti, trasparenti, competitive possono, a buon diritto, chiedere allo Stato centrale, ai privati e alle istituzioni europee fondi, sostegni e investimenti produttivi. Si tratta della ‘politica con le carte in regola’ che costituisce uno dei tratti distintivi del programma politico-amministrativo mattarelliano” (pp. 95-96).

Fu definito il “Moro siciliano” a causa del parallelismo della sua storia con la vicenda del primo ministro ucciso dalle Brigate Rosse. Nonostante la fitta nebbia che adombra le circostanze della sua morte, è chiaro che Piersanti Mattarella morì a causa del suo impegno politico. Egli conosceva benissimo i rischi del suo atteggiamento, della sua politica di trasparenza e delle sue scelte in favore della legalità. Andrea Riccardi, nella presentazione del libro di Grasso, afferma che Mattarella “ha rischiato – e alla fine offerto – la sua vita per la politica” (p. 9), questo è il frutto di un atteggiamento cristiano che porta a “non considerare la propria sopravvivenza come valore predominante nel proprio agire”. “Si scopre in Mattarella – prosegue Riccardi – una sintesi tra fede religiosa, cultura e politica, che può apparire remota nell’Italia di oggi”.

Il libro di Giovanni Grasso, “Piersanti Mattarella. Solo contro la Mafia“, ripercorre – in maniera precisa – alcune pagine dolorose della storia politica italiana attraverso la figura di un uomo che seppe mantenere unite le aspirazioni di un rinnovamento politico e la fede cristiana; un politico che, con entusiasmo e tenacia, credette nella possibilità di una nuova stagione politica anche per la sua martoriata Sicilia. La pubblicazione del libro di Grasso rompe quel silenzio che – per l’autore – ha “offuscato la memoria di Mattarella anche dentro la Chiesa Cattolica italiana, di cui Piersanti era e si sentiva figlio devoto e appassionato” (p. 186).

Articolo originale pubblicato su Aleteia il 31 gennaio 2015.

Il “tifo-contro”: l’arte di trarre profitto dai mondiali di calcio

fifa2014Ai mondiali il “tifo-contro” funziona sempre!

L’Italia è un paese di superstiziosi. Basta vedere la mattina il mini telegiornale di canale 5 dove si condensano in pochissimi minuti (il tempo della colazione) tutte le notizie salienti del giorno ma riescono comunque a trovare tempo per l’oroscopo in modo da sapere come andrà la nostra giornata secondo i fantomatici astri. Un popolo di superstiziosi che, se si parla di sport e in particolare di calcio, pensa che sia più efficace “gufare” verso gli avversari che tifare per la propria squadra. Gufare sta per tifare-contro per portare sfortuna, portare “iella”: una pratica superstiziosa insomma, ma apparentemente molto efficace quando si vuole far perdere i propri nemici (sportivi)!

Iniziano i Campionati Mondiali di Calcio e il mondo per due settimane focalizzerà lo sguardo sui campi brasiliani. Un evento planetario che coinvolgerà, nolenti o volenti, anche chi di calcio normalmente non si interessa attirando sentimenti di simpatia o antipatia, ma attirerà comunque l’attenzione di tutti. Ognuno ha la sua squadra preferita visto che si tratta di nazioni a cui in un modo o nell’altro siamo tutti legati per nascita, adozione, parentela,vicinanza, affinità, amicizia; E quando a tifare per qualcuno non ci spingeranno motivi biografici saranno i legami storici, sociologici, religiosi o politici che ci faranno preferire una squadra all’altra nelle sfide che si susseguiranno da oggi fino alla finale. In ogni sfida avremmo una squadra preferita ma quando non gioca la nostra squadra come ci regoleremo? È vero che gli incroci pericolosi sono da evitare e chi vuole sperare in una vittoria finale dovrà sperare che la Spagna – campione in carica e la formazione più forte – e il Brasile – favorito numero uno per motivi “politici” più che sportivi – siano sconfitte da subito. Ma sarà divertente vedere ogni sfida tifando contro la squadra che riteniamo la più antipatica, per qualsiasi motivo.

España-celebracionDunque ognuno potrà ripassare il calendario degli eventi e, partita per partita, organizzare le idee. Rivendicazioni sportive, personali, storiche, religiose, accademiche, familiari, politiche… potranno venire soddisfatte grazie a una sonora e umiliante sconfitta del paese “antipatico”. Il tutto senza altro sforzo che quello di tifare-contro mentre si segue la partita in TV dal divano o dalla sedia, per un centinaio di minuti, muniti delle migliori strategie anti calura come bibite fresche, magliette smanicate, ventilatori e, perché no, in buona e complice compagnia (non c’è cosa più divertente che il tifo-contro di massa!). Inoltre la vendetta sarà servita sul manto verde dei campi di calcio senza nessuno spargimento di sangue e quindi senza rischi giudiziari di nessun tipo: non vogliamo la morte dei cattivi ma la loro redenzione che passa attraverso una buona lezione di calcio, una sconfitta fragorosa e lacrime da sconfitti!

Facciamo qualche esempio: i rossi comunisti (esista ancora o no il comunismo non è il punto adesso) si stringeranno coi compagni per il “tifo-contro” i 22 capitalisti degli Stati Uniti d’America. D’altra parte i più fascistelli o nazistelli (esiste, esiste sempre) insomma quelli dell’estrema destra, si uniranno in un tifo-contro l’armata rossa russa affinché non superi il gruppo H. E così via. Qualcuno verrà a dirmi che il Vaticano tiferà per la Germania nazista? Tranquilli: non ci saranno nè l’uno ne l’altra. (D’altronde se avessero partecipato i vaticani (?) non ci sarebbe stato più tifo-contro per nessuno!) Di Germania c’è quella moderna che oggigiorno è meno popolare (in senso di gradimenti, vedi Merkel, banche, ecc.) rispetto a quella di Hitler negli anni del Terzo Reich

È normale che ogni paese e cultura possiede delle cose belle, delle persone buone, simpatiche, generose. Ogni paese ha, accanto ai difetti, i suoi meriti e i suoi lati positivi e va detto che i sistemi politici totalitari e opprimenti creano vittime innocenti che fanno parte dello stesso paese dei suoi aguzzini. E se poi si ricorderà che ogni essere umano è degno di stima e fiducia, del rispetto alla propria alta dignità di esser umano, allora ci fermiamo qui e facciamo il tifo per tutti. Ma il calcio è il calcio (V. Boskov?) e qualcuno dovrà pur perdere, anzi, qualche squadra dovrà pur vincere, solo una. Quindi nessuno si offenda o si prenda troppo sul serio la mia lista di tifo-contro; non è cattiveria ma sportività applicata! E dunque ecco i miei tifo-contro per questo mondiale e le sue motivazioni.

1402553392_extras_mosaico_noticia_8_g_0Tifo-contro… il Basile. Il Brasile deve uscire, e subito. Tifare contro il Brasile è d’obbligo a meno che uno non sia brasiliano o non faccia parte di quei paesi sudamericani che, non partecipando mai o quasi mai ai mondiali, ripongono il loro orgoglio continentale nel nei verdeoro. Perda il Brasile per rendere credibile un campionato che sembra già scritto! (mentre scrivo l’arbitro giapponese regala la prima vittoria al Brasile inventando un rigore!). Tutto sembra far intuire una facile vittoria brasiliana per diversi motivi. Perché non vince ormai da un paio di mondiali; perché deve risanare l’immagine del paese e giustificarsi in qualche modo di fronte alle violente proteste di chi voleva e vuole boicottare i Mondiali. Vincere serve alla squadra, serve alla federazione, serve al presidente del paese, serve alla FIFA, e forse… serve a tutto il popolo per dimenticare dissidi, povertà, corruzione e affogare tutti i mali in un unica samba nazionale attorno alla coppa. Tutto già scritto, dunque? speriamo di no! Il Brasile vive ancora della fama di Pelè e dei grandi del passato, ma oggi la squadra è un’altra e (nonostante i nomi e i super stipendi) da anni non gioca più come una volta e la storia del joga bonito è una favola esagerata. Il bel gioco e i campioni veri sono altrove! Io tifo-contro il Brasile e speriamo che serva a qualcosa!

coreaTifo-contro… la Corea del Sud. Come non potrei desiderare la sconfitta sonora, calcisticamente umiliante e magari anche un po’ sfortunata della Corea del Sud dopo ciò che hanno combinato nei mondiali-farsa del 2002? I mondiali giocati in Giappone e Corea sono stati falsati (e speriamo che se ne riparli e venga fatta una seria indagine) per portate i padroni di casa fino alla Semifinale. In almeno tre partite i coreani sono stati aiutati: contro il Portogallo nella fase a gironi (due espulsioni ai portoghesi sullo 0 a 0 per favorire l’ 1 a 0 finale per la Corea), contro l’Italia negli ottavi di finale (arbitrata dal narcotrafficante ecuatoriano Byron Moreno) e contro la Spagna nei quarti (due gol regolari annullati alla Spagna e vittoria ai rigori della Corea). Gli aiuti alla squadra asiatica, in quella occasione, vennero dagli arbitri ma anche dalla fortuna, da qualche loro dio e chissà da quale altra sostanza… I Coreani sono rimasti pressoché impuniti? Da quel giorno in poi ogni loro sconfitta, meritata o meno, è un gustoso godimento. Quest’anno sono in un gruppo molto semplice (con Russia, Algeria e Belgio) ma spero che escano subito! Quindi è guerra dichiarata “ammorte” (sportivamente parlando) e io tifo-contro la Corea del Sud!

iranTifo-contro…l’Iran. In realtà le squadre deboli sono sempre risultate simpatiche. Come si fa a tifare-contro la “cenerentola” del mondiale? Sarebbe senza cuore volere la sconfitta dell’Iran che già sulla carta è prevedibile che prenda zero punti (in tre mondiali a cui ha partecipato ha vinto solo una partita nel 1998 contro gli USA). La squadra mi è antipatica per motivi politici e religiosi. La federazione della Repubblica Islamica è quella che obbliga le signorine della squadra femminile a giocare col capo coperto e con i pantaloni lunghi per il divieto religioso che discrimina le donne. Le ragazze hanno visto così svanire il sogno olimpico (Londra 2012) quando a causa del velo hanno perso a tavolino una partita decisiva contro la Giordania. Qualche mese fa la stessa federazione ha approfittando dell’abbigliamento per camuffare ed inserire nella squadra femminile 4 uomini in modo da rafforzarne le potenzialità… Si tratta della stessa federazione che nel 2009 ha squalificato a vita 4 giocatori per aver indossato un braccialetto verde simbolo delle proteste contro il regime, il gesto è stato ritenuto sovversivo e irrispettoso. Non tifo per una federazione e un paese dove non esiste libertà, dove esiste censura, oppressione dei diritti, discriminazioni sessuali (altro che omofobia in Italia!) e religiose! Argentina, Bosnia e Nigeria hanno tutto il mio appoggio e il mio tifo, a loro chiedo una valanga di gol per rendere ancora più divertente l’eliminazione della squadra islamica: dunque con forza e convinzione tifo-contro anche per l’Iran!

Tifo-contro… l’Italia. Beh, sarò politicamente scorretto visto che scrivo in italiano e potrei ferire molti (dei pochi) lettori… ma per me ci sono motivi validi e ne citerò solo uno. E’ evidente che la maggior parte degli italiani non approva a pieno le convocazioni del CT Prandelli; che la sua lista sia per lo meno discutibile è un dato di fatto (d’altronde in Italia non vige la regola del merito nel campo del lavoro); che l’allenatore abbia fatto come al solito scelte segretamente motivate dalla sua fede bianconera, dal servilismo verso “i grandi” e dalle amicizie coi capi (lasciando a casa giocatori più preparati come Destro, Rossi…) è un altra verità non ammessa. Ma può un romanista tifare per una nazionale che boicotta e discrimina i giallorossi? Prandelli è l’uomo etico per antonomasia, quello che va in prima pagina su Famiglia Cristiana, che prega per i mondiali, prandemmia2che va dal papa, che ha inventato il “codice etico” per cui solo i giocatori belli e buoni vanno ai mondiali (gli manca l’acqua santa di Trapattoni). Ma poi diventa antipatico e si tira addosso il tifo-contro! Sorvoliamo sulla sua bestemmia in diretta mondiale come sfogo per il gol contro il Giappone nel 2013 o quella del 2012 in Italia – Croazia (non cercate i video su youtube che non sono educati ne educativi!). Sorvoliamo sulla bestemmia smentita ma lasciare a casa Mattia Destro (il giocatore più in forma della squadra n. 2 in Italia) per motivi etici e portare il macellaio juventino Chiellini perdonandogli calci e pugni non è cosa bella ne eticamente giustificabile! E poi quando si vuole ignorare il migliore Totti degli ultimi anni che avrebbe fatto molto comodo alla squadra anche ai 35 anni e non chiedergli neanche scusa… non è simpatico. Prandelli colleziona risultati negativi (in gare ufficiali un anno di sconfitte e pareggi) e coccola il sogno di vincere il mondiale; non ha un modulo a due giorni dalla competizione ma è estremamente fiducioso; pareggia coi principianti del Lussemburgo ma è contento e sereno. Pare che qualcuno abbia affermato che la lista dei giocatori (con alcuni nomi che fanno venire i brividi) non l’abbia preparata Prandelli ma lo stesso presidente Napolitano che oltre a designare il Premier ora sceglie anche i giocatori della nazionale. Sarà pure colpa di Napolitano… ma io tifo-contro! (Per la cronaca sono molti gli italiani a tifare-contro l’Italia. Esistono anche gruppi facebook italiani per tifare-contro gli azzurri, ogniuno ha i suoi buoni motivi).

Tifo-contro a volontà. La lista del tifo-contro è lunga quanto il calendario delle partite; le motivazioni più o meno chiare e distinte: c’è sempre una squadra (come dice un bambino che conosco) “spreferita” in ogni partita. E allora tifo-contro la Afri-Francia e la sua squadra di africani assoldati per difendere i colori francesi; tifo-contro il Belgio per il suo primo ministro omosessuale a cui piace farsi ritrarre nudo sui giornali e distribuire iniezioni mortifere ai bambini per ucciderli legalmente (vedi eutanasia infantile approvata dal parlamento belga); tifo-contro la Nigeria di Boko-Haram che in nome di uno strano dio uccide i cristiani ogni giorno senza che nessuno apra la “boccuccia de rosa” e che ora se la prende con le bambine; tifo-contro il Giappone che, schiavo dei soldi, ha regalato i primi tre punti al Brasile mentre scrivo questo testo con un arbitro assoldato dai brasiliani tanto che la Croazia vuole ritirare la squadra dal torneo; tifo-contro il Portogallo e quel modello metrosexual di Cristiano Ronaldo che è forte quanto antipatico e vogliamo (vero? lo vogliamo tutti?) che torni a casa a farsi sciampo e sopracciglia; tifo-contro l’Argentina perchè con arroganza credono di essere i migliori in America e nel mondo… e Maradona (gonfio in carne e spirito) non è che un poco di buono. Tifo-contro la Svizzera che mi è antipatica perché fa sempre la parte della innocente, della buona, della imparziale, della “lo-difendo-io-il-papa”, quando invece è una vipera da cui conviene stare alla larga… ce n’è un po’ per tutti.

Infine il più grande e condivisibile tifo-contro è per la corruzione che nel calcio esiste eccome e che ci ha rovinato tanti sogni. Tutti speriamo in un campionato pulito dove si giochi a calcio e si evitino i calcoli, i brogli, gli arbitraggi sospettosi, le partite truccate, le farse come quella coreana del 2002… Alla fine mi auguro solo che vincano i migliori.

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