Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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L’ipocrisia dell’Europa che accoglie i musulmani e respinge i seminaristi

Da una parte l’accoglienza indiscriminata, pubblicizzata e festosa, dei migranti islamici provenienti dalla Siria, dall’altra il divieto di accesso ai seminaristi cattolici provenienti dal sudamerica in viaggio per il consueto raduno annuale nelle Marche: sono le due faccie della medaglia di un’Europa che sembra avere le idee chiare su quale vuole che sia il suo futuro, da qui a vent’anni.
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immigrati-150907065404L’Europa affronta una crisi senza precedenti, un’emergenza dalle dimensioni colossali che rischia di portare nel vecchio continente 127 milioni di immigrati entro il 2050: una cifra che – e questo sembrerebbe far gola ai vertici della Unione Europea – risolleverebbe il dramma demografico ed economico di un continente di vecchi che non ha più figli, arrivando però a “snaturare” l’identità dell’Europa, sciogliendola in un misto di razze e di religioni senza più un distintivo segno di unità.

A questa emergenza l’Europa ha risposto rimboccandosi le maniche e aprendo le braccia: frontiere aperte al flusso di migranti, accoglienza senza sé e senza ma, inni di gioia e festosi benvenuti ai nuovi arrivati, strappi alle regole e alle frontiere degli stati per finire col commovente selfi-col-migrante promosso dalla signora Merkel. È questa la nuova linea della Comunità Europea che dopo diversi anni di silenzio ora, forzata dagli eventi, apre finalmente gli occhi e capisce che l’immigrazione clandestina non è più un problema italiano, spagnolo e greco ma una questione che riguarda tutte le nazioni europee. D’altronde, lo si è capito dall’inizio, nessun immigrato scappa dal suo paese perché sogna l’Italia di Renzi o la Roma di Marino (nessuno vuol cadere dalla padella alla brace!), ma, se questo viaggio ha una meta, questa è l’Europa del benessere, quella che funziona, che rispecchia i sogni di vita buona, felice e prospera.

foto Reuters

Tutto questo clima di accoglienza gode del massiccio sostegno della stampa che contribuisce a creare un pensiero comune (e unico) che vieta di esprimere un’opinione diversa dal politicamente corretto (ossia dall’accoglienza indiscriminata) se non si vorranno ricevere coloriti insulti (dal “nazista” alla “bestia”). Chi per qualsiasi motivo – ragionevole o meno non interessa – si oppone ad assecondare questo esodo è considerato un fascista senza cuore e privo di umanità.

Una campagna, quella dei media e dei premier fedelissimi alla “mamma Merkel”, che contribuisce a definire in maniera drastica (con una linea dritta verticale sulla lavagna) chi sono i buoni e chi i cattivi: dalla parte dei cattivi finiscono tutti coloro che, per qualche motivo – ragionevole o meno, non interessa – pone dei paletti, chiude le porte, pensa alla sicurezza del proprio paese e dei suoi cittadini o, semplicemente, si interroga sul da farsi senza obbedire alla cieca alle disposizioni dell’Angela-Padrona. I media poi (anche quelli cattolici, basti guardare FC) non disdegnano di lanciare in prima pagina la foto del cadavere bambino morto nel tentativo di arrivare in Italia per colpire la pancia degli italiani; una foto che non rispetta nessuno, né il povero bimbo, né la sua famiglia, né gli italiani colpiti allo stomaco; una foto che nessuno vorrebbe né dovrebbe vedere, ma che serve per contribuire a diffondere tra l’opinione pubblica la risposta ad ogni possibile obiezione: chi s’interroga sul da farsi, chi ha dubbi su questa entusiasta e spettacolare accoglienza, chi si pone la domanda se sia giusto o no sospendere le leggi e le regole per aprire le porte di tutti i paese e di tutte le chiese a milioni di musulmani (perché il dettaglio non è da poco), è semplicemente un a-s-s-a-s-s-i-n-o. Anzi, l’a-s-s-a-s-i-n-o-d-i-u-n-b-i-m-b-o innocente. Atroce! Che poi sorga il sospetto che il padre di quel bimbo, in quanto scafista, sia il suo carnefice (e non proprio una vittima innocente) fa scoppiare il caso di “corto circuito” mediatico e ci fa sospettare che le cose non stanno sempre come ce le fanno vedere (leggere QUI). Che poi nei giorni successivi siano morti altri bambini senza per questo meritare copertine con foto “sensibilizzanti” fa capire che gli specialisti del politicamente corretto non disdegnano di discriminare tra figli e figliastri.

L’Europa ha dunque cambiato l’anima mostrando un cuore grande verso tutti e rimboccandosi le maniche perché la propria casa divenga casa di tutti. A fare da direttore d’orchestra la Germania, quell’antico mostro xenofobo redento e purificato che oggi si erge – come una statua della libertà – a paladina dei deboli, dei poveri e dei diversi. La stessa Germania che poco fa cacciava gli stranieri senza un contratto di lavoro; la stessa Germania che, ricordatelo, poco fa minacciava la Grecia, già culla del pensiero razionale divenuto marchio registrato dell’Occidente, di venir sbattuta fuori per inadempienze finanziarie. E chissà quale sorte avrebbe atteso la nostra Italia se non fosse arrivata, repentina e miracolosa, quella conversione del cuore che ora fa della nazione teutonica la patria della speranza, del futuro e delle (pari) opportunità.

emiriIntanto l’Arabia Saudita si rifiuta di offrire qualsiasi tipo di aiuto umanitario disdegnando di accogliere profughi che – seppur musulmani e quindi fedeli ad Allah – destabilizzino il paese (leggere qui e ANCHE QUI per credere: non è una bufala!). Ma i ricchi emiri sauditi promettono – nella loro immensa generosità – di sostenere l’islamizzazione dell’Europa costruendo 200 moschee in Germania per il culto dei nuovi tedeschi musulmani.

Ora sì la Germania diventa un sogno paradisiaco: la Merkel promette casa e lavoro (“Assumete i profughi”!), mentre l’Arabia Saudita costruiscono moschee per tutti i gusti. Per quale motivo non bisognerebbe emigrare?

Nel frattempo, mentre il traffico ad est è furioso e forsennato, convulso ed affollato, da Ovest arriva un pellegrino. Non un migrante ma un pellegrino, uno che dalla guerra non scappa, ma che arriva in Europa per arruolarsi. Ma no! S’intenda bene: non in quella guerra irrazionale che vuol portare l’Islam sulla cima dell’Europa e del mondo imponendolo a suon di spade, di sciabole, di croci (quelle vere, non i nostri ciondoli portati senza consapevolezza né fede), di bombe afgane e armi chimiche.

pellegrino-in-cammino-santiagoturismo.com_Raúl (nome di fantasia, gli si conceda almeno questa cortesia) non desidera arruolarsi tra le file di Allah, il dio misericordioso che si sazia del sangue di infedeli massacrati; Raúl non vuol combattere per diffondere quell’invenzione straordinariamente popolare di Maometto, il profeta donnaiolo. Raúl vuol combattere quella battaglia spirituale che si chiama “Nuova Evangelizzazione”: tutt’altra storia. La sua preparazione sarà basata sui testi di filosofia e di teologia e non sulla memorizzazione meccanica dei versi coranici e delle norme suraniche. Il suo addestramento e la sua palestra saranno le parrocchie, le catechesi, le case delle famiglie, i poveri e i ricchi senza inutili e ideologiche distinzioni e non i campi di addestramento dei combattenti siriani; Raúl, si badi bene, non fugge dalla sua patria perché la sua nazione è un piccolo paradiso in terra: la chiamano la Svizzera centroamericana, un paese tranquillo e sicuro, prospero e centro di scambi commerciali e finanziari. Raúl viene dal Panama,  o meglio dal Panamá, un piccolo stato dal quale non c’è motivo di fuggire perché, al di là dei normali problemi di un paese centroamericano (in primis il netto divario tra ricchi e poveri), Panama resiste ancora al disastro socialista che ha invaso il sud del continente provocando danni irreparabili in molte zone. C’è sì povertà, anche miseria, ma ci sono possibilità, un sistema economico e politico che regge, le libertà personali sono rispettate, lo stato non impone nè il burca, nè il gender, non ci sono guerre, non c’è l’islam…

Raúl non fugge dunque da Panama per andare a rifugiarsi in Italia, perché in Italia non si vive meglio che nel suo paese. Anzi, il giovane panamense lascia il suo paese con un nodo al cuore, perché arruolarsi in questa missione significa seguire uno che “non sa dove posare il capo” e che invita a “non voltarsi indietro” perché “nessuno che abbia messo mano all’aratro e si volge indietro, è degno per il Regno dei Cieli”. Un bacio alla mamma, un abbraccio a papà (a Panama i maschi non si baciano, mai, neanche in famiglia!) e via in volo verso Porto San Giorgio, in qualche parte dell’Italia che ancora non ha ben identificato sulla mappa.

Gioia e dolore si mescolano nel cuore di Raúl che lascia la patria amata per partire verso il mondo. Perché quel paese bagnato dall’Adriatico è solo la prima tappa di un lungo viaggio che lo porterà “a tutte le parti” del mondo. Ad estrazione sarà inviato in qualche seminario missionario Redemptoris Mater per iniziare gli studi di filosofia e teologia, quella palestra che lo preparerà alla sua nuova missione di apostolo missionario, di pastore che offrirà la sua vita per salvare le pecore a lui affidate.

Ma il viaggio soffre un inaspettato arresto. Ad Amsterdam, nel cuore dell’Europa, Raúl viene identificato dalla polizia Olandese, viene fermato. Una sfilza di domande in inglese: dove vai? perché? chi ti manda? chi ti accompagna? Le autorità Olandesi telefonano a Panama, parlano con la madre. La donna spaventata, ha la voce tremante: “mio figlio vuol diventare sacerdote, viaggia in Italia, ha un incontro internazionale di giovani seminaristi”. Incongruenza: il visto da turista è ritenuto un offesa. Un’incongruenza imperdonabile per la polizia che decide respingere il sospettoso passeggero. Non può continuare, non ha i requisiti, mancano i motivi validi per entrare in Europa. Raúl, incredulo, riprende il suo passaporto nuovo di zecca stampato per l’occasione, fa dietro-front, si incammina per lo stesso corridoio che lo ha portato dall’aereo allo sportello doganale, scortato dalle guardie.

Chi lo vede potrebbe considerarlo pericoloso, forse un criminale, un fuggitivo, ricercato dalla polizia e finalmente trovato, intercettato durante la fuga. Lui, sguardo basso, confuso, non sa cos’altro pensare: “Sia fatta la tua volontà”. Torna a Panama, nella sua bella patria, in fondo aveva combattuto tanto con sé stesso prima di partire e di decidersi: lasciare tutto per seguire Dio in qualunque posto del mondo, non è mai stato semplice per nessuno, e Raúl – a differenza di altri – non voleva entrare ad ogni costo in Europa.

Ironia della Provvidenza Divina – perché, come dice Fabrice Hadjadj: “Dio è ebreo e dunque ha senso dell’umorismo” – l’estrazione tanto attesa è comunque avvenuta in contumacia, destinando quel giovane panamense al seminario di Namur, in Belgio, nel cuore di quell’Europa che, con una pedata, lo ha appena cacciato dal proprio continente come persona non gradita. Ora il visto si otterrà con calma e tutto sarà regolato nei minimi dettagli e nel rispetto delle leggi europee di migrazione (ne esisteranno ancora?). Avrà un visto da studente e tornerà a percorrere con più sicurezza, ma con la stessa emozione, quel corridoio che porta dall’aereo al controllo doganale.

E’ vero che Raúl non poteva godere di uno status di rifugiato, non fuggiva da una guerra, non era politicamente perseguitato da regimi teocratici basati sul terrore, proveniva da un “paese sicuro” dal quale non è lecito fuggire senza motivo. Ma è vero anche che Raúl è stato rispedito a casa perché faceva paura, più paura di quella che fanno i 150 milioni di musulmani dei quali probabilmente nessuno diventerà un “pastore che da la vita per le pecore”.

Se Dio vorrà diverrà prete cattolico e, con un calcolo approssimativo possiamo azzardare che lo diverrà nel 2025 quando in Belgio i musulmani supereranno di gran lunga i cattolici. A quel punto Père Raúl, ministro di una minoranza, avrà un piccolo gregge da guidare in mezzo a un mondo inginocchiato ad Allah: la sua missione sarà grande e pericolosa.

ipocritaSon tutte ipotesi sul futuro che i fatti odierni ci permettono di elaborare con margini di errore abbastanza ridotti. Ma il fatto ci conferma che l’Europa, ciò che vuol diventare, forse, lo ha già deciso. E anche se mettessimo in prima pagina le foto dello sconsolato Raúl, vittima di questa discriminazione e di questa contraddizione, nessuno, ma proprio nessuno, si impietosirà in questa ipocrita Europa.

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Papa Francesco, gli armeni e la strage dei cristiani: il silenzio sulle cause

Francesco e Karekin II patriarca armeno. Foto Ansa.

Francesco e Karekin II patriarca armeno. Foto Ansa.

Che papa Francesco parli dei cristiani perseguitati non è più una sorpresa: è ormai da diverse settimane che, nei discorsi e nelle omelie, il Santo Padre denuncia la guerra contro i cristiani perpetuata nelle zone calde del Medio Oriente e dell’Africa. Chi, negli scorsi mesi, aveva accusato Francesco di non curarsi abbastanza della sorte dei martiri cristiani e di farsi complice col suo silenzio, delle disumane violenze commesse contro i suoi correligionari, dovrà ora ricredersi: il papa non ha perso nessuna occasione, specialmente durante la Settimana Santa, per ricordare con dolore il martirio di questi popoli innocenti.

Anche il giornalista Antonio Socci – tra gli intellettuali cattolici più critici nei confronti del pontificato di Francesco – ha parlato recentemente di una “svolta nel pontificato bergogliano” a proposito del genocidio dei cristiani, interpretando (abbastanza liberamente) le parole del papa come un “mea culpa” per il suo silenzio durante i primi mesi di pontificato. Ora – a detta di Socci – il papa avrebbe finalmente capito la gravità della situazione e la necessità, come pastore, di difendere a tutti i costi la vita del gregge a lui affidato.

Sui presunti “silenzi” di papa Francesco a proposito della strage dei cristiani nelle terre dell’Islam, si è recentemente espresso anche Vittorio Messori, che qualche mese fa è stato vittima di una violenta gogna mediatica (dai media cattolici, in primis dall’Avvenire) a causa di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dove esponeva la sua opinione sull’operato dell’attuale pontefice. A differenza di Socci, Messori non giustifica il rimprovero rivolto a Francesco; il giornalista argomenta la prudenza del papa come frutto di quel “realismo cattolico” che portò Pio XII a firmare accordi con Mussolini o Giovanni XIII scendere a compromessi col Regime Sovietico che massacrava i cristiani (i russi avrebbero mitigato la persecuzione e, in cambio, il Concilio Vaticano II non avrebbe condannato ne fatto nessun riferimento al Comunismo: così si spiega il silenzio della Chiesa sui massacri del Comunismo).

Un silenzio complice, quello di papa Francesco, oppure un atto di prudenza e saggezza diplomatica? La domanda non sembra più avere senso se si leggono i continui messaggi del Santo Padre in favore delle vittime di questa persecuzione. Durante la Via Crucis del Venerdì Santo, Francesco ha parlato dei “fratelli perseguitati, decapitati e crocefissi” denunciando il “silenzio complice” del mondo, delle istituzioni politiche e della comunità internazionale.

Dopo le stragi terroristiche perpetuate nelle chiese di Lahore (in Pakistan), durante l’Angelus (15 marzo 2015), papa Francesco ha affermato perentoriamente: “I cristiani sono perseguitati”; una persecuzione – ha proseguito – che “il mondo cerca di nascondere”. Nella omelia della seconda domenica di Pasqua il papa ha ancora ricordato “tante popolazioni che subiscono la violenza inaudita della discriminazione e della morte, solo perché portano il nome cristiano”. E ancora, lo stesso giorno, incontrando in Vaticano i fedeli di rito Armeno nel centenario del genocidio degli armeni per mano degli ottomani, il papa ha ricordato l’attuale stato di guerra contro i cristiani.

In diverse occasioni ho definito questo tempo un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi –, oppure costretti ad abbandonare la loro terra.

Anche oggi, così come successe agli armeni nel 1915, le vittime sono cristiani e i carnefici sono musulmani. Forse si tratterà di cattivi cristiani e di cattivi musulmani (come spesso si tende a sottolineare), ma è un dato di fatto statisticamente assodato (e l’ultima brutale strage avvenuta in Kenya dove gli studenti musulmani sono stati liberati e quelli cristiani sgozzati e mutilati, ne è una triste conferma) che i cristiani sono vittime della furia di un particolare gruppo (per nulla minoritario) di fedeli ad Allah e seguaci di Maometto.

Durante il discorso, dal genocidio degli armeni (paragonato alle “tragedie inaudite” del nazismo e dello “stalinismo”) papa Francesco è passato all’odierno genocidio (ha usato proprio questa parola) facendo leva però più sul complice che sul carnefice stesso:

Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: “A me che importa?”; «Sono forse io il custode di mio fratello?»

Una strana frase quella pronunciata da papa, secondo cui la causa dell’attuale genocidio contro i cristiani sarebbe “l’indifferenza generale e collettiva” e il “silenzio complice”. Sebbene Francesco ripetutamente richiamato la comunità internazionale a svegliarsi per prendere atto di questo massacro e abbia segnalato più volte la causa della guerra nel traffico di armi, non era mai successo che il papa addebitasse tutta la responsabilità di questo conflitto al “silenzio complice” dell’Occidente (che proprio perché complice si associa ad un responsabile diverso da sé).

A questo punto sorge una nuova domanda su questo ostinato silenzio a proposito della vera causa della persecuzione contro i cristiani. Nessuna persona, che abbia uso di ragione, può negare che la causa – per citare qualche esempio – dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo (12 morti), dello sgozzamento dei cristiani copti in riva al mare (21 morti), delle stragi di Lahore (78 morti), del massacro del Kenya (148 morti)… risponda al nome di “Islam radicale”, ossia musulmani osservanti (praticanti), credenti in Allah e nel suo profeta Maometto che – al fine di guadagnarsi il paradiso e nell’osservanza delle prescrizioni del Corano – combattono la Jihad (“guerra o sforzo santa”) contro gli infedeli ed, in particolare, contro il “popolo della Croce”.

La domanda che si pone è la seguente: questo ostinato e – a tratti incomprensibile – silenzio sulla causa del massacro, è dovuto al “realismo” che potrebbe portare la Chiesa a stringere accordi di pace, compromessi o concordati con lo Stato Islamico per evitare che un peggioramento della situazione internazionale o è frutto del pensiero e del linguaggio “politicamente corretto” (o “religiosamente corretto”) che vieta perentoriamente di parlare della religione islamica se non per lodarne la bontà e la positività?

Il linguaggio politicamente corretto infatti, quello utilizzato da Obama, da Hollande e dalla maggior parte dei nostri governanti, vieta di parlare in maniera negativa di una religione che non sia il cristianesimo; il cristianesimo può venir tirato in ballo senza nessun problema – politico, diplomatico o religioso – per parlare di eventi storici (come le Crociate, il nazismo, l’Inquisizione…) o di realtà più attuali (come la mafia, gli scandali finanziari, la pedofilia, le discriminazioni o violenze sessuali…) ma nessuna delle altre religioni potrà mai – secondo questa mentalità ipocritamente corretta – venire esplicitamente accusata di qualche errore: in questi casi (nei casi in cui la radice del problema sia una religione diversa dal cristianesimo) si tratterà di “cani sciolti” o di “cattivi fedeli” che nulla hanno a che vedere con il vero spirito di quella comunità religiosa.

Noi speriamo che, nel caso del papa, per cui la causa del genocidio dei cristiani sarebbe da ricercarsi nel traffico di armi (strumento) e nel silenzio (complice), si tratti di prudenza, diplomazia e “realismo cattolico”. Nel discorso pronunciato ai fedeli armeni, tre segnali fanno ben sperare: l’utilizzo della parola “genocidio” che fa infuriare la Turchia “negazionista”, il continuo appello a considerare l’attuale genocidio dei cristiani (pur senza segnalarne le cause) e l’affermazione che “la crudeltà non può mai essere attribuita all’opera di Dio” ne “trovare nel suo Santo Nome alcuna giustificazione”.

“Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Mc 4,9).

Miguel Cuartero

Guerra ai cristiani: come e perché parlarne.

christiansLa situazione delle minoranze cristiane nel mondo, col passare degli anni, si inasprisce sempre di più. Le statistiche segnalano un incremento nel numero delle vittime e nella brutalità delle aggressioni. Esistono delle zone calde, intere regioni dell’Asia e dell’Africa, dove la vita dei cristiani è costantemente in pericolo. Nella maggior parte dei casi si tratta di paesi a islamici dove i cristiani sono vittime del disprezzo etnico e religioso, considerati appartenenti ad una razza inferiore e destinati alla completa assimilazione (conversione o sottomissione), all’esilio o alla morte.

Senza dubbio si può parlare di una vera e propria guerra contro i cristiani, una guerra dalle dimensioni gigantesche paragonabile ai peggiori genocidi avvenuti lungo la storia. Una situazione di questo genere non si verificava dall’epoca in cui, nell’Impero Romano, i primi cristiani venivano fatti massacrare dalle bestie con l’accusa di sovvertire l’ordine sociale e di disattendere le leggi e la religione imperiale. Oggi, con la nascita dello stato islamico e la paranoia jihadista, il numero dei cristiani uccisi per il solo fatto di essere cristiani si è quadruplicato.

Ma la strage dei cristiani non sembra preoccupare troppo l’Occidente la cui unica paura è che questa sanguinosa e crudele guerra varchi il Mediterraneo e si installi all’interno delle nostre frontiere. E’ per questo che la strage dell’11 settembre a New York, l’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid e – in ultimo – il massacro di Parigi negli uffici di Charlie Hebdo, hanno sconvolto il mondo più di quanto lo facciano le centinaia di migliaia di cristiani che ogni mese vengono massacrati senza motivo in paesi non molto lontani ma che rimangono comunque fuori dal nostro raggio d’attenzione. Dati alla mano, il cristianesimo è gruppo sociale più martoriato della storia: dai tempi di Gesù si calcolano circa 70 milioni di martiri, 45 milioni dei quali nel XX secolo (cfr. J. Allen, Global War on Christians, pp. 32-33).

Qualche tempo fa, dopo l’ennesimo eccidio perpetuato in due chiese di Lahore (Pakistan), papa Francesco ha manifestato il proprio cordoglio chiedendo che “la persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca”.

cristianiIl giorno seguente, il direttore di un giornale cattolico italiano, vantava orgogliosamente di essere l’unico quotidiano a parlare della persecuzione contro i cristiani: l’unico ad onorare la memoria dei nuovi martiri e l’unico a raccogliere l’appello del papa che denunciava il silenzio complice della comunità internazionale.

La situazione reale, però, è un po’ diversa, e non ce ne voglia il direttore in questione, a cui va il merito di parlare di qualcosa di cui un giornale cattolico dovrebbe – per obbligo morale – parlare ogni giorno, investendo tutte le proprie forze, senza tregua. Se la missione di un giornale è quella di diffondere notizie vere, un giornale ufficialmente cattolico che non parli della guerra ai cristiani commetterebbe un doppio (e clamoroso) tradimento, venendo meno, in una sola volta e due principali missioni: come giornale e come giornale cattolico.

Dunque, a dire il vero, un giornale cattolico che vanti – come qualcosa di straordinario – di trasmettere la verità sui cristiani è come una stazione radio dedicata alla squadra di calcio della propria città che si vanti di essere l’unica radio a dedicarsi al propri beniamini, mentre le altre frequenze si perdono in musica e chiacchiere.  Ma c’è dell’altro. Non è del tutto esatto affermare che i media non si occupano delle stragi dei cristiani: spesso e nei casi più eclatanti (come per i recenti kamikaze di Lahore) i quotidiani nazionali ne hanno dato la notizia con ampio risalto: basta sfogliare, non solo i quotidiani cattolici come l’Osservatore Romano e l’Avvenire, ma anche La Stampa, Il Messaggero, Il Giornale, Libero, nonché gli organi ufficiali del pensiero unico laicista come Il Corriere della Sera o La Repubblica che, nelle centinaia di pagine pubblicate ogni giorno, riservano periodicamente qualche articolo a questa drammatica guerra.

Il punto è che, come ha fatto notare recentemente la giornalista de La Stampa Francesca Paci (autrice del libro Dove muoiono i cristiani), dei cristiani perseguitati si parla, ma dopo le breaking news, cala nuovamente il sipario e cristiani tornano “nell’angolo cieco della nostra visuale del mondo” (citando l’intellettuale Régis Debray): “troppo” cristiani per i terzomondisti e “troppo” esotici per l’Occidente.

Se ne parli dunque e se ne parli sempre soprattutto nei giornali cattolici perchè se nostro fratello fosse in pericolo di morte muoveremmo mari e monti affinché qualcuno ci aiuti a salvarlo. Se non ne parliamo metteremo in dubbio la nostra fratellanza oppure la reale gravità della situazione. Ma la situazione è grave e noi siamo fratelli.

Se ne parli dunque perché, se papa Francesco ha affermato che il mondo vuole nascondere questa strage, non è perché i giornali non ne parlino mai ma perché queste atrocità, appetibili solo per i nostri occhi mai sazi di sangue, non ci toccano più il cuore, e non toccano più il cuore della comunità internazionale, degli USA, dell’Europa, dell’ONU, sempre pronti ad intervenire per difendere i diritti delle minoranze offrendo sostegno e aiuto a categorie di persone che – seppur necessitate – non rischiano la vita come i nostri fratelli dell’oriente e del sud del mondo.

 Miguel Cuartero

Per approfondire: su questo argomento abbiamo pubblicato sul sito Romagiornale un articolo con un’interessante lista bibliografica di saggi sulla persecuzione ai cristiani (clicca qui).

Martiri o fanatici? Il sangue dei cristiani che sporca i nostri salotti

martiri coptiLe immagini dei 21 cristiani copti sgozzati dai miliziani dell’ISIS in riva al mare hanno fatto il giro del mondo. L’ennesimo video della propaganda del terrore islamico termina con l’inquietante scena delle onde del mare (lo stesso che bagna le spiagge italiane) che assorbono il sangue dei ragazzi egiziani rei di non credere in Allah, di non appartenere alla Umma, al grande popolo dei credenti.

La barbara uccisione dei cristiani, però, non ha commosso l’opinione pubblica al punto di sollevare il clamore popolare, di organizzare adunanze massive (di protesta, di solidarietà o di preghiera) nelle capitali europee o maratone televisive e radiofoniche monotematiche come di fatto è successo dopo l’attentato a Parigi. In quel caso milioni di persone – tra cui i più importanti governanti delle nazioni europee – mostrarono il loro disappunto e la loro solidarietà con le vittime scendendo in piazza, vestendo a lutto o mostrando slogan di solidarietà con i giornalisti di Charlie Hebdo. Ma la vita di un cristiano, si sa, non vale un granché, specialmente se si tratta di un cristiano d’oriente, una minoranza abituata a discriminazioni, persecuzioni, minacce ed uccisioni, il tutto passato sotto silenzio dai media e dalle organizzazioni internazionali (ONU e Amnesty International in primis)

I martiri copti non erano dei giornalisti laici e satirici che, matite e pennarelli in mano, difendevano i valori e i colori della laicità: fraternità, libertà (di stampa), uguaglianza e tolleranza; quindi non svolgevano un ruolo utile alla società occidentale. A dirla tutta, quei ragazzi non difendevano neanche la loro vita mentre venivano condotti come dei cani al guinzaglio dagli omoni islamici. L’unica cosa che sembravano difendere i giovani egiziani era la loro identità, o semplicemente, la loro fede, il loro Credo. Per questo sono stati disposti a morire rifiutando di sottomettersi ad Allah pronunciando la formula di adesione all’Islam imposta ai prigionieri infedeli.

bagdadQualche mese fa, quattro ragazzi cristiani sono stati decapitati dai jihadisti dello Stato Islamico per aver rifiutato di pronunciare la Shahada che recita: “Non vi è altro dio che Allah, e Mohammad è il Suo profeta”. E’ la prima e fondamentale kalima (insegnamento)  dell’Islam: la fede nell’unicità di Allah. Rifiutare di pronunciare la formula significa rifiutare di abbracciare la fede islamica e collocarsi automaticamente nel lato sbagliato del mondo: quello degli infedeli e dei bestemmiatori. Di questi tempi rifiutare la Shahada è semplicemente una autocondanna a morte. Così i giovani cristiani – che secondo le testimonianze risposero: “Noi vogliamo bene a Gesù e seguiamo solo lui” – sentenziarono la loro condanna a morte come bambini capricciosi, infedeli non sottomessi ad Allah.

Allo stesso modo nel cruento filmato dell’omicidio dei 21 cristiani copti si osserva che alcuni di loro, prima di venire sgozzati, pronunciavano sottovoce il nome di Gesù: una preghiera e una adesione di fede che è l’esatto contrario della Shahada. I 21 copti egiziani, così come i 4 bambini di Baghdad hanno preferito invocare il loro Dio e non il dio dei loro aguzzini, hanno preferito il dio di Gesù Cristo ad Allah, la preghiera del nome di Gesù al profeta Maometto. La questione può sembrare banale, ma non lo è se si guarda a ciò che succede nei nostri paesi occidentali e nei nostri salotti ecumenici e accoglienti.

Dopo l’attentato di Parigi del 7 gennaio 2015, difatti, i media europei si cimentarono in una forzata propaganda a favore dell’Islam e dei musulmani, volta a salvare la faccia alla religione di Maometto dopo la strage compiuta in nome di Allah. La propaganda – guidata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, il mainstream culturale gestito dalla sinistra – ha visto dei testimonial d’eccellenza come lo stesso presidente francese che ha tenuto a precisare che l’Islam non centrasse nulla con gli attentati dei terroristi. Nei giorni successivi all’attentato, i talk show, i salotti radical chic, i telegiornali, gli speciali radiofonici si concentrarono in un’apologia dell’Islam moderato quasi fosse la migliore religione possibile della storia. Non ci sarebbe da meravigliarsi che gli attentati di Parigi abbiano provocato indirettamente (e paradossalmente) – anziché un rifiuto – un nuovo avvicinamento all’Islam da parte dell’Occidente, e qualche conversione.

Si tratta dell’ultimo ed estremo tentativo della sinistra laica e progressista di democratizzare le religioni e di screditare l’idea di uno scontro di civiltà, scontro che, dall’altra parte del Mediterraneo, è molto più che un’ipotesi remota. Dunque – secondo il modo di vedere del pensiero dominante – per preservare la convivenza di Islam e Cristianesimo è necessario affermare che i terroristi islamici non sono islamici e che gli omicidi in nome di Allah non sono omicidi in nome di Allah, che la guerra agli infedeli non ha nessun connotato religioso e che – in realtà – l’Islam, quello vero, è bello perché moderato. D’altronde chi di noi, nei giorni che seguirono gli attentati a Parigi, non ha pensato almeno una volta a convertirsi all’Islam moderato?

Il punto è che se l’Islam è una religione di pace e di dialogo come ci insegnano i media, i libri scolastici, Obama, Boldrini, Hollande e altri maestri illuminati dei nostri giorni, questi atroci e bestiali atti di terrorismo non possono che nascere da menti disturbate, da qualche psicopatologia di origine sconosciuta che alimenta deliri di conquista di un regno grande quanto il mondo a costo di staccare la testa a tutti i propri oppositori. Una patologia di questo genere – in quanto sconosciuta – necessiterebbe di un’analisi e di una cura sperimentale e gli esperti potrebbero innanzitutto tentare di analizzare ciò che resterebbe se si togliesse ai pazienti sofferenti, ogni riferimento teorico alla religione islamica. Il risultato sarebbe interessante per la comunità scientifica. Resta dunque il fatto che separare, fino ad opporli, Stato Islamico ed Islam rende ancora più difficile comprendere cosa è veramente l’Islam e cosa è veramente l’ISIS.

A questo riguardo esiste un grosso pericolo all’interno del pensiero cattolico quello di un relativismo religioso, un sincretismo che non riconosca alcuna differenza tra le diverse religioni monoteiste come se fossero tutte egualmente buone, giuste e vere (2). Questa deriva della teologia cattolica, che poggia su esigenze di dialogo inter-religioso ma che che si lascia affascinare da un radicale relativismo, arriva ad affermare – come base per ogni dialogo – che musulmani e cristiani adorano “lo stesso dio” ma in modalità diverse. Purtroppo quest’idea – lungi dall’essere una fantasticheria di qualche sprovveduto – è profondamente radicata in molti ambienti: in ambito popolare, giornalistico, teologico, accademico e anche in alcuni componenti della gerarchia. Alla radice di questo equivoco c’è l’interpretazione di alcune dichiarazioni molto discusse del Concilio Vaticano II che definiscono i musulmani dei credenti che “adorano l’unico Dio”.

Dire che quello dei cristiani e quello dei musulmani non è lo stesso Dio è estremamente rischioso: è politicamente (e religiosamente) scorretto, si rischia di essere definiti intolleranti e incapaci di dialogare in modo costruttivo a pacifico. Inoltre affermare che si tratta di due concetti diversi (e spesso opposti) di dio include la possibilità di riconoscere l’invalidità – o per lo meno l’incompletezza – di uno dei due concetti. Un arduo lavoro, avendo ormai abbattuto le differenze tra il vero e il falso.

Al di là di questo relativismo di stampo occidentale (un musulmano o un ebreo non si permetterebbero mai di affermare che aderire al cristianesimo sarebbe adorare lo stesso loro dio senza rischiare di soffrirne le conseguenze) c’è qualcosa che potrebbe far riflettere e che offre una chiave di lettura diversa: è il volto del ragazzo che muore invocando Gesù Cristo e sono quei quattro ragazzi che rifiutano di pronunciare la Shadada. Avrebbero conservato la loro vita se avessero urlato che Allah è grande ed unico. D’altronde non è “grande” e “unico” anche il nostro Dio? Il dubbio che può sorgere è il seguente: se si tratta dello stesso dio, perché rifiutare di chiamarlo, solo per un attimo, per avere salva la vita, con un nome diverso? Se si tratta dello stesso dio, si può forse pensare che questi ragazzi cristiani abbiano esagerato un poco e si siano comportati come dei fanatici, eccessivamente invasati? Non sarebbero dunque eroi, ma cretini!

I musulmani sono forti perché non rinunciano così facilmente al proprio dio, non permettono che altri se ne approprino, non permettono che Allah si mascheri da supereroe restando lo stesso e cambiando nome; per questo sono capaci di morire. Basti osservare che la bandiera dello Stato Islamico recita chiaramente quello che è fulcro della loro fede, il motivo della loro lotte, del loro terribile avanzare e dello spargimento di sangue: “non c’è dio al di fuori di Allah”. Per loro, credere in dio che risponde ad un altro nome, non è assolutamente irrilevante (3)

Se il cristianesimo è ancora vivo è perché ancora oggi c’è qualcuno capace di difendere la propria fede, qualcuno capace di non svendere il proprio Dio al miglior offerente per onorare un dialogo interculturale o inter-religioso. Qualcuno che è capace di dire di no ad Allah e di invocare Cristo anche a costo di morire, così come fecero i tre giovani giudei del racconto del libro biblico di Daniele che rifiutarono il culto al re Nabucodonosor e il sacrificio offerto agli idoli per fedeltà al loro (unico, caspita!) dio, YHWH (Dn cap. 1 e 3)

La voce dei cristiani che invocavano Dio, l’univo vero Dio, è stata zittita dalle lame affilate dei combattenti di Allah e il loro sangue si è riversato sul nostro mare come un fiume. E mentre nei nostri salotti discutevamo e discutiamo, come in un delirio febbrile, di un’unica grande religione mondiale che chiama lo stesso dio in modi diversi, improvvisamente uno schizzo di sangue ha sporcato i nostri studi spaventandoci per un attimo. Nulla di grave, è solo un po di sangue, la macchia sul divano andrà via con qualche buon prodotto; che volete che sia? Sangue di nessuno, sparso da nessuno.

Intanto la furia islamica si è accanita, irrazionale e violenta, contro le statue assirie del museo di Mosul spazzando via a bastonate il patrimonio universale che testimonia una delle civiltà più antiche che sia la volta buona per tornare in piazza ad urlare “Je suis statue“.

 

 Miguel Cuartero

(1) “Il fatto di accettare o di non accettare il contenuto di questa formulazione crea tra gli uomini un’enorme differenza. Coloro che ci credono formano una comunità unica e quelli che rifiutano di credere costituiscono il gruppo avverso. I credenti progrediranno sulla via del successo in questo mondo e nell’altro, mentre il fallimento e l’ignominia saranno il risultato di coloro che rifiutano di crederci”. Abu-L’Ala Maududi, Conoscere l’Islam, Roma 1977, p. 75.

(2) “Il prerenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Cong. Dottrina della Fede, Dominus Iesus,  n° 4.

(3) Dennis Redmont, Responsabile della comunicazione al Consiglio per le Relazioni Italia e Stati Uniti, afferma che la prima domanda che i jihadisti fanno a un ostaggio è “di che religione sei?”. La risposta è il discriminante che condanna o salva la vita del prigioniero (fonte).

Cristiada: Viva Cristo Re e la Vergine di Guadalupe!

1335167141749Oggi, 12 dicembre, si celebra la festa di Nostra Signora di Guadalupe, patrona del continente americano. La devozione nasce in Messico, dove la Vergine Maria apparve al contadino Juan Diego (indio atzeco convertito al cristianesimo e venerato come santo dalla Chiesa Cattolica)  il 9 dicembre del 1531.

Oggi, 12 dicembre, esce a Roma e in molte altre città italiane, il film “Cristiada”, un film storico che racconta il martirio dei fedeli cristiani (sacerdoti e laici) durante la dittatura del governo socialista del massone Plutarco Elias Calles, dal 1926 al 1929. Un film che racconta la fede di un popolo, quello messicano, che vive sotto la protezione materna della “Vírgen morenita” (scura di pelle). E’ un film “scomodo” e “antipatico” perché denuncia una delle persecuzioni più violente mai scagliate contro la Chiesa Cattolica e di cui i libri scolastici di storia evitano di parlare  (così come succede con la storia della Terza Repubblica spagnola).

guadalupeDi fronte alle minaccie e alle violenze del governo messicano che proibirono il culto in tutto il paese (Costituzione del 1917) i Cristeros  – così chiamati per il loro grido di battaglia “Viva Cristo Rey” – lottarono per la libertà del popolo cristiano alimentando la loro fede con la recita giornaliera del Rosario; nella loro bandiera, accanto allo scudo e ai colori della patria, campeggiava la figura della Vergine di Guadalupe “Regina del Messico”.

Si potrebbe obbiettare, come di fatto è successo, che rispondere al male con il male (i Cristeros hanno messo in atto una vera guerriglia armata) non corrisponde esattamente ai consigli evangelici. D’altrone la Chiesa non ha mai canonizzato nessun Robin Hood che abbia imbracciato le armi per difenderei poveri e gli emarginati. Anche su questo tema il film offre degli interessanti spunti di riflessione.

Un vero e proprio esercito di Cristo (25 di essi sono stati canonizzati nel 2000 da Giovanni Paolo II e altri 13 beatificati sotto Benedetto XVI) contro il potere della bestia massonica inviata da Satana per perseguitare e distruggere la Chiesa: la repressione del governo messicano fu durissima ma la fede di questi uomini non vacillò. Lo stesso grido che si alzava durante le battaglie, risuonò nelle loro bocche e nei loro cuori l’istante in cui, dai fucili dell’esercito messicano, partiva il colpo che avrebbe messo fine alla loro vita terrena dando inizio alla gloria più grande (il titolo inglese del film è proprio “For Greater Glory“): ¡Viva Cristo Rey! y ¡Viva Santa María de Guadalupe! 

(ecco la recensione del film su Avvenire)

* * *

Inoltro volentieri a tutti e pubblico sul questo blog un messaggio ricevuto sulla posta elettronica che invita tutti a partecipare numerosi alle prossime proiezioni cinematografiche. Sotto troverete anche tutte le informazioni sul film (il collegamento per vedere il trailer, il cast, la trama, le recensioni…).

Cari amici,

vi segnalo un film che sarà proiettato a Roma dal 12 al 17 dicembre e che merita di essere visto per il suo alto valore etico, storico e sociale in quanto narra la lotta di un popolo contro un presidente dittatore che pretende di cancellare per legge un sentimento radicato e diffuso nei messicani: la fede. II film è CRISTIADA e vi allego la locandina con le informazioni pratiche.

Perché andare a vedere il film? Riporto la recensione de L’Avvenire del 12 ottobre scorso: Quando è uscito nel 2012 è stato salutato come coma la più impegnativa produzione nella storia del cinema messicano. Promosso dalla critica liberal del New York Times che lo ha definito “un profondo omaggio alla libertà religiosa” il film è stato prodotto da un munifico imprenditore messicano convertito alla causa dell’evangelizzazione tramite il cinema. Il film narra una vicenda vera, tragica ed eroica, cruciale nella storia del Messico moderno: la persecuzione dei cattolici ad opera del regime liberal-massonico degli anni venti e la conseguente rivolta interclassista di migliaia di messicani bollati come cristeros. Un film che dopo molta attesa arriva ora anche in Italia. Cristiada ha l’ambizione di riportar in primo piano una pagina di storia – storia di fede, oppressione e martirio –  ancora poco nota al grande pubblico e di farlo con un cast di primo livello con attori come Andy Garcia, Oscar Isaac, Eva Longoria, Santiago Cabrera e Peter O’Toole e la regia di Dean Wright.

Una citazione per tutti: Anacleto Gonzales Flores, l ’avvocato difensore dei diritti civili dei cattolici, sarà beatificato nel 2005 in ricordo del suo sacrificio. Pur avendo tutti i requisiti di un grande film ci sono stati purtroppo problemi nella distribuzione e c’è voluto il coraggio di una piccola casa di distribuzione fiorentina la Dominus Productiondiretta da Federica Picchi, suora laica, per cercare di far vedere questo film anche in Italia.  L’obiettivo è portare al cinema almeno da 75.000 persone in tutta Italia per poterlo fare trasmettere dalla RAI in prima serata e per questo è in corso un intenso passa parola.

Con questo film abbiamo tre importanti missioni:

  1. Far conoscere a più persone possibili, soprattutto ai giovani e alle persone più lontane, la storia dei martiri messicani (persone di ogni ceto e di ogni età che hanno dato la propria vita per difendere i valori della Fede) tramite un film di grande pregio artistico e culturale
  2. Dare un chiaro messaggio ai cinema e al settore produttivo/distributivo convinto che un film dal un contenuto così scomodo, non potesse mai essere distribuito, soprattutto nel periodo Natalizio, monopolio dei film “più commerciali di Natale”.
  3. Fare un dono a Nostra Signora di Guadalupe di cui il 12 Dicembre cade la ricorrenza e che “casualmente” è anche il giorno dell’uscita in una città così importante come Roma (e in altre 20 città italiane).

Abramo Maione

Dominus Production

è lieta di presentare

CRISTIADA

Nei giorni 12-13-14-15-16-17 dicembre

UCI CINEMAS PORTA DI ROMA 
Via Delle Vigne Nuove – 00139 Roma

UCI CINEMAS ROMA EST 
Via Collatina 858 – 00100 Roma

UCI CINEMAS PARCO LEONARDO 
Via Gian Lorenzo Bernini, 20-22, 00054 Fiumicino Roma

 

Per info: http://www.ucicinemas.it/generic/scheda.php?id=34703#inside

Vedi il trailer: Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=Nsa2LTBkUvo

Cast, trama, informazioni (pressbook): https://www.dropbox.com/s/yjs9p4p7tikll6f/CRISTIADA%20Press%20Book%20Italiano.pdf?dl=0

Seguici su facebook: https://www.facebook.com/dominusproductionsrl

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