Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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SOS Venezuela: gravissima crisi umanitaria a causa del socialismo

bebes-venezolanosFinalmente i giornali italiani si sono accorti della grave crisi umanitaria che negli ultimi anni sta attraversando il Venezuela schiacciato dal peso dell’ideologia socialista.

L’immagine dei neonati costretti a dormire nelle scatole di cartone per mancanza di culle ha fatto il giro del mondo in poche ore grazie ai social network: impossibile ora chiudere gli occhi. E se l’articolo può portare molti “click” ecco un buon motivo per parlare (finalmente!) di ciò che sta succedendo nel paese andino governato Maduro, leader socialista che ha messo in ginocchio i suoi concittadini.

LE FOTO

Le foto dei neonati sono state scattate nell’Ospedale “Doctor Domingo Guzmán Lander“, della città venezuelana di Barcelona (nella regione di Anzoátegui, nel nord del paese) e pubblicate su Facebook. A diffonderle su Twitter è stato l’avvocato Manuel Ferreira direttore del centro in difesa dei Diritti Umani della MDU (Mesa de Unidad Democratica) della regione. L’avvocato e professore universitario ha recentemente presentato a Miami un rapporto intitolato “Venezuela sotto dittatura: sangue, fame e miseria” raccontando le gravi violazioni dei diritti umani subite dai suoi connazionali.

Le foto incriminate hanno scatenato l’ennesima polemica nazionale. Il governo (che da anni soffre una sindrome di persecuzione ad opera di sedicenti “capitalisti” ed “imperialisti” statunitensi ed europei) ha denunciato un “attacco gravissimo contro il sistema sanitario nazionale” mentre l’ospedale ha dichiarato che gli scatti sono “falsi” e aperto un inchiesta per punire i colpevoli. Colpevole, a quanto pare, sarebbe un infermiera che ha documentato la mancanza di medicine, di culle e di igiene dentro l’ospedale.

MANCA TUTTO: DALLE MEDICINE AL SAPONE

venezuela-medicinasLa notizia della mancanza di culle adatte ai neonati non deve però sorprendere. Da tempo si sa che in Venezuela si rischia di morire per un’influenza, che gli antibiotici sono introvabili così come i farmaci per il controllo della pressione. Le notizie sono su internet, sui blog dei “dissidenti”, sui giornali non allineati che rischiano la chiusura per “complotto” contro il governo bolivariano. Sui nostri giornali non se ne parla, le notizie sono veicolate, tagliate, sminuite, censurate per non “interferire” in affari altrui, per non rimanere invisi al governo di Maduro (sono pur sempre compagni di sinistra, no? Adelante allora!).

Su questo blog abbiamo riportato la traduzione integrale della “Lettera a tutti i democratici” scritta dall’avversario politico n° 1, Leopoldo Lopez, nel carcere di massima sicurezza di Caracas dove è recluso per aver manifestato contro il regime. “Quien se cansa pierde“, Chi si stanca è perduto, è il motto di Leopoldo e dei suoi. In Venezuela però il problema non è stancarsi ma perdere la speranza, la gioia di vivere… il problema è morire. Si muore per poco, si muore poco a poco.

Solo i militari e gli imprenditori fedeli al governo possono accedere alla compravendita di dollari nel mercato nero a prezzi stracciati, godendo di benefici impensabili per il popolo e avendo libero accesso al mercato internazionale.

Mi raccontano che un medicinale per l’artrosi, lo scorso anno si poteva acquistare per pochi bolivares nelle farmacie venezuelane; ora però è introvabile in tutto il paese mentre si può “comodamente” acquistare alla frontiera con la Colombia per un prezzo quadruplicato.

Mi raccontano di alcuni sacerdoti religiosi italiani che dovendo recarsi in visita in Venezuela hanno chiesto ai loro confratelli se avevano bisogno di qualcosa dall’Italia, la risposta ha spiazzato i preti italiani: “portateci deodorante e saponette”.

Così è ridotto uno dei paesi più ricchi del sud America, piegato dalla sete di potere e dall’avidità di una banda di briganti che ora detiene il potere con la forza e la corruzione.

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Il Cardinale Wyszynski, l’uomo che salvò la chiesa in Polonia dalla furia comunista

Fu lui a a difendere la Chiesa e i fedeli dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

WyszynskiAleteia – “Nessun paese europeo è stato lacerato e smembrato, come la Polonia, negli ultimi tre secoli” (A. M. Sicari). In modo particolare, entrambi i totalitarismi che hanno afflitto il mondo nel XX secolo si sono accaniti violentemente  sulla nazione polacca, vittima sia del terrore nazista che della furia comunista. A farne le spese in maniera particolare è stata la Chiesa che ha subito danni devastanti con la distruzione di luoghi di culto, la soppressione di ordini religiosi, la persecuzione dei fedeli e la deportazione e l’uccisione di numerosi membri del clero: religiosi, religiose, sacerdoti e vescovi. Di fronte a questo drammatico panorama è facile chiedersi come abbia fatto la chiesa polacca a sopravvivere con tale eroicità rimanendo tutt’ora una delle realtà ecclesiali europee più vivaci, donando al mondo numerosi frutti di conversione e santità. La risposta a questa domanda dovrà necessariamente fare riferimento al cardinale Wyszynski che giocò ruolo cruciale per la salvezza della chiesa e della nazione polacca nel periodo più buio della sua storia: quello dell’occupazione sovietica.

Si può affermare che la Polonia sia diventata il “polmone spirituale” di questo Anno Giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco. Si tratta infatti del paese natale di Santa Faustina Kowalska, la religiosa scelta da Dio per diffondere il messaggio della Divina Misericordia e del papa San Giovanni Paolo II che si fece portavoce di questa particolare devozione. A questo si aggiunga che proprio quest’anno la Giornata Mondiale della Gioventù sarà celebrata a Cracovia.

Tra le numerose testimonianze di fede e di santità che offre la nazione polacca non possiamo non guardare all’opera del cardinale Wyszynski che fu primate della Polonia dal 1948 sino alla sua morte avvenuta a Varsavia nel 1981. La sua vita non è sufficientemente conosciuta in occidente, in parte anche a causa del ruolo di un altro vescovo polacco: Karol Wojtyla che, in certo senso, ne “oscurò” la memoria da quando fu eletto Papa. Ma se Giovanni Paolo II ebbe un ruolo importantissimo nello scardinare il sistema comunista in Polonia, chi lottò in prima persona quando ancora Wojtyla era un giovane prete fu il cardinale Wyszynski: fu lui a combattere l’imperialismo sovietico e a difendere la Chiesa cattolica e i fedeli polacchi dalle angherie e dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

Il giovane prete ricercato dai nazisti.

Stefan Wyszynski nacque a Zuzela (un villaggio dell’est della Polonia) nel 1901, in una famiglia povera e numerosa. Suo padre, molto devoto alla madonna di Czestochowa, era l’organista e il sacrestano della chiesa parrocchiale. Nel 1924 Stefan ricevette l’ordinazione sacerdotale all’età di 23 anni e intraprese gli studi di diritto canonico all’Università Cattolica di Lublino. Durante l’occupazione nazista, per ordine del suo vescovo e a causa del suo debole stato di salute, fu costretto ad abbandonare il seminario dove risiedeva ed insegnava; si nascose in campagna, cambiando costantemente domicilio per scampare alle retate naziste, mentre serviva clandestinamente i fedeli del luogo dove si trovava di passaggio. L’ordine del vescovo – a cui Wyszynski obbedì non senza sofferenza – si rivelò provvidenziale: più tardi si scoprì che il suo nome era nella lista dei religiosi considerati pericolosi dalla Gestapo e destinati alla deportazione nei campi di concentramento (in quella lista anche il nome del sacerdote Massimiliano Kolbe che morì ad Auschwitz nel 1941). Nel 1944, durante l’insurrezione di Varsavia contro l’invasore tedesco, Wyszynski assunse il ruolo di cappellano militare, sostenendo i feriti e assistendo i morenti sia polacchi che tedeschi.

Una nuova minaccia: il comunismo in Polonia contro la Chiesa Cattolica.

Nel 1945, alla fine della Seconda Guerra mondiale, la Polonia si trovò in una situazione critica con inimmaginabili perdite materiali (a Varsavia i tedeschi distrussero più del 90% degli immobili) e soprattutto umane. Perdendo sei milioni di cittadini, la popolazione polacca decrebbe di un quinto. Questa nazione maltrattata e traumatizzata si trovò ad affrontare un nuovo grave pericolo che metterà alla prova, ancora una volta, la sua sopravvivenza: l’istallazione forzata e violenta del regime marxista-comunista, così estraneo al carattere tradizionale di questo paese marcatamente segnato dalla cultura cristiana. Lo stesso Stalin pronunciò la famosa frase secondo cui ‘impiantare il comunismo in Polonia era come sellare una mucca’: per istallare l’ateismo marxista in Polonia, era necessario sradicare la sua identità nazionale e la sua cultura cristiana. In questi tempi estremamente difficili Wyszynski – nominato nel 1946 vescovo di Lublino e nel 1948 vescovo di Gniezno e Varsavia – cosciente delle perdite umane sofferte sotto il nazismo, invitò i guerriglieri a consegnare le armi e ad approfittare dell’amnistia concessa per cercare di tornare ad una vita normale. Ciò che contava in quel momento non era lottare per la libertà politica, ma assicurare la sopravvivenza biologica di una nazione decimata dalla guerra. Inizialmente i sovietici mantennero una apparente benevolenza accettando di firmare un accordo con la Chiesa (1950), impegnandosi a rispettare la libertà religiosa e l’autonomia della Chiesa. Ma il governo non aveva alcuna intenzione di rispettare l’impegno preso e presto iniziò a perseguitare i gruppi patriottici e i fedeli. Nel 1952 papa Pio XII nominò cardinale Stefan Wyszynski ma le autorità comuniste non gli concessero il permesso per recarsi a Roma per ritirare il cappello cardinalizio. In questo periodo iniziò una dura repressione contro la Chiesa polacca e le sue attività: molte scuole, ospedali, giornali furono chiusi o assunti dal governo. Numerosi sacerdoti e religiosi furono incarcerati senza un vero processo e alcuni di loro assassinati. Nel 1953, il governo comunista promulgò una legge che prevedeva il controllo delle nomine ecclesiastiche, imitando un processo applicato nell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione.

Non possumus”: la lettera di Wyszynski contro le ingerenze del governo.

Questo attacco frontale contro la Chiesa segnò un punto di svolta nelle relazioni tra l’episcopato polacco e il governo marxista. Il cardinale Wyszynski, che fino a quel momento ebbe un atteggiamento conciliante nella ricerca di un modus vivendi coi suoi avversari, scrisse la famosa lettera, firmata all’unisono da tutto l’episcopato e inviata al governo, che rappresentò uno dei momenti decisivi della storia della Polonia e dell’Europa contemporanea: “Affermiamo che il suddetto decreto non può essere da noi riconosciuto come legittimo e vigente, giacché contrario alla Costituzione [che riconosceva la libertà di culto] e alle leggi di Dio e della Chiesa”. E più avanti “Se dovessimo trovarci di fronte all’alternativa di sottomettere la giurisdizione ecclesiastica come uno strumento di governo civile oppure accettare un sacrificio personale, non vacilleremo. Seguiremo la voce apostolica della nostra vocazione e coscienza sacerdotale; andremo con pace interiore, con la coscienza di non aver dato motivo per la persecuzione e che le sofferenze che ci accadranno non saranno per altra causa se non quella di Cristo e della sua Chiesa. Non possiamo sacrificare le cose di Dio sull’altare di Cesare! Non Possumus!”. La lettera provocò un’autentica furia tra i comunisti che già vantavano il controllo del paese ma che non riuscivano a controllare pienamente la Chiesa cattolica.

Il Primate in carcere: preghiera e studio in cella.

Da parte sua il cardinale Wyszynski era pienamente cosciente della reazione che quella dichiarazione avrebbe provocato nel governo ed era pronto al martirio. La notte del 25 settembre del 1953 il cardinale fu arrestato dalle autorità comuniste  e portato in carcere. Uscendo dal palazzo episcopale disse a una religiosa che si affannava nel preparargli un bagaglio: “Sorella non porterò nulla. Sono entrato povero in questa casa e povero vi uscirò”. Rimarrà in carcere per tre lunghi anni e sarà trasferito in diversi luoghi al fine di mantenere segreto il suo nascondiglio. Soltanto l’ultimo anno di prigione gli sarà concesso di vivere in un convento nei Carpazi Orientali con la possibilità di inviare e ricevere lettere. Durante la sua prigionia sapeva che in qualsiasi momento poteva essere giustiziato così come avveniva a tanti altri prigionieri. Nonostante ciò, senza perdersi d’animo, stabilì un orario simile a quello di un monastero, con un tempo di preghiera, di studio, di meditazione e di lavoro intellettuale alzandosi presto al mattino per approfittare al massimo di ogni giornata. Nel suoi Appunti dalla Prigione scrisse: “Oggi non posso servire la Chiesa e la patria col mio lavoro di sacerdote nel tempio, ma posso servirle con la preghiera. Ed è quello che sto facendo praticamente tutto il giorno”. I suoi aguzzini cercarono di rovinargli la vita in ogni modo con violenze, minacce e lusinghe, ma il prigioniero non smise di pregare per loro: “Non mi obbligheranno in nessun modo ad odiarli”. Scrisse ancora: “Abbiamo gli stessi obblighi di testimoniare Cristo in carcere come davanti ad un altare”. I suoi carcerieri si disperavano vedendo che tutti i loro metodi di persuasione (gli promisero la libertà se rinunciava al suo ruolo di vescovo) e le torture psicologiche non sortivano nessun effetto: “Anche se dovessi passare qui cento anni, non lo farò, perché va contro la mia coscienza”. Scrisse anche “Il peccato più grande per un apostolo è la paura; la paura di un apostolo è la prima alleata dei suoi nemici”; e ancora: “la mancanza di coraggio è l’inizio della sconfitta per un vescovo”.

La liberazione e l’azione diplomatica per la pace della Polonia.

Dopo l’insurrezione del 1956 contro il regime stalinista (Rivolta di Poznań), al fine di allenare le tensioni, il nuovo leader polacco Gomułka chiese al prigioniero di tornare a Varsavia per riprendere il possesso della sua sede episcopale. Wyszynski accettò ma solo alla condizione che il decreto sulle nomine dei vescovi venisse cancellato, che venisse garantita la libertà di culto e l’indipendenza tra Stato e Chiesa. Il 28 ottobre il Primate tornò a Varsavia e l’8 dicembre si firmò il nuovo accordo che sottoscriveva le condizioni poste dal cardinale Wyszynski. Fu il trionfo di chi era disposto ad offrire la propria vita prima che si compissero ingiustizie contro la sua Chiesa e il suo popolo. Se il cardinale Wyszynski si fosse piegato di fronte alle minacce del partito, la Chiesa avrebbe sofferto gravi conseguenze (come successe in altri paesi); ma la sua incrollabile fedeltà e la sua resistenza permisero alla chiesa polacca di conservare un livello di autonomia e di libertà senza paragoni in tutto il blocco sovietico. Il cardinale Wyszynski ebbe un ruolo cruciale nei conflitti che sorsero tra la classe operaia e il governo comunista: da un lato appoggiando le giuste rivendicazioni dei lavoratori e dall’altro conservando un atteggiamento conciliatore e pacifico, allentando le tensioni per evitare le violenze da entrambe le parti.

La morte del Primate: la sua opera un esempio da seguire.

Wyszynski morì il 28 maggio del 1981, quindici giorni dopo l’attentato a Giovanni Paolo II. Non potendosi recare al suo funerale perché ancora ricoverato, il Santo Padre inviò una sentita lettera alla nazione polacca con la quale indisse trenta giorni di raccoglimento e di preghiera, invitando a meditare su “la figura dell’indimenticabile Primate, il Cardinale Stefan Wyszynski”, e “il suo insegnamento, il suo ruolo in un così difficile periodo della nostra storia”. Giovanni Paolo II invitò tutti ad imitare il coraggio apostolico del cardinale e a riprendere l’opera da lui iniziata: “Riprendano quest’opera con grandissima responsabilità i Pastori della Chiesa, la riprendano il clero, i sacerdoti, le famiglie religiose, i fedeli di ogni età e di ogni mestiere. La riprendano i giovani. La riprenda la Chiesa intera e l’intera Nazione”.

Nel 1989 per volere di Giovanni Paolo II, venne inaugurato il processo di beatificazione del Servo di Dio cardinale Stefan Wyszynski. Superata la fase “diocesana”, il processo è ora allo studio della Congregazione delle Cause dei Santi dove è in esame l’inspiegabile guarigione di una ragazza di Szczecin (nord della Polonia) che, afflitta in stato terminale da un tumore, chiese la grazia della guarigione per l’intercessione del coraggioso “Primate del Millennio”.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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Se la Chiesa cede allo spirito del mondo: parla la dott.sa rumena Anca-Maria Cernea

Anca Maria CerneaMiguel Cuartero – Korazym.org – Una dottoressa rumena della Chiesa greco-cattolica è intervenuta al Sinodo dei Vescovi in qualità di uditrice. Invitata come rappresentante dell’Associazione dei Medici Cattolici di Bucarest, la dottoressa Anca-Maria Cernea (del Center for Diagnosis and Treatment-Victor Babes) ha lanciato un forte appello al Santo Padre e ai Vescovi partecipanti invitandoli a tornare con rinnovato vigore, senza patteggiamenti ne sentimentalismi, all’annuncio del Vangelo, evitando sconti e compromessi col mondo, perché – ha concluso – “se la Chiesa cattolica cede allo spirito del mondo, allora sarà molto difficile anche per tutti gli altri cristiani resistere”.

La dottoressa ha raccontato le sofferenze atroci e l’eroico coraggio dei suoi genitori sotto il regime comunista; ha parlato senza paura e senza tentennamenti del fondamento ideologico della rivoluzione sessuale e della battaglia spirituale che sono chiamati ad affrontare i cattolici nella società odierna, una battaglia che non è contro la povertà materiale ne contro il consumismo ma contro il nuovo imperante gnosticismo.

Cernea ha ricordato le profezie di Nostra Signora di Fatima riguardo agli “errori della Russia” che ancora feriscono il mondo: dopo la violenza del “marxismo classico” ora è la volta del “marxismo culturale” che si dice progressista e che sventola in tutto il mondo la bandiera dei “diritti dei gay” per cercare di “ridefinire la famiglia e l’identità sessuale”.

Il compito dei Pastori oggi è quello di riconoscere in questo nemico “l’antico serpente” che pretende di sostituirsi a Dio. Il compito della Chiesa, prosegue la dottoressa rumena, è quello di “salvare le anime” ferite dal peccato. Il peccato infatti è il vero nemico dell’uomo, non la povertà, ne il “cambiamento climatico”. La vera libertà è, dunque, la liberazione dal peccato, la salvezza.

L’esempio da seguire è quello dei dodici vescovi rumeni che, durante l’oppressione del comunismo, sono rimasti fedeli ad ogni costo al Santo Padre pur soffrendo repressione, prigione e terrore. Fu grazie a questi pastori, che invitarono i fedeli a resistere ed a non cooperare coi comunisti, che la Chiesa in Romania sopravvisse al terrore sovietico.

Ecco la traduzione in italiano del suo intervento:

Santità, Padri sinodali, fratelli e sorelle,

io rappresento l’Associazione dei Medici Cattolici di Bucarest.

Appartengo alla Chiesa greco-cattolica rumena.

Mio padre era un leader politico cristiano che è stato imprigionato dai comunisti per 17 anni. I miei genitori erano fidanzati, stavano per sposarsi, ma il loro matrimonio ha avuto luogo 17 anni dopo.

Mia madre ha aspettato tutti quegli anni mio padre, anche se non sapeva neppure se fosse ancora vivo. Sono stati eroicamente fedeli a Dio e al loro impegno.

Il loro esempio dimostra che con la Grazia di Dio si possono superare terribili difficoltà sociali e la povertà materiale.

Noi, come medici cattolici, in difesa della vita e della famiglia, possiamo vedere che, prima di tutto, si tratta proprio di una battaglia spirituale.

La povertà materiale e il consumismo non sono le cause principali della crisi della famiglia.

La causa principale della rivoluzione sessuale e culturale è ideologica.

Nostra Signora di Fatima ha detto che la Russia avrebbe diffuso i suoi errori in tutto il mondo.

Questo è avvenuto prima con la violenza: il marxismo classico ha ucciso decine di milioni di persone.

Adesso avviene soprattutto dal marxismo culturale. C’è continuità dalla rivoluzione sessuale di Lenin, attraverso Gramsci e la Scuola di Francoforte, alla odierna difesa ideologica dei “diritti” dei gay.

Il marxismo classico pretendeva di ridisegnare la società per mezzo della violenta appropriazione dei beni.

Adesso la rivoluzione va ancora più in profondità: pretende di ridefinire la famiglia, l’identità sessuale e la natura umana.

Questa ideologia si autodefinisce progressista. Ma non è niente altro che l’offerta l’antico serpente all’uomo di prendere il controllo, di rimpiazzare Dio, di organizzare la salvezza qui, in questo mondo.

È un errore di natura religiosa: è lo gnosticismo.

È compito dei pastori riconoscerlo, e mettere in guardia il gregge contro questo pericolo.

«Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).

La missione della Chiesa è quella di salvare le anime. Il male, in questo mondo, proviene dal peccato, non dalla disparità di reddito, né dal “cambiamento climatico”.

La soluzione è l’evangelizzazione, la conversione. La soluzione non può essere un sempre più pressante controllo del governo. Non può essere neppure un governo mondiale. Sono proprio questi, oggi, i principali attori che impongono il marxismo culturale nelle nostre nazioni, attraverso il controllo della popolazione, la salute riproduttiva, i diritti degli omosessuali, l’educazione di genere, etc.

Ciò che il mondo ha bisogno, oggi più che mai, non è la limitazione della libertà, ma la vera libertà: la liberazione dal peccato. La Salvezza.

La nostra Chiesa fu soppressa dall’occupazione sovietica. Ma nessuno dei nostri dodici vescovi ha tradito la comunione con il Santo Padre. La nostra Chiesa è sopravvissuta grazie alla determinazione e all’esempio dei nostri vescovi, i quali hanno resistito al carcere e al terrore.

I nostri vescovi chiesero alla comunità di non seguire il mondo, di non collaborare con in comunisti.

Adesso abbiamo bisogno che Roma dica al mondo: “Pentitevi dei vostri peccati e convertitevi, perché il Regno di Dio è vicino”.

Non solo noi, laici cattolici, ma anche molti cristiani ortodossi, preghiamo con ansia per questo Sinodo. poiché, come si dice, se la Chiesa cattolica cede allo spirito del mondo, allora è molto difficile anche per tutti gli altri cristiani resistere.

Articolo originale pubblicato sul sito Korazym.org

Il chiarimento del papa: il “cristo-comunista” gli piace e accetta le correzioni!

foto Ansa

foto ©Ansa

A differenza del volo di andata verso l’Ecuador, sul volo di ritorno dallo storico e importante viaggio apostolico in sud America, papa Francesco ha risposto alle domande dei giornalisti che hanno viaggiato col pontefice. Molti i temi toccati dal Papa riguardo all’esperienza vissuta in Ecuador, Bolivia e Paraguay (ecco il testo integrale dell’intervista).

Inevitabile la domanda sulla strana e provocatoria scultura regalata a papa Francesco dal presidente bolivariano Evo Morales. Il papa ha risposto alla domanda della giornalista portoghese Aura Vistas Miguel (Miguel è il cognome!) che gli ha chiesto: “Che cosa ha provato quando ha visto quella falce e martello con Cristo sopra, offerto dal Presidente Morales? E dove è finito questo oggetto?”.

Il Santo Padre ha risposto dettagliatamente con queste parole:

Io – è curioso – non conoscevo questo, e neppure sapevo che Padre Espinal era scultore e poeta anche. L’ho saputo in questi giorni. L’ho visto e per me è stata una sorpresa. Secondo: lo si può qualificare come il genere dell’arte di protesta. Per esempio a Buenos Aires alcuni anni fa è stata fatta una mostra di uno scultore bravo, creativo, argentino. Adesso è morto. Era arte di protesta, e io ricordo un’opera che era un Cristo crocifisso che era su un bombardiere che veniva giù. Era una critica del cristianesimo che è alleato con l’imperialismo che era il bombardiere. Primo punto, quindi, non sapevo, secondo, io lo qualifico come arte di protesta che in alcuni casi può essere offensiva, in alcuni casi. Terzo, in questo caso concreto: Padre Espinal è stato ucciso nell’anno 80. Era un tempo in cui la teologia della liberazione aveva tanti filoni diversi, uno di questi era con l’analisi marxista della realtà, e Padre Espinal era apparteneva a questo. Questo sì, lo sapevo, perché in quel tempo ero rettore della facoltà teologica e si parlava tanto di questo, dei diversi filoni e di quali ne erano i rappresentanti. Nello stesso anno, il Padre Generale della Compagnia  di Gesù, Padre Arrupe, fece una lettera a tutta la Compagnia sull’analisi marxista della realtà teologica, un po’ fermando questo, dicendo: no, non va. Sono cose diverse, non va, non è giusto. E quattro anni dopo, nell’84, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblica il primo volumetto piccolino, la prima dichiarazione sulla Teologia della Liberazione, che critica questo. Poi viene il secondo, che apre prospettive più cristiane. Sto semplificando, no? Facciamo l’ermeneutica di quell’epoca. Espinal è un entusiasta di questa analisi della realtà marxista, ma anche della teologia, usando il marxismo. Da questo è venuta quest’opera. Anche le poesie di Espinal sono di quel genere di protesta, ma era la sua vita, era il suo pensiero, era un uomo speciale, con tanta genialità umana, e che lottava in buona fede. Facendo un’ermeneutica del genere io capisco quest’opera. Per me non è stata un’offesa. Ma ho dovuto dare questa ermeneutica e la dico a voi perché non ci siano opinioni sbagliate. Quest’oggetto ora lo porto con me, viene con me. (…) Il Cristo lo porto con me.

Il papa smentisce così le voci di chi, nel disperato tentativo di gettare un po’ di acqua sul fuoco, assicurava che Francesco avesse lasciato – con un gesto eloquente – il simbolo del “Cristo-Comunista” ai piedi della Vergine di Copacabana per affidare a Lei questo grave problema di confusione tra una dittatura e una filosofia omicida (che prima ha ucciso Dio e poi l’uomo) e il Redentore Gesù Cristo.

In realtà non è stato così perché al papa (che ha rifiutato l’onorificenza, come è il suo solito) la scultura non è dispiaciuta e – dopo aver fatto “l’ermeneutica di quell’epoca” – ha deciso di portare con sé il regalo come ricordo della visita al paese andino. Probabilmente c’è anche la componente affettiva per l’origine gesuita dello strano “crocifisso” che lo lega a quell’oggetto, ma è soprattutto un “ermeneutica” positiva che ha portato il Santo Padre ad apprezzare il dono di Morales.

Affermando per ben due volte che non conosceva tale scultura del padre Espinal, le parole di Francesco potrebbero smentire anche la notizia diffusa dall’agenzia Rome Reports secondo la quale il papa – ricevendo il dono – avrebbe detto a Morales “Eso no está bien” (Questo non va bene). Ma l’audio del video in questione non è chiaro e secondo un’altra versione Francesco avrebbe affermato: “No sabía eso” (Non lo conoscevo): una versione più vicina alla risposta del Santo Padre ai giornalisti.

Nessun rimprovero dunque per Evo Morales, nessun rimprovero per aver unito provocatoriamente cristianesimo e comunismo, nessun chiarimento pubblico su una questione che desta molte perplessità e lascia il campo libero a molte interpretazioni, soprattutto in mezzo al popolo boliviano che vive sotto il regime socialista di Morales: un governo cattolico di chiara ispirazione marxista. Solo una ermeneutica, cioè uno studio del con-testo storico e politico dell’epoca (non di quella attuale ma di quella del P. Espinal) che, in fine dei conti “giustifica” il goffo e imbarazzante – per molti – gesto.

Purtroppo per alcuni commentatori, che hanno voluto (in buona fede) difendere il papa attribuendoli un rifiuto del dono non confermato ne tanto meno ufficializzato, quello che per i vescovi boliviani è stato un gesto provocatorio e che molti cristiani in tutti il mondo, memori dei milioni di morti a causa della furia totalitaria comunista, hanno considerato fuori luogo, Francesco lo ha apprezzato senza problemi, in buona fede e con simpatia.

D’altronde il commento “a caldo” del portavoce della Santa Sede padre Lombardi confermava già la posizione ufficiale del Vaticano che – per forza di cose – non poteva essere diversa da quella del suo Capo di Stato: la scultura è stata considerata un simbolo di apertura e dialogo verso i poveri e gli oppressi dai sistemi di potere economici e politici, “un’immagine di incontro tra le culture”.

Un ultima curiosità: al giornalista tedesco della KNA (Ludwing Ring-Eifel) che gli domandava per quale motivo il papa parlasse solo di ricchi e poveri senza mai considerare la classe media (“la gente che lavora, che paga le tasse, la gente normale…”), il papa ha ringraziato sentitamente per “la bella correzione” considerando la questione un suo sbaglio: “Lei ha ragione, devo pensare un po’, il mondo è polarizzato. La classe media diviene più piccola. La polarizzazione tra ricchi e poveri è grande, questo è vero, e forse questo mi ha portato a non tenere conto di quello (…). Credo che Lei mi dica una cosa che devo fare, devo approfondire di più su questo. La ringrazio per la correzione. La ringrazio per l’aiuto eh?”

Il papa dunque – checché ne dicano i suoi difensori più estremi, acritici moralizzatori e i censori che non digeriscono commenti fuori dalle righe e voci fuori dal coro sul papa (quello argentino!) – possiede una grande umiltà, accetta le correzioni e capisce anche che nella scelta dei temi trattati non possiede infallibilità, figuriamoci nei gesti o nelle preferenze politiche. Lui sì, ha davvero una grande umiltà.

Viva il Papa!

Post Scriptum: Sappiamo per certo che il post sarà considerato da alcuni come una pesante accusa e una grossa offesa al Sommo Pontefice e un “autoescludersi” del sottoscritto dalla comunità ecclesiale. Sarebbe inutile (l’esperienza mi insegna) invitare a leggere questo articolo con una “ermeneutica” diversa. Qui si desidera prende atto di un fatto: che “in un mondo polarizzato”, quando ci sono di mezzo la destra e la sinistra, Francesco – che per vocazione ha scelto Cristo, il Centro – per sensibilità o affinità politica, sceglie la sinistra. Non è necessariamente una colpa (finché la Chiesa vorrà riconoscerlo)! Resta infatti insoluta la questione che nessun giornalista ha avuto il coraggio, o il permesso, di porre: e se si fosse trattato di una svastica?

Papa Francesco: ad ogni viaggio basta la sua pena. In Bolivia nuova gaffe diplomatica

evo morales papa francescoNon mi resta che pensare che papa Francesco sia toccato dalla sfortuna durante i suoi viaggi per il mondo. Ogni volta che il pontefice argentino monta sull’aereo il destino prepara qualche gaffe pronta a fare il giro del mondo. E non si tratta dei suoi discorsi, sempre puntuali nei contesti in cui vengono pronunciati, ma di gesti e frasi che parlano più di ogni omelia e che – purtroppo – hanno avuto bisogno di didascalie e di comunicati stampa chiarificatori.

La foto di Francesco facendo le corna sorridente a Manila, assieme al cardinale Tagle, ha fatto il giro del mondo scandalizzando chi – come me – non conosceva che il comune significato di tale gesto: un simbolo satanico utilizzato dalle rock star e dalle sette sataniche per indicare ed inneggiare le corna e la coda del diavolo. Noi comuni esseri umani di media istruzione, ignorando la simbologia del linguaggio dei sordomuti, lo abbiamo visto come un gesto fuori luogo per un papa e un cardinale papabile (a detta dei media) davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo. I giornali, e i traduttori specializzati, ci hanno poi spiegato il vero (o secondo) significato del simbolo, un significato nuovo per molti, tutt’altro che satanico: un messaggio d’amore che significa letteralmente “ti amo”.

Sull’aereo che lo portò a Manila, il pontefice, commentando gli attacchi al giornale satirico Charlie Hebdo e condannando ogni tipo di offesa religiosa, affermò – per porre un limite alla esaltazione della libertà d’espressione – che ad ogni insulto contro la religione corrisponderà una reazione violenta, come se si offendesse la propria madre. Anche queste parole, pronunciate in viaggio, hanno fatto il giro del mondo provocando commenti e battute di sorta.

Al ritorno da quel viaggio un’altra frase di papa Francesco fece scalpore e scandalizzò molti: “essere cattolici non significa fare figli come conigli”. La frase – che per alcuni era chiara come l’acqua e non aveva bisogno di interpretazioni ne correzioni – destò stupore, sconcerto e scandalo in molte persone. Molti di sentirono offesi nel sentir definire la propria madre una coniglia per il fatto di avere molti fratelli (il sottoscritto è frutto di una cucciolata extra large). Altri si rallegrarono perché sollevati nella loro impossibilità biologica, economica o (senza pensare di accomunare le categorie, per carità!) nelle loro paure ed eccessi di egoismo. Vada come vada, la frase oramai l’abbiamo capita, ma anche qui si sono dovute accendere le luci, i computer e i microfoni della sala stampa per chiarire, contestualizzare, riformulare il pensiero con parole meno dure ed offensive, per proporre nuovamente il messaggio del papa: non è necessario, per entrare nel regno dei cieli, avere tantissimi figli, ma basta fare la volontà di Dio che è diversa per ogni famiglia. Detta così accontenta tutti, anche il buon Paolo VI – in quei giorni si sarà rivoltato nella tomba – che s’è giocato il pontificato, la vita e la reputazione (la sua beatificazione ha provocato malumori) su questo delicatissimo argomento su cui il linguaggio e le espressioni sono fondamentali per non svilire o fraintendere il discorso.

Ad onore di cronaca, è stato lo stesso pontefice a “correggere il tiro” pronunciando elogi per le famiglie numerose nella prima udienza utile. Si era infatti detto tristemente “sorpreso” per le reazioni delle famiglie numerose che avevano mal interpretato le sue affermazioni sui conigli.

In quei giorni ci furono molte polemiche tanto che il giornalista Giuliano Ferrara (non senza irriverenza, ma per carità, abbiate un po’ di misericordia anche per lui!) arrivò ad affermare in televisione “attendo il giorno in cui papa Francesco sull’aereo dirà ‘malimortaccitua’!”. Abbiate pietà, si riferiva a queste colorite e ingenue espressioni aeree (nel senso di ‘pronunciate ad alta quota’) del pontefice.

In questi giorni il papa ha visitato tre paesi sudamericani e, per evitare problemi ha deciso di non concedere un’altra (pericolosa) intervista in aereo. Quindi, superata senza intoppi la prima prova (quella dell’intervista in volo) senza affrontarla e la seconda (la prima tappa in Ecuador di cui il mio amico ecuatoriano Juan Francisco ci racconterà qualcosa), in Bolivia è arrivato puntuale il nuovo papal-epic-fail (per usare un linguaggio giovane e attuale derivato dal gioco del poker) ossia un intoppo epocale o errore grossolano, una gaffe o figuraccia mondiale.

Il papa ha incontrato il folklorico ed eccentrico presidente boliviano Evo Morales (il primo presidente indio, evidentemente ricco di risentimenti e sentimenti di rivalsa verso il mondo non-indio) per il consueto scambio dei doni. Quello dello scambio dei regali tra Vaticano e gli altri stati è sempre un momento curioso e simpatico perché mostra come i governi (ospitanti od ospitati) abbiano deciso di affrontare, con estrema immaginazione e creatività o con perfetta diplomazia, la difficile scelta del regalo al papa (io già ho difficoltà a scegliere il regalo per mia moglie con un budget limitato, immaginate quanto sia difficile fare un regalo al papa con copiosi fondi statali sapendo poi che si tratta solo di un dovere diplomatico!). Il Santo Padre se la cava sempre egregiamente, questa volta ha donato copie della sua nuova enciclica sull’Ecologia (scritta pensando proprio a quei paesi poveri che dell’ecologia hanno fatto una bandiera contro i “ricchi-cattivi”) e un bellissimo mosaico della Vergine Maria.

Ma ecco il regalo che non ti aspetti: l’indio regala al papa una falce ed un martello su cui riposa un Cristo morente, lo stesso simbolo riprodotto su un medaglione messo al collo del papa tra sorrisi, strette di mano e fotografie. Inevitabilmente la foto fa il giro del mondo e via alle interpretazioni. La follia del presidente Evo la conosciamo; l’ignoranza del presidente, dei suoi collaboratori e dei poverini che lo hanno votato la possiamo immaginare; quella mistura di comunismo e vangelo che dagli anni settanta ad oggi (ancora oggi, più forte di prima perché non è solo opera di preti e vescovi ma anche dello stato) stupra il Cristianesimo in America Latina ce l’abbiamo presente; ciò che non conoscevamo, noi bigotti cattolici che ancora crediamo che Gesù siamo morto in croce, è il Cristo sulla falce e il martello, il cristocomunista simbolo – ormai palese – della fede dei governi socialisti del sud America e delle Ande, i cosiddetti paesi bolivariani (di cui la Bolivia vanta il nome completo). Che non sia quello il Cristo predicato anche dai pulpiti delle chiese locali è la nostra più ottimistica speranza, ma sappiamo purtroppo che in alcune chiese da quelle parti si predica, con il Vangelo in una mano e il martello nell’altra, il vangelo del “Che” e non quello di Cristo.

La foto del macabro e blasfemo scambio ha fatto il giro del mondo, e sorprende che Francesco, così allergico alle cerimonie rituali, al bon-ton diplomatico e alle scalette prestabilite, così alla mano, così diretto e così eccellentemente fuori dalle righe, non abbia rifiutato – sul momento – il regalo e il ciondolo messogli al collo, un gesto che sarebbe stato molto più eloquente del “no està bien eso” detto – secondo gli acuti orecchi dei giornalisti – davanti alle telecamere e ai lontani microfoni presenti in sala (secondo altri avrebbe detto “no sabía eso“). Sappiamo però che se il papa si fosse lasciato andare ai suoi istinti (ricordate la storia della mamma e del pugno?) quel martello avrebbe fatto una brutta fine fracassato sulla testa del simpatico indigeno. Ma poi, ve le immaginate le conseguenze politiche di tale – pur nobilissimo – gesto?

Quindi, avrà velocemente pensato Francesco, meglio smentire una volta per tutte la storia delle offese alla religione che meritano un pugno (tanto, chi se la ricorda più?), sorvolando sul Cristo violentato e insultato, e portare a buon fine il viaggio che in Paraguay (e a Roma) mi aspettano vivo.

Fatto sta che, accettato il regalo non gradito (la faccia del papa era visibilmente scossa alla vista di quella scultura), ora qualcuno (la gente normale di media istruzione, non siamo tutti analisti, politici, teologi e vaticanisti) potrebbe rimanere scioccato; scandalizzato da quelle immagini, qualcuno vedendo il proprio Dio ridicolizzato ancora una volta senza un chiaro contraddittorio, vendendo questo atto dissacratorio ed irriverente di vilipendio religioso potrebbe sentirsi ferito.

Sotto quel simbolo della falce e del martello molte persone in diversi paesi del mondo (dalla Russia, alla Cambogia, dalla Korea alla Bulgaria, dall’Albania alla Cina, dalla Cecoslovacchia a Cuba e al Venezuela) hanno visto i loro cari e i loro concittadini – le vittime si contano a milioni – scomparire, venire deportati, condannati ai lavori forzati, violentati, privati della dignità e morire violentemente. In tutto il mondo, su queste stragi vige un silenzio complice: basti vedere la quantità industriale di film, libri, studi, giornate della memoria, proclami e targhe prodotte contro la dittatura nazi-fascista: nulla comparabile è stato fatto riguardo alle stragi “rosse”. (Ricorderò sempre la targa all’ingresso della facoltà di Lettere e Filosofia della Terza Università di Roma che si proclama compatta contro il nazismo lasciando libera scelta sulle dittature di segno opposto).

Provate ad immaginare cosa fosse successo se un qualsiasi governo di destra avesse regalato al papa una scultura con un Cristo appeso ad una svastica (che è più simile ad una croce rispetto a una falce essendo, in effetti, una croce celtica!): si sarebbe scatenato un serio incendio diplomatico e la Chiesa sarebbe stata coinvolta in una polemica senza fine. Tutti abbiamo visto le immagini di Giovanni Paolo II assieme al generale cileno Pinochet utilizzate per denunciare una connivenza tra il Vaticano e le dittature di destra. Le immagini del papa con Fidel Castro, con Chavez, con Maduro e con Evo Morales, dittatori dal segno politico opposto, non rischieranno i questo senso di venire strumentalizzate.

C’è però un problema con quella sconcertante statuina made in Bolivia. L’immagine di Gesù morto sulla falce e il martello che passa dalla mano di un fervente cattolico latinoamericano a quelle del successore di Pietro, è l’ennesimo chiodo sul corpo del Salvatore che di offese e di colpi ne riceve ogni giorno tanti e diversificati. Rivela però una piaga tristemente diffusa nel nuovo continente. Per molto tempo in America Latina la Chiesa è stata abbagliata da teorie teolopolitiche frutto della cosiddetta Teologia della Liberazione, chi si è opposto alle derive marxiste di tali posizioni teologiche socialiste è stato duramente attaccato e accusato di essere lontano dal popolo e schiavo del Vaticano. Impunemente molti teologi latinoamericani hanno implicitamente rifiutato l’elezione al soglio pontificio del card. Ratzinger, reo di aver condannato le posizioni più estreme della TDL. Ora con il papa Francesco, coloro che quarant’anni fa fondarono questa corrente di pensiero, hanno rialzato la voce, alcuni di loro hanno scritto e dialogato con Francesco, lo hanno visitato, hanno offerto conferenze in Vaticano, concesso interviste alla Radio Vaticana e presentato testi di teologia nella Sala Stampa Vaticana.

L’impressione è che, dopo gli anni bui di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il papa argentino – questo sì, vicino ai poveri e agli oppressi – abbia finalmente riabilitato la TDL e sdoganato i suoi autori vittime della gogna del Santa Inquisizione. Il commento sembra comico e burlesco, ma le cose stanno così, basti leggere qualche scritto di Gutierrez, Boff e compagni (e il termine appropriato). E’ dunque più che mai necessario e urgente che il papa approfitti dell’imbarazzante episodio avvenuto con Evo Morales per prendere al volo l’occasione e chiarire la posizione della Chiesa Cattolica su questo tema sempre così attuale in quei paesi.

Il papa il giorno dopo l’imbarazzante fatto, ha tuonato contro le “ideologie” che abbagliano mentre solo la fede illumina. A nostro avviso però sarà facile per il simpatico presidente indio pensare alle ideologie di destra, ai potenti imperi economici, alle nazioni capitaliste, agli Stati Uniti, insomma alle ideologie degli altri. Forse per persone semplici come Evo e i suoi, sarebbe meglio parlare di falci, martelli, di comunismo, di socialismo e chiarire che tra Cristo e Beliar non ci può essere nessun accordo.

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

In ultima ora, padre Federico Lombardi (co-protagonista ed eroe di questo travagliato pontificato perché costantemente chiamato a spiegare, chiarire, sottotitolare e tradurre questi gesti e frasi che spesso creano tanta confusione) ha affermato, in un comunicato stampa che getta acqua sul fuoco, che la strana immagine donata al papa, a detta dei gesuiti boliviani, è stata ideata da un sacerdote gesuita spagnolo, Luis Espinal, il “Romero boliviano” ucciso nel 1980 dall’esercito del governo dittatoriale per aver difeso la libertà dei poveri e dei minatori. Ma Lombardi ha anche affermato che tale simbologia non indica necessariamente un legame ideologico tra il cristianesimo di quel sacerdote e il comunismo ma che potrebbe significare una “apertura al dialogo che si doveva vivere con tutte le persone che si impegnavano per cercare la libertà e la giustizia”.

Qualcuno ha definito l’intervento del portavoce vaticano “una toppa peggiore del buco”. Ora sì che un pronunciamento chiarificatore da parte di papa Francesco sarebbe più che urgente, necessario. Anche se, per una volta, il gatto non verrà accarezzato nel verso del pelo.

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