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In vitro veritas! Utero in affitto: dibattito terminato, così (a poco a poco) si cambia il mondo.

Copertina del libro "Jeanne et le Posthumains" di F. Hadjadj (2016)

Copertina del libro di F. Hadjadj “Jeanne et les posthumains”  (2016)

Superato il periodo “caldo” della discussione sulle unioni civili, in Italia il dibattito sulla pratica della “maternità surrogata” sembra essersi finalmente placato, uscendo dalla piazza mediatica per tornare a diventare una delle tante battaglie di pochi ed inascoltati, circoli conservatori e attivisti pro-life.

Nel frattempo prolifera il numero di ricche coppie omosessuali che viaggiano all’estero per commissionare figli nelle cliniche specializzate. L’India è tra le mete favorite di questo “turismo riproduttivo” grazie alla convenienza delle tariffe e ai molti centri all’avanguardia. L’industria dell’utero in affitto nel paese asiatico è un business da 1 miliardo di dollari l’anno e ha portato alla nascita di vere e proprie “fattorie” per l’allevamento di donne che gestiscono figli per altri (qui e anche qui). Uno scenario inquietante che ha allarmato anche le autorità indiane che ora cercano di correre ai ripari vietando l’accesso a queste pratiche alle coppie straniere.

Ma per i media internazionali asserviti al potere il tutto è edulcorato da un neo linguaggio che, se da una parte parla di pratica altruista, di diritti riconosciuti e di sogni realizzati… dall’altra non disdegna di parlare di “offerte”, di “prodotti”, di “ovuli freschi”, di pacchetti “all inclusive” e trattamenti VIP, come si trattasse di un supermercato di zona o di un centro benessere. Così questa clinica con sede a Kiev che dedica un sito pubblicitario ai clienti italiani offrendo anche photo-gallery con le immagini dei prodotti già confezionati e venduti.

In Italia la legge 40 impedisce questo tipo di commercio di ovuli, uteri e feti, ma aggirare la legge è diventato semplice per chi ha le possibilità economiche per recarsi all’estero e commissionare una discendenza. Oggi i tribunali italiani riconoscono senza difficoltà i frutti della tecnica che provengono dall’est del mondo, dal Canada o dagli Stati Uniti d’America, sancendo de facto una discriminazione tra coppie omosessuali ricche, e dunque capaci di ottenere figli, e coppie economicamente impedite dagli alti costi di un business proibitivo.

L’approvazione in Senato del DDL Cirinnà sulle Unioni Civili ha messo la parola fine ai dibattiti in nome del riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, tra cui il neo-diritto ad “avere” dei figli. Al di là delle conclamate buone intenzioni del legislatore (che per motivi di convenienza politica ha stralciato per il momento il paragrafo sulla stepchild adoption) la legge di fatto permette di riconoscere i figli d'”importazione”, una volta che – a giochi fatti – i neo-genitori li presentino alle autorità italiane esibendo libretto di proprietà e certificandone la provenienza.

Così di fatti è successo pochi giorni l’approvazione del decreto di legge quando l’onorevole signor Vendola ha presentato al mondo la sua nuova creatura, frutto del desiderio di paternità condiviso col suo fidanzato e della collaborazione di una madre o forse due (rimborsate), frutto della precisione di medici californiani (rimborsati) e di tecniche all’avanguardia (giustamente… pagate). La notizia è stata celebrata dai giornali italiani come il trionfo dell’amore, il miracolo dell’amore omosessuale che genera (sic!) figli e che li avvolge di affetto per proteggerli da un mondo ostile (omofobo) che non li merita. Poco importano le modalità del miracolo (due uomini che generano figli sarebbe fantascienza senza il sostegno del nuovo verbo “gendericamente” corretto di Corriere e di Repubblica) perché i miracoli si osservano a bocca aperta senza troppo indagini.

Poco importa che all’inizio di febbraio, in una conferenza stampa in Senato, l’americana Elisa Anna Gomez, caduta nell’inganno della “maternità surrogata”, raccontava la sua esperienza per descrivere l’aberrazione di una pratica che la narrazione comune vorrebbe presentare come un gesto di gratuità e di amore nei confronti dei più bisognosi, mentre nasconde dolore, sfruttamento, ingiustizia – in una sola parola – schiavitù.

Non a caso l’ultimo libro di Anna Pozzi, pubblicato a gennaio per le edizioni San Paolo (e di cui offriamo un estratto a fine articolo) inserisce a pieno titolo il “mercato delle gravidanze” tra le nuove forme di schiavitù del XXI secolo, un mercato che miete vittime innocenti sia tra le madri che tra i figli, innocenti sacrificati sull’altare dei nuovi diritti civili.

In Italia però, il dibattito è terminato, e la serenità sembra tornata sui volti di chi legifera e di chi è alla ricerca di soddisfare il proprio bisogno di sentirsi genitore a pieno titolo anche quando la natura non lo prevede.

In fondo, non si tratta che di una grande ribellione dell’uomo contro la sua natura, contro la sua stessa carne, ultimo baluardo normativo da cui liberarsi per poter finalmente autogovernarsi e autodeterminarsi. Liberati dal gioco iniquo delle religioni, dell’autorità del padre e delle norme morali, la natura resta a dirci cosa possiamo e non possiamo fare, e ad incarnare una norma interna che riflette l’alterità di una fastidiosa trascendenza. Dunque l’uomo contemporaneo, incapace di obbedire e di piegarsi, si trova costretto a dover negare la propria natura, a sottometterla, a piegarla al proprio volere, a negarla, come un atto di orgoglio e di dimostrazione di forza sulla propria carne.

Colpisce nel segno il filosofo francese Fabrice Hadjad quando, introducendo la sua piece sul transumanesimo Jeanne et les posthumains ou le sexe de l’ange (editions de Corlevour, 2014) afferma che “Il progetto tecnologico postmoderno è la negazione di questo mistero carnale: una programmazione che è anche una contra-annunciazione. ‘In vitro veritas’ contro ‘In utero caritas’. Si tratta di sostituire la fabbricazione alla nascita, il ‘made in’ al ‘nato in’, la concezione nella testa alla concezione nelle viscere, e da lì instaurare una produzione trasparente di individui 2.0,  controllati da un lato all’altro, adattati a un mondo chiuso sulle sue ambizioni”. 

E’ così, in fondo, che si cambia il mondo, passo dopo passo, silenziando i problemi e le polemiche riguardanti pratiche che, in altri tempi, avrebbero rappresentato seri casi di coscienza morale. Nascondendo le conseguenze dolorose di pratiche che feriscono uomini e donne e lasciando che ognuno curi le proprie ferite come può, nel silenzio e nell’abbandono delle proprie mura domestiche. Bene dunque il gioco d’azzardo, bene il divorzio, bene il tradimento, bene la pornografia, bene il bis, il “trans, il cis e il pan e l’omo sessualismo; bene l’aborto, bene anche l’acquisto di figli in provetta… E’ il dolce dispotismo della dea libertà che tutto può e tutto concede, senza chiederti se un giorno questo piacere ti sarà utile.

Anna Pozzi, Mercanti di schiavi, San Paolo 2016 (pp. 98-100)

“Mi hanno trattata come una macchina per fare soldi. Non hanno mai avuto interesse per quello che volevo; tutto quello che interessava loro era che facessi nascere i bambini”. Così racconta una donna indiana, oggi trentunenne, al quotidiano Hindunstan Times. E’ una delle circa diecimila ragazze (in gran parte tribali o aborigene) che ogni anno vengono “esportate” dallo Stato del Jharkhand nalla capitale New Delhi per servire nelle case di famiglie benestanti, nei bordelli o, sempre di più, nelle cliniche della fertilità.

Il caso di questa giovane donna, ridotta in schiavitù a tredici anni e costretta a partorire tredici figli, ha squarciato il velo di omertà e ipocrisia sul fenomeno delle baby-mamme surrogate in India: ragazze povere e spesso analfabete, provenienti da villaggi remoti del Paese, illuse da finti impieghi e segregate da mediatori e sfruttatori senza scrupoli. Ridotte a macchine riproduttive (vedi anche S. Vecchia, “India, resa schiava a 13 anni per fare la madre in affitto, in Avvenire, 28 febbraio 2015, p. 15).

Gli “uteri in affitto” sono la nuova frontiera del traffico degli esseri umani e della riduzione in schiavitù di moltissime donne in varie parti del mondo. Negli ultimi anni sarebbero nati migliaia di bambini da maternità surrogate commerciali. Ma il numero reale è, anche in questo caso, impossibile da definire. Perché non tutto è alla luce del sole. Quello delle gravidanze surrogate è un business miliardario, spesso illegale, fatto sulla pelle di donne generalmente molto povere, costrette – con la forza, l’inganno o dalla necessità – a portae in grembo una nuova vita, commissionata e acquistata da qualcun altro.

Le gravidanze surrogate sono legali e regolate da precise normative in diversi Stati. Ma questo non ha impedito abusi e derive. In Italia, la legge 40 del 2004 vieta l’affitto di uteri nel nostro Paese. Ma in molti altri è possibile farlo e non sempre le madri surrogate sono adeguatamente informate e tutelate, per non parlare dei bambini ridotti a meri oggetti di compraventida. Scandali recenti hanno animato il dibattito e provocato anche la marcia indietro di qualche governo. Tra i più clamorosi, il caso di un giovane miliardario giapponese di ventiquattro anni che si era recato in Thailandia ben 65 volte in due anni e aveva commissionato sedici figli. La polizia thailandese ha sospettato che gestisse una sorta di “fabbrica di neonati” e lo ha accusato di traffico di esseri umani e sfruttamento di minori. Senza però riuscire a dimostrarlo e, dunque, a incriminarlo. Il giovane ha fatto ritorno in Giappone, mentre dodici dei “suoi” figli sono rimasti in Thailandia, affidati ai servizi sociali.

Aveva fatto scalpore anche la storia di una coppia australiana che aveva rifiutato uno dei due gemelli nati dalla madre surrogata perché affetto da sindrome di Down e altri gravi problemi di salute. Ma, già nel 2011, il governo aveva fatto chiudere un’agenzia di Taiwan, con sede a Bangkok, per aver costretto donne vientamite a portare avanti gravidanze surrogate. Nel febbraio 2015 il governo thailandese ha introdotto un giro di vite, vietando a coppie straniere o omosessuali di accedere alle gravidanze surrogate. Nel paese il business è talmente fiorente che ha portato all’apertura di oltre quaranta centri per un giro d’affari di circa 5 miliardi di dollari all’anno. Molte coppie etero o omosessuali (soprattutto occidentali) si stanno così rivolgendo altrove in contesti magari più poveri e meno controllati dal punto di vista legislativo, dove le donne vengono spinte, a volte addirittura dalla famiglia o dallo stesso marito, a portare avanti la gravidanza in cambio di una somma di denaro, ce molto spesso non saranno loro stesse a gestire.

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Family Day a Roma il 20 giugno 2015

famiglia naturaleL’iniziativa parte “dal basso”, dalle famiglie che chiedono di essere ascoltate da un governo che lavora contro.

Torna il Family Day a Roma! L’appuntamento è per sabato 20 giugno in piazza San Giovanni (ore 15,30) per dare vita a una mobilitazione nazionale “a difesa dell’istituto del matrimonio, della famiglia composta da un uomo e da una donna, del diritto del bambino ad avere una figura materna e una paterna”. Secondo gli organizzatori si stima la presenza di circa 300 mila partecipanti, una folla compatta e festosa di famiglie con bambini e laici impegnati di ogni provenienza, età e religione.

Lo scopo della manifestazione sarà quello di mostrare la bellezza della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna di chiedere allo Stato più tutele e garanzie. In questo senso il Family Day assumerà inevitabilmente connotazioni politiche viste le recenti strategie del governo sui temi sensibili alle famiglie (fisco, educazione, matrimonio e adozioni omosessuali). In questi mesi, infatti, in obbedienza alle direttive dell’Unione Europea, il governo Renzi ha moltiplicato iniziative che colpiscono l’integrità e l’autonomia della famiglia tradizionale e indeboliscono l’istituto del matrimonio promuovendo la diffusione delle teorie del genere e le cause delle lobby omosessuali.

Il sorprendente risultato del referendum avvenuto in Irlanda sul riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso ha creato una grande aspettativa nella sinistra italiana che spera di ottenere lo stesso risultato, prescindendo da referendum popolari, attraverso nuove leggi e procedure. Alcuni esempi concreti di questa strategia sono i disegni di legge promossi da esponenti del Partito Democratico:

  • DDL Cirinnà: sulle Unioni Civili ed adozioni omosessuali
  • DDL Fedeli: sull’insegnamento del Gender nelle scuole pubbliche
  • DDL Scalfarotto: sul reato di “omofobia” e “transfobia”.

Uno dei nodi più delicati e complicati è nel campo educativo: il piano di indottrinamento secondo l’ideologia gender (definita da papa Francesco “un errore della mente umana”) è stato già promosso in diverse scuole tramite il finanziamento o l’intervento diretto di associazioni legate al mondo LGBT, associazioni a cui il Ministero della Pubblica Istruzione assegna la maggior parte dei progetti di educazione all’affettività, alla tolleranza, alla lotta contro bullismo, discriminazioni e stereotipi (sic!) di genere.

Saranno le stesse famiglie presenti in piazza coi loro figli a chiedere di non interferire nell’educazione affettiva della prole con programmi e ideologici e ideologizzanti; quello dell’educazione, e in particolare dell’educazione affettiva e valoriale, è un compito e una responsabilità che spetta esclusivamente ai genitori secondo quanto afferma l’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (“I genitori hanno il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”).

Un altro punto molto discusso è il progetto di legge promosso dal senatore del PD Ivan Scalfarotto. La legge preverrebbe sanzioni penali (carcere o lavori di utilità pubblica) per chi applica, promuove o diffonde intolleranza o discriminazione basate sull’identità di genere. La legge – così come è stata proposta – si presta ad ampie e pericolose interpretazioni e ciò che viene seriamente minacciata è la libertà di espressione, di parola, di associazione e di stampa. Il grave episodio avvenuto in Germania, dove un padre di famiglia è stato incarcerato per aver rifiutato di mandare i figli alla lezione di educazione sessuale, apre scenari inquietanti di repressione e paura.

Non è la prima volta che Roma ospita una manifestazione di questo tipo: il 12 maggio del 2007 ci fu un Family Day organizzato, dalle associazioni cattoliche e laiche per manifestare contro le politiche del governo Prodi in materia familiare, in particolare su fisco e unioni di fatto (il progetto dei DI.CO, poi abbandonato dal Governo). In quella occasione il Family Day portò in piazza più 250mila persone, un milione secondo gli organizzatori.

L’iniziativa parte “dal basso”, dalle famiglie che chiedono di essere ascoltate, ma la notizia del nuovo Family Day è stata ufficializzata domenica 1 giugno dall’iniziatore del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, al termine dell’incontro vocazionale tenuto a Catania nello stadio Angelo Massimino. Già la domenica di Pentecoste a Brescia, in un incontro per i giovani del nord Italia, Kiko Argüello aveva lanciato l’idea di un Family Day senza però precisare ulteriori dettagli.

Il Cammino Neocatecumenale ha fatto da trait-d’union tra le tante associazioni e comitati laicali desiderosi di alzare la propria voce ed interessati alla causa della famiglia; una riunione tra i diversi esponenti e responsabili di queste associazioni ha permesso di creare un comitato organizzatore incaricato di definire – in tempi brevi –  i dettagli dell’evento. Il comitato ha scelto il nome “Da mammà e papà” perché – affermano – “da una mamma e un papà siamo tutti nati, cresciuti, educati, amati e protetti”.

Benché nessuna associazione o movimento politico o religioso pretenda rivendicare la paternità dell’evento, sono diverse le associazioni che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa, tra le quali: “Sì alla Famiglia”, “La Manif Pour Tous Italia”, “Voglio la Mamma”, “Alleanza Cattolica”, “Sentinelle in Piedi”, “Non si tocca la famiglia”, “Comitato Articolo 26”, “Notizie Pro-Vita”.  Il comitato “Da mamma e papà” è composto da “personalità provenienti da diverse associazioni tra cui Massimo Gandolfini (portavoce del comitato), Simone Pillon, Giusy D’Amico, Toni Brandi, Filippo Savarese, Costanza Miriano, Mario Adinolfi, Jacopo Coghe, Maria Rachele Ruiu, Paolo Maria Floris, Alfredo Mantovano, Nicola Di Matteo”.

Dall’account Facebook di “Alleanza Cattolica”, il sociologo e giornalista Massimo Introvigne ha dichiarato che “si è convenuto che non ci sia alcuna sigla di associazione o organizzazione, perché la battaglia è di tutti e va combattuta ora, oggi. Domani sarà tardi”.

Il Family Day di Roma conterà con l’appoggio del Vescovo Vicario Agostino Vallini che ha accolto positivamente la proposta, sollecitato anche dai suo sacerdoti che da tempo chiedevano un intervento deciso in materia. Anche il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco che più volte ha denunciato coraggiosamente le derive dell’ideologia gender e i tentativi di equiparazione del matrimonio omosessuale, sostiene l’iniziativa. Gli organizzatori hanno chiesto anche il sostegno del Santo Padre affinché incoraggi anche lui la manifestazione sostenendo le famiglie come ha fatto recentemente nei suoi interventi pubblici.

Filippo Savarese, portavoce de “La Manif Pour Tous Italia” e uno dei componenti del nuovo comitato “Da mamma e papà” ci spiega l’urgenza e l’importanza storica di questo appuntamento: “Siamo a un momento di svolta epocale per l’Italia, che dovrà decidere a breve se entrare o no nel club degli Stati che hanno avviato la rottamazione della famiglia e aperto al grande mercato internazionale dei figli. Il ddl Cirinnà sulle unioni civili in discussione al Senato è solo il paravento dietro cui si prepara la rivoluzione che in gran parte d’Europa ha svilito il matrimonio, la famiglia e i diritti dei bambini di avere un papà e una mamma. Sono anni ormai che le associazioni LGBT portano nelle scuole italiane quella che Papa Francesco ha definito la nuova “colonizzazione ideologica”: la teoria Gender dell’indifferentismo sessuale. Abbiamo il dovere storico di denunciare apertamente l’attacco alla famiglia e alla sua libertà educativa, e sabato 20 giugno alle 15:30 in piazza San Giovanni a Roma lo faremo in toni pacifici”.

da mamma e papa

Logo del comitato organizzatore

Articolo originale su Aleteia.

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