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Testimoni ed eroi della chiesa polacca: “I santi della GMG 2016”

GMG16logoQuesti testi raccolgono la testimonianza di fede e di santità di alcuni dei numerosi figli della Polonia elevati agli onori degli altari. Lo scopo di questo piccolo “dossier” è quello di accompagnare i pellegrini che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 presentando queste storie poco conosciute che possono essere di incoraggiamento nel cammino di fede e nel discernimento vocazionale.

Le vicende di questi santi si intrecciano con la storia della Polonia, un paese martoriato dalle guerre, strozzato da invasori stranieri, insanguinato dalle dittature. Un paese che conta più di ogni altro paese europeo, le innocenti vittime della superbia e della violenza umana. Un paese però, a cui Dio ha donato – come una grazia particolare – tanti uomini e donne che, col loro straordinario esempio di santità e di fede, hanno testimoniato diffuso l’annuncio dell’amore di Dio in mezzo ai più bui scenari di sofferenza e di morte.

Il cielo è pieno di uomini e donne che hanno seguito il Signore durante la loro vita terrena, offrendo sé stessi per l’annuncio del Regno di Dio, per l’evangelizzazione. Conoscere queste storie ci incoraggia a proseguire nel cammino intrapreso certi che il Signore non nega la grazia della perseveranza e della santità a chi la cerca con sincerità e fede.

I primi tre articoli sono stati pubblicati nel mese di luglio 2016 sul portale Aleteia.org in preparazione alla GMG di Cracovia; l’articolo su Giovanni Paolo II è stato scritto nei giorni della sua canonizzazione e pubblicato sul blog Testa del Serpente; l’ultimo testo è ripreso integralmente dall’agenzia Gaudium Press.

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I santi della GMG 2016 (2): Sant’Alberto Chmielowski, il San Francesco polacco.

sant'alberto chmAleteia – Tra i numerosi santi che onorano la nazione e la chiesa polacca spicca in modo particolare, per la sua radicalità evangelica e la sua totale dedicazione ai poveri, la figura di Sant’Alberto Chmielowski. Adamo, questo il suo nome di battesimo, nacque in una nobile famiglia polacca ad Igolomia (vicino Cracovia) il 20 agosto 1845 e morì all’età di 71 anni tra i poveri di Cracovia ai quali dedicò tutta la sua vita fino a diventare uno di loro dimenticando le origini aristocratiche e abbandonando le glorie mondane raggiunte attraverso una carriera di pittore che gli offrì non poche occasioni di soddisfazione. In patria è conosciuto come “il padre dei poveri” o “il San Francesco del XX secolo”.

Alberto fu un uomo dall’animo rivoluzionario e dal carattere impetuoso, affascinato della bellezza e dell’arte, ma l’incontro con Cristo lo porto a scegliere la via della croce, luogo dove la Misericordia di Dio si china sulla miseria umana per elevarla e redimerla. Nel suo itinerario si accorse che – con parole di Wojtyla – “E’ proprio il Cristo incoronato di Spine la vera immagine dell’amore per gli uomini, la vera immagine della misericordia”.

Il santo della misericordia: strumento concreto dell’amore di Dio.

La sua vita non fu semplice né il suo percorso lineare, attraversò periodi bui e grandi sofferenze corporali e spirituali, ma Adamo seppe scoprire volta per volta con pazienza e fede la strada da percorrere, un processo che lo portò alla piena uniformità con Cristo che “da ricco che era si fece povero” per farsi prossimo ai più emarginati e dimenticati, agli “scarti” della società. Nel giorno della sua canonizzazione, il papa Giovanni Paolo II sottolineò: “Adam Chmielowski fu discepolo pronto a ogni chiamata del suo maestro e Signore”.

Ciò che desta stupore leggendo la storia di questo santo polacco è la piena sintonia, il legame spirituale, che lo unisce a papa Francesco ed ai temi ricorrenti della sua predicazione: la scoperta della Divina Misericordia che cambia la propria vita, l’abbandono della mondanità, l’accoglienza e la pratica del Vangelo sulla scia di San Francesco d’Assisi, la gioia del servizio, l’opzione per i poveri e gli emarginati come stile di vita.

Prigioniero di guerra: l’arresto, la mutilazione, la fuga.

Il giovane Adamo Chmielowski (orfano di padre e di madre fin dalla tenera età) partecipò in modo attivo all’insurrezione del 1863 quando il popolo polacco si ribellò contro l’invasore russo. La sconfitta degli insorti fu schiacciante, la repressione durissima. La Chiesa subì conseguenze devastanti: molti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi deportati e gli istituti religiosi soppressi dalle autorità russe. Durante la rivolta Adamo fu colpito da una granata mentre cavalcava, subì danni irreparabili ad una gamba e fu arrestato. L’infezione fu immediata e costrinse i nemici – che volevano il prigioniero vivo per poterlo processare e condannarlo a morte – ad amputarla sul campo con una sega, senza anestesia, concedendo al prigioniero la sola “consolazione” di un sigaro. Grazie all’intervento e alla complicità di amici e familiari, Adamo riuscì a scampare la condanna: fuggì dalla prigione nascondendosi in una bara e lasciò il paese portando con sé – come una croce visibile – una pesante protesi metallica.

Le belle arti, il ritorno in patria e la crisi esistenziale

Stabilitosi a Parigi Adamo si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti e proseguì poi gli studi all’Università di Grand e all’accademia di Monaco di Baviera. Da subito dimostrò grandi doti artistiche e una personalità forte che si manifestava nelle sue opere : un quid che lo elevava al di sopra degli altri pittori. Si distinse per uno stile avanguardista, le sue tele ricordavano quelle di Cézanne e lasciavano emergere il tormento e l’inquietudine di un anima alla ricerca del senso della vita. Tornato a Varsavia nel 1874 Adamo iniziò a frequentare gli ambienti artistici e letterati della società polacca prendendo parte attiva alla vita culturale e stringendo legami coi migliori artisti dell’epoca. La sua arte era tormentata, sofferta; molte le opere incompiute o distrutte, segno di un’insoddisfazione di fondo e di un dissidio esistenziale vissuto con pesantezza e dolore in un contesto di mondanità e spensieratezza com’era il circolo degli artisti di cui faceva parte. Le riflessioni sul senso dell’arte erano per Adamo strettamente legate a quelle sul senso della vita: “Il culto della propria arte è un inchinarsi a se stessi” nient’altro che un “ignobile idolatria”. Esprimere se stessi attraverso l’opera artistica fu per Adamo un compito secondario, di fronte a ciò che considerava primordiale: raggiungere la salvezza della propria anima. Fu la sua formazione cristiana ad alimentare quell’inquietudine che gli suggeriva una vocazione più alta alla quale doveva aspirare. L’arte e i successi ad essa collegati, non gli bastavano più. Nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico ma qui visse un esperienza di deserto spirituale che lo prostrò in una notte oscura dell’anima. In preda a crisi d’ansia, scrupoli, deliri e altri malanni che lo colpirono nel fisico e nella psiche, dovette lasciare i gesuiti per motivi di salute continuando a cercare altrove la propria vocazione.

L’incontro con la misericordia e la svolta

Dopo più di un anno di buio per Adamo si accese improvvisamente la luce grazie all’ascolto di una conversazione, tra il parroco e un fedele, sull’infinita misericordia di Dio verso l’uomo. In quel momento Adamo guarì completamente, l’angoscia scomparve e riprese la forza per percorrere la sua strada. Si dedicò alla carità aiutando i poveri che incontrava, ma anche al restauro di chiese e quadri religiosi e all’ incontro con amici e conoscenti diffondendo lo spirito di San Francesco d’Assisi a cui si legò progressivamente fino ad indossare – col permesso del Vescovo, essendo un laico – un saio grigio ed a pronunciare i voti di terziario francescano. Il cambiamento di vita fu sigillato con un nome nuovo: prese il nome di fratel Alberto. Andò a vivere in un vecchio appartamento a Cracovia che spesso condivideva con poveri e vagabondi che incontrava per strada assicurandogli vitto e alloggio. Alberto continuò a dipingere concentrandosi su quella che fu l’opera più importante della sua vita (e che fu poi posto accanto alla sua tomba): l’Ecce Homo. A questa tela aveva dedicato molto tempo e sforzo, senza riuscire a dare il giusto volto a quel Cristo che univa in sé la regalità di un Dio e la miseria di un uomo condannato a morte.

Il “luogo del riscaldamento”: la spazzatura del mondo nello sguardo di Dio.

ecce homo chmielowski

L’Ecce Homo di Chmielowski

L’incontro con un senzatetto che ospitò nel suo appartamento offrì ad Alberto l’occasione per scoprire definitivamente la sua vocazione. Fu quel ragazzo a portare il pittore nel “luogo del riscaldamento”, un dormitorio pubblico, diviso in due cameroni per maschi e femmine, che la città di Cracovia aveva messo a disposizione come rifugio per i poveri durante l’inverno. La visita a quel luogo di miseria fu per Alberto una vera “discesa negli inferi”: lì conobbe e toccò con mano ciò che era considerata la “spazzatura del mondo”, i rifiuti e gli scarti della società. Poca luce illuminava l’ambiente fetido dove si rifugiavano barboni, drogati, ubriachi e storpi, sistemati alla meno peggio; un ambiente pericoloso dove i più prepotenti dettavano legge a scapito dei più indifesi. Anche molti bambini trovavano rifugio dal freddo in quel letamaio. Tra le donne la situazione non era diversa, lì avvenivano feroci litigi, violenze di ogni tipo, ingiustizie e finanche aborti clandestini. L’impatto per Alberto fu terribile ma cercò da subito di trovare il modo di fare del bene. Presto comprese che l’unico modo di aiutare era quello di trasferirsi in quel luogo per vivere anche lui come un mendicante, ai piedi di Cristo incarnato in quei miserevoli. “Bisogna vivere con loro! Non si può lasciarli così”. Fu così che, spinto da un impulso di carità, Alberto vendette i suo dipinti, lasciò l’appartamento e si fece spazio nel rifugio dove appese subito un quadro della Madonna di Czestochowa. I rapporti con i nuovi coinquilini non furono subito idilliaci ma, con fatica, Alberto seppe conquistare la loro stima. Coi suoi risparmi e col ricavato delle vendite delle opere d’arte, ripulì e rinnovò il dormitorio: disinfestato, tinteggiato, attrezzato con nuove finestre, una cucina, un bagno, un guardaroba, una dispensa e un piccolo pronto-soccorso. Alberto offriva anche lezioni di catechismo e momenti di preghiera comune. Presto arrivarono dei collaboratori volontari che decisero di trasferirsi anche loro per servire i poveri. Tutto mirava a restituire una dignità a quei mendicanti che, in un ambiente pulito e sereno, ritrovavano la voglia di vivere e sentivano – forse per la prima volta nella vita – quanto fossero preziosi agli occhi di Dio mentre il mondo li rifiutava e si turava in naso al loro passaggio. Molte conversioni straordinarie confermarono l’operato di Alberto, veri miracoli del Signore e della sua Divina Misericordia.

La congregazione di Frati e Suore “buoni come il pane”

Nel 1888, nacque la congregazione di “Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi di Poveri” che vennero presto chiamati col nome del loro fondatore: gli “albertini” (dal 1891 anche un ramo femminile, le “albertine”). Le opere si moltiplicarono, fondarono altri dormitori, ma anche orfanotrofi, asili per anziani, case di assistenza sociale e “cucine per il popolo”. Ai suoi frati e suore, per i quali fondò degli eremi dove ricevano la formazione prima della missione, Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”. L’opera della congregazione fu affidata alla Divina Provvidenza così come a San Giuseppe e alla Vergine Maria che Alberto definiva “la mia Dispensiera” o “confondatrice”.

L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla.

Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati.

Alberto fu beatificato il 22 giugno del 1983 a Cracovia e canonizzato il 12 dicembre del 1989 in Vaticano dal papa connazionale San Giovanni Paolo II che disse di lui: “Non fu soltanto uno che fa la carità, ma divenne fratello di coloro che egli serviva. Il loro fratello. Il fratello grigio, come era chiamato”.

 

Per approfondire:

Da visitare:

  • A Cracovia: Santuario di fratel Alberto (detta anche Chiesa di Ecce Homo). Via Woronicza 10, Cracovia.

Disse sant’Alberto:

«Perché il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s’infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo».

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

I santi della GMG 2016 (1): Santa Orsola, apostola della nuova evangelizzazione.

orsola led

Aleteia – Papa Francesco ha scelto san Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska come santi protettori della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. Si tratta dei due santi polacchi più conosciuti nel mondo, tuttavia sono numerosi i figli della Polonia elevati agli onori degli altari che accompagneranno dal cielo questa GMG con la loro intercessione; sono testimoni di una fede radicata attraverso i secoli nella storia del paese ed incarnata nella vita di molti suoi cittadini. Tra loro c’è sant’Orsola, una donna che spese la sua vita per dedicarla ai giovani, educando e formando le ragazze più in difficoltà. affrontando molte fatiche anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Ecco chi era sant’Orsola, al secolo Giulia Ledóchowska.

Una famiglia benedetta da Dio.
Giulia Ledóchowska, seconda di sette figli, nacque il 17 aprile 1865 a Loosdorf (Austria) da madre svizzera e padre polacco, in una famiglia nobile e aristocratica che diede numerosi frutti di santità, segno che il potere e le ricchezze non sono necessariamente un impedimento per la conversione e che la santità non è una prerogativa riservata ad una categoria sociale o economica di persone. Lo zio di Giulia (Miceslao Ledóchowski) fu arcivescovo e cardinale; il fratello Wladimiro fu sacerdote gesuita e diventò Preposito Generale della Compagnia; la sorella maggiore Maria Teresa, terziaria francescana, è stata proclamata Beata da Paolo VI: abbandonata la tranquilla e lussuosa vita di Corte, dedicò corpo e anima alle missioni africane, fondò l’istituto San Pietro Claver, istituì diversi comitati per l’abolizione della schiavitù e una tipografia a Salisburgo per la stampa di riviste e bollettini missionari; la chiamavano “la pazza delle missioni” o “madre delle missioni africane”. Tre figli e tre nipoti di Antonio e Giuseppina Ledóchowski scelsero vita religiosa.

I genitori e la trasmissione della fede in famiglia.
Questo amore al Vangelo e questo zelo per annunciarlo al mondo spendendo la propria vita, sono i frutti dell’educazione cristiana ricevuta in famiglia, della fede trasmessa dai genitori tra le mura domestiche; Antonio e Giuseppina Ledóchowski lasciarono ai loro figli l’eredità più preziosa: non ricchezze e titoli onorifici (che pure avevano) ma l’insegnamento che la vera felicità sta in amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come sé stessi. Spesso è evidente come dietro ad un santo canonizzato e conosciuto, c’è il lavoro silenzioso e poco conosciuto di un padre ed una madre che hanno seminato nella quotidianità il buon seme destinato a crescere secondo le innumerevoli strade del Signore. La stessa Orsola – che dedicò poi la sua vita all’educazione – ebbe a dire: “soltanto sulle ginocchia di una santa madre si educano i santi, i sacerdoti, i politici…” e anche: “Il compito  della famiglia è dare Dio al bambino; se gli darai Dio, gli avrai dato tutto, se non gli dai Dio, non gli avrai dato nulla”.

La vocazione religiosa, una figlia di Angela Merici.
Nel 1983 la famiglia di Giulia si trasferì vicino Cracovia, a Lipnica Murowana. A 21 anni, dopo aver ottenuto la benedizione dal padre morente a cui confidò la volontà di intraprendere la vita religiosa, Giulia entrò nel convento delle Orsoline (ordine fondato da sant’Angela Merici), prendendo il nome di Maria Orsola di Gesù. Per molti anni lavorò come insegnante ed educatrice nella scuola delle suore. Fu superiora del suo convento dal 1904 al 1907 e si adoperò per fondare un internato per studentesse universitarie nei locali del convento. Nel 1907, con la benedizione del papa Pio X, si recò a San Pietroburgo per prendersi cura delle studentesse polacche che abitavano in un pensionato della parrocchia di Santa Caterina. Qui, Orsola fu costretta, assieme alle sue suore, ad indossare abiti civili e a lavorare in clandestinità, costantemente sorvegliata dalla polizia segreta del regime che non permetteva opere di apostolato nel suo territorio. Lungo la sua vita fondò diverse case Orsoline (in Russia, in Scandinavia e in Svezia) così come diversi pensionati per ospitare ragazze studentesse fornendole un ambiente confortevole ed una educazione religiosa e umana.

Infaticabile apostola nella Scandinavia.
Dopo diversi anni di apostolato clandestino nel 1914, a causa della sua cittadinanza austriaca, fu costretta a fuggire dalla Russia per rifugiarsi in Svezia. A Stoccolma fondò un nuovo pensionato per signorine e un giornale per i cattolici svedesi (che si pubblica ancora oggi), tradusse il Catechismo in finlandese e fondò anche un piccolo ambulatorio per offrire cure gratuite alle persone più povere. In quegli anni mantenne ottimi rapporti con le comunità protestanti scandinave svolgendo un prezioso dialogo ecumenico. Durante la guerra, Orsola si occupò con grande carità dei profughi polacchi che fuggivano in Svezia organizzando raccolte di fondi, conferenze e pubblicando anche un libro in tre lingue per sostenere la comunità polacca in esilio. Viaggiò in Danimarca dove, nel 1918, costruì un orfanotrofio per ragazze polacche e una scuola di economia domestica per le famiglie meno abbienti.

Il ritorno a Cracovia e la nascita della nuova congregazione.
Alla fine della guerra, nel 1920, Orsola tornò nella sua amata Polonia portando con sè diversi orfani polacchi. Qui, forte dell’esperienza vissuta a San Pietroburgo con le sue consorelle, iniziò a maturare l’idea di una nuova congregazione che si dedicasse ai più bisognosi e che contribuisse attivamente alla ricostruzione di un paese devastato dal conflitto mondiale. Nel 1923 la Santa Sede approvò, per un periodo di sette anni, gli statuti della nuova congregazione apostolica a cui impose il nome di “Orsoline del Sacro Cuore di Gesù agonizzante” (conosciute in Polonia come “Orsoline grigie”) dedicata all’educazione e a “l’istruzione cristiana dei giovani, in particolare dei poveri, degli operai e dei contadini; e inoltre, alle opere di pietà e di misericordia, sia spirituale che temporale, connesse a tale educazione ed istruzione”. La nuova congregazione – stabilitasi a Pniewi vicino Poznan – si inserì dunque come un nuovo ramo della grande famiglia delle Orsoline incarnando nel suo tempo il “radicalismo evangelico” e il carisma dell’educazione e dell’istruzione promossi da sant’Angela Merici. La definitiva approvazione arrivò il 21 novembre del 1930. Scriverà nel suo commovente Testamento Spirituale: “Il Signore si è servito di me miserabile, per dar vita a questo nuovo ramo sorto dal vecchio tronco delle Orsoline: ramo giovanissimo e debolissimo, ma proprietà esclusiva del Sacratissimo Cuore di Gesù“. Nel 1928 le suore “Orsoline grigie” (o “orsoline polacche” come vennero chiamate in Italia) arrivarono a Roma dove stabilirono la loro casa generalizia e iniziarono a prendersi cura delle studentesse polacche e italiane più bisognose. Nel 1932 intrapresero l’apostolato tra i poveri della periferia di Primavalle.

La Polonia subì tragiche conseguenze a causa della Seconda Guerra Mondiale. Durante il regime nazista le Orsoline si dedicarono ai feriti e prigionieri di guerra; centinaia di suore furono deportate nei campi di concentramento. Ma con la fine della guerra e l’occupazione comunista le cose non migliorarono: alcune sorelle furono portate nei Gulag altre nei campi di lavoro siberiani; la congregazione dovette rinunciare al lavoro nelle scuole, molti istituti e case furono chiusi o statalizati.

La mia politica è l’amore.
Orsola affrontò le fatiche della evangelizzazione e dell’apostolato con estrema generosità e piena dedicazione. Senza strategie prefissate ma lasciandosi guidare dalla creatività dello Spirito Santo e collaborando con associazioni e movimenti già esistenti sul territorio a livello sociale, culturale e religioso. Il sorriso, radiante e luminoso sul volto, era il biglietto da visita che le apriva le porte e i cuori delle persone che incontrava. Suo fratello Wladimiro la ricordava così: “Aveva un cuore sensibile e tenero verso ogni miseria umana (…). In breve tempo guadagnò una tale fiducia e un tale rispetto che la gente veniva, a volte da lontano, sia per ricevere da lei una medicina per i malati, sia per chiedere consiglio nelle loro difficoltà e preoccupazioni”. A chi le domandava che posizione assumeva nelle spinose controversie politiche che affliggevano l’Europa, Orsola rispondeva spiegando il suo programma d’azione: “La mia politica è l’amore”. Fu tale lo zelo apostolico che animò madre Orsola e la sua determinazione nel portare il Vangelo ai lontani, che il papa Giovanni Paolo II la chiamò “apostola della nuova evangelizzazione”.

Esempio di santità per tutti: testimoniare il Vangelo in tempi difficili.
Orsola morì  a Roma nel 1939, all’età di 74 anni. Riconosciute le sue virtù eroiche e registrati i miracoli di guarigione ottenuti tramite la sua intercessione, fu beatificata il 20 giugno del 1983 da papa Giovanni Paolo II e canonizzata a Roma il 18 maggio 2003. La sua festa liturgica ricorre il 29 maggio. Il suo corpo riposa nel Santuario Diocesano di Sant’Orsola nella città di Pniewi. Nel 2004 la Libreria Editrice Vaticana pubblicava una sua biografia dal titolo significativo: “Orsola Ledòchowska, Santa dei tempi difficili e segno di speranza”. Nell’omelia per la canonizzazione Giovanni Paolo II indicò sant’Orsola come “esempio di santità per tutti i credenti”. “Tutti possiamo imparare da lei come edificare con Cristo un mondo più umano, un mondo in cui verranno realizzati sempre più pienamente valori come la giustizia, la libertà, la solidarietà, la pace”.

Il segreto della sua forza: l’Eucaristia.
E’ in Gesù Eucaristia, adorato, pregato e assunto, che Sant’Orsola trovava consolazione e sostegno per affrontare le dure prove dell’apostolato. Giovanni Paolo II sottolineava proprio questo aspetto nel giorno in cui la elevava agli onori degli altari. “Con la sua vita e con la sua attività la prova di una costante attualità, creatività ed efficacia dell’amore evangelico. Anche lei attingeva dall’amore per l’Eucaristia l’ispirazione e la forza per la grande opera dell’apostolato”. Questo spirito eucaristico volle trasmettere alla sua congregazione, diceva in fatti alle suore: “Il Santissimo Sacramento è il sole della nostra vita, il nostro tesoro, la nostra felicità, il nostro tutto sulla terra. (…) Amate Gesù nel tabernacolo! Là rimanga sempre il vostro cuore anche se materialmente siete al lavoro. Là è Gesù, che dobbiamo amare ardentemente, con tutto il cuore. E se non sappiamo amarlo, desideriamo almeno di amarlo – di amarlo sempre più”. Proprio grazie alla luce spirituale che riceveva da Gesà che “Sant’Orsola sapeva scorgere in ogni circostanza un segno del tempo, per servire Dio e i fratelli”.

La prima missione? annunciare il Vangelo
Sant’Orsola ebbe sempre chiaro quale era la prima missione della sua congregazione: quella di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini, senza mai stancarsi. Nelle Costituzione scrive: “La missione specifica della Congregazione nella Chiesa è annunciare Cristo, l’amore del Suo Cuore”. In un mondo sconvolto dalla guerra e dalle innumerevoli necessità materiali provocate dal devastante conflitto, Orsola metteva al primo posto l’annuncio della Buona Notizia. Anche il carisma dell’educazione e l’assistenza ai poveri mirava alla missione evangelizzatrice: “Compiamo questo attraverso tutte quelle attività che hanno come obiettivo la propagazione e il rafforzamento della fede, soprattutto attraverso l’educazione e formazione dei bambini e dei giovani e nel servizio ai più poveri e degli oppressi tra i nostri fratelli”.

Per approfondire:

Preghiera liturgica:

Padre misericordioso, tu hai chiamato santa Orsola a imitare tuo Figlio, che tu hai inviato nel mondo per annunciare la Buona Notizia, donaci attraverso il suo esempio e la sua intercessione donaci di vivere secondo sua grazia e di aiutare il nostro prossimo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La pastorale del sorriso:

Disse santa Orsola alle sue figlie spirituali,

Vi propongo un modo di fare l’apostolato che non esige lavoro molto pesante, ma che nei tempi di oggi è particolarmente desiderato e efficace, e cioè l’apostolato del sorriso, della serenità d’animo. Il sorriso dissipa le nuvole raccolte nell’animo; parla di una felicità interiore di una persona unita a Dio. Il sorriso può infondere nell’animo scoraggiato una vita nuova, una nuova speranza. Il sorriso dice che abbiamo un Padre, che è sempre pronto a venire in nostro aiuto.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

I Santi del confessionale a Roma per il Giubileo: san Pio e san Leopoldo

santi-pio-e-leopoldoSan Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandic (santo Croato che riposa nel santuario dei Cappuccini a Padova) arrivano a Roma per volontà di Papa Francesco, in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia. Si tratta di due santi, appartenenti all’ordine francescano dei Frati Minori Cappuccini, che hanno dedicato la loro vita alla salvezza delle anime, in modo particolare attraverso il sacramento della riconciliazione.

L’arrivo dei resti dei due frati è uno degli eventi più attesi di questo Anno Giubilare, un evento che porterà a Roma migliaia di pellegrini italiani e stranieri.

Per l’occasione saranno rafforzate le misure di sicurezza nella capitale. Oltre alla no-fly zone, ai metal detector e alle unità cinofile, scenderanno in campo miglia di uomini delle forze dell’ordine e delle forze armate per garantire la sicurezza dei pellegrini e proteggere i preziosi sarcofaghi dei santi. Sono previste nove zone rosse, “compresi i tragitti della teca con le reliquie, e l’utilizzo di varchi e metal detector anche al di fuori del Vaticano. Solo fra mercoledì e venerdì infatti sono attese nella Capitale oltre 150mila persone, alle quali si aggiungeranno quelle in arrivo per la giornata di sabato, considerata da alta affluenza”.

Un furgone speciale dotato di una struttura particolare per attutire le vibrazioni ha condotto Padre Pio a Roma scortato in autostrada dalla polizia: una accoglienza degna di un grande capo di Stato. Sorprendente se si pensa che, durante la sua vita, il frate delle stimmati fu per molto tempo duramente contrastato da molti confratelli, dal proprio Vescovo e dalla Santa Sede che ha più volte inviato condanne e restrizioni negando l’origine soprannaturale delle stimmati e dei doni particolari del frate. Oggi padre Pio da Pietrelcina viene accolto col massimo onore proprio all’interno della Basilica Vaticana per esplicita richiesta del Sommo Pontefice come un dono speciale per la Chiesa in questo anno Giubilare.

San Leopoldo, conosciuto come il martire del confessionale e dell’ecumenismo spirituale. Ebbe per tutta la vita il desiderio di partire in missione in oriente per far tornare gli “scismatici” all’unica vera Chiesa, quella Cattolica; ma a causa del suo fisico (estremamente basso e balbuziente) e del suo stato di salute, in obbedienza ai suoi superiori, passò la sua vita dentro un confessionale (la celletta) accogliendo i peccatori e perdonando tutti nel nome di Dio. Recentemente è stato indicato da papa Francesco come il confessore ideale (“confessate come lui!”). Per questo delicato viaggio da Padova a Roma il santo è stato trasportato da una nuova ambulanza delle Croce Verde di Padova, intitolata proprio al santo padovano (fonte RomaSette).

Sarà soprattutto il Santo del Gargano – che gode di una fama straordinaria in Italia e nel mondo – a destare l’interesse, la curiosità e la devozione di migliaia di fedeli che si avvicineranno in questi giorni per onorare e pregare le sue reliquie nella Capitale.

In particolare fermento i fedeli della parrocchia romana di San Salvatore in Lauro. dove il corpo di Padre Pio arriverà dopo una breve sosta presso la Basilica di San Lorenzo al Verano. La chiesa di San Salvatore è centro di riferimento per i devoti di Padre Pio e i Gruppi di Preghiera da lui fondati attivi nel Lazio. Inoltre la Chiesa custodisce alcune importanti e preziose reliquie di Padre Pio come il mantello e il guanto. Il “mantello” di San Pio, che viene esposto alla devozione dei fedeli ogni 23 del mese dopo la celebrazione eucaristica.

Si attendono migliaia di persone per l’arrivo dei due santi cappuccini, apostoli del confessionale. Sul sito della parrocchia si legge che “Per permettere a tutti di assistere alla celebrazione presieduta dall’arcivescovo Fisichella in programma per le 22 del 4 febbraio saranno installati maxischermi e altoparlanti”.

padre-pio-libriVenerdì alle ore 16,00 partirà la processione che porterà Padre Pio e San Leopoldo alla Basilica di San Pietro dove si attende il passaggio di più di 50mila fedeli.

 

In occasione di questo grande evento, le edizioni Padre Pio, assieme alle edizioni San Paolo, hanno pubblicato un nuovo testo sul santo delle stimmati scritto dal giornalista Stefano Campanella e intitolato “La Misericordia in Padre Pio” (€ 14,90).Allo stesso tempo è stato presentato un nuovo DVD “Padre Pio. Costruttore di misericordia” un film documentario, prodotto dal Centro televisivo vaticano in collaborazione coi Frati minori Cappuccini. Il DVD sarà distribuito dalle riviste Famiglia Cristiana e Credere (Qui maggiori informazioni)

Ecco il programma con le diverse tappe, celebrazioni e appuntamenti:

 

Mercoledì 3 febbraio

BASILICA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA

– ore 15,00: ARRIVO delle salme dei Santi presso la Basilica di San Lorenzo

– ore 18,00: EUCARISTIA presieduta dal Cardinale Vicario Agostino Vallini

Giovedì 4 febbraio:

– Ore 20,30: LITURGIA PENITENZIALE presieduta dall’arcivescovo Rino Fisichella

TRASFERIMENTO delle reliquie presso la parrocchia di San Salvatore in Lauro.

– Ore 22,00: EUCARISTIA presieduta da mons. Rino Fisichella

– A seguire: VEGLIA DI PREGHIERA animata dai Gruppi di Preghiera e dai Frati Cappuccini

Venerdì 5 febbraio

– Ore 14,00: EUCARISTIA presieduta da mons. Michele Castoro, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo

– TRASFERIMENTO delle reliquie a SAN PIETRO

Sabato 6 febbraio

– Ore 10,00 UDIENZA SPECIALE in PIAZZA S. PIETRO con Papa Francesco per i gruppi di preghiera di Padre Pio

Martedì 9 febbraio

– CELEBRAZIONE EUCARISTICA di Papa Francesco con i Frati Minori Cappuccinidi tutto il mondo.

 Giovedì 11febbraio

– PARTENZA delle reliquie da Roma: quelle di padre Pio faranno tappa a Pietrelcina e a Foggia; quelle di padre Leopoldo a Loreto e Bologna.

 

LINK UTILI

Chi sono San Pio e San Leopoldo?

QUI LA STORIA DI SAN LEOPOLDO MANDIC (nato a Castelnuovo il 12 maggio 1966)
QUI LA STORIA DI SAN PIO

 

Articolo pubblicato su Romagiornale.it

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