Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

Archivio per il tag “cammino neocatecumenale”

Pubblicati i diari di Carmen Hernández co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale

Foto: bac-editorial.es

Pubblicato il primo dei diari della catechista spagnola co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale. Un testo che rivela i tratti mistici della sua unione con Gesù e la “notte oscura” attraversata dalla sua anima.

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A un anno dalla sua morte, avvenuta il 19 luglio del 2016, viene pubblicato il primo volume dei diari di Carmen Hernandez, co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale assieme a Kiko Argüello. Il volume uscirà in Spagna il 19 giugno per i tipi della BAC (Biblioteca de Autores Cristianos), casa editrice della Conferenza Episcopale Spagnola col titolo: Diarios (1979 – 1981), e verrà presentato ufficialmente a Madrid il 30 giugno da Kiko Argüello assieme al cardinale Ricardo Blazquez (Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola), dal prof. A. Barahona (Università Francisco de Vitoria) e dal direttore della BAC il prof. C. Granados.

Si tratta della trascrizione della prima delle numerose agende alle quali la catechista spagnola affidava ogni giorno le sue riflessioni, le sue gioie e i suoi dolori, spesso in forma di preghiera, in dialogo con lo stesso Gesù. E’ stato proprio Kiko Argüello a promuovere e a curare personalmente l’edizione di questo primo diario per il quale sono previste già numerose traduzioni in diverse lingue. Il libro esce con una breve presentazione di Kiko Argüello e la prefazione di mons. Ricardo Blazquez (testi originali disponibili online sul sito della Bac). Continua a leggere…

Il cardinale Schönborn “gratitudine e stupore” per Giovanni Guggi

schonborn«Guardo con grandissima gratitudine e stupore la vita di Giovanni». Con queste parole, pubblicate sul suo account Twitter il 30 gennaio, il cardinale di Vienna Christoph Schönborn ha voluto ricordare Giovanni Guggi, responsabile del Cammino Neocatecumenale in Austria che Dio ha chiamato a sè all’inizio di questo anno 2017, il 20 gennaio.

Il cardinale austriaco ha voluto presiedere il funerale di questo catechista italiano che per molti anni, assieme a sua moglie, ha guidato le comunità neocatecumenali dell’Austria dedicando la sua vita all’annuncio del Vangelo. Il funerale si è svolto il 26 gennaio nella chiesa di Santa Brigida di Vienna. Nella sua omelia Schönborn ha sottolineato l’importanza e l’urgenza di portare la Buona Notizia di Cristo Risorto all’uomo di oggi, mentre i cristiani vivono spesso la tentazione di “accomodarsi sul divano”. E’ per questo che, ha affermato il cardinale, la testimonianza di Giovanni mostra la forza della fede e va vista “con gratitudine e stupore” per il bene fatto alla Chiesa austriaca. Alla celebrazione delle esequie ha partecipato anche il Nunzio Apostolico in Austria mons. Peter Zurbriggen. Continua a leggere…

“L’iniziazione cristiana contro la secolarizzazione”: intervista a Kiko Argüello

annotazioniRiportiamo l’intervista a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, apparsa oggi 11 novembre sul Corriere della Sera e curata da Gian Guido Vecchi in occasione della pubblicazione del libro Annotazioni (Cantagalli 2016). Il libro (traduzione dell’originale spagnolo pubblicato dalla casa editrice BAC di Madrid) verrà presentato il 25 novembre al Teatro Olimpico con la partecipazione, oltre che dell’autore, di Sua Ecc. il cardinale Gerhard Müeller – Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – e del ministro dei trasporti Graziano del Rio.

CITTÀ DEL VATICANO – «Vede, l’Europa oggi si trova nell’apostasia. Ha abbandonato il cristianesimo». Le mani intrecciate, lo sguardo assorto. S’interrompe, cerca la sua Bibbia, «ecco qua, San Paolo, Tessalonicesi 2, prima che torni Cristo “dovrà infatti avvenire l’apostasia ed essere rivelato l’uomo iniquo…”». È passato più di mezzo secolo da quando un pittore di venticinque anni, Francisco «Kiko» Argüello, andò a vivere nel 1964 tra i baraccati di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid. Oggi la barba è rada e grigia ma gli occhi ardenti sono gli stessi del giovanotto ritratto in una foto di allora, «questa era la mia baracca, doveva vedere le facce quando venne a trovarci l’arcivescovo di Madrid!», alla parete di legno una Croce e un ritratto di San Francesco. Una scelta all’origine di quello che sarebbe divenuto il Cammino neocatecumenale, nel frattempo diffuso in 900 diocesi di 105 nazioni, con oltre ventimila comunità in seimila parrocchie, circa cinquecentomila persone solo in Italia. Nel Libro «Annotazioni» (Cantagalli) ha raccolto 506 riflessioni scritte tra il 1988 e il 2014.

Una sorta di bilancio?
«Piuttosto una specie di testamento per i catecumeni. Ho pensato di confessare loro tutte le mie sofferenze e i pensieri che ho avuto in questo tempo. Il mio primo pensiero è che il Signore, tra tanti problemi e difficoltà, ci è stato sempre vicino».

Scrive che tutto è cominciato dai poveri. Oggi in Europa si moltiplicano i muri, in un paesino italiano la gente ha alzato barricate davanti a donne e bimbi profughi. Che succede?
«Arrivano i profughi e non c’è più l’amore per l’altro, il principio della civiltà cristiana. Il principio del paganesimo invece è che l’uomo vive per sé. Qui sta l’apostasia. Il mistero dell’iniquità sta preparando l’arrivo dell’empio. Stiamo costantemente ricevendo una catechesi sull’ateismo, l’unico che si muove è Papa Francesco. È impressionante, le nazioni scandinave sono quasi totalmente atee, in molti Paesi quasi il 50 per cento non è battezzato, le chiese sono chiuse…La nostra civiltà sta facendo acqua e allora si capisce che ognuno voglia vivere meglio che può. San Paolo si fa una domanda geniale: “Perché Cristo è morto per tutti?”. E risponde: “Perché l’uomo non viva più per se stesso”. All’uomo che pone al centro della sua vita il vivere bene, l’essere felice ad ogni costo, non importa nulla dell’altro. Se questi profughi ti disturbano o impediscono il benessere egoista, alzi muri e barricate».

kiko e francescoIl Cammino nasce in periferia. Francesco dice che dalla periferia si vede meglio la realtà. Perché?
«Perché l’uomo che vive normalmente non pensa alla gente che soffre, ai poveri, sta fuori dalla realtà della vita. Giovanni XXIII diceva che il rinnovamento della Chiesa sarebbe venuto dai poveri e nel mio caso è stato profondamente vero: i poveri che erano con me, analfabeti, zingari, hanno risposto in un modo così sorprendente che, grazie a loro, è nata la celebrazione della parola di Dio nel Cammino. Io mi sono trovato con il problema profondo della sofferenza degli innocenti, gente crocifissa per i peccati di altri. Sartre diceva: guai all’uomo che il dito di Dio schiacci contro il muro! Io ho visto gente schiacciata contro il muro, ragazzi violati, donne picchiate, e mi chiedevo: perché non a me?».

E come si è risposto?
«Di fronte a tanta sofferenza, o uno prende il mitra come Che Guevara oppure si incontra con Gesù Cristo. Cristo crocifisso è la risposta profonda al dolore e al male nel mondo. Volevo aiutare, e tra le baracche ho scoperto che c’è una presenza reale di Cristo in quelli che sono vittime dei peccati degli altri. Nietzsche dice che se Dio, potendo aiutare, non lo fa, è un mostro; e se invece non può aiutare, non c’è. Ma è una menzogna: più che morire, Dio non può fare. Sono andato a vivere con i poveri desiderando che la seconda venuta di Cristo mi trovasse ai piedi di Cristo crocifisso negli ultimi».

anotaciones-espNel libro, parlando di Palomeras Altas, scrive: «Cristo era lì presente. Tutto parla di Lui. Io e Lui, uno, perfettamente uno». Come si arriva a sentire la voce di Dio e parlare con Lui?
«Ebbi una crisi di fede molto profonda e avevo bisogno assolutamente di una risposta, di sapere se siamo soli nell’universo o se Dio esiste. Ero sorpreso che la gente vivesse senza rispondere a questa domanda. Per me era questione di vita o di morte. Ho letto Henri Bergson, per il quale l’intuizione è un mezzo di conoscenza della verità superiore alla ragione. E mi sono reso conto che in fondo la mia intuizione più profonda, come artista, non era d’accordo con chi diceva che tutto è un assurdo e la vita è un caso. Così sono entrato nella mia stanza e ho gridato e pianto ed è successo qualcosa di sorprendente: ho avuto la risposta, Dio c’era, una certezza assoluta. Sono andato a vivere con i poveri e Dio era lì con me, in modo reale, presente, lo sentivo in tutto il corpo».

Che cosa direbbe a chi non crede?
«Gli direi di chiedersi: “Ma Dio c’è o non c’è?”. In questa ricerca, se è onesto e non mente a se stesso, Dio gli risponderà».

La crescita dei neocatecumenali sembra andare controcorrente rispetto alla «secolarizzazione» crescente. Come se lo spiega?
«Papa Benedetto XVI ha detto che noi siamo un carisma, un dono dello Spirito Santo per aiutare la Chiesa. Il carisma è una grazia per rispondere a una sfida. Viviamo in un cambio d’epoca, come diceva Giovanni XXIII convocando il Concilio, una delle epoche più tragiche e terribili della storia della Chiesa perché si tratta di mettere a confronto il Vangelo con la modernità…Dio ci ha suscitato, partendo dai poveri, per riscoprire nella Chiesa l’iniziazione cristiana, l’essenziale del cristianesimo, e rispondere alla secolarizzazione. Giovanni Paolo II riconosce il Cammino come un “itinerario di formazione cattolica”. Non si può abbandonare la gente. La maggior parte delle parrocchie è obsoleta, se non fortifichi la fede rimarranno quattro gatti. Spesso ci sono quasi solo messe, per lo più frequentate da anziani. Dove sono i figli?».

A proposito: perché le famiglie neocatecumenali hanno tanti figli?
«Perché prendiamo sul serio l’Humanae Vitae di Paolo VI, ogni atto coniugale deve essere aperto alla vita. San Giovanni Paolo II, nell’85, ha detto che questa crisi europea ha come centro la distruzione della famiglia. E invitava i vescovi a lasciare i loro schemi a volte atrofizzati per andare là dove lo Spirito Santo già sta agendo, ricostruendo le famiglie, suscitando vocazioni…».

Ci sono state sospetti anche nella Chiesa: un movimento chiuso, con propri riti…Come risponde?
«Non si capisce cosa sia una iniziazione cristiana. Pensano che siamo un movimento, un ordine religioso, una realtà a sé con un fondatore, un certo Kiko… Ma è dovuto ad ignoranza. Gesù ha detto: “Amatevi come io vi ho amato”. Ma amare chi? Nella Chiesa primitiva si viveva il cristianesimo in comunità. “In questo amore riconosceranno che siete miei discepoli”. Ma la gente nelle parrocchie, come vede una comunità, pensa che siamo chiusi, una chiesa parallela. Si tratta di accettare le critiche con pazienza e con umiltà. Sa cosa mi disse Paolo VI? Sii umile e fedele alla Chiesa, e la Chiesa ti sarà fedele».

“Quello che vuole Dio, io lo faccio”. Il cammino di Chiara Maria dall’ospedale al Paradiso

chiaramaria2La mattina del 23 aprile del 2016 Dio ha chiamato a sé Chiara Maria, una ragazza di appena 25 anni. A sei mesi di distanza, il 2 novembre giorno in cui la Chiesa ricorda i fedeli defunti, il padre Alfredo, il fidanzato Stefano ricordano quei giorni in cui, con dolore e speranza, hanno accompagnato Chiara nel suo cammino dal letto dell’ospedale del Policlinico di Tor Vergata alle porte del Paradiso.

Assieme a loro anche padre Domìnik, sacerdote domenicano polacco che accompagna la comunità neocatecumenale dove Chiara Maria, fin dalla adolescenza, camminava assieme ad altri cinquanta fratelli nella parrocchia di Santa Francesca Cabrini, a Roma.

Dopo 5 anni di indagini e analisi su alcune macchie comparse sul suo corpo, a 24 anni, a Chiara Maria le viene diagnosticato un tumore alla pelle; lei sceglie di portare questa pesante ed inattesa croce con l’aiuto di Dio. Inizia una serie di infinite chemioterapie, proprio il 14 settembre del 2015, giorno dell’Esaltazione della Santa Croce. I suoi amici, i parenti, i fratelli della comunità la ricordano come una ragazza “che ha scoperto di avere la metastasi al cervello e sorride, prega, spera, lotta”. Il suo funerale è stato una festa, un matrimonio tra Chiara Maria e Dio, amici e conoscenti hanno riempito ogni angolo della chiesa ma anche il piazzale antistante per accompagnarla e salutarla col canto e la preghiera.

Su questa storia è stato pubblicato un libro intitolato Credere per Vedere (ArabaFenice 2016, pp. 123, € 13,00) scritto pochi giorni dopo il funerale dall’amico Massimiliano Giglio per fissare nella memoria quell’evento straordinario di cui è stato spettatore privilegiato e nel quale è stato possibile vedere “il cielo aperto” negli occhi di una ragazza normale, nella fede di una comunità cristiana, nelle preghiere dei genitori e dei fratelli, una speranza di una vita senza fine, capace di andare al di là della morte corporale.

L’autore – così come coloro che hanno collaborato alla stesura del libro con consigli, correzioni e suggerimenti – è convinto che la testimonianza di questa ragazza può aiutare molte persone, come è successo a lui stesso: “Appena cinque mesi fa io mi trovato all’inferno. La testimonianza di Chiara e il suo vivere la fede mi hanno aperto gli occhi e riportato in vita. Mi ha fatto vedere quali sono le cose importanti, quanto senza Dio non possiamo fare nulla e quanto con Lui non c’è nulla che non possiamo fare” (p. 36)

chiaramariabrunoIl piccolo volume è impreziosito dagli appunti di Chiara Maria, scritti durante la sua ultima Pasqua, quando, costretta a restare in ospedale e dunque impossibilitata a partecipare alla Veglia Pasquale con la sua comunità, ha confidato a padre Domìnik una breve riflessione per ogni lettura della Veglia di Pasqua aprendo il suo cuore alla Parola di Dio che illumina la storia: “Sono riuscita – scrive Chiara a padre Domìnik – a mettermi a scrutare e a riflettere su queste splendide letture della Veglia di Pasqua, alla quale non potrò partecipare! […] I pensieri su ciò che ho letto e scrutato mi stanno accompagnando tanto in questi giorni un po’ difficili. […] Prega per me!! Buona Santa Pasqua!!!!!” (p. 99). Commentando la lettera ai Romani, Chiara Maria scrive: “Una delle mie più grandi paure, non è tanto quella di morire, ma è quella di morire lontana da Cristo” (p. 114).

Come è possibile avere questa fede? Da dove può venire la speranza nel buio della morte? San Paolo afferma che “se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor. 15,14). La risurrezione di Cristo rappresenta il punto di svolta della storia dell’uomo: solo nell’evento della Risurrezione di Gesù l’uomo può trovare risposta agli interrogativi che la sofferenza e la morte severamente e impietosamente gli impongono. Se Cristo non è risorto tutto è vano, tutto crolla, nessuna risposta consolante può essere proposta a chi muore e a chi soffre e tanto meno creduta.

Solo la fede nella risurrezione può fare in modo che un evento tragico come una malattia inarrestabile che si accanisce su una giovane ragazza piena di vita e di sogni, venga vissuto nella pace, in comunione con gli altri (la “comunione dei santi”) e con Dio, nella speranza della risurrezione e della Vita Eterna e non nella ribellione e nella rabbia. Solo questo può trasformare il lutto in una festa, la tristezza in gioia, l’angoscia in serenità. “La nostra Chiara sarà ricordata per molti e molti anni per questo motivo: mai nessuno l’ha sentita maledire la storia, maledire Dio, maledire il tumore, mai nessuno l’ha vista tentare di scendere dalla croce…” (p. 58).

E’ questa la straordinaria testimonianza che ci ha lasciati Chiara Maria, che è morta dicendo che avrebbe fatto la volontà di Dio, qualunque essa fosse: “Quello che vuole Dio, io lo faccio“. Così facendo – sostenendo dal letto del suo dolore i parenti e gli amici con quella grazia che le è stata donata dal Cielo – ci ha dimostrato in maniera tangibile che è possibile stare sulla croce e non bestemmiare Dio. E’ stato possibile a lei assieme alla sua comunità ed è possibile – se Dio ce lo chiederà e ci darà la forza – anche a noi.

Il servizio completo su Tv2000:

Intervista a Massimiliano Giglio, autore di Credere per vedere (Araba Fenice, 2016).

Articolo originale su Aleteia.org

“Sono rotti i miei legami!”: vita di Carmen Hernández, co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale

kiko carmen“Vi do una grande notizia: oggi, alle 16,45, la nostra sorella Carmen è partita per il Cielo. È certo che Nostro Signore Gesù è venuto a prendere la sua anima per portarla con sé”.

Inizia così la breve lettera con la quale Kiko Argüello ha voluto annunciare la morte di Carmen Hernández assieme alla quale, negli anni sessanta, ha dato vita all’esperienza del Cammino Neocatecumenale, una delle realtà più vivaci e diffuse tra quelle sorte dopo il Concilio Vaticano II. In poche ore la lettera ha fatto il giro del mondo, condivisa attraverso email, cellulari e social networks tra i tanti appartenenti al Cammino sparsi in tutto il mondo che, da un anno a questa parte, seguivano con preoccupazione l’evolversi della malattia e il progressivo peggioramento dello stato di salute dell’iniziatrice spagnola.

Carmen Hernández è morta all’età di 85 anni nella sua casa di Madrid, nell’ottava della festa della Madonna del Carmelo, circondata dall’affetto delle persone che l’assistevano in questo periodo di malattia, raggiunta da Kiko (il tempo di darle un “bacetto” e dirle “coraggio”, afferma nella sua lettera) e sostenuta dalle preghiere di più di un milione tra fedeli, sacerdoti e vescovi che l’hanno conosciuta. A salutarla prima di morire anche Papa Francesco: il primo luglio, durante l’udienza privata concessa a Kiko Argüello e Mario Pezzi, Carmen ha avuto modo di parlarle al telefono col Santo Padre che in un simpatico scambio di battute la incoraggiò augurandosi di poterla incontrare presto.

L’infanzia, gli studi e il sogno delle missioni.

María del Carmen Hernández Barreda nacque il 24 novembre del 1930 a Olvega, un piccolo comune in provincia di Soria, nella regione di Castilla y León.  Presto la sua numerosa famiglia si trasferì a Tudela (Navarra) dove Carmen passò gran parte della sua giovinezza. Frequentò la scuola dalle suore della Compagnia di Maria dove fin da piccola subì il fascino delle missioni. Accanto alla sua scuola c’era il collegio dei Gesuiti “San Francisco Javier”: Carmen e le sue compagne assistevano al via vai di missionari che andavano e venivano dal lontano oriente: Giappone, India, Cina… i racconti dei missionari, i filmati e le immagini di quei paesi lontani svegliarono in lei il desiderio di partire per evangelizzare i popoli più lontani; lei stessa racconterà: “Fin da piccola sentivo la chiamata di Dio a partire per le missioni (…). Prima di conoscere San Paolo conobbi San Francesco Saverio che per me rappresentava l’ideale di cristianesimo, il mio ideale era andare in missione e, non so perché, pensavo sempre all’India”. Quando Carmen aveva 15 anni la famiglia si trasferì nuovamente, questa volta nella capitale Madrid. Il sogno delle missioni non si spense e, finita la scuola dell’obbligo, la giovane manifestò la seria intenzione di partire in India con la Bibbia regalatagli da un sacerdote, che conservava come un tesoro. Il padre si oppose fermamente obbligandola a iscriversi all’università per prepararsi ad un futuro da imprenditrice nel campo industriale.

La fuga e la formazione: verso l’India.

A 21 anni Carmen, ottenuta la laurea in chimica, era pronta per aiutare il padre a gestire il lavoro delle sue fabbriche. Ma un giorno fuggì da quel luogo per rifugiarsi a Javier, la città natale di San Francesco Saverio, lontano dalle fabbriche, dove si respirava un’aria diversa e dove si viveva l’entusiasmo delle missioni che in quegli anni crescevano sempre più, verso l’Africa e l’Asia. Il Signore stava confermando la sua vocazione, una voce la chiamava: “Vieni e seguimi”, Dio la chiamava a “buttarsi” con Lui in una nuova avventura. Entrò a far parte dell’istituto “Missioni di Cristo Gesù” che viveva un momento di grande fervore e slancio missionario e si preparò per le missioni finché non fu finalmente destinata all’India.

La notte oscura: un’inspiegabile decisione…

In seguito ad alcuni cambiamenti ai vertici dell’Istituto e ad una presa di posizione più conservatrice rispetto alle aperture carismatiche che lo caratterizzavano, dopo otto anni dal suo ingresso, Carmen assieme ad altre sorelle venne invitata dalle superiore a lasciare la comunità. Si trovava a Barcellona, in scalo, per viaggiare in India, quando una lettera sembrò frantumare i sogni, oramai quasi realizzati, della sua giovinezza. “Fu per me vivere una kenosis – racconta. A Barcellona il Signore mi fece partecipare della Passione di Cristo”. La difficoltà nel capire cosa stava succedendo e di vedere frustrata ciò che considerava la sua vocazione, la fece soffrire fino alle lacrime, mentre contemplava il Cristo che moriva in croce fuori da ogni logica umana. Era il 1962, in quell’anno doloroso Carmen trovò il sostegno del vescovo di Valencia e la consolazione della Grazia che le permise di soffrire senza disperarsi ma appoggiandosi alla croce di Cristo: “Anche se sembra strano – racconterà in seguito – fu un’esperienza straordinaria, non avevo mai sperimentato così tanto la presenza di Dio come su quella croce”. Furono mesi di tribolazioni e di preghiere finché Carmen fu costretta ad abbandonare l’istituto. Fu a Barcellona che Carmen conobbe il liturgista Pedro Farnés Scherer, che la introdusse al cuore del movimento liturgico che già anticipava il rinnovamento del Concilio Vaticano II.

“Sono rotti i miei legami… Guadagnerò il mio regno!”

Lasciato l’istituto Carmen andò a vivere nelle baracche di Barcellona e a lavorare nelle fabbriche per guadagnarsi da vivere. Poi partì per Israele, un tempo di grazia dove poté scrutare le Scritture peregrinando in quella Terra Santa, approfondendo la storia della Salvezza e il mistero di Cristo. Risale a quel periodo una cartolina che spedì a una missionaria di Pamplona dove Carmen faceva sue le parole del poeta indiano Tagore, parole che esprimono la gioia di chi si sente ormai libero di partire, senza legami, verso i luoghi più remoti, per affrontare nuove bataglie: “Sono rotti i miei legami, pagati i miei debiti, le mie porte spalancate, me ne vado da ogni parte” e ancora: “Essi, accovacciati nel loro angolo continuano a tessere la tela delle loro ore, e mi chiamano affinché li segua. Ma già la mia spada è forgiata, già ho messo l’armatura, il mio cavallo è impaziente: guadagnerò il mio Regno”! Queste parole furono in seguito musicate da Kiko per i giovani (il canto “Carmen ‘63”) come un incoraggiamento a partire per l’evangelizzazione dove fosse necessario. Ora Carmen pensava anche all’America Latina, ai minatori della Bolivia; ma nel frattempo, assieme ad alcune amiche, arrivò a Madrid dove un incontro inaspettato segnò la svolta nella sua vita.

Kiko Carmen baraccheL’incontro con Kiko nelle baracche di Madrid, la comunità dei poveri.

Nel frattempo Francisco Argüello, detto Kiko, aveva lasciato la casa paterna, le belle arti e i salotti borghesi di Madrid per “vivere ai piedi di Gesù come Charles di Foucauld”. Dopo una grande crisi esistenziale Kiko aveva trovato il suo posto nelle baracche di Palomeras Altas, con la chitarra, la bibbia e un crocifisso in tasca. Qui incontrò Carmen, come racconta nel libro Il kerigma nelle baracche coi poveri (san Paolo 2013): “Dio ha voluto che in quell’ambiente incontrassi Carmen, una sorella missionaria che (…) aveva avuto contatti con l’arcivescovo Manrique per andare anche ad Oruro (Bolivia) tra i minatori. Ci siamo incontrati attraverso sua sorella, che conoscevo perché faceva parte del gruppo con cui cercavamo di aiutare le prostitute e i drogati prima che andassi con i poveri. Carmen era venuta alle baracche. Conobbe il gruppo  che si radunava nella mia baracca, rimase molto impressionata e da allora si fece una baracca (…) non molto lontano da dove ero io, e viveva lì con una sua amica” (p. 56). Cominciò un cammino di evangelizzazione tra i gitanos, le prostitute e i poveri delle baracche. Carmen portò a Kiko le novità del Concilio Vaticano II; nelle Palomeras celebravano la liturgia della Parola assieme ai poveri, cantavano i salmi, leggevano la bibbia…In quel luogo dimenticato da tutti stava sorgendo un piccolo miracolo: una comunità cristiana che si riuniva nel nome di Gesù, attorno alla sua Parola e che rendeva visibile l’amore nella dimensione della Croce. L’annuncio del kerigma si andò “raffinando” sino a raggiungere una “sintesi” che richiamava l’attenzione di altri poveri, di altre persone lontane dalla fede, ma anche l’attenzione dell’Arcivescovo di Madrid, mons. Casimiro Morcillo, che visitò la baraccopoli e confermò l’operato di questi due missionari di frontiera concedendo loro la possibilità di celebrare l’Eucaristia coi poveri delle baracche in una chiesa vicina. L’arrivo dell’arcivescovo convinse definitivamente Carmen – fino a quel momento scettica – ad unirsi all’opera di Kiko sostenendolo e aiutandolo.

carmen jp2Il Cammino Neocatecumenale come itinerario post-battesimale.

L’esperienza delle baracche portò alla nascita di un itinerario post-battesimale che si pose al servizio delle diocesi per riscoprire i doni del Battesimo ripercorrendo le tappe dell’antico catecumenato (da qui il nome Neo-catecumenato). Nel 1967 nacque la prima comunità neocatecumenale a Zamora, nella parrocchia di San Frontis. Nel 1968 Kiko e Carmen arrivarono a Roma dove iniziarono le prime catechesi nella parrocchia dei Santi Martiri Canadesi. Nel corso degli anni il Cammino si è diffuso in più di 125 paesi e oggi conta con circa un milione e mezzo di fedeli in tutto il mondo. Verso la fine degli anni ottanta sorsero le “Famiglie in Missione”, i Seminari Missionari “Redemptoris Mater” e più recentemente le “Missio ad Gentes“: gruppi di famiglie che partono verso i luoghi e i paesi più scristianizzati per una nuovo tipo di missione, una forma di implantatio ecclesiae in mezzo ai nuovi pagani. Nel 2002 la Santa Sede approvò gli Statuti ad experimentum; nel 2008 fu approvato lo statuto definitivo.

Senza di lei il Cammino non sarebbe esistito.

Carmen Hernández ebbe un ruolo fondamentale nella storia del Cammino: fu donna di constante preghiera (sempre affascinata dalla profondità dei salmi, dell’Ufficio divino come preghiera privilegiata di tutta la Chiesa); caratterizzata da un carattere duro e schietto, Carmen fuggiva le telecamere e i giornalisti; aveva l’abitudine di dire le verità più scomode in faccia, senza “peli sulla lingua”, senza giri di parole ma non senza carità; un particolare “servizio” col quale spesso “sferzava” Kiko a cui ricordava sempre la centralità del Concilio e dell’opera di Dio sopra a tutte le opere umane. “Non sopporto questo artista, come fate a sopportarlo?” diceva spesso ai giovani. E anche: “Non seguite Kiko, seguite Cristo, non siete los kikos“, “l’inferno è pieno di grandi predicatori come lui”! Questi due “compagni di evangelizzazione” si sono completati a vicenda come due facce della stessa medaglia, entrambi caratterizzati da caratteri forti ma molto diversi (forse opposti) ma che seppero lavorare assieme per molti anni per il bene della Chiesa e della nuova evangelizzazione.

carmenTra i temi che Carmen amava affrontare nelle sue catechesi, la grandezza di Dio e la magnificenza del suo creato (con riferimenti alla fisica, all’astronomia e alla chimica), l’importanza della donna nel piano salvifico di Dio (il demonio la combatte dalla Genesi all’Apocalisse perché porta in se la “fabbrica della vita”) e il mistero Pasquale della morte e risurrezione di Gesù Cristo come centro e culmine del messaggio cristiano e della vita ecclesiale. Carmen fu sempre unita in modo particolare ai Papi e al loro magistero: prima di tutto la fedeltà a Pietro, che è fedeltà a Cristo ed alla sua Chiesa.

Così oggi – con “l’anima addolorata” – la ricorda Kiko nella sua lettera, sottolineando che senza il suo contributo il Cammino non sarebbe esistito: “Carmen, che grande aiuto per il Cammino! Mai mi ha adulato, sempre pensando al bene della Chiesa. Che donna forte! Non ho mai conosciuto nessuno come lei (…). Carmen è stata per me un avvenimento meraviglioso: la donna, il suo genio grande, il suo carisma, il suo amore per il Papa e, soprattutto, il suo amore alla Chiesa”.

Nel 2015 la Catholic University of America le conferì – assieme a Kiko Argüello – la laurea Honoris Causa in Teologia per il suo “contributo fondamentale alla formazione della sintesi teologico-catechetica del Cammino: senza la sua conoscenza esistenziale e profonda della Scrittura, del rinnovamento del Concilio Vaticano II e della storia della Chiesa non sarebbe stato possibile creare questo itinerario di iniziazione cristiana”.

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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