Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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La formazione (estiva) della coscienza

Lo dicevano i filosofi nell’antica Grecia, lo sostenevano i romani e lo afferma tutt’ora chi – più di ogni altro – ne ha raccolto la preziosa eredità, ossia la tradizione cristiana: tra i compiti più alti affidati ad ogni uomo c’è quello della cura dell’anima. Socrate ha speso la vita per diffondere questo messaggio, per lui era qualcosa di più che un semplice slogan da sfoggiare nei migliori caffé dell’Agorá. In fondo curare l’anima vuol dire volere bene a se stessi, aver cura di sé, della propria formazione e – in ultima istanza – della propria salvezza. Vuol dire formare la propria coscienza per tenerla pronta e sveglia nel momento del bisogno. Eh sì, ne avremo bisogno e sarà necessaria averla ben formata e attenta a ciò che realmente conta, capace di riconoscere e distinguere il bene e il male e di orientare verso la giustizia e la verità. Continua a leggere…

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Omosessualità e fede (2): L’urgenza di una nuova filosofia pubblica

filosofiaPubblica

Il libro Living the Truth in Love recentemente pubblicato in Stati Uniti dalla casa editrice Ignatius Press, affronta il tema dell’omosessualità e il suo rapporto con la fede con un approccio interdisciplinare. I saggi proposti spaziano dalla filosofia alla sociologia, dalla psicologia alla teologia.

Tra gli autori dei saggi, tutti statunitensi, c’è il sacerdote italiano mons. Livio Melina preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su Matrimonio e Famiglia, teologo di fama internazionale e professore di teologia morale e di bioetica. Nel suo saggio (Homosexual Inclination as an ‘Objective Disorder’: Reflections of Theological Anthropology) si assume la responsabilità di affrontare il delicato discorso del linguaggio della teologia cattolica riguardo all’omosessualità alla luce della Rivelazione, della antropologia teologica, della morale cattolica e della tradizione. Il saggio – che chiude la parte teoretica della raccolta – spiega in che senso, filosofico e teologico, l’inclinazione omosessuale deve essere definita un “disordine oggettivo”, che non segue cioè l’ordine stabilito dal disegno di Dio per l’uomo e la donna.

LA PRESSIONE SOCIALE, NUOVI PARADIGMI DI FELICITA’
Nel suo saggio, la professoressa Rachel Lu, filosofa dell’Università di San Tommaso in Minnesota presenta il quadro sociale in cui l’omosessualità è posta come modello di vita felice. Ci troviamo nel pieno di una violenta battaglia culturale, una vera e propria “crociata a favore della libertà sessuale”, che mira a screditare i fondamenti della morale, ed in modo particolare quella cattolica, proponendo a tutti i livelli la bontà di modelli di vita gay e transgender (in modo particolare tramite le scuole e la televisione) come nuovi paradigmi di felicità. Pensare in maniera diversa, credere cioè che l’omosessualità neghi la verità dell’uomo sull’amore e sulla sessualità, provoca, nel migliore dei casi lo scherno, nel peggiore dei casi l’attacco frontale, fino alle accuse di omofobia e nazismo.

La radicalizzazione di questa propaganda, che pone degli standard di pensiero e di azione, mina senz’altro la libertà religiosa così come l’integrità della famiglia. In questo contesto i più deboli sono i più piccoli, i bambini che, privi di un pensiero solido e strutturato e di una capacità critica, subiscono un indottrinamento in materia di morale sessuale le cui conseguenze saranno evidenti (e probabilmente lamentate) tra non molti anni. Allo stesso modo le persone che vivono l’attrazione omosessuale subiscono il “bombardamento di bugie e false promesse” che insidiano la loro vulnerabilità celebrando e incoraggiando lo stile di vita omosessuale. La difficoltà di vivere i precetti evangelici in un contesto sociale così avverso spinge ad una riflessione che offra risposte serie e proposte concrete di accompagnamento.

GAY E CATTOLICI?
Particolarmente vivaci negli Stati Uniti, negli ultimi anni sono sorti  movimenti e associazioni di cristiani che cercano di vivere la loro omosessualità accettandola ed incanalandola secondo criteri di “amicizia spirituale”. Rachel Lu analizza la questione domandandosi se sia possibile considerarsi “gay cattolici” e se sia possibile considerare intrinsecamente positivo l’eros omosessuale separato dal suo aspetto carnale. In altre parole, è possibile vivere l’omosessualità come una esperienza buona, purché non si arrivino a consumare rapporti sessuali con persone dello stesso sesso?

L’apporto delle persone omosessuali in società, così come all’interno della Chiesa, non è certamente da disprezzare e le persone che si definiscono omosessuali hanno numerose caratteristiche e doti positive. Ma auto-definirsi “gay” e riunirsi in gruppi identitari o movimenti gay-cattolici implica necessariamente il riferimento esplicito alle preferenze sessuali e a un determinata concezione dell’uomo e della sessualità, un’identità che non può essere slegata dall’ambito dell’attrazione sessuale. “A livello di definizione è difficile identificare una caratteristica che definisca l’identità gay che non sia quella dell’attrazione omosessuale” (p. 35). In questo senso l’attrazione omosessuale è parte costitutiva dell’identità gay e ciò non può essere considerato moralmente neutro o – meno ancora – buono, ancora meno per chi si considera cristiano.

IL DIVORZIO TRA VERITA’ E AMORE
Peter Herbeck, vice presidente della associazione Renewal Ministries impegnata nell’evangelizzazione nella società, parla del momento “profetico” che i cristiani si trovano a vivere nella società. La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che fa delle nozze gay un diritto costituzionale rappresenta l’ultimo grande colpo maestro di una propaganda psicologica, politica e culturale che mira a ridefinire il concetto di matrimonio.

L’affronto non può che accrescere la responsabilità della Chiesa che si trova a raccogliere la sfida educativa nei confronti delle future generazioni che difficilmente riescono ad andare controcorrente e che, con estrema velocità, prendono le distanze dalle posizioni tradizionali della Chiesa cattolica. Il dibattito sull’omosessualità si inserisce a pieno titolo nel progetto della rivoluzione sessuale, il nocciolo della questione, afferma infatti Herbeck, è la natura stessa della sessualità umana. “Il mondo moderno ha separato la verità dall’amore. L’amore oggi è definito dai sentimenti, dalla passione, dai desideri e dalle scelte personali, senza alcun riferimento a una verità oggettiva sul significato e scopo dell’amore sessuale” (p. 311). Ma separare la verità dall’amore – afferma Herbeck – usando le parole di Giovanni Paolo II “è una menzogna distruttiva”.

La sfida è innanzitutto interna al cattolicesimo dove si evincono non poche confusioni e fraintendimenti riguardo al magistero e alla dottrina morale. Un recente studio del Public Religion Research Institute ha infatti evidenziato che tre quarti dei cattolici americani sono favorevoli al “matrimonio” omosessuale e che il 56% di cattolici non considera le relazioni sessuali omosessuali un peccato. Le statistiche a favore dell’omosessualità si impennano se si guarda invece ai “catholic millennials” (i nati dopo il 1980): secondo uno studio del Pew Reserch, il 70% è favorevole ai “matrimoni” gay. Affrontare la sfida dell’omosessualità, dunque, costringe la Chiesa a riscoprire e a trasmettere le ragioni della propria fede, a ribadire con chiarezza la propria posizione in materia morale e le motivazioni di natura filosofica e teologica che la sostengono.

UNA NUOVA FILOSOFIA PUBBLICA
Dal punto di vista filosofico è interessante l’approccio del professore J. Budziszewski della University of Texas. Nel suo saggio si concentra sull’uso del termine “legge naturale” come concetto chiave per la comprensione dell’omosessualità e del suo giudizio morale. Mentre il concetto filosofico di “legge naturale” resta immutato, la difficile accoglienza dell’argomento (considerato ormai superato) e i cambiamenti nella comprensione che l’uomo ha di se stesso e della società, reclamano un nuovo modo di spiegarlo. L’urgenza di una “nuova filosofia pubblica” obbliga il pensiero cattolico a non rinunciare ai concetti filosofici fondamentali che stanno alla base della antropologia rivelata, ma ad utilizzarli in modo più convincente e intelligente per far sì che il messaggio trasmesso sia compreso e accolto e non rifiutato a priori.

In quanto principio base della moralità(e non frutto di una rivelazione particolare come sono invece le Sacre Scritture per i cristiani), la legge naturale rappresenta il luogo filosofico da cui è possibile prendere le mosse per una “nuova filosofia pubblica”, destinata cioè a tutti senza distinzioni di approcci, religione o credenze. Come gli altri principi morali, quello di legge naturale, potrà essere sì rifiutato ma non è mai sconosciuto perché, afferma Budziszewski, tutti gli uomini sono a conoscenza dei principi basilari della moralità benché alcuni li respingano decidendo di non tenerne conto.

Molte sono le tematiche affrontate nei saggi che cercano di esporre, da diverse prospettive, il messaggio della Chiesa verso coloro che vivono l’attrazione omosessuale. Un lavoro serio e rispettoso che – afferma il cardinale Wuerl arcivescovo di Washington – può rappresentare un punto di svolta per la vita di molti lettori. Un testo “indispensabile” – continua il porporato – per i ministri della Chiesa chiamati a servire e guidare il gregge con Verità e Amore.

Articolo originale su Aleteia.org

Papa Francesco: ad ogni viaggio basta la sua pena. In Bolivia nuova gaffe diplomatica

evo morales papa francescoNon mi resta che pensare che papa Francesco sia toccato dalla sfortuna durante i suoi viaggi per il mondo. Ogni volta che il pontefice argentino monta sull’aereo il destino prepara qualche gaffe pronta a fare il giro del mondo. E non si tratta dei suoi discorsi, sempre puntuali nei contesti in cui vengono pronunciati, ma di gesti e frasi che parlano più di ogni omelia e che – purtroppo – hanno avuto bisogno di didascalie e di comunicati stampa chiarificatori.

La foto di Francesco facendo le corna sorridente a Manila, assieme al cardinale Tagle, ha fatto il giro del mondo scandalizzando chi – come me – non conosceva che il comune significato di tale gesto: un simbolo satanico utilizzato dalle rock star e dalle sette sataniche per indicare ed inneggiare le corna e la coda del diavolo. Noi comuni esseri umani di media istruzione, ignorando la simbologia del linguaggio dei sordomuti, lo abbiamo visto come un gesto fuori luogo per un papa e un cardinale papabile (a detta dei media) davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo. I giornali, e i traduttori specializzati, ci hanno poi spiegato il vero (o secondo) significato del simbolo, un significato nuovo per molti, tutt’altro che satanico: un messaggio d’amore che significa letteralmente “ti amo”.

Sull’aereo che lo portò a Manila, il pontefice, commentando gli attacchi al giornale satirico Charlie Hebdo e condannando ogni tipo di offesa religiosa, affermò – per porre un limite alla esaltazione della libertà d’espressione – che ad ogni insulto contro la religione corrisponderà una reazione violenta, come se si offendesse la propria madre. Anche queste parole, pronunciate in viaggio, hanno fatto il giro del mondo provocando commenti e battute di sorta.

Al ritorno da quel viaggio un’altra frase di papa Francesco fece scalpore e scandalizzò molti: “essere cattolici non significa fare figli come conigli”. La frase – che per alcuni era chiara come l’acqua e non aveva bisogno di interpretazioni ne correzioni – destò stupore, sconcerto e scandalo in molte persone. Molti di sentirono offesi nel sentir definire la propria madre una coniglia per il fatto di avere molti fratelli (il sottoscritto è frutto di una cucciolata extra large). Altri si rallegrarono perché sollevati nella loro impossibilità biologica, economica o (senza pensare di accomunare le categorie, per carità!) nelle loro paure ed eccessi di egoismo. Vada come vada, la frase oramai l’abbiamo capita, ma anche qui si sono dovute accendere le luci, i computer e i microfoni della sala stampa per chiarire, contestualizzare, riformulare il pensiero con parole meno dure ed offensive, per proporre nuovamente il messaggio del papa: non è necessario, per entrare nel regno dei cieli, avere tantissimi figli, ma basta fare la volontà di Dio che è diversa per ogni famiglia. Detta così accontenta tutti, anche il buon Paolo VI – in quei giorni si sarà rivoltato nella tomba – che s’è giocato il pontificato, la vita e la reputazione (la sua beatificazione ha provocato malumori) su questo delicatissimo argomento su cui il linguaggio e le espressioni sono fondamentali per non svilire o fraintendere il discorso.

Ad onore di cronaca, è stato lo stesso pontefice a “correggere il tiro” pronunciando elogi per le famiglie numerose nella prima udienza utile. Si era infatti detto tristemente “sorpreso” per le reazioni delle famiglie numerose che avevano mal interpretato le sue affermazioni sui conigli.

In quei giorni ci furono molte polemiche tanto che il giornalista Giuliano Ferrara (non senza irriverenza, ma per carità, abbiate un po’ di misericordia anche per lui!) arrivò ad affermare in televisione “attendo il giorno in cui papa Francesco sull’aereo dirà ‘malimortaccitua’!”. Abbiate pietà, si riferiva a queste colorite e ingenue espressioni aeree (nel senso di ‘pronunciate ad alta quota’) del pontefice.

In questi giorni il papa ha visitato tre paesi sudamericani e, per evitare problemi ha deciso di non concedere un’altra (pericolosa) intervista in aereo. Quindi, superata senza intoppi la prima prova (quella dell’intervista in volo) senza affrontarla e la seconda (la prima tappa in Ecuador di cui il mio amico ecuatoriano Juan Francisco ci racconterà qualcosa), in Bolivia è arrivato puntuale il nuovo papal-epic-fail (per usare un linguaggio giovane e attuale derivato dal gioco del poker) ossia un intoppo epocale o errore grossolano, una gaffe o figuraccia mondiale.

Il papa ha incontrato il folklorico ed eccentrico presidente boliviano Evo Morales (il primo presidente indio, evidentemente ricco di risentimenti e sentimenti di rivalsa verso il mondo non-indio) per il consueto scambio dei doni. Quello dello scambio dei regali tra Vaticano e gli altri stati è sempre un momento curioso e simpatico perché mostra come i governi (ospitanti od ospitati) abbiano deciso di affrontare, con estrema immaginazione e creatività o con perfetta diplomazia, la difficile scelta del regalo al papa (io già ho difficoltà a scegliere il regalo per mia moglie con un budget limitato, immaginate quanto sia difficile fare un regalo al papa con copiosi fondi statali sapendo poi che si tratta solo di un dovere diplomatico!). Il Santo Padre se la cava sempre egregiamente, questa volta ha donato copie della sua nuova enciclica sull’Ecologia (scritta pensando proprio a quei paesi poveri che dell’ecologia hanno fatto una bandiera contro i “ricchi-cattivi”) e un bellissimo mosaico della Vergine Maria.

Ma ecco il regalo che non ti aspetti: l’indio regala al papa una falce ed un martello su cui riposa un Cristo morente, lo stesso simbolo riprodotto su un medaglione messo al collo del papa tra sorrisi, strette di mano e fotografie. Inevitabilmente la foto fa il giro del mondo e via alle interpretazioni. La follia del presidente Evo la conosciamo; l’ignoranza del presidente, dei suoi collaboratori e dei poverini che lo hanno votato la possiamo immaginare; quella mistura di comunismo e vangelo che dagli anni settanta ad oggi (ancora oggi, più forte di prima perché non è solo opera di preti e vescovi ma anche dello stato) stupra il Cristianesimo in America Latina ce l’abbiamo presente; ciò che non conoscevamo, noi bigotti cattolici che ancora crediamo che Gesù siamo morto in croce, è il Cristo sulla falce e il martello, il cristocomunista simbolo – ormai palese – della fede dei governi socialisti del sud America e delle Ande, i cosiddetti paesi bolivariani (di cui la Bolivia vanta il nome completo). Che non sia quello il Cristo predicato anche dai pulpiti delle chiese locali è la nostra più ottimistica speranza, ma sappiamo purtroppo che in alcune chiese da quelle parti si predica, con il Vangelo in una mano e il martello nell’altra, il vangelo del “Che” e non quello di Cristo.

La foto del macabro e blasfemo scambio ha fatto il giro del mondo, e sorprende che Francesco, così allergico alle cerimonie rituali, al bon-ton diplomatico e alle scalette prestabilite, così alla mano, così diretto e così eccellentemente fuori dalle righe, non abbia rifiutato – sul momento – il regalo e il ciondolo messogli al collo, un gesto che sarebbe stato molto più eloquente del “no està bien eso” detto – secondo gli acuti orecchi dei giornalisti – davanti alle telecamere e ai lontani microfoni presenti in sala (secondo altri avrebbe detto “no sabía eso“). Sappiamo però che se il papa si fosse lasciato andare ai suoi istinti (ricordate la storia della mamma e del pugno?) quel martello avrebbe fatto una brutta fine fracassato sulla testa del simpatico indigeno. Ma poi, ve le immaginate le conseguenze politiche di tale – pur nobilissimo – gesto?

Quindi, avrà velocemente pensato Francesco, meglio smentire una volta per tutte la storia delle offese alla religione che meritano un pugno (tanto, chi se la ricorda più?), sorvolando sul Cristo violentato e insultato, e portare a buon fine il viaggio che in Paraguay (e a Roma) mi aspettano vivo.

Fatto sta che, accettato il regalo non gradito (la faccia del papa era visibilmente scossa alla vista di quella scultura), ora qualcuno (la gente normale di media istruzione, non siamo tutti analisti, politici, teologi e vaticanisti) potrebbe rimanere scioccato; scandalizzato da quelle immagini, qualcuno vedendo il proprio Dio ridicolizzato ancora una volta senza un chiaro contraddittorio, vendendo questo atto dissacratorio ed irriverente di vilipendio religioso potrebbe sentirsi ferito.

Sotto quel simbolo della falce e del martello molte persone in diversi paesi del mondo (dalla Russia, alla Cambogia, dalla Korea alla Bulgaria, dall’Albania alla Cina, dalla Cecoslovacchia a Cuba e al Venezuela) hanno visto i loro cari e i loro concittadini – le vittime si contano a milioni – scomparire, venire deportati, condannati ai lavori forzati, violentati, privati della dignità e morire violentemente. In tutto il mondo, su queste stragi vige un silenzio complice: basti vedere la quantità industriale di film, libri, studi, giornate della memoria, proclami e targhe prodotte contro la dittatura nazi-fascista: nulla comparabile è stato fatto riguardo alle stragi “rosse”. (Ricorderò sempre la targa all’ingresso della facoltà di Lettere e Filosofia della Terza Università di Roma che si proclama compatta contro il nazismo lasciando libera scelta sulle dittature di segno opposto).

Provate ad immaginare cosa fosse successo se un qualsiasi governo di destra avesse regalato al papa una scultura con un Cristo appeso ad una svastica (che è più simile ad una croce rispetto a una falce essendo, in effetti, una croce celtica!): si sarebbe scatenato un serio incendio diplomatico e la Chiesa sarebbe stata coinvolta in una polemica senza fine. Tutti abbiamo visto le immagini di Giovanni Paolo II assieme al generale cileno Pinochet utilizzate per denunciare una connivenza tra il Vaticano e le dittature di destra. Le immagini del papa con Fidel Castro, con Chavez, con Maduro e con Evo Morales, dittatori dal segno politico opposto, non rischieranno i questo senso di venire strumentalizzate.

C’è però un problema con quella sconcertante statuina made in Bolivia. L’immagine di Gesù morto sulla falce e il martello che passa dalla mano di un fervente cattolico latinoamericano a quelle del successore di Pietro, è l’ennesimo chiodo sul corpo del Salvatore che di offese e di colpi ne riceve ogni giorno tanti e diversificati. Rivela però una piaga tristemente diffusa nel nuovo continente. Per molto tempo in America Latina la Chiesa è stata abbagliata da teorie teolopolitiche frutto della cosiddetta Teologia della Liberazione, chi si è opposto alle derive marxiste di tali posizioni teologiche socialiste è stato duramente attaccato e accusato di essere lontano dal popolo e schiavo del Vaticano. Impunemente molti teologi latinoamericani hanno implicitamente rifiutato l’elezione al soglio pontificio del card. Ratzinger, reo di aver condannato le posizioni più estreme della TDL. Ora con il papa Francesco, coloro che quarant’anni fa fondarono questa corrente di pensiero, hanno rialzato la voce, alcuni di loro hanno scritto e dialogato con Francesco, lo hanno visitato, hanno offerto conferenze in Vaticano, concesso interviste alla Radio Vaticana e presentato testi di teologia nella Sala Stampa Vaticana.

L’impressione è che, dopo gli anni bui di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il papa argentino – questo sì, vicino ai poveri e agli oppressi – abbia finalmente riabilitato la TDL e sdoganato i suoi autori vittime della gogna del Santa Inquisizione. Il commento sembra comico e burlesco, ma le cose stanno così, basti leggere qualche scritto di Gutierrez, Boff e compagni (e il termine appropriato). E’ dunque più che mai necessario e urgente che il papa approfitti dell’imbarazzante episodio avvenuto con Evo Morales per prendere al volo l’occasione e chiarire la posizione della Chiesa Cattolica su questo tema sempre così attuale in quei paesi.

Il papa il giorno dopo l’imbarazzante fatto, ha tuonato contro le “ideologie” che abbagliano mentre solo la fede illumina. A nostro avviso però sarà facile per il simpatico presidente indio pensare alle ideologie di destra, ai potenti imperi economici, alle nazioni capitaliste, agli Stati Uniti, insomma alle ideologie degli altri. Forse per persone semplici come Evo e i suoi, sarebbe meglio parlare di falci, martelli, di comunismo, di socialismo e chiarire che tra Cristo e Beliar non ci può essere nessun accordo.

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

In ultima ora, padre Federico Lombardi (co-protagonista ed eroe di questo travagliato pontificato perché costantemente chiamato a spiegare, chiarire, sottotitolare e tradurre questi gesti e frasi che spesso creano tanta confusione) ha affermato, in un comunicato stampa che getta acqua sul fuoco, che la strana immagine donata al papa, a detta dei gesuiti boliviani, è stata ideata da un sacerdote gesuita spagnolo, Luis Espinal, il “Romero boliviano” ucciso nel 1980 dall’esercito del governo dittatoriale per aver difeso la libertà dei poveri e dei minatori. Ma Lombardi ha anche affermato che tale simbologia non indica necessariamente un legame ideologico tra il cristianesimo di quel sacerdote e il comunismo ma che potrebbe significare una “apertura al dialogo che si doveva vivere con tutte le persone che si impegnavano per cercare la libertà e la giustizia”.

Qualcuno ha definito l’intervento del portavoce vaticano “una toppa peggiore del buco”. Ora sì che un pronunciamento chiarificatore da parte di papa Francesco sarebbe più che urgente, necessario. Anche se, per una volta, il gatto non verrà accarezzato nel verso del pelo.

Laurea Honoris Causa a Kiko Argüello e Carmen Hernandez

kiko carmenLa prestigiosa università statunitense Catholic University of America (CUA) con sede in Washington, ha annunciato il conferimento della Laurea Honoris Causa agli iniziatori del Cammino Neocatecumenale, Francisco José Gomez de Argüello Wirtz (Kiko) e María del Carmen Hernandez Barreda. La cerimonia avrà luogo il prossimo 16 maggio e, come consuetudine, alla Laudatio del rettore dell’università o di un altro docente incaricato, seguirà la Lectio doctoralis (o magistralis) dei nuovi dottori.

E’ la terza volta che un’università conferisce questo tipo di titolo onorifico a Kiko Argüello. La prima laurea ad honorem fu conferita all’iniziatore spagnolo nel 2009 dal Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per Studi su Matrimonio e Famiglia con sede presso la Pontificia Università Lateranense a Roma.

In quella occasione il prof. José Noriega, docente di teologia morale, espresse a nome dell’intero Istituto parole di riconoscimento per il lavoro svolto dal Cammino Neocatecumenale nella “valorizzazione della famiglia come soggetto ecclesiale e sociale in piena consonanza con il pensiero di Giovanni Paolo II”. Nella Laudatio, il docente sottolineò come la spiritualità della famiglia promossa all’interno del Cammino Neocatecumenale fosse in intima consonanza col magistero pontificio, in particolare nell’accoglienza della discussa enciclica papale Humanae Vitae e, nello specifico, sotto l’aspetto dell’apertura alla vita.

In un momento di crisi e disorientamento da parte di molti, l’accoglienza senza riserve della enciclica profetica di Paolo VI Humanae Vitae da parte delle famiglie del Cammino è stata una autentica testimonianza per l’intera Chiesa, mostrando che, al di là delle nostre paure o delle nostre difficoltà, è possibile vivere quanto la Chiesa segnala come specifico del cammino di santità della coppia se c’è una comunità viva che ci accompagna.

kiko honoris causaNel 2013 Kiko Argüello e Carmen Hernandez hanno ricevuto il Dottorato Honoris Causa in Sacra Teologia dall’Università Cattolica di Lublino “Giovanni Paolo II”, una delle università più prestigiose della Polonia. Nell’introdurre la cerimonia, il rettore Don Antoni Dębiński sottolineò l’importanza del lavoro pastorale svolto dal Cammino, in particolare il contributo offerto alla Nuova Evangelizzazione e al dialogo ecumenico.

A nome di tutta la comunità dell’Università Cattolica di Lublino Giovanni Paolo II, ringraziando per l’opera del Cammino Neocatecumenale, auguro che questo bello e non facile Cammino rimanga sempre fonte di fede, speranza e carità che sono l’essenza della vita cristiana

Con questo titolo la KUL vuole esprimere stima nei confronti del signor Kiko Argüello, per il suo contributo nell’opera della nuova evangelizzazione, Missio ad Gentes, nuova estetica sacra (pittura, archittetura, musica), e anche nel dialogo tra cristianesimo e giudaismo.

Tutto questo senza dimenticare la dedicazione personale di Kiko (definito dal rettore dell’ateneo “un profeta del nostro tempo”) alla causa del Vangelo, una scelta di vita che lo ha portato ad abbandonare tutto per andare a vivere coi poveri delle Palomeras Altas, la baraccopoli nella periferia di Madrid.

Il titolo di dottore honoris causa è espressione del riconoscimento per l’opera di un uomo che ha fatto della Buona Notizia il senso della propria vita.

kiko e francescoIl conferimento della laurea Honoris Causa alla CUA sarà un ulteriore riconoscimento, da parte del mondo accademico e della gerarchia ecclesiastica locale (si tratta di un’università di diritto pontificio sotto la giurisdizione dell’episcopato statunitense), dell’opera pastorale e di evangelizzazione svolta dal Cammino Neocatecumenale (che conta circa un milione di fedeli in tutto il mondo) nei suoi quasi cinquanta anni di storia.

Recentemente (il 6 Marzo scorso) papa Francesco ha ricevuto in udienza privata gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale assieme ai catechisti itineranti e alle famiglie in missione. L’evento fu l’occasione per inviare 250 nuove famiglie in missione Ad Gentes e per ribadire l’appoggio del papa a questa realtà ecclesiale definita dal Francesco “un vero dono della Provvidenza alla Chiesa dei nostri tempi”.

Il Cammino Neocatecumenale negli Stati Uniti. Attualmente negli Stati Uniti il Cammino è presente in 82 diocesi e in 350 parrocchie con circa 1.000 comunità. I vescovi di 8 diocesi (Boston, Washington D.C., Newark, Philadelphia, Denver, Dallas, Miami e Guam) seguendo l’esempio di San Giovanni Paolo II, hanno eretto dei Seminari diocesani missionari Redemptoris Mater dove stanno studiando circa 250 seminaristi. Fino ad oggi sono stati già ordinati 180 presbiteri preparati in questi seminari.

Miguel Cuartero

Leggi il Comunicato Stampa.

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Il caso Messori, ovvero: il rischio di una nuova tirannia

WINART-24635_messori01GIl “caso Messori”, scatenatosi dopo la pubblicazione del suo articolo sul Corriere della Sera, indica, in modo esemplare un nuovo rischio, quello di cadere una nuova tirannia, una nuova forma di censura all’interno della Chiesa. Se fino ad oggi è stato permesso – a cattolici e non – di giudicare, criticare, opinare, sull’operato e sulle decisioni del Pontefice di turno, oggi esprimere la propria opinione sulla Chiesa di Francesco sta diventando veramente rischioso. Il rischio è quello di venire ritenuti eretici e di essere considerati fuori dalla grazia di Dio. La questione, poi, acquista un carattere personale: si mettono a rischio le proprie amicizie, la stima, il lavoro (per i giornalisti, i vaticanisti o gli opinionisti), c’è il rischio di venire insultati, definiti farisei, ultra-tradizionalisti, complessati, europeisti, anti-conciliari, ecc. ecc.

A difendere il papa in questa “nuova inquisizione” non è il Santo Uffizio ne un organo ufficiale della Chiesa, ma un popolo di cristiani innamorati in modo passionale dell’attuale Sommo Pontefice, Francesco: amici, blogger, giornalisti, teologi… un popolo di cattolici fedeli e sinceri che, entusiasti per l’arrivo di questo papa “rivoluzionario” (come amano definirlo) che invita alla parresia (franchezza, sincerità) non permettono opinioni che si discostino dal comune sentire sul Papa.

Ogni pontificato, si sà, ha le sue particolarità, le sue peculiarità. Ogni pontefice ha il suo modo di fare, la sua personalità, la propria spiritualità, le sue idee di Chiesa, la propria formazione teologica, il proprio pensiero (anche in campo politico, perché no?) e ogni papa, specialmente negli ultimi cento anni, è stato a suo modo rivoluzionario. Nessun pontefice si è limitato ad imitare o emulare il proprio predecessore, ma ognuno ha portato una ventata di aria fresca alla Chiesa, con un linguaggio e un approccio diverso, un contributo nuovo che – nello stile – può piacere più o meno a seconda della sensibilità, della esperienza ecclesiale e della formazione di ognuno.

Oggi però, il rischio è quello di pensare che con Francesco si sia arrivati finalmente al papa-perfetto, alla forma più eccellente di Chiesa, al “migliore dei papi possibili”. Queste considerazioni, che sfociano sempre di più in un tifo “da stadio”, creano una sottile ma netta linea di demarcazione tra la chiesa di oggi e la chiesa del passato, come a voler definire quella di oggi come la vera Chiesa che finalmente corregge gli errori del passato: povera, misericordiosa e – perché no? – simpatica a tutti.

Qualche giorno fa ho sperimentato (in modo veramente minimo ma significativo) questa nuova forma di inquisizione: ho espresso un parere sul biglietto con gli auguri del papa per il Natale: un po’ buia e poco rappresentativa della luce che caratterizza del Natale. Le mie parole testuali (perché spesso, si gioca tutto sull’ermeneutica delle singole sillabe dette o scritte e bisogna stare attentissimi!) sono state: “Troppa sobrietà mi sa di tristezza. Ma è elegante”. Per tutta risposta mi è stato detto che a noi europei è troppo difficile accettare che a Roma ci sia un papa sudamericano. Come a dire: non ti permettere più, nel tuo orgoglio da europeo ferito, di esprimere una opinione non positiva su qualcosa che ha abbia a che vedere col papa Francesco anche se fosse, ad esempio, sul suo biglietto di auguri!

Ora il popolo dei cattolici (vecchi e nuovi), dopo una minuziosa esegesi del suo articolo, hanno chiesto la testa di Vittorio Messori su un vassoio! Anche solo le sue mani, per non permettergli più di scrivere fesserie. Forse ritireranno i suoi libri dalle librerie cattoliche perchè contrari al Magistero della Chiesa. Probabilmente non sarà cacciato da nessun giornale ufficiale, di ampio respiro ecclesiale, perché – fortunatamente – questo è già successo qualche anno fa; ma ora Messori ha esagerato e tutti i cattolici (medi?) devono saperlo e devono essere avvisati, messi in guardia, in modo che non credano alle parole di questo eccentrico scrittore e al suo “attacco mirato e frontale”  e “di stampo mafioso” al papa. E’ vero che l’età avanzata porta alcuni problemi che colpiscono le funzioni intellettive e anche le grandi menti (e le prestigiose penne) subiscono i malanni della senilità, ma nessun alibi può giustificare un atto così vile e di cattivo gusto come quello che pesa sul giornalista italiano: quello di aver espresso le sue opinioni su papa Francesco.

Dicono che con l’articolo pubblicato il 24 dicembre su Il Corriere della Sera, Messori, si è rivelato il paladino della lotta contro il papa Francesco! Ha rivelato tutta la sua irriverenza, il suo odio e la sua inimicizia contro il papa argentino e il suo operato! Lo ha chiamato “vescovo” per non riconoscergli l’onore pontificio: evidentemente sposa le folli teorie di Socci sull’invalidità dell’elezione ma non ha il coraggio di dirlo. Messori è un bestemmiatore perchè non crede nello Spirito Santo che guida la Chiesa, e questo peccato – lo ha detto Gesù – non sarà perdonato! Messori ha insultato milioni di persone, di cattolici, chiamandoli “medi”, il che è equivale a chiamarli “mediocri” e a mettersi sopra di loro senza alcun merito.

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Leonardo Boff

A difendere il papa ci si mettono un po’ tutti e – udite, udite – viene fuori il nome di Leonardo Boff, rigenerato nella sua fede e nella sua teologia da quando – finalmente – Benedetto XVI ha deciso di mollare la poltrona e la corona (ovviamente non l’anello!). Il teologo della liberazione, liberato dalla cantina dove era nascosto durante gli ultimi anni a causa della sua opposizione a san Giovanni Paolo II e al papa emerito, ora è ri-valutato, ri-generato e ri-stampato (i suoi libri, come quelli di Gutierrez e Sobrino sono rivalutati e ri-proposti in nuove edizioni da alcune case editrici cattoliche) ed esprime il suo parere da teologo sull’articolo dello scrittore: la sentenza è definitiva, quasi dogmatica, inappellabile: Messori “porta veleno”, non si è “ancora convertito”, è un “cattolico culturale”, ha delle “insufficenze teologiche”, è eretico (“incorre nell’erorre teologico del cristomonismo”), ha bestemmiato lo Spirito Santo… La nuova Inquisizione, dunque, è in mano a Leonardo Boff, il quale approfitta per sparare ancora su Benedetto XVI con frecciatine indirette: infatti Benedetto XVI è il papa che “veste Prada”, un teologo dal “pensiero lineare”, potremmo dire un “cristomonista” anche lui e dunque un eretico, un “cattolico culturale”, un “teologo” (nella peggior accezione del termine).

Una delle reazioni più “impertinenti” all’articolo di Messori l’ho letta sul sito della Diocesi di Bergamo dove viene scomodata anche la Madonna! Sì, la Vergine del Pilar a cui Messori ha dedicato un indagine seria ed accurata raccolta nel libro “Il Miracolo” che in modo appassionante e pieno di fede (oltre che di rigore storico) narra la vicenda dello “zoppo di Calanda” a cui per intercessione della Vergine Maria, è ricresciuta la gamba. Ebbene si, settimanale della chiesa di Bergamo, per screditare Messori mette in dubbio il miracolo della Madonna, senza troppi giri di parole: “con la conversione, si passa dal rifiuto di tutto all’accoglienza di tutto. Diventa vero tutto infatti: anche il fatto che a un contadino del ‘600 sia cresciuta una gamba per intercessione del Vergine del Pilar”.

Messori con J. Ratzinger

Messori con J. Ratzinger

Ecco fatto: Messori, dunque, in quanto convertito, è solo un cialtrone, che crede addirittura ai miracoli come quello di Calanda! Immaginate un po’ cosa può saperne del papa e della Chiesa uno che crede nei miracoli!

Ora è in corso una “raccolta di firmeper fermare (non si è capito bene in che modo!) gli attacchi a papa Francesco. Nessuna raccolta di firme invece sembra mai stata fatta per fermare gli attacchi che Leonardo Boff lancia in continuazione (l’orgoglio ferito, si sà, lascia ferite insanabili) contro Benedetto XVI, nessuna raccolta di firme per difendere la Vergine del Pilar che, dopo 4 secoli, si vede messo in dubbio uno dei suoi miracoli più (diciamolo pure) “spettacolari”.

Io, “cattolico medio”, sto con il papa Francesco, ma anche con Benedetto XVI, con Paolo VI, con Giovanni XXIII. Sto anche con Messori perchè non merita questa persecuzione, perchè di giornalisti come lui non ne abbiamo più e ne abbiamo bisogno, perchè oltre ad amare la Chiesa, la conosce meglio dei suoi detrattori e perchè ha espresso la sua opinione con pacatezza e serietà, con quella franchezza così applaudita e invocata in questi tempi, col rispetto dovuto al Sommo Pontefice e con l’umiltà intellettuale che manca nel modo più assoluto a chi si è preso il gravoso incarico di giudicarlo e di accusarlo.

p.s. Mentre scrivo questo testo, vedo appena pubblicato, un articolo del direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, Ricardo Cascioli, che parla dello stesso argomento, sicuramente in modo più preciso, approfondito e più appropriato di me. Mentre ieri leggevo un altro ottimo articolo scritto su Tempi da Pino Suriano, che consiglio vivamente a chi volesse approfondire la questione.

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