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Piersanti Mattarella: il fratello del presidente ucciso dalla mafia.

mattarellaAleteia – Il nuovo presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella conserva ancora nel cuore il ricordo straziante del giorno in cui suo fratello Piersanti, allora presidente della regione Sicilia, fu brutalmente ucciso, a soli 44 anni, da un sicario sotto la sua abitazione a Palermo in via della Libertà, sotto gli occhi della moglie Irma e ai suoi due figli Bernardo (20 anni) e Maria (18 anni). Fu proprio Sergio ad accorrere sulla scena del delitto per estrarre il corpo morente del fratello dall’abitacolo della macchina; fu lui, con i vestiti sporchi di sangue, ad annunciare ai giornalisti accorsi in ospedale che non c’era più nulla da fare.

In un recente libro pubblicato dalle edizioni San Paolo, il giornalista Giovanni Grasso racconta la vita del politico italiano che dedicò la propria vita alla giustizia e al rinnovamento politico e sociale della sua regione (Giovanni Grasso, Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, San Paolo 2014, € 14,00). Si tratta della prima biografia completa di Piersanti Mattarella che ha il merito di ricordare una figura dimenticata ma altamente rappresentativa della politica italiana negli anni del terrore. Il libro racconta la biografia del politico democristiano, gli anni della sua formazione, il percorso intellettuale, politico e religioso, il periodo trascorso a Roma, la responsabilità politiche, il rapporto con la mafia e col terrore, fino al triste giorno della suo atroce assassinio, avvenuto due anni dopo l’omicidio del presidente Aldo Moro, che fu per Mattarella guida ed esempio.

Era domenica, il 6 gennaio del 1980 e la famiglia Mattarella era pronta per recarsi alla parrocchia di San Francesco di Paola per l’Eucaristia dell’Epifania. La gioia del Natale appena trascorso si mescolava in quel giorno con la distensione e la allegria di una domenica passata in famiglia: la passeggiata in macchina, l’Eucaristia, il pranzo, il pomeriggio in compagnia. Anche gli uomini della scorta del Presidente della Regione erano con le proprie famiglie, godendo del riposo concessogli da Mattarella perché “se vogliono ammazzarmi lo fanno egualmente”.

PierSantiMattarellaLa tragedia si consumò in pochi minuti: un sicario – mai identificato – si avvicinò alla macchina guidata da Piersanti mentre i suoi familiari entravano nella vettura per disporsi a partire. Sei pallottole sentenziarono la fine del giovane politico che si accasciò sul volante accanto alla moglie e morì pochi minuti dopo l’arrivo in ospedale. Palermo rimase sconvolta, così come tutto il paese che viveva gli anni del terrorismo politico. I giornali, le autorità politiche e giudiziarie costruiscono ipotesi ma su questo omicidio non si riuscì a fare chiarezza e a scoprirne i mandanti. Forse le organizzazioni mafiose, forse il terrorismo politico (nessuna rivendicazione fu attendibile), fatto sta che il Presidente della Regione con le sue iniziative politiche intralciava i piani e gli interessi di qualche potente organizzazione.

Al funerale accorsero centinaia di persone tra cui il presidente italiano Sandro Pertini che, abbracciando la moglie del politico defunto confiderà di avere “perso un amico” (p. 36). Il cardinale Pappalardo, arcivescovo di Palermo, pronunciò nell’omelia parole dure per denunciare le “forze oscure” che provocarono “atroce assassinio”. Allo stesso tempo ricordò che la dedizione e l’impegno politico di Mattarella scaturivano da “una vita cristiana profonda e autentica” grazie alla quale “il Signore non lo colse impreparato”: “La comunione con Cristo diventava presupposto ed esigenza di piena solidarietà e comunione con gli uomini” (pp. 37-39).

Piersanti era un figlio d’arte: suo padre Bernardo fu un politico di spicco della Sicilia degli anni trenta che sposò gli ideali di don Luigi Sturzo (appena diciannovenne fondò una sezione del Partito Popolare nella sua città), fu amico di De Gasperi e La Pira, fece parte attiva della Azione Cattolica divenendo presidente diocesano della Gioventù Cattolica. Bernardo Mattarella nacque a Castellammare del Golfo (TP), comune che diede i natali a intere famiglie mafiose di fama internazionale, il paese fu la roccaforte di organizzazioni mafiose e massoniche. Bernardo effettuò un brillante percorso politico che lo portò fino a Roma. Nel dopoguerra fu sottosegretario per la Pubblica Istruzione nei governi Bonomi e sottosegretario di Stato ai Trasporti dei Governi De Gasperi.

mattarella1La famiglia Mattarella si trasferì dunque nella capitale e fu lì che il figlio di Bernardo, Piersanti (che, in parte, deve il suo nome al beato Pier Giorgio Frassati), si formò come cristiano e politico, frequentando l’Azione Cattolica dai padri maristi del San Leone Magno (in via di Santa Costanza, dove ancora oggi lo ricorda una lapide commemorativa). Prestò divenne responsabile dell’educazione dei più giovani, ruolo che ricoprì con entusiasmo ed intransigenza. In un articolo pubblicato sulla rivista “Junior”, nel 1956, definiva la “mancanza di entusiasmo, indifferenza” come “la malattia del secolo”. Nonostante le incomprensioni coi religiosi, il giovane Mattarella fu molto attivo nella associazione e sensibilizzò molti compagni dell’AC a intraprendere attività di impegno sociale e di animazione liturgica in quartieri periferici della capitale. Successivamente ricoprì diversi incarichi all’interno della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) dove si distinse – in anni di smarrimento e contrasti interni – per la sua determinazione e il suo equilibrio.

La sua carriera politica fu segnata da un attivismo politico-sociale frutto di una passione e di un entusiasmo che lo caratterizzarono fin dagli anni dell’università. Concluse i suoi studi di giurisprudenza conseguendo la laurea a La Sapienza di Roma per poi, nel 1958, tornare definitivamente a Palermo dove sposò Irma Chiazzase da cui ebbe due figi: Bernardo e Maria. Il suo fu un nuovo modo di concepire il potere e la politica; nel suo impegno con la Democrazia Cristiana cercò di imporre nuovi criteri nella amministrazione regionale con competenza politica e capacità manageriali volti ad eliminare le “incrostazioni” e le abitudini presenti nelle strutture di governo: privilegi, clientelismo, carrierismo, omertà… A questi mali volle sostituire “razionalizzazioni, meritocrazia, accorpamenti, responsabilizzazioni, controlli e divisioni di compiti”. Fu deputato della Assemblea Regionale Siciliana e, nel 1978 fu eletto Presidente della Regione. Si impegnò per una riforma della burocrazia regionale, per renderla più vivace, efficace e utile al rinnovamento sociale. Il criterio fondamentale della sua azione politica fu la consapevolezza che “solo amministrazioni capaci, efficienti, trasparenti, competitive possono, a buon diritto, chiedere allo Stato centrale, ai privati e alle istituzioni europee fondi, sostegni e investimenti produttivi. Si tratta della ‘politica con le carte in regola’ che costituisce uno dei tratti distintivi del programma politico-amministrativo mattarelliano” (pp. 95-96).

Fu definito il “Moro siciliano” a causa del parallelismo della sua storia con la vicenda del primo ministro ucciso dalle Brigate Rosse. Nonostante la fitta nebbia che adombra le circostanze della sua morte, è chiaro che Piersanti Mattarella morì a causa del suo impegno politico. Egli conosceva benissimo i rischi del suo atteggiamento, della sua politica di trasparenza e delle sue scelte in favore della legalità. Andrea Riccardi, nella presentazione del libro di Grasso, afferma che Mattarella “ha rischiato – e alla fine offerto – la sua vita per la politica” (p. 9), questo è il frutto di un atteggiamento cristiano che porta a “non considerare la propria sopravvivenza come valore predominante nel proprio agire”. “Si scopre in Mattarella – prosegue Riccardi – una sintesi tra fede religiosa, cultura e politica, che può apparire remota nell’Italia di oggi”.

Il libro di Giovanni Grasso, “Piersanti Mattarella. Solo contro la Mafia“, ripercorre – in maniera precisa – alcune pagine dolorose della storia politica italiana attraverso la figura di un uomo che seppe mantenere unite le aspirazioni di un rinnovamento politico e la fede cristiana; un politico che, con entusiasmo e tenacia, credette nella possibilità di una nuova stagione politica anche per la sua martoriata Sicilia. La pubblicazione del libro di Grasso rompe quel silenzio che – per l’autore – ha “offuscato la memoria di Mattarella anche dentro la Chiesa Cattolica italiana, di cui Piersanti era e si sentiva figlio devoto e appassionato” (p. 186).

Articolo originale pubblicato su Aleteia il 31 gennaio 2015.

Alabama Monroe. Una storia d’amore finita in tragedia

alabama-monroeAlabama Monroe. Una storia d’amore.

Ho visto questo acclamato film con mia moglie approfittando del sonno serale del nostro piccolo ed è stato un trionfo e una tragedia. Un trionfo perché, appunto, siamo riusciti a vedere un film dopo diversi mesi di astinenza; una tragedia perché ci aspettavamo una storia d’amore, un film leggero e allegro, ma abbiamo trovato una drammatica storia finita in tragedia. Per carità, un bel film, ma alla fine resta qualcosa di irrisolto…

Il titolo, o meglio, il sottotitolo parla chiaro: si tratta di una storia d’amore. La locandina, che ritrae una bellissima ragazza dalla pelle chiara e tatuata, con un eccentrico bikini a stelle e strisce, sdraiata su un pick-up mentre ammicca al macho dalla barba incolta, conferma (e aumenta) l’aspettativa: una bella storia d’amore, romantica e strappalacrime.

Ma le lacrime di Alabama Monroe non sono lacrime di commozione romantica ma di tristezza dovuta alla drammaticità (e crudeltà) della storia, una drammaticità che nel frastornato trailer non appare quasi per nulla… Basta però pensare che un terzo dei protagonisti del film muore in condizioni disperate e sufficientemente ingiuste per prendersela con rabbia.

Alabama Monroe. Una storia d’amore. Di un amore prettamente umano, quello che non dura mai abbastanza. Quello che finisce in continuazione e si sostituisce facilmente cancellando un tatuaggio o sovrapponendone un altro. Quello trasportato dalla musica (bellissima la colonna sonora bluegrass) e dai cocktail (a volte letali). Un amore travolgente, passionale, da sogno. Un amore, però, che inciampa troppo presto, col rischio di capitolare definitivamente, al primo incidente di percorso, una gravidanza non tanto desiderata ma finalmente accettata. Un amore che non riesce in nessun modo a superare la “prova del nove”, l’ostacolo più grande che l’uomo deve affrontare. Davanti alla morte l’amore ammutolisce, la musica scema, il vino finisce. Ancora di più davanti alla morte più atroce che un uomo e una donna possano trovarsi a vivere: quella del frutto del loro amore, quella – ingiusta e incomprensibile – della figlia, piccola ed innocente.

Trovare un senso al dolore e alla morte in una prospettiva puramente razionale e orizzontale è una impresa titanica destinata, il più delle volte, a fallire. Se non c’è un senso al dolore e alla morte forse può sembrare utile trovare dei responsabili con cui prendersela, dei colpevoli da accusare. Come ad esempio i medici, i ritardi della scienza, le religioni (un tutt’uno indefinito e indefinibile) che impediscono i progressi scientifici in nome di leggi morali ottuse e arcaiche, oppure direttamente Dio, a cui il ruolo di capro espiatorio non gli sta poi tanto male… In fondo a Lui non dispiace prendersi le colpe degli altri e non sarebbe la prima volta che lo fa.

Alabama Monroe, una storia d’amore finita male. Non perché ha fatto piangere ripetute volte mia moglie (ah ok, la prima volta era un capello nell’occhio!) e questo ci può stare perché l’amore vuole le lacrime, si innaffia con le lacrime, si lubrifica per girare meglio, con le lacrime. Ma il punto non è questo. La storia d’amore finisce male perché, in fin dei conti, si tratta di un amore (mi perdonino i cinesi, non è cinofobia ma è soltanto per capirci meglio), è un amore made in China, a basso costo, destinato al consumo a breve termine. Non un pezzo originale come quelle cucine made in Italy che ti costano un occhio ma che ti durano una vita o due.

Ciò che resta è l’assenza di senso, la mancanza di speranza, e la domanda se una vita senza senso e senza speranza valga la pena di essere vissuta anche sotto qualche forma di amore avventuroso e romantico. Vicktor Frankl, padre della logoterapia e dell’analisi esistenziale, sopravvissuto ai lager nazisti (se ciò può dargli maggior credito o autorità), ha basato su questa questione tutta la sua riflessione e il suo lavoro intellettuale. Il risultato delle sue indagini è che se non c’è un senso, un significato che indirizzi la propria vita in modo deciso e determinato, l’uomo si troverà avvolto da un sentimento di angoscia che si manifesta spesso in forme di depressione e psicosi.

Il titolo originale del film (The broken circle breakdown) risponde alla domanda di un antico inno religioso inglese:  (Will the circle be unbroken?) che recita più o meno così “Il cerchio può rimanere intatto? Ci aspetta una dimora migliore nel cielo?” La risposta del film (Il collasso del cerchio rotto) è chiara: il cerchio si spezzerà, perché tutto – prima o poI – si spezza e muore, semplicemente muore.

Ad Alabama e a Monroe è mancato qualcosa per avere il coraggio di continuare a vivere. Forse è mancato proprio il senso della loro esistenza. Forse la risposta alla domanda della piccola Maybelle che, in lacrime e con un uccellino morto tra le mani, s’interroga sul senso e sulla speranza: “perché l’uccellino è morto, papà?” e “dove va l’uccellino adesso che è morto?” Il papà non ha una risposta (“dobbiamo semplicemente buttarlo via, nella pattumiera”), ma poi confessa alla moglie la sua intima frustrazione:

E’ stato davvero terribile! Devi provare a spiegare a una bambina perché non si muove quell’uccellino che ha in mano. E’ difficile, sai? Vorresti raccontare (…) che alcune persone credono che l’uccellino abbia un anima immortale, che possa andare perfino in paradiso, che rivedrà  il suo papà e la mamma e che continuerà a volare in eterno, in eterno, in eterno, in un posto dove splende il sole e dove non ci sono finestre… ma papà non crede a queste cose, che papà pensa che tutto muore semplicemente e rimane morto, ma tutto questo non lo puoi dire.

Sarà la bambina, illuminata nell’intimo da un buon genio, che risolverà la questione: “Papà, l’uccellino ora è una stella”.  Al papà, in mancanza di altre risposte non resta che assecondare quella che non è altro che una illusione puerile: “D’accordo piccola se vuoi credere che quell’uccellino ora è una stella va bene così” (della serie: “non è vero ma non fa niente, tanto non c’è soluzione”). La religione diventa così un droga contro il dolore, i credenti dei creduloni, i religiosi dei drogati. Siamo lontani anni luce dalla fede nella risurrezione della carne, l’unica risposta di senso che avrebbe la forza di rimettere in piedi quella promettente storia d’amore iniziata sul pick-up rosso in un bikini a stelle e strisce.

 

Miguel Cuartero Samperi

 

Il Conclave, Bagnasco e la metafisica. Il giorno in cui tornai ad essere ignorante.

BAGNASCO

So di non sapere. Ma spesso lo dimentico e mi illudo di sapere qualcosa. Ecco allora che arriva un cardinale e ti sistema in due mosse. E’ bastato poco al porporato per screditarmi davanti a me stesso.
Salutare il card. Bagnasco, vescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, a pochi giorni dal Conclave fa una certa impressione. Inevitabile pensare che le possibilità di vederlo di bianco vestito  tra pochi giorni non sono del tutto nulle. Soprattutto quando i papabili sono ormai diventati quasi la maggioranza! Sono più i papabili che i non-papabili…
Gli vengo presentato in libreria  dal direttore che lo conosce bene da anni, tanto da chiamarlo Don Angelo. Qualche domanda di circostanza e poi senza indugi passiamo alle cose serie.
“Che studi hai fatto?”
– “Filosofia e Teologia”
metaf– “Conosci la metafisica? con chi l’hai studiata?”
– Io (ad intra): ce l’ha con me? no! il mio peggior esame. il mio peggior voto… no!)
– Io (ad extra): si! col prof Gilbert.
– il card. (serio, sempre più serio, con fare inquisitore): “che testo hai usato?
– io: “La semplicità del principio… ma non era per niente semplice”
(Questa non faceva ridere e il cardinale non si è immutato)

“San Tommaso lo conosci?” (d’Aquino n.d.r.)
– “L’ho studiato con il professor Pangallo” (della serie come evadere la domanda e rispondere un’altra cosa)

Ormai spacciato, vergognato e intimidito, distrutto nel mio ego intellettuale tento il tutto per tutto e balbetto: “sto scrivendo la tesi su Tommaso Moro… storia della filosofia”.
– Il Cardinale, caparbio, affonda: “Storia? perché la storia e non la teoretica? Ci interessa la teoretica, è importante imparare a pensare, non sapere cosa ha detto Tommaso Moro!”

Angelo vs Miguel: 1 a 0. Finisco KO che in inglese significa “Knock Out“, fuori combattimento!

Non so cosa succedesse al buon Bagnasco, se fosse nervoso per l’imminente conclave o se, di solito, sia sempre così severo. Fatto sta che dopo il primo momento di smarrimento ho capito che è stato provvidenziale. Ho saputo, solo dopo, che è stato per 18 anni professore di Metafisica a Genova. Leggo su wikipedia e confermo che è vero: “(Bagnasco) È un profondo conoscitore di San Tommaso e del suo insegnamento e un fermo sostenitore del valore della metafisica”.

Provvidenziale perché mi ha rimesso al mio posto; mi ha ricordato che son più le cose che ignoro rispetto a quelle che so; mi ha fatto tornare ad essere ignorante: la condizione migliore per iniziare a capire, come dice San Tommaso d’Aquino, che non possiedo la Verità, ma è la Verità possiede me.

Solo una richiesta al Cardinale: sua eminenza, se dovesse diventare papa, citi pure l’Aquinate, ma qualche volta ricordi anche l’altro Tommaso, il martire, il filosofo, lo sposo e il padre, il Moro!

angelo-bagnasco

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