Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Parlare di Dio ai giovani è bestemmiare? la versione del “prete social”

paparomatreIl 17 febbraio papa Francesco ha visitato la Terza Università di Roma (quella che, arrivata terza, non ha avuto diritto neanche ad un nome, forse erano finiti…). Tra flash, selfie, titoli su giornali e servizi sui TG, il Pontefice ha avuto un’entusiasmante accoglienza da parte di studenti e professori.

Molti hanno ricordato quando, nel 2008, papa Benedetto XVI fu costretto a rinunciare alla visita programmata alla Prima Università di Roma (“La Sapienza”, questo sì, un nome davvero altisonante) a causa delle proteste di professori e alunni atei laicisti di sinistra. Fin qui tutto ha una logica, si sa che papa Francesco esercita un fascino particolare che ha incantato il mondo grazie la sua semplicità evangelica, al suo essere argentino (da Maradona a Higüaín, da Valeria Mazza a Belén Rodriguez sono anni che gli/le argentini/e imbambolano gli italiani) e alla sua affinità col pensiero globale (pacifismo, ecologismo, pluralismo etnico e religioso…), una sorta di “populismo ecclesiastico” che, a breve termine, raccoglie buoni risultati in termini di audience e di immagine. Continua a leggere…

Prima nomina episcopale per un sacerdote del seminario Redemptoris Mater di Roma

vilaE’ la prima volta uno presbitero formato nel seminario diocesano Redemptoris Mater di Roma, (uno dei quattro seminari della diocesi), viene nominato vescovo. E’ successo a don Héctor Vila (foto), già rettore del seminario Redemptoris Mater di Toronto, recentemente nominato da papa Francesco vescovo della diocesi di Whitehorse, nel nord-ovest del Canada, al confine con l’Alaska.

“Sono grato a papa Francesco per la fiducia che ha riposto su di me” ha affermato mons. Vila a The Catholic Register. “Mi sento onorato con questa nuova chiamata sapendo che Dio ha un piano e mi guiderà nel suo cammino. Non vedo l’ora di iniziare questa nuova missione…”. Il vescovo di Toronto, il cardinale Thomas Collins, ha invitato “tutti i fedeli, specialmente i membri del Cammino Neocatecumenale” a pregare per il nuovo vescovo, che ha definito “un presbitero santo e fedele”.

La diocesi di Whitehorse (che comprende il territorio dello Yukon e il nord della regione British Columbia) ha acquistato lo status di diocesi dal 1967 essendo fino a quel momento un territorio di missione, col titolo di Vicariato Apostolico (dal 1944). Le prime missioni nel territorio furono affidate ai Missionari Oblati di Maria Immacolata e ai Gesuiti, sotto la guida della Santa Sede. Attualmente la diocesi conta con 22 parrocchie per circa 8150 fedeli (su una popolazione di 42.150 persone). Nel territorio esercitano il loro ministero sette sacerdoti diocesani e tre religiosi (dati forniti dalla Canadian Conference of  Catholic Bishops). Sede vescovile è la città di Whitehorse, dove si trova la cattedrale del Sacro Cuore.

E’ qui che dovrà trasferirsi per volere del Papa, don Héctor che nel 1989 entrò nel collegio di via della Maglianella per intraprendere gli studi di filosofia alla Pontificia Università Gregoriana. Dopo aver completato gli studi di teologia, il 14 maggio 1995 fu ordinato sacerdote dal Papa san Giovanni Paolo II nella Basilica di san Pietro. I fedeli delle parrocchie romane di sant’Ireneo e di san Patrizio lo ricordano come un giovane prete alle prime armi col ministero sacerdotale. Oggi, dopo diversi anni da rettore del seminario di Toronto, è chiamato alla guida di una giovane e grande diocesi del nord America.

I Redemptoris Mater sono seminari diocesani missionari nati per volere di Giovanni Paolo II sotto l’ispirazione degli iniziatori del Cammino Neocatecumenale, Francisco Argüello e Carmen Hernández. Il primo seminario di questo tipo fu eretto ufficialmente a Roma nel 1988 (dopo una prima esperienza avviata in Perù). Attualmente sono presenti in più di cento nazioni dei cinque continenti. La particolarità di questi seminari internazionali (gli studenti provengono da diversi paesi del mondo) è la formazione dei seminaristi all’interno di una comunità neocatecumenale e la missionarietà dei sacerdoti, disposti ad essere inviati in missione in qualunque parte del mondo dove sia necessario (secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II in Presbyterorum Ordinis, n° 10)

Il 18 marzo 2004 papa Giovanni Paolo II, incontrando i formatori e i seminaristi del Seminario Redemptoris Mater di Roma in udienza privata nella Sala Clementina, salutò quella che definì “una esperienza nuova e significativa” capace di generare “abbondanti frutti di bene”.

Sono trascorsi ormai più di sedici anni dall’avvio del vostro Seminario, che ha rappresentato una esperienza nuova e assai significativa, in vista della formazione di presbiteri per la nuova evangelizzazione. Da allora sono sorti nel mondo vari altri Seminari “Redemptoris Mater”, che si ispirano al vostro modello e condividono le vostre finalità.

Particolarmente abbondanti sono i frutti di bene prodotti nel corso di questi anni dal vostro Seminario. Per essi rendo grazie con voi al Signore. Per i medesimi frutti desidero inoltre ringraziare il Cammino Neocatecumenale, nel quale sono nate e cresciute le vostre vocazioni.

Non è la prima volta che un sacerdote formato in un seminario Redemptoris Mater viene nominato vescovo. Era già successo, ad esempio, in Perù a don Javier del Rio (nato a Lima nel 1957 e formato nel seminario di El Callao): nel 2004 fu nominato da papa Giovanni Paolo II, vescovo ausiliare della diocesi di El Callao e poi, nel 2006 da Benedetto XVI, arcivescovo di Arequipa (Perù).

Anche il seminario Redemptoris Mater di Newark (nel New Jersey) ha visto recentemente un suo ex alunno diventare vescovo. E’ il caso del sacerdote maltese Peter Baldacchino che nel 2014 è stato nominato vescovo ausiliare di Miami.

Questo il testo della notizia comparsa sul bollettino della Santa Sede del 27 novembre 2015 con una breve biografia del nuovo vescovo di Whitehorse:

Il Santo Padre Francesco ha nominato Vescovo della diocesi di Whitehorse (Canada) il Rev.do Héctor Vila, Rettore del Seminario Redemptoris Mater di Toronto.

Héctor Vila è nato a Lima (Perú) il 17 settembre 1962. A Lima ha compiuto gli studi primari e buona parte di quelli secondari. All’età di 17 anni, nel 1979, insieme al padre è emigrato in Canada, dove ha concluso gli studi secondari presso l’Emery Collegiate Institute di Toronto. Successivamente ha intrapreso gli studi Universitari di ingegneria meccanica presso il George Brown College di Toronto, conseguendo il diploma nel 1986. E’ quindi assunto come assistente presso la Missal Toolimg Ltd.

Nel 1987, ha iniziato a frequentare il Cammino Neocatecumenale e un anno dopo ha intrapreso gli studi di Filosofia e Teologia presso la University of Toronto, completati, poi, presso il Seminario Redemptoris Mater di Roma (1989-1995).

È stato ordinato sacerdote il 14 maggio 1995 da Papa San Giovanni Paolo II ed incardinato a Roma. Dopo l’ordinazione, ha svolto i seguenti incarichi pastorali e amministrativi: 1995-1998: Ministero pastorale presso le parrocchie romane di S. Ireneo e di S. Patrizio; 1999: per alcuni mesi Amministratore della parrocchia St. Norbert di Toronto; dal 2000: Rettore del Seminario Redemptoris Mater di Toronto.

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Quando papa Benedetto XVI condannò la “profonda erroneità” della filosofia gender

Benedetto XVI bambiniE’ vero che Giovanni Paolo II dedicò buona parte del suo magistero alla morale sessuale e familiare, ma il primo papa a parlare esplicitamente delle teorie gender fu Benedetto XVI che parlò di questa “nuova filosofia della sessualità”.

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In questi giorni in cui si prepara la grande manifestazione nazionale del 20 giugno a favore della famiglia naturale, si parla molto di teoria gender e del tentativo dello stato di inserire questo insegnamento nei programmi scolastici.

Papa Francesco si è più volte pronunciato su questa tematica condannando l’ideologia del gender come “uno sbaglio della mente umana” una “colonizzazione ideologica” (…) “che crea tanta confusione” (frasi pronunciate a marzo del 2015 durante la Visita Pastorale a Pompei e Napoli). Rivolgendosi alla Conferenza Episcopale del Porto Rico, il Pontefice ha affermato che “la complementarità tra l’uomo e la donna (…) è oggi messa in discussione dalla cosiddetta ideologia di genere, in nome di una società più libera e più giusta”. Durante l’udienza generale del 15 aprile, riferendosi alla differenza sessuale tra uomo e donna, papa Francesco si è chiesto “se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. Sono solo alcuni esempi tra i tanti pronunciamenti di papa Francesco sul tema delle teorie gender e della “colonizzazione ideologica” a cui sono sottoposti i bambini nelle scuole statali.

A partire dal dicembre del 2014, nelle sue consuete Udienze del mercoledì, Francesco ha dedicato diverse catechesi alla famiglia così come è presentata e vissuta dalla tradizione della Chiesa e della società occidentale: l’unione di un uomo e di una donna vissuta nell’amore e nel dono di sè, un’unione indissolubile, fedele e feconda – aperta alla vita – capace di accogliere, curare ed educare i figli che Dio vorrà donar loro.

Queste catechesi sulla famiglia si collocano in linea temporale tra le due Assemblee Sinodali dedicate alla famiglia: il Sinodo Straordinario già concluso (5-19 ottobre 2014) e il Sinodo Generale ordinario previsto dal 4 al 19 ottobre di quest’anno sul tema “Gesù Cristo rivela il mistero e la vocazione della famiglia”.

Benché negli ultimi mesi, in modo particolare durante le riunioni sinodali, sia trapelata la paura di un cambiamento nella dottrina della Chiesa sulla famiglia, si è calcolato che, dalla chiusura del Sinodo Straordinario fino a metà maggio, il Santo Padre ha effettuato più di 40 interventi sul tema della famiglia tutti in linea con la dottrina e la pratica tradizionale in materia familiare; a fare problema sono le notizie diffuse dai grandi organi di stampa internazionale, sempre pronti a sottolineare e a diffondere possibili e presunti cambiamenti nella prassi o nella dottrina della Chiesa, piuttosto che il contenuto essenziale dei pronunciamenti papali.

Ma Francesco non è il primo pontefice ad aver pubblicamente condannato le teorie del gender. E’ vero che Giovanni Paolo II dedicò buona parte del suo magistero alla morale sessuale e familiare (la cosiddetta “Teologia del corpo”) tanto da meritare il titolo di “papa della famiglia”, ma il primo papa a parlare esplicitamente delle teorie gender fu Benedetto XVI.

Era il 21 dicembre del 2012 quando il Santo Padre Benedetto XVI, rivolgendosi alla Curia Romana in occasione degli auguri natalizi, condannò fermamente la teoria gender. Nel suo discorso il papa Benedetto si volle soffermare su alcuni “momenti salienti” del suo ministero accaduti durante l’anno che stava per terminare. Tra i vari avvenimenti ricordò la sua visita pastorale all’arcidiocesi di Milano e la sua partecipazione alla “festa della famiglia” ossia l’VII Incontro Mondiale delle Famiglie, avvenuto nel mese di giugno.

libro rabbino bernheimParlando della famiglia, della crisi che la minaccia e delle sfide da affrontare, il papa citò il Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim e il suo libro “Quello che spesso si dimentica di dire. Matrimonio omosessuale, omogenitorialità, adozione” (ed. Belforte, € 10). Il testo del Rabbino Bernheim è stato definito da Benedetto “un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante” che mostra l’attentato a cui oggi  è sottoposta la famiglia. E’ qui che papa Benedetto parla della “nuova filosofia della sessualità” che minaccia, non solo la famiglia, ma il fondamento stesso di “ciò che significa l’essere uomini”.

Come al solito, Benedetto XVI riuscì a offrire in poche righe il significato più profondo del problema, senza che il contenuto venisse sacrificato in favore della sintesi. In poche parole l’attuale Papa Emerito ha sintetizzato il senso di questa particolare “filosofia della sessualità” definendola senza mezzi termini “profondamente erronea”:

La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. (…) Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27).

Vale però la pena, in questi tempi, soffermarsi a rileggere con attenzione il testo completo per cogliere tutta l’ampiezza della problematica e la profondità dell’argomentazione magistralmente sintetizzata dal pontefice tedesco:

La grande gioia con cui a Milano si sono incontrate famiglie provenienti da tutto il mondo ha mostrato che, nonostante tutte le impressioni contrarie, la famiglia è forte e viva anche oggi. È incontestabile, però, anche la crisi che – particolarmente nel mondo occidentale – la minaccia fino nelle basi. Mi ha colpito che nel Sinodo si sia ripetutamente sottolineata l’importanza della famiglia per la trasmissione della fede come luogo autentico in cui si trasmettono le forme fondamentali dell’essere persona umana. Le si impara vivendole e anche soffrendole insieme. Così si è reso evidente che nella questione della famiglia non si tratta soltanto di una determinata forma sociale, ma della questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto. Le sfide in questo contesto sono complesse. C’è anzitutto la questione della capacità dell’uomo di legarsi oppure della sua mancanza di legami. Può l’uomo legarsi per tutta una vita? Corrisponde alla sua natura? Non è forse in contrasto con la sua libertà e con l’ampiezza della sua autorealizzazione? L’uomo diventa se stesso rimanendo autonomo e entrando in contatto con l’altro solo mediante relazioni che può interrompere in ogni momento? Un legame per tutta la vita è in contrasto con la libertà? Il legame merita anche che se ne soffra? Il rifiuto del legame umano, che si diffonde sempre più a causa di un’errata comprensione della libertà e dell’autorealizzazione, come anche a motivo della fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, significa che l’uomo rimane chiuso in se stesso e, in ultima analisi, conserva il proprio “io” per se stesso, non lo supera veramente. Ma solo nel dono di sé l’uomo raggiunge se stesso, e solo aprendosi all’altro, agli altri, ai figli, alla famiglia, solo lasciandosi plasmare nella sofferenza, egli scopre l’ampiezza dell’essere persona umana. Con il rifiuto di questo legame scompaiono anche le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio; cadono dimensioni essenziali dell’esperienza dell’essere persona umana.

Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo”. (Sala Clementina. Venerdì, 21 dicembre 2012)

Articolo originale pubblicato su Aleteia.org

Non sono Charlie! ma la mia religione mi vieta la vendetta

charlie2La strage avvenuta a Parigi nella sede del giornale Charlie Hebdo ha scosso il mondo intero e, in particolar modo, l’Europa. Oggi il vecchio continente piange per la morte dei giornalisti francesi uccisi da tre mostri armati fino ai denti che sono piombati improvvisamente nei loro uffici interrompendo, non semplicemente una riunione di redazione, bensì 12 vite umane, stroncando per sempre i loro sogni, i loro progetti, le loro speranze, la loro arte, passioni e aprendo una ferita profonda nelle loro famiglie.

Oggi siamo tutti francesi, siamo tutti vignettisti, siamo tutti più occidentali e “siamo tutti Charlie”, così infatti i giornali, i social network, i siti personali e le piazze si vestono a lutto stringendosi attorno alle vittime e ai suoi famigliari con una matita in mano (segno dell’arte che ha costato la vita ai 12 francesi) e una scritta: “Je Suis Charlie“.

Un po’ come quanto qualche mese fa, tra i cattolici, fece il giro del mondo la lettera araba ن simbolo con cui gli islamisti jihaidisti dell’Iraq (dell’Islamiq State) segnarono le case e le proprietà dei cristiani di Mosul per svaligiarle e ucciderne gli inquilini. Una lettera (nun) che indica una appartenenza: quella di essere cristiani, nazareni, e di aver rifiutato la conversione di adorare Allah e di pagare il tributo al nuovo stato islamico. E’ per questo che milioni di cattolici hanno offerto le loro preghiere e la loro solidarietà dicendo: “Siamo tutti nazareni”!

Le immagini satiriche che ridicolizzavano l’islam sono famose in tutto il mondo perché da tempo sollevano l’indignazione e lo sdegno della comunità musulmana. Tre anni fa una bomba molotov scoppiò nella sede dello stesso giornale per vendicare le vignette ironiche su Maometto. Oggi dodici persone sono state uccise – direttore, giornalisti, collaboratori e guardie – per vendicare il grande Profeta al grido di “Allah è grande”.

Hebdo-libreUn po’ meno conosciute, anzi, quasi sconosciute, le vignette che mettono in ridicolo Gesù, la Chiesa e il papa. Il giornale francese non è mai stato tenero con nessuno, tanto meno con i cristiani i quali sono stati bersaglio delle irriverenti matite di Charlie Hebdo in modo grottesco, grossolano e volgare. Le immagini che si riferiscono a Dio, a Gesù, alla Trinità, non meritano neanche un commento. Cosa dire, invece, del girotondo dei cardinali sodomiti, o di papa Benedetto XVI continuamente indicato come pedofilo e omosessuale, ritratto alzando un preservativo come se fosse in una funzione liturgica, nell’atto di violentare dei bambini o di baciare una guardia svizzera dopo essersi ritirato? (fa male inserire la foto ma rende l’idea di quello che si vuole dire, ed è la meno aggressiva!)

Va bene commuoversi, va bene piangere, va bene la rabbia e va bene alzare le matite in ricordo di Charlie Hebdo! Forse va bene anche andare tutti all’ambasciata francese come segno di vicinanza. Ma è necessario domandarsi dove va a finire il nostro senso di fratellanza e di solidarietà (soprattutto tra cristiani) ogni volta che dei nostri consanguinei (perché abbiamo avuto in eredità il sangue di Gesu Cristo!) vengono sterminati in Iraq, in Afganistan, in Corea o in Nigeria dalla furia dell’estremismo islamico. Quante veglie di preghiera per ricordare le loro anime? Quante segni visibili per sostenere le loro famiglie? Quante ferme dichiarazioni per dire basta con le stragi di innocenti? Quante visite alle loro ambasciate? O a San Pietro, “ambasciata” simbolica di tutti i cristiani cattolici del mondo? Quanti comunicati dei nostri governanti per fermare la strage?

Io non sono Charlie! Non approvo questa satira, questo tipo di informazione, queste falsità e gli insulti gratuiti contro il Cristianesimo, contro la Chiesa e contro il papa. Ma il punto è un altro: che la mia religione (nonché la mia ragione illuminata dalla fede cristiana) mi vieta di uccidere per difendere il papa; mi vieta anche di spargere sangue per vendicare Gesù Cristo, perché Lui – pur potendo farlo – non si è vendicato mentre lo inchiodavano sulla croce.

E c’è dell’altro: Lui, non solo non si è vendicato con molotov o fulmini dal cielo, ma ha addirittura perdonato, ha addirittura amato! E ha invitato a fare così anche ai suoi discepoli, e ai discepoli dei suoi discepoli (Lc 6,27-38). Il nostro Dio è grande, talmente grande che non ha bisogno della nostra vendetta; talmente più grande del loro dio che, lento all’ira e grande nell’amore (sal. 102,8), dall’alto del cielo vedendo le misere trame degli uomini contro il Messia, “se ne ride” (sal 2,8) e non si infuria; talmente (più) grande che non chiede altro spargimento di sangue di quello del suo figlio che, sulla croce, ha pagato per tutti. Per i nostri peccati, per quelli di Charlie Hebdo e per quelli dei sicari islamici.

Se esiste un dio che, rabbioso per le offese arrecate alla sua maestà divina, ha la necessità di chiedere agli uomini di smettere di essere uomini e, comportandosi come bestie, di tagliare le gole, le mani, le lingue, o sparare scariche di proiettili su altri uomini a causa dei loro peccati contro la Sua divina grandezza, questo non è – grazie a Lui! – il mio Dio. E ad onore alla verità dobbiamo avere il coraggio di affermare che non si tratta dello stesso dio! Perché nel nome del nostro Dio, oggi, non si diffonde la morte, ma al contrario, la vita!

CROCE INVOCATAOggi l’Europa si sente “Charlie”. Io un po’ meno. Per condividere il lutto e difendere la libertà di stampa tutti affermano con orgoglio di essere anche loro Charlie Hebdo e alzano le loro matite in ricordo dei vignettisti uccisi. Io preferisco sentirmi sempre, e solo, un nazareno e alzare, anzichè una matita, una croce. Oggi, in tutto il mondo, nazareni muoiono come cani, ignorati, oppure sbeffeggiati e insultati in continuazione dalle satire di tanti giornali come Charlie Hebdo (o La Repubblica, o El Pais… e tanti altri organi di stampa del nuovo pensiero unico progressista); ogni giorno sentiamo di nazareni perseguitati, torturati, massacrati e uccisi nelle terre dove regna indisturbata la religione islamica e dove la civiltà barbara fa fatica a lasciare il posto alla ragione.

Non a caso, un recente studio ha dimostrato che nella lista dei posti più intolleranti verso i “nazareni” ci sono solo paesi islamici, superati – in cima alla classifica per il 13° anno consecutivo – solo dalla Corea del Nord, ultimo baluardo di quella corrente di pensiero che ha ucciso (al momento) più cristiani che nessuna altra guerra: il regime dittatoriale comunista.

 

 

 

 

I papi che amano gli ebrei: le bugie da Pio XII a Francesco

benedetto xvi ebreiAleteia – Sono ormai passati quasi settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e la polemica sui rapporti tra papato e nazismo non sembra volersi attenuare. Lungo questi anni si è andata affermando una certa linea di pensiero che vorrebbe dare per assodata, e storicamente certa, la complicità di Pio XII e di altri pontefici con lo sterminio nazista. La leggenda nera dei papi filonazisti è l’argomento su cui si sono maggiormenti cimentati gli avversari della Chiesa Cattolica, facendo leva sulla posizione di Pio XII, dipinto come una figura ambigua e disonesta. Si tratta di una battaglia che mira a colpire la credibilità stessa della Chiesa Cattolica nella figura dei suoi pontefici. A sotenere questa propaganda denigratoria nei confronti dei papi si trovano settori forti della cultura della sinistra laicista e della massoneria protestante e giudeizzante.

A partite dagli anni sessanta con la pubblicazione del dramma “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, si accese una forte polemica anticattolica che si protrae fino al giorno d’oggi. Opere contro Pio XII scritte da autori anticattolici come Goldhagen, Cronwell (che ha ritrattato poi le sue affermazioni), Blanshard, hanno riscosso grande successo sulla scena internazionale. Le accuse sono pesanti: Pio XII è accusato, non solo di aver taciuto davanti a Hitler, ma di aver appoggiato, sostenuto e addirittura ispirato il nazismo. Dal singolo papa, poi, l’accusa passa alla Chiesa nel suo insieme, e – il passo è breve – al cristianesimo, accusato di considerare il popolo ebraico come popolo deicida e di porre le basi del più accanito risentimento antisemita. Sono accuse forti, dettate dall’odio verso il cattolicesimo più che dall’amore verso i popoli perseguitati, alimentate da motivazioni ideologiche più che dalla ricerca della verità.

Ma quale fu il vero ruolo del pontefici nel periodo del nazismo e nei confronti dello sterminio del popolo ebraico?

PIO XI. La condanna del Nazismo.

Nel marzo del 1937 il papa Pio XI, Achille Ratti, scrisse la memorabile enciclica Mit Brennender Sorge (“Con viva ansia”), indirizzata a tutti i vescovi cattolici, riguardo la situazione della Chiesa nel Terzo Reich tedesco. Il pontefice, di fronte ai tempi difficili e a situazioni dure, incoraggiò i fedeli e, soprattutto, i sacerdoti tedeschi a rimanere fedeli a Cristo e alla missione loro affidata, a “servire la verità, tutta intera la verità, smascherare e confutare l’errore, qualunque sia la sua forma o il suo travestimento”. Questa enciclica fu un clamoroso atto di condanna nei confronti del governo di Hitler, del razzismo, delle discriminazioni e delle persecuzioni attuate dal regime nazista ancor prima che la furia nazista si scatenasse a pieno (molti tra gli ebrei tedeschi giudicavano “eccessivo” l’allarmismo nei confronti dell’ascesa del nazismo). Il papa non risparmiò parole durissime ed una condanna esplicita nei confronti dei politici nazionalsocialisti definendoli “superficiali”, “nemici di Cristo”, “ciechi”, “bestemmiatori”, fautori di “perniciosi errori” e di “pratiche perniciose”, nemici della legge naturale. Questa coraggiosa enciclica è stata definita: “la più dura critica che la Santa Sede abbia mai espresso nei confronti di un regime politico”. La reazione di Hitler fu furiosa: la Chiesa Cattolica si opponeva frontalmente al suo programma politico.

pio xii nazismoPIO XII. Il presunto silenzio e l’aiuto agli ebrei.

Dietro alla stesura dell’Enciclica Mit Brennender Sorge si scorge la mano del futuro papa Pio XII. Elevato da Pio XI alla carica di Segretario di Stato, il Cardinale Eugenio Pacelli, dopo cinque anni di servizio come Nunzio Apostolico in Germania, fu un grande conoscitore dello spirito nazista e della reale situazione politica tedesca. Salito al soglio pontificio, nel marzo del 1939, con il nome di Pio XII, il papa romano si trovò a governare la Chiesa Cattolica in uno dei periodi più difficili e più bui della storia. Al difficile ruolo ricoperto da Pio XII come capo della Chiesa Cattolica si aggiunse la delicata posizione geografica nel cuore dell’Italia: paese attivamente in guerra al fianco dei tedeschi e poi invaso dagli stessi nazisti. L’accusa che ancora oggi si eleva da più parti contro Pio XII è quella di non essersi esposto con forza ed in modo esplicito contro Hitler, denunciando le deportazioni e la politica di sterminio. Dietro a questo presunto silenzio si sarebbe nascosta una delittuosa complicità con il capo nazista. Coloro che accusano il papa Pacelli passano sotto silenzio diversi documenti, carteggi e tutte le strategie diplomatiche che il papa (eminente ed esperto uomo politico) mise in atto in quegli anni difficili al fine di proteggere la popolazione ebraica. E’ un fatto ormai storicamente accettato che, negli ultimi anni della guerra, i nazisti tramassero un attacco al Vaticano che rappresentava ormai un grosso ostacolo al progetto propagandistico ed espansionistico tedesco, una vera e propria “congiura” contro il papa Pio XII. Allo stesso modo è innegabile che centinaia di migliaia di ebrei (si parla di circa 800mila) sopravvissero perché nascosti in parrocchie, conventi o monasteri, sotto l’esplicito incoraggiamento del papa e dei Nunzi Apostolici, suoi collaboratori nel mondo.

Oggi la Chiesa ha riconosciuto ufficialmente le virtù eroiche di papa Pacelli: è in corso infatti il processo di beatificazione, nonostante persistono dubbi ed interrogativi anche all’interno della stessa Chiesa. La figura del papa Pio XII ha comunque raccolto un largo consenso anche al di fuori del mondo cattolico, a dimostrazione di quanto fosse reale la sua opposizione a Hitler e di quanto invece sia ideologica la sua accusa. Un esempio eclatante dell’enorme lavoro svolto da Pacelli in favore degli ebrei fu la vicenda di Israel Anton Zoller (1881-1956) che fu rabbino capo della comunità ebraica di Roma durante l’occupazione tedesca. Nel 1944 aderì al cristianesimo ma – per evitare il sospetto di una scelta di convenienza – attese la fine del conflitto per darne pubblica notizia. L’influenza del papa Pio XII sulla sua conversione sarà tale che al momento del battesimo, in segno di riconoscenza, scelse lo stesso nome del pontefice diventando Eugenio Zolli. Alla morte di papa Pio XII, Elio Toaff (rabbino di Roma dal 1951 al 2001) dedicò parole di stima verso il pontefice per “la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza”. Il riconoscimento del popolo ebraico per gli aiuti ricevuti dal papa fu grande, e alla sua morte arrivarono messaggi di vicinanza dalla comunità ebraica internazionale. Non solo studiosi cattolici ma anche autori di origine ebraica come Martin Gilbert, Pichas Lapide, Jeno Levai e David Dalin hanno preso le difese del papa mettendo in luce le ragioni storiche che privano di ogni valenza scientifica le false accuse mosse contro Pio XII.

GIOVANNI XXIII e PAOLO VI. I papi del Concilio: una nuova stagione di dialogo

Durante il suo servizio come Delegato Apostolico a Istanbul, Angelo Roncalli diede prova di grande vicinanza al popolo ebraico sostenendo la causa degli ebrei perseguitati dal regime nazista. Grazie al suo coraggio e le sue spiccate doti diplomatiche riuscì a salvare molti ebrei dai campi di concentramento e dalle camere a gas. Allo stesso modo, nominato nunzio apostolico a Parigi, si adoperò a favore degli ebrei ungheresi, slovacchi e bulgari facendo letteralmente “carte false” per strappare gli ebrei dalle mani di Hitler. Infine, dopo la guerra, si mostrò favorevole alla nascita dello stato di Israele appoggiando la causa presso il papa Pio XII.

A partire dal Concilio Vaticano II nella Chiesa Cattolica si inaugurò un nuovo clima di apertura e di dialogo nei confronti del popolo ebraico, grazie soprattutto all’impulso dato dai pontefici italiani che guidarono il Concilio: Giovanni XXIII e Paolo VI. Quest’ultimo firmò, il 28 ottobre del 1965, un documento fondamentale che rappresentò un punto di svolta epocale nel dialogo con la religione di Abramo: la dichiarazione conciliare “Nostra Aetate, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”. I padri conciliari furono concordi nel condannare ufficialmente, a nome di tutta la Chiesa cattolica, tutte le violenze e persecuzioni perpetuate contro il popolo ebraico per motivi di razza e di religione. Il breve documento conclude con queste parole ferme e decise: “La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque(NA 4). Fu molto significativo che Paolo VI, a sei mesi dalla sua elezione, si recasse in Israele (gennaio 1964) nel primo dei suoi nove viaggi apostolici. Fu il primo pontefice a visitare la Terra Santa.

giovanni paolo sinagogaGIOVANNI PAOLO II. Dal muro del Pianto ad Auschwitz: Gli Ebrei i fratelli maggiori.

Karol Wojtyla, che fin dalla gioventù coltivò, nella sua Polonia, legami di profonda amicizia con gli ebrei, fu forse il papa che contribuì maggiormente ad eliminare quella distanza che per secoli separò cristiani ed ebrei; il suo impegno per la riconciliazione dei due popoli fu fondamentale e altamente significativo. Fu il primo papa a visitare il campo di concentramento di Auschwitz dove, nel 1979, rese omaggio alle vittime della Shoah. Nel marzo del 2000, si recò in Israele e pregando presso il Muro del Pianto, chiese perdono a Dio, a nome di tutta l’umanità per gli orrori della Shoah: “Noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi suoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza”

Un altro significativo atto fu la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma il 13 aprile del 1986. Un momento storico in cui il pontefice si rivolse al rabbino Toaff con parole di profonda stima: “siete i nostri fratelli prediletti (…), i nostri fratelli maggiori”. Fu il primo papa a visitare una Sinagoga.

BENEDETTO XVI. Nuove accuse al papa tedesco: il ritorno di un mito.

Le origini tedesche di Joseph Ratzinger e la sua formazione in ambienti nazisti furono uno spunto per dar vita a una vera e propria propaganda denigratoria nei confronti dell’attuale papa. Sulla sua appartenenza alla “Gioventù hitleriana” (Hitlerjugend) si è discusso molto, benché il portavoce vaticano Federico Lombardi abbia smentito categoricamente ogni collaborazione col progetto politico del Fuhrer. In realtà il giovane Ratzinger fu arruolato a sedici anni nella contraerea assieme ai suoi compagni di seminario e poi – ai diciotto anni – svolse il suo servizio militare obbligatorio lungo la frontiera con l’Austria. Dopo la morte di Hitler, nel 1945, si ritirò dall’esercito (rischiando la fucilazione o impiccaggione prevista come rappresaglia per i disertori) e tornò a casa, dove poco tempo dopo, fu preso dagli alleati ed imprigionato con altri 50.000 prigionieri tedeschi. Il dramma vissuto dalla famiglia Ratzinger durante la guerra fu quello di ogni famiglia tedesca costretta a non esporsi contro il regime e obbligata a prestare i propri figli alla causa bellica. Sono “ricordi opprimenti” che i detrattori di Benedetto XVI disconoscono o preferiscono tacere.

Nel maggio del 2006 Benedetto XVI, in visita ad Auschwitz, espresse parole di profondo dolore nei confronti delle disumane stragi naziste: “Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania”. Benedetto XVI ha anche chiesto che i nomi delle vittime non siano mai dimenticati e la strage nazista mai sminuita o negata. Nel 2009 la sua cordialità verso il popolo ebraico lo condusse in visita apostolica in Israele dove ha nuovamente condannato il “ripugnante antiseminismo”.

FRANCESCO: una amicizia sincera con la comunità ebraica.

Foto Avvenire

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Jorge Mario Bergoglio non ebbe rapporti diretti col nazismo e nei confronti della Shoah ha espresso la sua ferma e decisa condanna definendola “una vergogna per l’umanità”. L’attuale pontefice stringe da molti anni una sincera e profonda amicizia fraterna col rabbino argentino Abraham Skorka col quale, nel 2010 pubblicò un libro intitolato “Il cielo e la terra” frutto di numerosi dialoghi avvenuti tra l’arcivescovo di Buenos Aires e il rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano. Il testo (unico libro scritto dal cardinale argentino) ebbe una grande fortuna dopo l’elezione di papa Francesco diventando il numero 1 nelle vendite in tutto il mondo. Nel libro Bergoglio si riferisce ciò che accadde nei campi di concentramento come “eventi diabolici” ed esprime il suo desiderio di aprire gli Archivi Vaticani che riguardano il pontificato di Pio XII (ancora in fase di catalogazione) per una maggiore chiarezza sulla questione dei rapporti tra Chiesa e Nazismo.

Dopo la sua elezione a Sommo Pontefice, nel 2013, la rivista Forward, voce autorevole della cultura ebraica in America, ha inserito il nuovo papa Francesco nella lista dei 50 ebrei dell’anno; una novità – essendo cattolico – che testimonia le ottime relazioni che intercorrono tra il papa e il popolo giudaico e che premia il tentativo del papa, nei primi mesi di pontificato, di approfondire i rapporti di collaborazione e reciproca stima con gli ebrei.

Nel 1994, dopo il terribile attentato alla comunità ebraica di Buenos Aires che costò la vita a 85 persone, monsignor Bergoglio mostrò grande solidarietà e, nel 2005, già cardinale, fu uno dei firmatari della lettera “85 vittime, 85 firme” chiedendo giustizia per le vittime della aggressione.

Nei primi mesi di pontificato, Francesco ha ricevuto in udienza privata la comunità ebraica di Roma a cui ha rivolto parole di grande stima, rispetto e amicizia sottolineando che “un cristiano non può essere antisemita”. Ha incontrato anche una delegazione di cinquanta ebrei statunitensi rappresentanti della prestigiosa American Jewish Committee. Il nuovo papa ha subito espresso il desiderio di viaggiare in Israele: l’occasione per la visita alla Terra Santa è il cinquantesimo anniversario dello storico incontro tra il papa Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Athenagora. In questa occasione, secondo viaggio ufficiale del papa fuori dall’Italia, Francesco sarà accompagnato dall’amico rabbino A. Skorka. E’ in programma, tra gli altri incontri, la visita al Muro Occidentale, un momento di preghiera presso il memoriale Yad Vashem dedicato alle vittime della Shoa.

CONCLUSIONE.

In conclusione possiamo dire con certezza che tutti i pontefici succedutisi sul soglio pontificio, da Pio IX a Francesco, sono stati un esempio di vicinanza e di benevolenza nei confronti del popolo ebraico. Mai la Chiesa, in tutta la sua storia, è stata vicina al popolo semitico e alla religione di Abramo come in questi decenni. Accusare di antisemitismo anche solo uno di questi pontefici ci renderebbe debitori verso la storia e verso la verità. Achille Ratti, Eugenio Pacelli, Angelo Roncalli, G. Battista Montini, Albino Luciani (papa per soli 30 giorni), Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio, sono stati tutti uomini di pace, hanno contribuito al miglioramento del rapporto con gli ebrei (per secoli conflittuale) e hanno difeso i diritti dell’uomo e l’ugualianza di ogni razza, status sociale e credo religioso. E’ più che auspicabile e quanto mai urgente prendere le distanze dagli slogan e dalla comune retorica anticattolica per ritornare ai fatti realmente accaduti; è necessaria una rilettura della storia libera da quelli occhiali ideologici con cui questa brutta pagina ci è stata raccontata. Scopriremo verità forse a noi nascoste, rivivremo quei momenti di paura e incertezza e capiremo l’importanza di far parte di questa Chiesa che si spese per difendere i più deboli voltanto le spalle al nemico. Lo testimoniano diverse storie concrete di ebrei salvati dai cristiani. Lo testimonia il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas affermando che, durante le persecuzioni degli ebrei, “ovunque appariva una tonaca nera c’era rifugio” e sentendosi “debitore verso tale carità”: “Devo la vita della mia piccola famiglia a un monastero in cui mia moglie e mia figlia furono salvate”. Lo anche testimonia Albert Einsten in una intervista rilasciata nel 1940: Solo la Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità. Prima io non ho mai provato nessun interesse particolare per la Chiesa, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale“.

 

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