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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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“Quello che vuole Dio, io lo faccio”. Il cammino di Chiara Maria dall’ospedale al Paradiso

chiaramaria2La mattina del 23 aprile del 2016 Dio ha chiamato a sé Chiara Maria, una ragazza di appena 25 anni. A sei mesi di distanza, il 2 novembre giorno in cui la Chiesa ricorda i fedeli defunti, il padre Alfredo, il fidanzato Stefano ricordano quei giorni in cui, con dolore e speranza, hanno accompagnato Chiara nel suo cammino dal letto dell’ospedale del Policlinico di Tor Vergata alle porte del Paradiso.

Assieme a loro anche padre Domìnik, sacerdote domenicano polacco che accompagna la comunità neocatecumenale dove Chiara Maria, fin dalla adolescenza, camminava assieme ad altri cinquanta fratelli nella parrocchia di Santa Francesca Cabrini, a Roma.

Dopo 5 anni di indagini e analisi su alcune macchie comparse sul suo corpo, a 24 anni, a Chiara Maria le viene diagnosticato un tumore alla pelle; lei sceglie di portare questa pesante ed inattesa croce con l’aiuto di Dio. Inizia una serie di infinite chemioterapie, proprio il 14 settembre del 2015, giorno dell’Esaltazione della Santa Croce. I suoi amici, i parenti, i fratelli della comunità la ricordano come una ragazza “che ha scoperto di avere la metastasi al cervello e sorride, prega, spera, lotta”. Il suo funerale è stato una festa, un matrimonio tra Chiara Maria e Dio, amici e conoscenti hanno riempito ogni angolo della chiesa ma anche il piazzale antistante per accompagnarla e salutarla col canto e la preghiera.

Su questa storia è stato pubblicato un libro intitolato Credere per Vedere (ArabaFenice 2016, pp. 123, € 13,00) scritto pochi giorni dopo il funerale dall’amico Massimiliano Giglio per fissare nella memoria quell’evento straordinario di cui è stato spettatore privilegiato e nel quale è stato possibile vedere “il cielo aperto” negli occhi di una ragazza normale, nella fede di una comunità cristiana, nelle preghiere dei genitori e dei fratelli, una speranza di una vita senza fine, capace di andare al di là della morte corporale.

L’autore – così come coloro che hanno collaborato alla stesura del libro con consigli, correzioni e suggerimenti – è convinto che la testimonianza di questa ragazza può aiutare molte persone, come è successo a lui stesso: “Appena cinque mesi fa io mi trovato all’inferno. La testimonianza di Chiara e il suo vivere la fede mi hanno aperto gli occhi e riportato in vita. Mi ha fatto vedere quali sono le cose importanti, quanto senza Dio non possiamo fare nulla e quanto con Lui non c’è nulla che non possiamo fare” (p. 36)

chiaramariabrunoIl piccolo volume è impreziosito dagli appunti di Chiara Maria, scritti durante la sua ultima Pasqua, quando, costretta a restare in ospedale e dunque impossibilitata a partecipare alla Veglia Pasquale con la sua comunità, ha confidato a padre Domìnik una breve riflessione per ogni lettura della Veglia di Pasqua aprendo il suo cuore alla Parola di Dio che illumina la storia: “Sono riuscita – scrive Chiara a padre Domìnik – a mettermi a scrutare e a riflettere su queste splendide letture della Veglia di Pasqua, alla quale non potrò partecipare! […] I pensieri su ciò che ho letto e scrutato mi stanno accompagnando tanto in questi giorni un po’ difficili. […] Prega per me!! Buona Santa Pasqua!!!!!” (p. 99). Commentando la lettera ai Romani, Chiara Maria scrive: “Una delle mie più grandi paure, non è tanto quella di morire, ma è quella di morire lontana da Cristo” (p. 114).

Come è possibile avere questa fede? Da dove può venire la speranza nel buio della morte? San Paolo afferma che “se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor. 15,14). La risurrezione di Cristo rappresenta il punto di svolta della storia dell’uomo: solo nell’evento della Risurrezione di Gesù l’uomo può trovare risposta agli interrogativi che la sofferenza e la morte severamente e impietosamente gli impongono. Se Cristo non è risorto tutto è vano, tutto crolla, nessuna risposta consolante può essere proposta a chi muore e a chi soffre e tanto meno creduta.

Solo la fede nella risurrezione può fare in modo che un evento tragico come una malattia inarrestabile che si accanisce su una giovane ragazza piena di vita e di sogni, venga vissuto nella pace, in comunione con gli altri (la “comunione dei santi”) e con Dio, nella speranza della risurrezione e della Vita Eterna e non nella ribellione e nella rabbia. Solo questo può trasformare il lutto in una festa, la tristezza in gioia, l’angoscia in serenità. “La nostra Chiara sarà ricordata per molti e molti anni per questo motivo: mai nessuno l’ha sentita maledire la storia, maledire Dio, maledire il tumore, mai nessuno l’ha vista tentare di scendere dalla croce…” (p. 58).

E’ questa la straordinaria testimonianza che ci ha lasciati Chiara Maria, che è morta dicendo che avrebbe fatto la volontà di Dio, qualunque essa fosse: “Quello che vuole Dio, io lo faccio“. Così facendo – sostenendo dal letto del suo dolore i parenti e gli amici con quella grazia che le è stata donata dal Cielo – ci ha dimostrato in maniera tangibile che è possibile stare sulla croce e non bestemmiare Dio. E’ stato possibile a lei assieme alla sua comunità ed è possibile – se Dio ce lo chiederà e ci darà la forza – anche a noi.

Il servizio completo su Tv2000:

Intervista a Massimiliano Giglio, autore di Credere per vedere (Araba Fenice, 2016).

Articolo originale su Aleteia.org

In cammino coi discepoli di Emmaus per tornare umani e guarire con Cristo

epicoco solo i malatiE’ possibile rialzare lo sguardo dalle nostre crisi, dal dolore provocato dalla storia, dalle ferite che lacerano la nostra anima arrivando a colpire il nostro corpo costringendoci a camminare a testa bassa, delusi, con l’aria sconfitta e il vuoto dentro il cuore?

E’ possibile incontrare Gesù Cristo risorto mentre si sperimenta nella propria carne l’esperienza dolorosa della croce? Ri-conoscerlo lungo la strada, stringere la sua mano e iniziare a camminare con lui verso la pienezza di una vita da risorti, per essere – finalmente – “simili a Lui”?

Tutto questo è possibile, ma il primo passo necessario sarà quello di riconoscersi malati, perché Gesù non è venuto per i sani ma per i peccatori e, sebbene l’uomo non sia stato creato per morire ma il suo destino sia la Vita eterna, infinita e felice, “è proprio degli umani ammalarsi”. Lasciare spazio all’imprevisto, accogliere l’irruzione di Gesù nella propria vita e rendersi disponibile alla sua azione che porta salute e salvezza non deluderà i viandanti che camminano per la vita mossi da un’inquietudine di senso, forse stanchi, forse scettici, forse delusi dalla storia.

Ecco dunque un percorso di guarigione che vuole essere sostegno e incoraggiamento per credenti e non credenti disposti a compiere un atto di coraggio nel riconoscersi malati, bisognosi cioè dell’aiuto di un medico, per poter tornare a disporre al massimo della propria anima e del proprio corpo. Senza questo coraggio, pensando di non aver bisogno di cure, nessuno sarà in grado di guarire.

E’ questo il senso del libro Solo i malati guariscono: l’umano del (non) credente (San Paolo 2016, € 10,00). 110 pagine scritte da don Luigi Maria Epicoco, con un linguaggio allo stesso tempo diretto e semplice, immediato e profondo, concreto, a tratti poetico. Pubblicato il 15 febbraio dalle Edizioni San Paolo, il libro del giovane sacerdote aquilano è diventato subito un best-seller, un caso editoriale che ha visto esaurire la prima edizione in meno di 15 giorni.

L’autore, nato nel 1980, è parroco della Parrocchia universitaria San Giuseppe Artigiano de L’Aquila e professore di Filosofia e Teologia. Nonostante la sua giovane età, ha al suo attivo diverse pubblicazioni, libri e articoli di carattere scientifico (recentemente per le edizioni Tau ha pubblicato: La Misericordia ha un volto. Il giubileo della Misericordia secondo papa Francesco). Quello di Epicoco è un caso particolare nel panorama editoriale religioso, un campo dominato da autori affermati che assicurano vendite (mai facili, in tempi di crisi) ma dove i giovani autori, filosofi o teologi che siano, fanno fatica a trovare spazio e visibilità. Eppure la formula si è rivelata subito vincente e don Luigi ha saputo dimostrare una straordinaria capacità comunicativa soprattutto verso il pubblico giovane, che spesso mantiene una distanza di sicurezza dalle librerie religiose, ma che questa volta è rimasto attratto da un linguaggio fresco, attuale, esistenziale, privo di “paroloni”, che evita artifici linguistici e teologici per mettersi al servizio del lettore e guidarlo passo dopo passo.

emmausIl filo della narrazione è il racconto dei discepoli di Emmaus, un racconto pasquale dove Gesù Risorto intercetta il cammino di due discepoli che si allontanavano per la via da Gerusalemme mentre discutono, delusi e confusi, sui recenti avvenimenti avvenuti in città. L’incontro dei due discepoli col Risorto, sarà l’occasione per riscoprire le tappe del cammino che porta dalla tristezza alla gioia, dal dubbio alla certezza, dall’incredulità alla fede: “Davvero il Signore è risorto!” annunceranno i due viandanti facendo ritorno a Gerusalemme, senza indugio, pieni di stupore.

Nella seconda parte del libro, l’autore fa una rassegna di quei luoghi teologici che emergono dalla narrazione evangelica dei discepoli di Emmaus. Così la locanda è immagine della Chiesa, luogo di rifugio e di ristoro, non abitazione definitiva ma tappa essenziale dove ri-conoscere Gesù nel nostro cammino verso la vera patria definitiva, il cielo. La tavola è il luogo del banchetto, della condivisione, dove Gesù siede con gli uomini per saziare la loro fame perché “la distanza che separa la pancia dal cuore è breve e le ‘fami’ si mescolano”. Il gesto dello spezzare il pane è il luogo della fede, dove riconosciamo che le nostre certezze vengono “spezzate” per  lasciare spazio ad una sapienza che umanamente non riusciamo a comprendere tramite le nostre categorie intellettuali. Dopo l’incontro col Risorto, infine, i discepoli tornano indietro, per annunciare agli apostoli che “Davvero il Signore è risorto”. Un ritorno al passato che è legato indissolubilmente all’annuncio del Vangelo perché “Se la mia esperienza di fede non investe innanzitutto il passato, allora il futuro è solo una fuga, un nascondimento da ciò che eravamo e da ciò che ci è capitato”.

Riscoprire il dono di una vita autentica, dell’amicizia, dell'”inquietudine che salva”, riscoprire il significato della propria esistenza attraverso una sapienza che svela il “senso più profondo di se stessi”, riscoprire la nostalgia dell’eterno ed accoglierla come una mancanza necessaria che sfocia in una preghiera: “Resta con noi Signore!”. Riscoprire, in una parola, la propria umanità attraverso l’incontro con Gesù.

Molte le citazioni bibliche, ma molti anche i maestri della spiritualità cristiana – classica e moderna – citati lungo il percorso: Giovanni della Croce, Tolkien, Lewis, Chesterton, Turoldo, senza disdegnare autori classici come Omero e contemporanei come Emmanuel Carrère.

Un libro pensato sia per i credenti che per i non credenti, con la consapevolezza che “chi ha la fede non è più bravo” ma “più responsabile, perché dovrà rendere conto più degli altri della propria vita” (p. 94). Un invito a toccare con mano Gesù risorto, come hanno fatto quei discepoli, ancora increduli e scioccati per la morte del Maestro; un invito a “restare svegli”, a vegliare, “perché forte è il rischio di assopirci nella vita”.

Il simbolismo delle api, il cero pasquale e Pio XII.

cero pasquale benedettoAleteia – La Pasqua è il culmine della vita cristiana e la solennità più grande di tutta la vita liturgica della Chiesa. La celebrazione della Veglia Pasquale si divide in quattro momenti ugualmente importanti e ricchi di significato: la liturgia della Luce, la liturgia della Parola, la liturgia Battesimale e la liturgia Eucaristica. Il termine “Pasqua” – così come indica l’ebraico Pesach – significa “passaggio”: è la festa del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce. E’ per questo che – nella ricchezza di simboli pieni di significati – quello del cero pasquale assume un significato primordiale: è il simbolo di Cristo, “nostra luce”, che illumina le tenebre del peccato in cui il mondo viveva prima della sua Incarnazione e in cui spesso si trovano i nostri cuori. La luce del cero pasquale illuminerà ogni celebrazione durante i cinquanta giorni di Pasqua (la cinquantina pasquale) e verrà spento solennemente terminata la veglia di Pentecoste.

LE API NELLA “LAUS CEREI”

L’importanza del cero pasquale, solennemente acceso nella Notte Santa, si evince anche dall’ampio spazio che gli dedica l’antico inno dell’Exultet – riportato nel Messale Romano – che annuncia il glorioso evento della Risurrezione di Gesù. E’ per questo che, nella storia, questi inni pasquali venivano anche chiamati Laus Cerei.

In questa notte di grazia accogli, Padre santo, il sacrificio di lode, che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri, nella solenne liturgia del cero, frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce. Riconosciamo nella colonna dell’Esodo gli antichi presagi di questo lume pasquale che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio. Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore, ma si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada. Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero, offerto in onore del tuo nome per illuminare l’oscurità di questa notte, risplenda di luce che mai si spegne. Salga a te come profumo soave, si confonda con le stelle del cielo. Lo trovi acceso la stella del mattino, questa stella che non conosce tramonto: Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

In questo brano dell’Exultet (o Preconio Pasquale) per ben due volte si fa riferimento alle api che producono la cera con la quale si confeziona il cero e si alimenta la simbolica fiamma.

LE API NELL’ANTICO EGITTO E NELLA GRECIA

Nella mitologia e nella religione dell’antico Egitto, così come nella letteratura classica greca, le api e il miele hanno un significato misterioso legato al mondo delle divinità. Il miele è il cibo degli dei, dolce al palato, che scende dal cielo creando un ponte tra il cielo e la terra; è segno di purezza, di castità e di dolcezza. Le api sono il simbolo del culto a diverse divinità di Corinto, Efeso e Creta. Sia in Egitto che in Grecia si trovano testimonianze della presenza del miele in alcuni riti funebri come alimento destinato alla vita ultraterrena.

LE API NELLA BIBBIA

Nella Bibbia (soprattutto nell’AT) l’ape è un archetipo dal significato polivalente, come molti simboli (oggetti, elementi naturali o esseri animali). L’ape è il simbolo dell’operosità, del lavoro instancabile, dello zelo come si legge nel testo greco dei Proverbi:

“Va verso l’ape e osserva com’è laboriosa e quanto è nobile l’opera che essa compie. Re e cittadini, per la loro salute, usano i suoi prodotti; è ricercata e famosa presso tutti, benché debole sotto l’aspetto della forza, i distingue per aver onorato la sapienza” (LXX. Prov. 6,8)

L’ape è anche simbolo di organizzazione e di metodo nel lavoro per costruire il nido e produrre il miele e la cera; è anche il simbolo della bontà che va al di là delle apparenze: “L’ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto è il migliore tra le cose dolci” (Sir 11,3), per questo è stata anche interpretata come immagine di Israele o della Vergine Maria. Ma d’altra parte l’ape è anche il simbolo dei nemici che attaccano il giusto da ogni parte: “Mi hanno circondato come api” (Sal 117,12). I popoli nemici sono paragonati a insetti fastidiosi: “In quel giorno il Signore farà un fischio alle mosche che sono all’estremità dei canali d’Egitto e alle api che si trovano in Assiria” (Is 7,18). Il miele, frutto del lavoro delle api, è un dono della bontà e predilezione di Dio: “Lo sazierei con miele dalla roccia” (Sal 81,17); simbolo della dolcezza dei giudizi di Dio che sono “più dolci del miele e di un favo stillante” (Sal 19,11b);  simbolo dell’amore: “Le tue labbra stillano nettare, c’è miele e latte sotto la tua lingua” (Ct 4,11); simbolo della terra promessa, una “terra dove scorrono latte e miele” (Es 3,8; 3,17; 13,5 Et al.); anche la “manna”, cibo sceso dal cielo per alleviare il cammino di Israele nel deserto, “aveva il sapore di una focaccia con miele” (Es 16,31); Il miele è il cibo dei consacrati a Dio come Giovanni (Mt 3,4) e come il bambino-Messia annunciato da Isaia che “mangerà panna e miele” (Is 7,15).

LE API E I PADRI DELLA CHIESA

I Padri della Chiesa, sempre sensibili alle metafore tratte dalla vita quotidiana e dalla natura, hanno più volte fatto riferimento alle api nelle loro omelie o catechesi. L’operosità e l’efficacia dell’ape è lodata da Clemente Alessandrino: “L’ape succhia dai fiori di un intero prato per trarne un unico miele”. Teoletto di Filadelfia cita le api come un esempio da seguire, un modello per la vita delle comunità monastiche: “Imitate la saggezza dell’ape!”. Sant’Ambrogio di Milano compara la Chiesa a un arnia dove le api (i cristiani) lavorano con zelo e fedeltà ricercando, ed ottenendo, il meglio da ogni fiore: il miele. Anche Bernardo di Chiaravalle parlò delle api considerandole simbolo della Spirito Santo che vola e si alimenta del profumo dei fiori. L’ape è anche considerata immagine di Cristo per il suo miele ma anche per il suo pungiglione: è la misericordia (dolcezza) unita alla giustizia (forza). Per Origene l’acqua disseta il pellegrino durante il cammino nel deserto, ma, giunti alla meta, il miele è l’alimento della ricchezza e della vittoria, è il nutrimento dei mistici, il dolce cibo promesso.

IL PAPA PIO XII SUL RUOLO DELLE API

Anche il papa Pio XII ha dedicato elogi alle api, alla loro organizzazione e ai frutti del loro lavoro; lo ha fatto il 22 settembre del 1958 in un discorso ai partecipanti del 17° Congresso Internazionale di Apicoltori convenuti a Roma per l’evento. In quella occasione il papa definiva il mondo delle api come un mondo sorprendente per la mente umana che, fin dai tempi antichi,espresse interesse e curiosità per questi laboriosi insetti. Dall’attività delle api – sottolineava papa Pacelli – gli uomini ricavano innumerevoli benefici.  Prima ancora di parlare del miele (“il prodotto più caratteristico” dalle “preziose proprietà nutritive”), il papa parlò dell’importanza della cera opera di queste “infaticabili lavoratrici”. “Se consideriamo che le candele, destinate all’uso liturgico, devono essere confezionate – interamente o per la maggior parte – con questa cera, dobbiamo ammettere che le api aiutano in qualche modo l’uomo a compiere il suo dovere supremo: quello della religione”. La perfetta organizzazione della società dell’alveare (una “città industriale dove si lavora in modo assiduo e ordinato”) offriva a Pio XII l’occasione per una riflessione sulla saggezza e intelligenza divina. Se la scienza riconosce nella società delle api una straordinaria capacità organizzativa e una imparagonabile precisione matematica, la filosofia deve escludere che l’intelligenza che rende possibile questa sorprendente realtà sia quella delle api (incapaci di capire e di progredire ma solo di obbedire a un istinto innato): l’origine è da ricercare altrove.

“Cosa concludere se non che l’intelligenza che dirige l’organizzazione dell’alveare e la vita delle api è quella di Dio, che ha creato cielo e terra, che ha fatto germogliare le erbe e i fiori e ha dotato di istinto gli animali? Noi vi invitiamo, cari figli, a vedere l’opera del Signore nell’alveare, davanti al quale rimaniamo meravigliati. Adoratelo, dunque, e lodatelo per questo riflesso della sua divina saggezza; per il cero che si consuma sugli altari, simbolo delle anime che desiderano ardere e consumarsi per Lui; lodatelo per il miele, che è dolce, ma meno delle sue parole, che il salmista definisce ‘più dolci del miele’ (Sal 119,103).

Alla fine del discorso, il papa incoraggiava agli apicoltori a rinforzare la loro fede augurandogli di arrivare a gustare la dolcezza del miele promesso dal Signore:

“Cari figli, che studiate il mondo misterioso e meraviglioso delle api, gustate e vedete, per quanto è possibile qui sotto, la dolcezza di Dio. Un giorno gusterete e vedrete in cielo che l’oceano della sua luce e del suo amore eterno è infinitamente più dolce del miele”.

Miguel Cuartero

Articolo originale pubblicato su Aleteia.

Venerdì Santo: hanno ucciso Gesù in Kenya!

cristo velazquezMeditare la Passione di Cristo, meditare le parole e i gesti, i sentimenti e le emozioni di quel giorno santo in cui il Figlio di Dio è stato condotto sulla cima del monte e inchiodato su una croce, è un atto di pietà che molti santi e mistici hanno esercitato per raggiungere una unione spirituale più profonda e feconda col proprio maestro.

Se essere una cosa sola con Gesù Cristo è il culmine del cammino cristiano (non a caso i cristiani sono chiamati così, perché sono, o dovrebbero essere altri cristi), meditare sulla sua Passione è il cammino da percorrere per raggiungere questa mistica unione (cfr. Gal 2,20).

Santa Teresa di Gesù, mistica spagnola nata 500 anni fa ad Ávila, nella sua autobiografia (Libro de la Vida) racconta di quel periodo di crisi giovanile in cui viveva una “grande avversione per la vita di chiostro”, un rifiuto per le cose sante e per le realtà eterne che le procurava grande sofferenza. In quel periodo, afferma la santa, “il mio cuore era così duro che se avessi letto tutta la passione, non avrei versato una lacrima; e ciò mi faceva soffrire”.

Quante volte abbiamo letto o ascoltato le pagine della passione di Gesù raccontata dai Vangeli senza versare una lacrima? E’ vero che non si piange per la morte di chi non si ama, tanto meno per la morte di chi non si conosce. Ma i grandi santi che conoscevano e amavano Gesù non potevano restare indifferenti di fronte al racconto della Passione mentre venivano presentate alla mente le immagini di Cristo sofferente, sanguinante, dolorante; deriso, insultato e sputato; abbandonato, tradito dagli amici, schernito dai nemici; flagellato, torturato, crocifisso; assassinato.

Quando si parla della Passione di Gesù è concessa una certa licenza mistica che permette di immaginare con la mente e meditare col cuore dettagli che vanno al di là delle esatte parole trasmesse dai Vangeli. Santa Teresa parla di un “permesso” speciale  che il Signore ci da (licencia nos da el Señor) quando pensiamo alla Sagra Passione: “ci consente di immaginare maggiori particolari – circa le pene e i tormenti che in essa egli ebbe a soffrire – di quelli descritti dagli evangelisti” (cfr. Meditaciones sobre los cantares). Nel meditare sulla sofferenza di Cristo, la stessa santa Teresa, così come alcuni altri santi (tra cui san Francesco d’Assisi e san Pio da Pietrelcina) vissero la “transverberazione” del cuore, ossia l’esperienza fisica (vissuta un dolore fisico lancinante) del cuore trafitto da un oggetto pungente.

E’ questo il senso di alcune opere o trattati mistici sulla passione che ancora oggi conserviamo come una preziosa eredità di molti santi. Ad esempio il De Tristitia Christi (o “Gesù al Getzemani”) di San Tommaso Moro; le Meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; le visioni sulla passione della beata Anna Katharina Emmerick (da cui trasse ispirazione Mel Gibson per il suo film The Passion) e tanti altri scritti dedicati alle sofferenze di Cristo.

Versare una lacrima pensando alla passione di Gesù è un certamente un dono, una grazia particolare che indica un grande amore per Nostro Signore, una gratitudine profonda per il suo sacrificio e la piena consapevolezza del proprio peccato che ha “meritato un così grande Redentore” (cfr. Preconio Pasquale).

Spesso la nostra esperienza ci mostra – al contrario dei santi – come siamo lontani dal lasciarci commuovere dalla passio Christi: spesso ascoltiamo distratti il racconto della passione restando a una distanza di sicurezza che ci impedisce di com-patire (patire assieme) Gesù. Forse il poco amore per Lui, forse la poca consapevolezza del nostro peccato, forse l’incapacità di comprendere a pieno l’entità del dono, del sacrificio della croce.

E’ per questo che ci fanno un grande servizio le rappresentazioni artistiche della passione: le immagini (le tante icone o sculture del Crocefisso, gli Ecce Homo o le Pietà), i canti (i tradizionali Stabat Mater o altri inni della passione), i film (La Passione e altri racconti cinematografici), i libri (i già citati testi dei santi e mistici), così come le poesie o le opere teatrali, le figure delle processioni della Settimana Santa.

Oggi Cristo muore ancora. E possiamo ancora rimanere indifferenti, lontani, freddi; possiamo ancora evitare di entrare nella passione di Gesù pensando che a noi bastano le nostre piccole o grandi croci quotidiane; possiamo ancora distogliere lo sguardo dall’obbrobrio dell'”Uomo dei dolori” (cfr. Is 53,3), dal Dio fatto verme, dall’innocente schiacciato e disonorato dall’uomo.

Ma possiamo ancora una volta guardarlo in faccia, guardare il suo corpo insanguinato, tumefatto dai colpi e mutilato senza pietà. Possiamo guardarlo nei cristiani uccisi per il Suo Nome che subiscono atroci violenze avvolti nel silenzio e nell’indifferenza nostra e del mondo intero. I martiri del Medio Oriente e dell’Africa che in questi mesi hanno subito la violenza assassina di uomini malvagi sono l’immagine viva di Cristo morente che subisce violenze inaudite fino alla sua morte.

Oggi Cristo è morto in Kenya, ieri in Egitto, l’altro ieri in Pakistan… la strage degli studenti kenioti (150 studenti uccisi dentro al Campus universitario di Garissa all’alba di giovedì santo) mostra nella sua crudezza l’immagine della passione di Cristo. Liberati i prigionieri musulmani, correligionari degli assassini jihadisti, i cristiani sono stati decapitati senza alcuna pietà. E’ la passione di Cristo che ritorna a noi, non già come un’immagine, una lettura o un racconto dettagliato, ma come una ripetizione attuale, tangibile, di quel sacrificio forse ormai troppo lontano per poterci commuovere.

Probabilmente il mondo resterà in silenzio, ma noi, di fronte a queste immagini saremo capaci di versare una lacrima?

 

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Consigli di papa Francesco per il Triduo Pasquale

papa via crucisDurante l’udienza del mercoledi santo papa Francesco ha parlato della ormai prossima solennità di Pasqua, prestando particolare attenzione alla celebrazione del santo Triduo Pasquale della morte e risurrezione di Cristo che “è il culmine di tutto l’anno liturgico e anche il culmine della nostra vita cristiana”.

Il santo Padre ha ricordato che per fare una “buona Pasqua” è necessario vivere in pienezza i misteri celebrati facendo propri i sentimenti e gli atteggiamenti di Gesù (“entriamo nel mistero”) evitando di  limitarsi a “commemorare  la passione del Signore” come un evento passato.

Giovedì Santo. Il Triduo Pasquale si aprirà il giovedì pomeriggio “con la commemorazione dell’ultima cena”. La messa in Coena Domini (nella Cena del Signore) è il ricordo dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, il giorno in cui lo stesso Gesù offrendo liberamente il proprio corpo e il proprio sangue, istituì il Sacramento della Santa Eucarestia. Il Vangelo ricorderà il gesto di Gesù che lava i piedi degli undici discepoli (cfr. Gv 13,4-5), esprimendo così “il senso della sua vita e della sua passione, quale servizio a Dio e ai fratelli”.

Il nostro Battesimo ricorda questo lavacro in cui “la grazia di Dio ci ha lavato dal peccato” per rivestirci di Cristo. Ma questo è anche il senso dell’Eucarestia: stare in comunione con “Cristo Servo” per obbedire al suo comandamento, quello di amarci come Lui ci ha amato. Per questo non è possibile accostarsi all’Eucaristia “senza essere sinceramente disposti a lavarci i piedi gli uni agli altri”.

Venerdì Santo. Il Venerdì santo è il giorno della passione di Gesù in cui “meditiamo il mistero della morte di Cristo e adoriamo la Croce”. Alla fine della sua vita Gesù ha consegnato lo spirito al Padre dicendo “E’ compiuto” (Gv 19,30) riferendosi alla sua missione di salvezza annunciata dalle scritture. Papa Francesco ha ricordato i martiri che, donando la propria vita per amore, hanno incarnato questo “amore perfetto, pieno, incontaminato”. Il Papa ha ricordato in particolare don Andrea Santoro (parroco romano assassinato in Turchia), citando le sue parole sul dolore e l’offerta di sè: “Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo, come ha fatto Gesù”.

papa-lava-piedi-300x274I martiri “offrono la loro vita con Gesù per confessare la fede, soltanto per questo motivo”. E’ lo stesso servizio che ha offerto Cristo, quello della “testimonianza cristiana fino al sangue”, fino a poter affermare: “E’ compiuto!”. L’adorazione della croce è per ognuno di noi l’occasione propizia per riflettere sulla nostra vita e sulla nostra morte. L’esempio di Gesù, così come l’esempio dei tanti martiri, deve spingerci ad affermare, alla fine della nostra vita: “Signore, ho fatto tutto quello che ho potuto fare. E’ compiuto!”

Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del “riposo di Cristo nella tomba dopo il vittorioso combattimento della croce”. In questo giorno Maria, madre di Gesù e donna di fede, conserva da sola la speranza della Risurrezione come una fiamma che illumina nel buio. Nella grande Veglia Pasquale “in cui risuona nuovamente l’Alleluia” si celebra Cristo Risorto “centro e fine del cosmo e della storia”.

E’ nel buio della nostra vita, quando sembra che “non c’è più niente da fare” che Cristo risorto “accende il fuoco dell’amore di Dio: un bagliore rompe l’oscurità e annuncia un nuovo inizio”. E’ questo “il grande mistero della Pasqua”: “Cristo ha vinto la morte e noi con lui. La nostra vita non finisce davanti alla pietra di un sepolcro, la nostra vita va oltre con la speranza in Cristo che è risorto”. E’ questa la missione dei cristiani: quella di essere “sentinelle del mattino, che sanno scorgere i segni del Risorto”.

 

Calendario di Papa Francesco per il Triduo Pasquale

  • 2 aprile – Giovedì Santo.

– Ore 9,30. Messa Crismale (Basilica Vaticana. San Pietro)

– Ore 17,30. Messa in Coena Domini presso il carcere di Rebibbia.

  • 3 aprile – Venerdì Santo.

– Ore 17,00. Celebrazione della Passione del Signore (Basilica Vaticana. San Pietro)

– Ore 21,15. Celebrazione della Via Crucis al Colosseo (Meditazioni di Mons. Renato Corti, Vescovo Emerito di Novara).

  • 4 aprile – Sabato Santo.

– Ore 20,30. Veglia Pasquale nella Notte Santa (Basilica Vaticana. San Pietro)

  • 5 aprile – Domenica di Pasqua.

– Ore 10,15. Santa messa del giorno (Basilica Vaticana. San Pietro).

– Ore 12,00. Benedizione Urbi et Orbi (Loggia centrale della Basilica Vaticana).

  • 11 aprile – Sabato (Primi Vespri II domenica di Pasqua)

– Ore 17,30. Basilica Vaticana. Celebrazione dei Primi Vespri della seconda Domenica di Pasqua. Consegna e lettura della Bolla di indizione dell’Anno Santo della Misericordia, che si aprirà l’8 dicembre 2015 e si concluderà il 20 novembre 2016.

Miguel Cuartero

Articolo originale su Romagiornale.it

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