Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Né santi né folli! Tutto ciò che ci preoccupa mentre domina la “trumpfobia”

Ci sono molti motivi, in questo preciso periodo storico, che possono preoccupare un normale cittadino europeo. Molte le questioni che destano perplessità sul futuro, sulla stabilità politica dell’Occidente, sulle possibilità reali di una vita dignitosa per i nostri figli per ciò che riguarda un’educazione completa e libera da ideologie, sulla libertà di pensiero, di espressione, di culto e sulla possibilità di avere un giorno un’occupazione che permetta di vivere degnamente guadagnando il proprio pane e di mantenere la propria famiglia.

Sono preoccupazioni per lo più condivise da chi possiede un grado minimo di raziocinio e la capacità di leggere tra le righe della storia che qualcosa non stia andano per il verso giusto. Non bisogna essere dei profeti per capire che corrono tempi cattivi sotto diversi punti di vista. Non è necessario venire invasi da spiriti preveggenti, avere accesso a sapienze occulte, decifrare antiche profezie o ascoltare oracoli misterici. Il senso comune – come un nervo che fa male annuncia che qualcosa non va nell’organismo – è sufficiente per evidenziare un allarme. Continua a leggere…

Prima la vita, poi la salute! La lezione pro-life di Trump e del cardinale Burke

march_for_life Un sostegno storico!
«VP Mike Pence will be speaking at today’s March For Life. You have our full support!» («Il vice presidente Mike Pence parlerà all’odierna Marcia per la Vita. Avete tutto il nostro sostegno»)

e ancora:

«The March For Life is so important. To all of you marching – you have my full support!» («La Marcia per la Vita è così importante. A tutti voi che manifestate: avete tutto il mio sostegno»)

Con queste storiche parole pubblicate su Twitter il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha reso pubblico e ufficializzato il suo personale sostegno alla Marcia per la Vita che il 27 gennaio ha riunito a Washington centinaia di migliaia di persone. Per la prima volta dalla sua fondazione avvenuta 44 anni fa, questa manifestazione pro-life ha accolto sul palco dei relatori un rappresentante della Casa Bianca – il vicepresidente Pence – e il pieno sostegno del Presidente degli States. Nessun presidente aveva mai sostenuto o quantomeno mostrato simpatia verso il popolo della famiglia e della vita che ogni anno a gennaio si da appuntamento nella capitale. Inoltre, parlando alla ABC News, Trump ha lamentato la scorrettezza dei media che, mentre hanno offerto la massima copertura alle marce pro-choice, ignorano completamente la folla pro-life che ogni anno invade Washington. Il presidente della Marcia per la Vita, Jeanne Mancini si è detta “felicissima” dell’appoggio della Casa Bianca ed ha aggiunto «Non avevamo mai visto nulla di simile nella nostra vita!». D’altronde abbiamo già avuto modo di notare quanto l’inaspettata sconfitta della abortista Hillary Clinton avesse letteralmente devastato il mondo pro-choice.

pence-march-for-lifeRipristinare una cultura della vita in America!
«La vita torna a vincere in America» è la sintesi del messaggio del vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence in quello che ha definito «un grande giorno per la Marcia della Vita». Citando gli ideali fondamentali della Carta d’Indipendenza degli Stati Uniti – vita, libertà e ricerca della felicità – ha poi aggiunto: «44 anni fa la Corte Suprema si è allontanata dal primo degli ideali» ma «oggi, tre generazioni dopo, grazie a tutti voi e alle varie migliaia di persone che marciano con noi in tutto il paese, la vita torna a vincere in America». «La lotta all’aborto ha raggiunto una svolta storica». Tutto questo – ha affermato Pence – grazie «alla storica elezione di un presidente che si è schierato per un’America più forte e più prospera, un presidente che, lo dico con orgoglio, si è schierato per il diritto alla vita: il presidente Donald Trump». Pence ha poi promesso che «Questa amministrazione lavorerà per porre fine al finanziamento dell’aborto da parte dei contribuenti». Un lavoro già iniziato poche ore dopo l’insediamento del nuovo presidente nella Casa Bianca. «Non avremo pace finché non avremo ripristinato una cultura della vita in America, per noi e per i nostri figli. Grazie e che Dio vi benedica»

march-for-life-17-dolanIn America pastori che guidano il gregge.
Come al solito anche i vescovi statunitensi si sono apertamente schierati col popolo della famiglia, lasciando ad altri lo spirito di moderazione e le strategie diplomatiche dettate da esigenze di dialogo e di cordialità politica. Qualche giorno fa i vescovi americani avevano ringraziato ufficialmente il Presidente per l’ordine esecutivo contro l’aborto. Alla vigilia della Marcia per la Vita l’arcivescovo di New York il cardinale Timothy Dolan (foto) ha presieduto un’Eucaristia concelebrata da 4 cardinali, 40 vescovi, 320 sacerdoti e 90 diaconi; presenti anche 545 seminaristi. Circa diecimila persone hanno partecipato all’Eucaristia nella Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione. Nella sua omelia il cardinale ha paragonato il ventre materno a un santuario, al “primo santuario” dove la vita umana innocente e fragile viene protetta e nutrita. Ma «se il grembo materno non è più un posto sicuro per la vita umana perché minacciato dall’aborto, nessuno è più al sicuro! Chi di noi potrà dirsi al sicuro quando il primo ed il più significativo di tutti i santuari, il grembo materno che protegge una piccola vita, viene perquisito e devastato?». Dolan ha più volte citato papa Francesco che, tramite il segretario di Stato mons. Parolin, ha inviato un messaggio speciale per l’occasione. Un messaggio chiaro quello del Pontefice, un appello forte a non definire “diritto” l’uccisione del bambino prima della sua nascita: «È così grande il valore di una vita umana – ha affermato il Papa – ed è così inalienabile il diritto alla vita del bambino innocente che cresce nel seno di sua madre, che in nessun modo è possibile presentare come un diritto sul proprio corpo la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano».

Avvenire e la salute prima di tutto.

Il sostegno della Casa Bianca alla Marcia per la Vita ha rallegrato e rinfrancato il mondo pro-life americano dopo anni di governo Obama caratterizzati dal sostegno alle lobby abortiste e alle associazioni LGBT. L’amministrazione Obama ha portato al riconoscimento del cosiddetto “matrimonio omosessuale” (con tanto di Casa Bianca illuminata dai colori della bandiera arcobaleno) e al clamoroso insabbiamento dello scandalo che ha travolto la potente colosso abortista Planned Parenthood sostenuta a pieno da Hillary Clinton. Trump ha dato inizio a quella svolta che tutti i cattolici (vescovi compresi) speravano. Se però il nuovo corso è stato accolto con entusiasmo da gran parte del mondo cattolico, in Italia il giornale dei Vescovi si tira fuori dal coro, mantenendo i toni di netta avversione al nuovo presidente USA mostrati durante la campagna elettorale e minimizzando le iniziative del nuovo governo contro l’aborto e a favore della vita. Sollecitato da una lettera di protesta di un lettore, il direttore di Avvenire ha risposto affermando che ciò che realmente conta è il sistema sanitario obamiano che Trump ha smontato non appena insidiato danneggiando gran parte della popolazione, quella più povera. Secondo Avvenire, Trump non può definirsi “per la vita” se poi non assicura un livello minimo di assistenza sanitaria. Afferma Marco Tarquinio: «A me, ma non solo a me, risulta davvero difficile e persino impossibile considerare «per la vita» chi dichiara di volere difendere l’esistenza umana sin dal suo primo inizio e poi non ritiene che un livello decente di cure debba essere assicurato a tutti e non solamente a chi può permetterselo». Quello degli aborti, chiosa il direttore, è una “tristissima questione” già affrontata e che riguarda sia democratici che repubblicani. Nessuna svolta dunque della quale rallegrarsi, ma semplice strategia politica (Non importa dunque se – anche fosse per strategia politica – un Sacro Impero dell’aborto come gli USA decide clamorosamente di “convertirsi” e di mettersi dalla parte dei più deboli e indifesi rischiando di salvare più di una vita).

Burke: “Prima la vita poi la salute”!

burke-libroIl 26 gennaio i vertici delle associazioni pro-life degli Stati Uniti hanno premiato il cardinale Raymond Leo Burke per il suo coraggioso impegno in favore della fede, della famiglia e della vita. A Burke è stato assegnato il premio Life Achievement Award perché «Ha sofferto molto per la causa della vita e della famiglia. Ha serenamente sopportato la sofferenza e le umiliazioni pubbliche ricevute da ogni parte». E’ proprio questo cardinale a spiegare perché – in Stati Uniti e in tutto il mondo – prima della salute è necessario prendersi cura della vita. Lo afferma nel suo libro-intervista pubblicato lo scorso anno in Francia e recentemente tradotto in italiano dalla casa editrice Cantagalli (Un cardinale al cuore della Chiesa. Dialogo con Guillaume d’Alancon, Siena 2016).

Alla domanda «Ci sono imperativi superiori che potrebbero portare a mettere da parte la lotta per la vita?», il cardinale risponde:

Mai! Non c’è niente di più fondamentale del diritto alla vita. Bisogna sempre lottare per la causa della vita. Nessuna altra causa può sostituirsi ad essa. Negli Stati Uniti si evocano spesso i problemi legati alla cattiva salute, alla povertà, all’immigrazione. Ci è stato detto di limitare o cessare il nostro impegno per la vita. La mia risposta è sempre questa: la base della giustizia sociale è il rispetto per la vita. Se non proteggiamo adeguatamente la vita umana come possiamo difendere la salute, i poveri?

In sintesi: prima la vita, poi tutto il resto, salute compresa.

Abortisti “devastati” piangono Hillary Clinton! La fine del sogno americano pro-choice

clinton-lacrimeI leader abortisti e le organizzazioni che premono per promuovere l’aborto sono letteralmente “devastati” dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Questi gruppi consideravano un dato di fatto la vittoria di Hillary Clinton e il conseguente trionfo delle politiche abortiste.

Ma la batosta è stata terribile visto che il candidato repubblicano aveva annunciato che in caso di vittoria avrebbe ritirato i finanziamenti alla Planned Parenthood, il centro di pianificazione familiare ultimamente al travolto da molte polemiche e scandali legati alla vendita di organi dei feti abortiti. Trump ha anche promesso che, in caso di vittoria, avrebbe appoggiato le iniziative pro-life, grazie anche al sostegno di numerosi cattolici che lo hanno accompagnato nella campagna elettorale, a cominciare da Mike Pence, scelto da Trump come vice presidente, un evangelico, conservatore e attivo sul fronte pro-life che nel suo intervento dopo l’elezione ha ringraziato Dio “per la grazia concessa”.

hillaryclintoncecilerichardsNon è dunque strano che Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood abbia inviato una lettera ai suoi collaboratori confidando i suoi sentimenti dopo l’inatteso e “impensabile” esito elettorale. Pur affermando di non avere parole per descrivere quello che è successo durante le presidenziali e quello che ora si prospetta per la sua società, si è detta “arrabbiata, col cuore distrutto, offesa, impressionata, triste, disgustata, vergognata, scoraggiata, esausta e scossa”.

planned_parenthoodSotto l’amministrazione Obama, infatti, la Planned Parenthood riceveva dallo stato 500 milioni di dollari ogni anno di sovvenzioni pubbliche, un idilio che senza dubbio sarebbe continuato (se non migliorato) con Hillary Clinton. Ora inizieranno i guai per una società che nel 2015 è stata costretta a chiudere 23 centri, totalizzando 300 chiusure negli ultimi vent’anni (con Bill Clinton avevano 938 centri mentre, nel 2015, ne sono rimasti 645).

Una delle immagini-simbolo della notte elettorale sono state le lacrime dei seguaci della Clinton, increduli del fatto che, nonostante l’appoggio dell’establishment, avevano perso queste elezioni. In tutti i media sono apparse le foto dei fan della Clinton in lacrime.

Ma una di queste immagini ha un enorme valore simbolico che trascende l’immagine stessa. Si tratta della foto, scattata da LifesiteNews, nella quale compare una donna sconsolata piangendo accanto a un uomo, anche lui visibilmente commosso.

ilysehogueNon si tratta di una anonima fan della Clinton ma di Ilyse Hogue, presidente della NARAL (National Abortion Rights Action League) una delle più potenti lobby abortiste degli Stati Uniti. Questa organizzazione fu fondata con l’obbiettivo di ottenere l’aborto libero durante tutto il tempo della gravidanza.

Hogue era a un passo di coronare il suo sogno, Hillary Clinton aveva infatti annunciato in campagna elettorale che ogni donna aveva diritto ad abortire fino al momento prima del parto. Si capisce dunque che la sconfitta contro Trump ha lasciato questa leader abortista (una delle voci più influenti e popolari del fronte pro-choice americano) sprofondasse del tutto. “Abbiamo bisogno di Hillary” aveva gridato in un raduno democratico, mentre travolta dagli applausi raccontava la sua “fortunata” esperienza di “aborto compassionevole” procurato in gioventù al fine di poter “realizzare i suoi sogni” libera da impedimenti.

Ilyse Hogue ha dovuto dire addio al sogno di un’America paradiso abortista; ha visto improvvisamente sparire in un baleno l’arrivo di ingenti finanziamenti per l’aborto, la nomina di giudici abortisti nella Corte Suprema, così come l’imposizione di una politica estera che imponesse l’aborto e l’ideologia gender in tutto il mondo (programma che gli Stati Uniti hanno già messo in pratica in molti paesi del terzo mondo)

A proposito di NARAL il sito BallotPedia.org (enciclopedia online di politica americana) segnala che per la campagna elettorale del 2012 questo gruppo abortista ha speso più di 1,7 milioni di dollari per promuovere candidati pro-choice ma, soprattutto, per screditare, attaccare i candidati pro-life che potevano rappresentare un pericolo per la loro campagna.

Dal canto suo, il neo eletto presidente americano Donald Trump, in un articolo pubblicato il 23 gennaio sul Washington Examiner aveva esposto la sua visione “per una cultura della vita” schierandosi apertamente e con orgoglio per il diritto alla vita:

“Io sono per il diritto alla vita. Ho questa posizione pur ammettendo eccezioni in casi di stupro, incesto o quando è a rischio la vita della madre. Non sempre l’ho pensata così, ma una esperienza personale assai significativa mi ha portato a riconsiderare il prezioso dono della vita”. Si tratta – scriveva Trump – del “primo, e il più importante, dei nostri diritti «inalienabili»“. “Con il tempo la cultura della vita di questo Paese ha preso a scivolare verso una cultura della morte”.

Il 5 ottobre Trump inviò una lettera a Gail Buckley, presidente della Catholic Leadership Conference, ribadendo ai cattolici:

Sono e sarò pro-vita. Difenderò la vostra libertà religiosa e il diritto a praticarla pienamente e liberamente, come individui, come proprietari di negozi e istituzioni accademiche. Mi assicurerò che ordini religiose come Le Piccole Sorelle dei Poveri (che hanno sfidato Obama su contraccezione e aborto. Ndr.) non vengano attaccate dal governo federale a causa della loro fede.

Sono dichiarazioni che i grandi media hanno volutamente ignorato per evitare di incoraggiare il voto repubblicano, ma che ora “rischiano” – se il neo presidente manterrà le promesse – di tradursi in politiche concrete a favore della vita e dei diritti dei nascituri, di quella minoranza perseguitata, forse l’unica minoranza ignorata nella campagna elettorale di Hillary Clinton, che ora può, con ragione, sperare in qualcosa di nuovo.

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