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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Testimoni ed eroi della chiesa polacca: “I santi della GMG 2016”

GMG16logoQuesti testi raccolgono la testimonianza di fede e di santità di alcuni dei numerosi figli della Polonia elevati agli onori degli altari. Lo scopo di questo piccolo “dossier” è quello di accompagnare i pellegrini che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 presentando queste storie poco conosciute che possono essere di incoraggiamento nel cammino di fede e nel discernimento vocazionale.

Le vicende di questi santi si intrecciano con la storia della Polonia, un paese martoriato dalle guerre, strozzato da invasori stranieri, insanguinato dalle dittature. Un paese che conta più di ogni altro paese europeo, le innocenti vittime della superbia e della violenza umana. Un paese però, a cui Dio ha donato – come una grazia particolare – tanti uomini e donne che, col loro straordinario esempio di santità e di fede, hanno testimoniato diffuso l’annuncio dell’amore di Dio in mezzo ai più bui scenari di sofferenza e di morte.

Il cielo è pieno di uomini e donne che hanno seguito il Signore durante la loro vita terrena, offrendo sé stessi per l’annuncio del Regno di Dio, per l’evangelizzazione. Conoscere queste storie ci incoraggia a proseguire nel cammino intrapreso certi che il Signore non nega la grazia della perseveranza e della santità a chi la cerca con sincerità e fede.

I primi tre articoli sono stati pubblicati nel mese di luglio 2016 sul portale Aleteia.org in preparazione alla GMG di Cracovia; l’articolo su Giovanni Paolo II è stato scritto nei giorni della sua canonizzazione e pubblicato sul blog Testa del Serpente; l’ultimo testo è ripreso integralmente dall’agenzia Gaudium Press.

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Il Cardinale Wyszynski, l’uomo che salvò la chiesa in Polonia dalla furia comunista

Fu lui a a difendere la Chiesa e i fedeli dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

WyszynskiAleteia – “Nessun paese europeo è stato lacerato e smembrato, come la Polonia, negli ultimi tre secoli” (A. M. Sicari). In modo particolare, entrambi i totalitarismi che hanno afflitto il mondo nel XX secolo si sono accaniti violentemente  sulla nazione polacca, vittima sia del terrore nazista che della furia comunista. A farne le spese in maniera particolare è stata la Chiesa che ha subito danni devastanti con la distruzione di luoghi di culto, la soppressione di ordini religiosi, la persecuzione dei fedeli e la deportazione e l’uccisione di numerosi membri del clero: religiosi, religiose, sacerdoti e vescovi. Di fronte a questo drammatico panorama è facile chiedersi come abbia fatto la chiesa polacca a sopravvivere con tale eroicità rimanendo tutt’ora una delle realtà ecclesiali europee più vivaci, donando al mondo numerosi frutti di conversione e santità. La risposta a questa domanda dovrà necessariamente fare riferimento al cardinale Wyszynski che giocò ruolo cruciale per la salvezza della chiesa e della nazione polacca nel periodo più buio della sua storia: quello dell’occupazione sovietica.

Si può affermare che la Polonia sia diventata il “polmone spirituale” di questo Anno Giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco. Si tratta infatti del paese natale di Santa Faustina Kowalska, la religiosa scelta da Dio per diffondere il messaggio della Divina Misericordia e del papa San Giovanni Paolo II che si fece portavoce di questa particolare devozione. A questo si aggiunga che proprio quest’anno la Giornata Mondiale della Gioventù sarà celebrata a Cracovia.

Tra le numerose testimonianze di fede e di santità che offre la nazione polacca non possiamo non guardare all’opera del cardinale Wyszynski che fu primate della Polonia dal 1948 sino alla sua morte avvenuta a Varsavia nel 1981. La sua vita non è sufficientemente conosciuta in occidente, in parte anche a causa del ruolo di un altro vescovo polacco: Karol Wojtyla che, in certo senso, ne “oscurò” la memoria da quando fu eletto Papa. Ma se Giovanni Paolo II ebbe un ruolo importantissimo nello scardinare il sistema comunista in Polonia, chi lottò in prima persona quando ancora Wojtyla era un giovane prete fu il cardinale Wyszynski: fu lui a combattere l’imperialismo sovietico e a difendere la Chiesa cattolica e i fedeli polacchi dalle angherie e dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

Il giovane prete ricercato dai nazisti.

Stefan Wyszynski nacque a Zuzela (un villaggio dell’est della Polonia) nel 1901, in una famiglia povera e numerosa. Suo padre, molto devoto alla madonna di Czestochowa, era l’organista e il sacrestano della chiesa parrocchiale. Nel 1924 Stefan ricevette l’ordinazione sacerdotale all’età di 23 anni e intraprese gli studi di diritto canonico all’Università Cattolica di Lublino. Durante l’occupazione nazista, per ordine del suo vescovo e a causa del suo debole stato di salute, fu costretto ad abbandonare il seminario dove risiedeva ed insegnava; si nascose in campagna, cambiando costantemente domicilio per scampare alle retate naziste, mentre serviva clandestinamente i fedeli del luogo dove si trovava di passaggio. L’ordine del vescovo – a cui Wyszynski obbedì non senza sofferenza – si rivelò provvidenziale: più tardi si scoprì che il suo nome era nella lista dei religiosi considerati pericolosi dalla Gestapo e destinati alla deportazione nei campi di concentramento (in quella lista anche il nome del sacerdote Massimiliano Kolbe che morì ad Auschwitz nel 1941). Nel 1944, durante l’insurrezione di Varsavia contro l’invasore tedesco, Wyszynski assunse il ruolo di cappellano militare, sostenendo i feriti e assistendo i morenti sia polacchi che tedeschi.

Una nuova minaccia: il comunismo in Polonia contro la Chiesa Cattolica.

Nel 1945, alla fine della Seconda Guerra mondiale, la Polonia si trovò in una situazione critica con inimmaginabili perdite materiali (a Varsavia i tedeschi distrussero più del 90% degli immobili) e soprattutto umane. Perdendo sei milioni di cittadini, la popolazione polacca decrebbe di un quinto. Questa nazione maltrattata e traumatizzata si trovò ad affrontare un nuovo grave pericolo che metterà alla prova, ancora una volta, la sua sopravvivenza: l’istallazione forzata e violenta del regime marxista-comunista, così estraneo al carattere tradizionale di questo paese marcatamente segnato dalla cultura cristiana. Lo stesso Stalin pronunciò la famosa frase secondo cui ‘impiantare il comunismo in Polonia era come sellare una mucca’: per istallare l’ateismo marxista in Polonia, era necessario sradicare la sua identità nazionale e la sua cultura cristiana. In questi tempi estremamente difficili Wyszynski – nominato nel 1946 vescovo di Lublino e nel 1948 vescovo di Gniezno e Varsavia – cosciente delle perdite umane sofferte sotto il nazismo, invitò i guerriglieri a consegnare le armi e ad approfittare dell’amnistia concessa per cercare di tornare ad una vita normale. Ciò che contava in quel momento non era lottare per la libertà politica, ma assicurare la sopravvivenza biologica di una nazione decimata dalla guerra. Inizialmente i sovietici mantennero una apparente benevolenza accettando di firmare un accordo con la Chiesa (1950), impegnandosi a rispettare la libertà religiosa e l’autonomia della Chiesa. Ma il governo non aveva alcuna intenzione di rispettare l’impegno preso e presto iniziò a perseguitare i gruppi patriottici e i fedeli. Nel 1952 papa Pio XII nominò cardinale Stefan Wyszynski ma le autorità comuniste non gli concessero il permesso per recarsi a Roma per ritirare il cappello cardinalizio. In questo periodo iniziò una dura repressione contro la Chiesa polacca e le sue attività: molte scuole, ospedali, giornali furono chiusi o assunti dal governo. Numerosi sacerdoti e religiosi furono incarcerati senza un vero processo e alcuni di loro assassinati. Nel 1953, il governo comunista promulgò una legge che prevedeva il controllo delle nomine ecclesiastiche, imitando un processo applicato nell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione.

Non possumus”: la lettera di Wyszynski contro le ingerenze del governo.

Questo attacco frontale contro la Chiesa segnò un punto di svolta nelle relazioni tra l’episcopato polacco e il governo marxista. Il cardinale Wyszynski, che fino a quel momento ebbe un atteggiamento conciliante nella ricerca di un modus vivendi coi suoi avversari, scrisse la famosa lettera, firmata all’unisono da tutto l’episcopato e inviata al governo, che rappresentò uno dei momenti decisivi della storia della Polonia e dell’Europa contemporanea: “Affermiamo che il suddetto decreto non può essere da noi riconosciuto come legittimo e vigente, giacché contrario alla Costituzione [che riconosceva la libertà di culto] e alle leggi di Dio e della Chiesa”. E più avanti “Se dovessimo trovarci di fronte all’alternativa di sottomettere la giurisdizione ecclesiastica come uno strumento di governo civile oppure accettare un sacrificio personale, non vacilleremo. Seguiremo la voce apostolica della nostra vocazione e coscienza sacerdotale; andremo con pace interiore, con la coscienza di non aver dato motivo per la persecuzione e che le sofferenze che ci accadranno non saranno per altra causa se non quella di Cristo e della sua Chiesa. Non possiamo sacrificare le cose di Dio sull’altare di Cesare! Non Possumus!”. La lettera provocò un’autentica furia tra i comunisti che già vantavano il controllo del paese ma che non riuscivano a controllare pienamente la Chiesa cattolica.

Il Primate in carcere: preghiera e studio in cella.

Da parte sua il cardinale Wyszynski era pienamente cosciente della reazione che quella dichiarazione avrebbe provocato nel governo ed era pronto al martirio. La notte del 25 settembre del 1953 il cardinale fu arrestato dalle autorità comuniste  e portato in carcere. Uscendo dal palazzo episcopale disse a una religiosa che si affannava nel preparargli un bagaglio: “Sorella non porterò nulla. Sono entrato povero in questa casa e povero vi uscirò”. Rimarrà in carcere per tre lunghi anni e sarà trasferito in diversi luoghi al fine di mantenere segreto il suo nascondiglio. Soltanto l’ultimo anno di prigione gli sarà concesso di vivere in un convento nei Carpazi Orientali con la possibilità di inviare e ricevere lettere. Durante la sua prigionia sapeva che in qualsiasi momento poteva essere giustiziato così come avveniva a tanti altri prigionieri. Nonostante ciò, senza perdersi d’animo, stabilì un orario simile a quello di un monastero, con un tempo di preghiera, di studio, di meditazione e di lavoro intellettuale alzandosi presto al mattino per approfittare al massimo di ogni giornata. Nel suoi Appunti dalla Prigione scrisse: “Oggi non posso servire la Chiesa e la patria col mio lavoro di sacerdote nel tempio, ma posso servirle con la preghiera. Ed è quello che sto facendo praticamente tutto il giorno”. I suoi aguzzini cercarono di rovinargli la vita in ogni modo con violenze, minacce e lusinghe, ma il prigioniero non smise di pregare per loro: “Non mi obbligheranno in nessun modo ad odiarli”. Scrisse ancora: “Abbiamo gli stessi obblighi di testimoniare Cristo in carcere come davanti ad un altare”. I suoi carcerieri si disperavano vedendo che tutti i loro metodi di persuasione (gli promisero la libertà se rinunciava al suo ruolo di vescovo) e le torture psicologiche non sortivano nessun effetto: “Anche se dovessi passare qui cento anni, non lo farò, perché va contro la mia coscienza”. Scrisse anche “Il peccato più grande per un apostolo è la paura; la paura di un apostolo è la prima alleata dei suoi nemici”; e ancora: “la mancanza di coraggio è l’inizio della sconfitta per un vescovo”.

La liberazione e l’azione diplomatica per la pace della Polonia.

Dopo l’insurrezione del 1956 contro il regime stalinista (Rivolta di Poznań), al fine di allenare le tensioni, il nuovo leader polacco Gomułka chiese al prigioniero di tornare a Varsavia per riprendere il possesso della sua sede episcopale. Wyszynski accettò ma solo alla condizione che il decreto sulle nomine dei vescovi venisse cancellato, che venisse garantita la libertà di culto e l’indipendenza tra Stato e Chiesa. Il 28 ottobre il Primate tornò a Varsavia e l’8 dicembre si firmò il nuovo accordo che sottoscriveva le condizioni poste dal cardinale Wyszynski. Fu il trionfo di chi era disposto ad offrire la propria vita prima che si compissero ingiustizie contro la sua Chiesa e il suo popolo. Se il cardinale Wyszynski si fosse piegato di fronte alle minacce del partito, la Chiesa avrebbe sofferto gravi conseguenze (come successe in altri paesi); ma la sua incrollabile fedeltà e la sua resistenza permisero alla chiesa polacca di conservare un livello di autonomia e di libertà senza paragoni in tutto il blocco sovietico. Il cardinale Wyszynski ebbe un ruolo cruciale nei conflitti che sorsero tra la classe operaia e il governo comunista: da un lato appoggiando le giuste rivendicazioni dei lavoratori e dall’altro conservando un atteggiamento conciliatore e pacifico, allentando le tensioni per evitare le violenze da entrambe le parti.

La morte del Primate: la sua opera un esempio da seguire.

Wyszynski morì il 28 maggio del 1981, quindici giorni dopo l’attentato a Giovanni Paolo II. Non potendosi recare al suo funerale perché ancora ricoverato, il Santo Padre inviò una sentita lettera alla nazione polacca con la quale indisse trenta giorni di raccoglimento e di preghiera, invitando a meditare su “la figura dell’indimenticabile Primate, il Cardinale Stefan Wyszynski”, e “il suo insegnamento, il suo ruolo in un così difficile periodo della nostra storia”. Giovanni Paolo II invitò tutti ad imitare il coraggio apostolico del cardinale e a riprendere l’opera da lui iniziata: “Riprendano quest’opera con grandissima responsabilità i Pastori della Chiesa, la riprendano il clero, i sacerdoti, le famiglie religiose, i fedeli di ogni età e di ogni mestiere. La riprendano i giovani. La riprenda la Chiesa intera e l’intera Nazione”.

Nel 1989 per volere di Giovanni Paolo II, venne inaugurato il processo di beatificazione del Servo di Dio cardinale Stefan Wyszynski. Superata la fase “diocesana”, il processo è ora allo studio della Congregazione delle Cause dei Santi dove è in esame l’inspiegabile guarigione di una ragazza di Szczecin (nord della Polonia) che, afflitta in stato terminale da un tumore, chiese la grazia della guarigione per l’intercessione del coraggioso “Primate del Millennio”.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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I santi della GMG 2016 (2): Sant’Alberto Chmielowski, il San Francesco polacco.

sant'alberto chmAleteia – Tra i numerosi santi che onorano la nazione e la chiesa polacca spicca in modo particolare, per la sua radicalità evangelica e la sua totale dedicazione ai poveri, la figura di Sant’Alberto Chmielowski. Adamo, questo il suo nome di battesimo, nacque in una nobile famiglia polacca ad Igolomia (vicino Cracovia) il 20 agosto 1845 e morì all’età di 71 anni tra i poveri di Cracovia ai quali dedicò tutta la sua vita fino a diventare uno di loro dimenticando le origini aristocratiche e abbandonando le glorie mondane raggiunte attraverso una carriera di pittore che gli offrì non poche occasioni di soddisfazione. In patria è conosciuto come “il padre dei poveri” o “il San Francesco del XX secolo”.

Alberto fu un uomo dall’animo rivoluzionario e dal carattere impetuoso, affascinato della bellezza e dell’arte, ma l’incontro con Cristo lo porto a scegliere la via della croce, luogo dove la Misericordia di Dio si china sulla miseria umana per elevarla e redimerla. Nel suo itinerario si accorse che – con parole di Wojtyla – “E’ proprio il Cristo incoronato di Spine la vera immagine dell’amore per gli uomini, la vera immagine della misericordia”.

Il santo della misericordia: strumento concreto dell’amore di Dio.

La sua vita non fu semplice né il suo percorso lineare, attraversò periodi bui e grandi sofferenze corporali e spirituali, ma Adamo seppe scoprire volta per volta con pazienza e fede la strada da percorrere, un processo che lo portò alla piena uniformità con Cristo che “da ricco che era si fece povero” per farsi prossimo ai più emarginati e dimenticati, agli “scarti” della società. Nel giorno della sua canonizzazione, il papa Giovanni Paolo II sottolineò: “Adam Chmielowski fu discepolo pronto a ogni chiamata del suo maestro e Signore”.

Ciò che desta stupore leggendo la storia di questo santo polacco è la piena sintonia, il legame spirituale, che lo unisce a papa Francesco ed ai temi ricorrenti della sua predicazione: la scoperta della Divina Misericordia che cambia la propria vita, l’abbandono della mondanità, l’accoglienza e la pratica del Vangelo sulla scia di San Francesco d’Assisi, la gioia del servizio, l’opzione per i poveri e gli emarginati come stile di vita.

Prigioniero di guerra: l’arresto, la mutilazione, la fuga.

Il giovane Adamo Chmielowski (orfano di padre e di madre fin dalla tenera età) partecipò in modo attivo all’insurrezione del 1863 quando il popolo polacco si ribellò contro l’invasore russo. La sconfitta degli insorti fu schiacciante, la repressione durissima. La Chiesa subì conseguenze devastanti: molti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi deportati e gli istituti religiosi soppressi dalle autorità russe. Durante la rivolta Adamo fu colpito da una granata mentre cavalcava, subì danni irreparabili ad una gamba e fu arrestato. L’infezione fu immediata e costrinse i nemici – che volevano il prigioniero vivo per poterlo processare e condannarlo a morte – ad amputarla sul campo con una sega, senza anestesia, concedendo al prigioniero la sola “consolazione” di un sigaro. Grazie all’intervento e alla complicità di amici e familiari, Adamo riuscì a scampare la condanna: fuggì dalla prigione nascondendosi in una bara e lasciò il paese portando con sé – come una croce visibile – una pesante protesi metallica.

Le belle arti, il ritorno in patria e la crisi esistenziale

Stabilitosi a Parigi Adamo si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti e proseguì poi gli studi all’Università di Grand e all’accademia di Monaco di Baviera. Da subito dimostrò grandi doti artistiche e una personalità forte che si manifestava nelle sue opere : un quid che lo elevava al di sopra degli altri pittori. Si distinse per uno stile avanguardista, le sue tele ricordavano quelle di Cézanne e lasciavano emergere il tormento e l’inquietudine di un anima alla ricerca del senso della vita. Tornato a Varsavia nel 1874 Adamo iniziò a frequentare gli ambienti artistici e letterati della società polacca prendendo parte attiva alla vita culturale e stringendo legami coi migliori artisti dell’epoca. La sua arte era tormentata, sofferta; molte le opere incompiute o distrutte, segno di un’insoddisfazione di fondo e di un dissidio esistenziale vissuto con pesantezza e dolore in un contesto di mondanità e spensieratezza com’era il circolo degli artisti di cui faceva parte. Le riflessioni sul senso dell’arte erano per Adamo strettamente legate a quelle sul senso della vita: “Il culto della propria arte è un inchinarsi a se stessi” nient’altro che un “ignobile idolatria”. Esprimere se stessi attraverso l’opera artistica fu per Adamo un compito secondario, di fronte a ciò che considerava primordiale: raggiungere la salvezza della propria anima. Fu la sua formazione cristiana ad alimentare quell’inquietudine che gli suggeriva una vocazione più alta alla quale doveva aspirare. L’arte e i successi ad essa collegati, non gli bastavano più. Nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico ma qui visse un esperienza di deserto spirituale che lo prostrò in una notte oscura dell’anima. In preda a crisi d’ansia, scrupoli, deliri e altri malanni che lo colpirono nel fisico e nella psiche, dovette lasciare i gesuiti per motivi di salute continuando a cercare altrove la propria vocazione.

L’incontro con la misericordia e la svolta

Dopo più di un anno di buio per Adamo si accese improvvisamente la luce grazie all’ascolto di una conversazione, tra il parroco e un fedele, sull’infinita misericordia di Dio verso l’uomo. In quel momento Adamo guarì completamente, l’angoscia scomparve e riprese la forza per percorrere la sua strada. Si dedicò alla carità aiutando i poveri che incontrava, ma anche al restauro di chiese e quadri religiosi e all’ incontro con amici e conoscenti diffondendo lo spirito di San Francesco d’Assisi a cui si legò progressivamente fino ad indossare – col permesso del Vescovo, essendo un laico – un saio grigio ed a pronunciare i voti di terziario francescano. Il cambiamento di vita fu sigillato con un nome nuovo: prese il nome di fratel Alberto. Andò a vivere in un vecchio appartamento a Cracovia che spesso condivideva con poveri e vagabondi che incontrava per strada assicurandogli vitto e alloggio. Alberto continuò a dipingere concentrandosi su quella che fu l’opera più importante della sua vita (e che fu poi posto accanto alla sua tomba): l’Ecce Homo. A questa tela aveva dedicato molto tempo e sforzo, senza riuscire a dare il giusto volto a quel Cristo che univa in sé la regalità di un Dio e la miseria di un uomo condannato a morte.

Il “luogo del riscaldamento”: la spazzatura del mondo nello sguardo di Dio.

ecce homo chmielowski

L’Ecce Homo di Chmielowski

L’incontro con un senzatetto che ospitò nel suo appartamento offrì ad Alberto l’occasione per scoprire definitivamente la sua vocazione. Fu quel ragazzo a portare il pittore nel “luogo del riscaldamento”, un dormitorio pubblico, diviso in due cameroni per maschi e femmine, che la città di Cracovia aveva messo a disposizione come rifugio per i poveri durante l’inverno. La visita a quel luogo di miseria fu per Alberto una vera “discesa negli inferi”: lì conobbe e toccò con mano ciò che era considerata la “spazzatura del mondo”, i rifiuti e gli scarti della società. Poca luce illuminava l’ambiente fetido dove si rifugiavano barboni, drogati, ubriachi e storpi, sistemati alla meno peggio; un ambiente pericoloso dove i più prepotenti dettavano legge a scapito dei più indifesi. Anche molti bambini trovavano rifugio dal freddo in quel letamaio. Tra le donne la situazione non era diversa, lì avvenivano feroci litigi, violenze di ogni tipo, ingiustizie e finanche aborti clandestini. L’impatto per Alberto fu terribile ma cercò da subito di trovare il modo di fare del bene. Presto comprese che l’unico modo di aiutare era quello di trasferirsi in quel luogo per vivere anche lui come un mendicante, ai piedi di Cristo incarnato in quei miserevoli. “Bisogna vivere con loro! Non si può lasciarli così”. Fu così che, spinto da un impulso di carità, Alberto vendette i suo dipinti, lasciò l’appartamento e si fece spazio nel rifugio dove appese subito un quadro della Madonna di Czestochowa. I rapporti con i nuovi coinquilini non furono subito idilliaci ma, con fatica, Alberto seppe conquistare la loro stima. Coi suoi risparmi e col ricavato delle vendite delle opere d’arte, ripulì e rinnovò il dormitorio: disinfestato, tinteggiato, attrezzato con nuove finestre, una cucina, un bagno, un guardaroba, una dispensa e un piccolo pronto-soccorso. Alberto offriva anche lezioni di catechismo e momenti di preghiera comune. Presto arrivarono dei collaboratori volontari che decisero di trasferirsi anche loro per servire i poveri. Tutto mirava a restituire una dignità a quei mendicanti che, in un ambiente pulito e sereno, ritrovavano la voglia di vivere e sentivano – forse per la prima volta nella vita – quanto fossero preziosi agli occhi di Dio mentre il mondo li rifiutava e si turava in naso al loro passaggio. Molte conversioni straordinarie confermarono l’operato di Alberto, veri miracoli del Signore e della sua Divina Misericordia.

La congregazione di Frati e Suore “buoni come il pane”

Nel 1888, nacque la congregazione di “Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi di Poveri” che vennero presto chiamati col nome del loro fondatore: gli “albertini” (dal 1891 anche un ramo femminile, le “albertine”). Le opere si moltiplicarono, fondarono altri dormitori, ma anche orfanotrofi, asili per anziani, case di assistenza sociale e “cucine per il popolo”. Ai suoi frati e suore, per i quali fondò degli eremi dove ricevano la formazione prima della missione, Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”. L’opera della congregazione fu affidata alla Divina Provvidenza così come a San Giuseppe e alla Vergine Maria che Alberto definiva “la mia Dispensiera” o “confondatrice”.

L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla.

Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati.

Alberto fu beatificato il 22 giugno del 1983 a Cracovia e canonizzato il 12 dicembre del 1989 in Vaticano dal papa connazionale San Giovanni Paolo II che disse di lui: “Non fu soltanto uno che fa la carità, ma divenne fratello di coloro che egli serviva. Il loro fratello. Il fratello grigio, come era chiamato”.

 

Per approfondire:

Da visitare:

  • A Cracovia: Santuario di fratel Alberto (detta anche Chiesa di Ecce Homo). Via Woronicza 10, Cracovia.

Disse sant’Alberto:

«Perché il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s’infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo».

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

I santi della GMG 2016 (1): Santa Orsola, apostola della nuova evangelizzazione.

orsola led

Aleteia – Papa Francesco ha scelto san Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska come santi protettori della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. Si tratta dei due santi polacchi più conosciuti nel mondo, tuttavia sono numerosi i figli della Polonia elevati agli onori degli altari che accompagneranno dal cielo questa GMG con la loro intercessione; sono testimoni di una fede radicata attraverso i secoli nella storia del paese ed incarnata nella vita di molti suoi cittadini. Tra loro c’è sant’Orsola, una donna che spese la sua vita per dedicarla ai giovani, educando e formando le ragazze più in difficoltà. affrontando molte fatiche anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Ecco chi era sant’Orsola, al secolo Giulia Ledóchowska.

Una famiglia benedetta da Dio.
Giulia Ledóchowska, seconda di sette figli, nacque il 17 aprile 1865 a Loosdorf (Austria) da madre svizzera e padre polacco, in una famiglia nobile e aristocratica che diede numerosi frutti di santità, segno che il potere e le ricchezze non sono necessariamente un impedimento per la conversione e che la santità non è una prerogativa riservata ad una categoria sociale o economica di persone. Lo zio di Giulia (Miceslao Ledóchowski) fu arcivescovo e cardinale; il fratello Wladimiro fu sacerdote gesuita e diventò Preposito Generale della Compagnia; la sorella maggiore Maria Teresa, terziaria francescana, è stata proclamata Beata da Paolo VI: abbandonata la tranquilla e lussuosa vita di Corte, dedicò corpo e anima alle missioni africane, fondò l’istituto San Pietro Claver, istituì diversi comitati per l’abolizione della schiavitù e una tipografia a Salisburgo per la stampa di riviste e bollettini missionari; la chiamavano “la pazza delle missioni” o “madre delle missioni africane”. Tre figli e tre nipoti di Antonio e Giuseppina Ledóchowski scelsero vita religiosa.

I genitori e la trasmissione della fede in famiglia.
Questo amore al Vangelo e questo zelo per annunciarlo al mondo spendendo la propria vita, sono i frutti dell’educazione cristiana ricevuta in famiglia, della fede trasmessa dai genitori tra le mura domestiche; Antonio e Giuseppina Ledóchowski lasciarono ai loro figli l’eredità più preziosa: non ricchezze e titoli onorifici (che pure avevano) ma l’insegnamento che la vera felicità sta in amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come sé stessi. Spesso è evidente come dietro ad un santo canonizzato e conosciuto, c’è il lavoro silenzioso e poco conosciuto di un padre ed una madre che hanno seminato nella quotidianità il buon seme destinato a crescere secondo le innumerevoli strade del Signore. La stessa Orsola – che dedicò poi la sua vita all’educazione – ebbe a dire: “soltanto sulle ginocchia di una santa madre si educano i santi, i sacerdoti, i politici…” e anche: “Il compito  della famiglia è dare Dio al bambino; se gli darai Dio, gli avrai dato tutto, se non gli dai Dio, non gli avrai dato nulla”.

La vocazione religiosa, una figlia di Angela Merici.
Nel 1983 la famiglia di Giulia si trasferì vicino Cracovia, a Lipnica Murowana. A 21 anni, dopo aver ottenuto la benedizione dal padre morente a cui confidò la volontà di intraprendere la vita religiosa, Giulia entrò nel convento delle Orsoline (ordine fondato da sant’Angela Merici), prendendo il nome di Maria Orsola di Gesù. Per molti anni lavorò come insegnante ed educatrice nella scuola delle suore. Fu superiora del suo convento dal 1904 al 1907 e si adoperò per fondare un internato per studentesse universitarie nei locali del convento. Nel 1907, con la benedizione del papa Pio X, si recò a San Pietroburgo per prendersi cura delle studentesse polacche che abitavano in un pensionato della parrocchia di Santa Caterina. Qui, Orsola fu costretta, assieme alle sue suore, ad indossare abiti civili e a lavorare in clandestinità, costantemente sorvegliata dalla polizia segreta del regime che non permetteva opere di apostolato nel suo territorio. Lungo la sua vita fondò diverse case Orsoline (in Russia, in Scandinavia e in Svezia) così come diversi pensionati per ospitare ragazze studentesse fornendole un ambiente confortevole ed una educazione religiosa e umana.

Infaticabile apostola nella Scandinavia.
Dopo diversi anni di apostolato clandestino nel 1914, a causa della sua cittadinanza austriaca, fu costretta a fuggire dalla Russia per rifugiarsi in Svezia. A Stoccolma fondò un nuovo pensionato per signorine e un giornale per i cattolici svedesi (che si pubblica ancora oggi), tradusse il Catechismo in finlandese e fondò anche un piccolo ambulatorio per offrire cure gratuite alle persone più povere. In quegli anni mantenne ottimi rapporti con le comunità protestanti scandinave svolgendo un prezioso dialogo ecumenico. Durante la guerra, Orsola si occupò con grande carità dei profughi polacchi che fuggivano in Svezia organizzando raccolte di fondi, conferenze e pubblicando anche un libro in tre lingue per sostenere la comunità polacca in esilio. Viaggiò in Danimarca dove, nel 1918, costruì un orfanotrofio per ragazze polacche e una scuola di economia domestica per le famiglie meno abbienti.

Il ritorno a Cracovia e la nascita della nuova congregazione.
Alla fine della guerra, nel 1920, Orsola tornò nella sua amata Polonia portando con sè diversi orfani polacchi. Qui, forte dell’esperienza vissuta a San Pietroburgo con le sue consorelle, iniziò a maturare l’idea di una nuova congregazione che si dedicasse ai più bisognosi e che contribuisse attivamente alla ricostruzione di un paese devastato dal conflitto mondiale. Nel 1923 la Santa Sede approvò, per un periodo di sette anni, gli statuti della nuova congregazione apostolica a cui impose il nome di “Orsoline del Sacro Cuore di Gesù agonizzante” (conosciute in Polonia come “Orsoline grigie”) dedicata all’educazione e a “l’istruzione cristiana dei giovani, in particolare dei poveri, degli operai e dei contadini; e inoltre, alle opere di pietà e di misericordia, sia spirituale che temporale, connesse a tale educazione ed istruzione”. La nuova congregazione – stabilitasi a Pniewi vicino Poznan – si inserì dunque come un nuovo ramo della grande famiglia delle Orsoline incarnando nel suo tempo il “radicalismo evangelico” e il carisma dell’educazione e dell’istruzione promossi da sant’Angela Merici. La definitiva approvazione arrivò il 21 novembre del 1930. Scriverà nel suo commovente Testamento Spirituale: “Il Signore si è servito di me miserabile, per dar vita a questo nuovo ramo sorto dal vecchio tronco delle Orsoline: ramo giovanissimo e debolissimo, ma proprietà esclusiva del Sacratissimo Cuore di Gesù“. Nel 1928 le suore “Orsoline grigie” (o “orsoline polacche” come vennero chiamate in Italia) arrivarono a Roma dove stabilirono la loro casa generalizia e iniziarono a prendersi cura delle studentesse polacche e italiane più bisognose. Nel 1932 intrapresero l’apostolato tra i poveri della periferia di Primavalle.

La Polonia subì tragiche conseguenze a causa della Seconda Guerra Mondiale. Durante il regime nazista le Orsoline si dedicarono ai feriti e prigionieri di guerra; centinaia di suore furono deportate nei campi di concentramento. Ma con la fine della guerra e l’occupazione comunista le cose non migliorarono: alcune sorelle furono portate nei Gulag altre nei campi di lavoro siberiani; la congregazione dovette rinunciare al lavoro nelle scuole, molti istituti e case furono chiusi o statalizati.

La mia politica è l’amore.
Orsola affrontò le fatiche della evangelizzazione e dell’apostolato con estrema generosità e piena dedicazione. Senza strategie prefissate ma lasciandosi guidare dalla creatività dello Spirito Santo e collaborando con associazioni e movimenti già esistenti sul territorio a livello sociale, culturale e religioso. Il sorriso, radiante e luminoso sul volto, era il biglietto da visita che le apriva le porte e i cuori delle persone che incontrava. Suo fratello Wladimiro la ricordava così: “Aveva un cuore sensibile e tenero verso ogni miseria umana (…). In breve tempo guadagnò una tale fiducia e un tale rispetto che la gente veniva, a volte da lontano, sia per ricevere da lei una medicina per i malati, sia per chiedere consiglio nelle loro difficoltà e preoccupazioni”. A chi le domandava che posizione assumeva nelle spinose controversie politiche che affliggevano l’Europa, Orsola rispondeva spiegando il suo programma d’azione: “La mia politica è l’amore”. Fu tale lo zelo apostolico che animò madre Orsola e la sua determinazione nel portare il Vangelo ai lontani, che il papa Giovanni Paolo II la chiamò “apostola della nuova evangelizzazione”.

Esempio di santità per tutti: testimoniare il Vangelo in tempi difficili.
Orsola morì  a Roma nel 1939, all’età di 74 anni. Riconosciute le sue virtù eroiche e registrati i miracoli di guarigione ottenuti tramite la sua intercessione, fu beatificata il 20 giugno del 1983 da papa Giovanni Paolo II e canonizzata a Roma il 18 maggio 2003. La sua festa liturgica ricorre il 29 maggio. Il suo corpo riposa nel Santuario Diocesano di Sant’Orsola nella città di Pniewi. Nel 2004 la Libreria Editrice Vaticana pubblicava una sua biografia dal titolo significativo: “Orsola Ledòchowska, Santa dei tempi difficili e segno di speranza”. Nell’omelia per la canonizzazione Giovanni Paolo II indicò sant’Orsola come “esempio di santità per tutti i credenti”. “Tutti possiamo imparare da lei come edificare con Cristo un mondo più umano, un mondo in cui verranno realizzati sempre più pienamente valori come la giustizia, la libertà, la solidarietà, la pace”.

Il segreto della sua forza: l’Eucaristia.
E’ in Gesù Eucaristia, adorato, pregato e assunto, che Sant’Orsola trovava consolazione e sostegno per affrontare le dure prove dell’apostolato. Giovanni Paolo II sottolineava proprio questo aspetto nel giorno in cui la elevava agli onori degli altari. “Con la sua vita e con la sua attività la prova di una costante attualità, creatività ed efficacia dell’amore evangelico. Anche lei attingeva dall’amore per l’Eucaristia l’ispirazione e la forza per la grande opera dell’apostolato”. Questo spirito eucaristico volle trasmettere alla sua congregazione, diceva in fatti alle suore: “Il Santissimo Sacramento è il sole della nostra vita, il nostro tesoro, la nostra felicità, il nostro tutto sulla terra. (…) Amate Gesù nel tabernacolo! Là rimanga sempre il vostro cuore anche se materialmente siete al lavoro. Là è Gesù, che dobbiamo amare ardentemente, con tutto il cuore. E se non sappiamo amarlo, desideriamo almeno di amarlo – di amarlo sempre più”. Proprio grazie alla luce spirituale che riceveva da Gesà che “Sant’Orsola sapeva scorgere in ogni circostanza un segno del tempo, per servire Dio e i fratelli”.

La prima missione? annunciare il Vangelo
Sant’Orsola ebbe sempre chiaro quale era la prima missione della sua congregazione: quella di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini, senza mai stancarsi. Nelle Costituzione scrive: “La missione specifica della Congregazione nella Chiesa è annunciare Cristo, l’amore del Suo Cuore”. In un mondo sconvolto dalla guerra e dalle innumerevoli necessità materiali provocate dal devastante conflitto, Orsola metteva al primo posto l’annuncio della Buona Notizia. Anche il carisma dell’educazione e l’assistenza ai poveri mirava alla missione evangelizzatrice: “Compiamo questo attraverso tutte quelle attività che hanno come obiettivo la propagazione e il rafforzamento della fede, soprattutto attraverso l’educazione e formazione dei bambini e dei giovani e nel servizio ai più poveri e degli oppressi tra i nostri fratelli”.

Per approfondire:

Preghiera liturgica:

Padre misericordioso, tu hai chiamato santa Orsola a imitare tuo Figlio, che tu hai inviato nel mondo per annunciare la Buona Notizia, donaci attraverso il suo esempio e la sua intercessione donaci di vivere secondo sua grazia e di aiutare il nostro prossimo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La pastorale del sorriso:

Disse santa Orsola alle sue figlie spirituali,

Vi propongo un modo di fare l’apostolato che non esige lavoro molto pesante, ma che nei tempi di oggi è particolarmente desiderato e efficace, e cioè l’apostolato del sorriso, della serenità d’animo. Il sorriso dissipa le nuvole raccolte nell’animo; parla di una felicità interiore di una persona unita a Dio. Il sorriso può infondere nell’animo scoraggiato una vita nuova, una nuova speranza. Il sorriso dice che abbiamo un Padre, che è sempre pronto a venire in nostro aiuto.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

Jóvenes de Panamá trabajan para un sueño: la JMJ de Cracovia

jmj panama4Son jóvenes, son panameños y pertenecen al Camino Neocatecumenal. Les une una misma fe, el mismo camino y un sueño: recorrer los 10mil kilometros que separan Panamá de la ciudad de Cracovia para participar a la próxima Jornada Mundial de la Juventud con el papa Francisco. El evento tendrá lugar en la ciudad polaca del 25 de Julio al 1 de Agosto de 2016!

Un sueño dificil de realizar porque el precio a pagar es alto: se trata de conseguir la cuota para pagar el viaje, el alojamiento, las comidas y todo lo necesario para la estadía en la ciudad polaca y la participación al evento. ¡Sin embargo, el deseo de participar a la peregrinación  es mayor que las dificultades económicas!

Estos jóvenes saben que no se trata simplemente de un viaje turístico, sino de una ocasión para vivir un encuentro personal con Jesucristo y descubrir su vocación personal a través de la escucha de la Palabra de Dios, del mensaje del Papa Francisco, de las celebraciones eucarísticas, de las visitas a los lugares sagrados, de las palabras de los catequistas y de los sacerdotes que acompañarán al grupo.

jmj panama3Es por esto que los jóvenes de la parroquia de “Cristo Hijo de Dios”, en el barrio de “Samaria” (Distrito de San Miguelito), han decidido comenzar a trabajar en su tiempo libre para recaudar fondos en vista de la peregrinación a Polonia, con el apoyo del párroco, el padre Rogelio Toppin.

El día domingo 14 de septiembre, desde las 7 de la mañana, decenas de jóvenes se reunieron para organizar la primera venta de “comida criolla” (comida típica de Panamá) a pesar de la lluvia. Por las calles del barrio se distribuyeron invitaciones y se anunciò el menú – a precios muy populares – que contaba con platos como: yucas sancochadas, hojaldres, salchichas guisadas y patacones…

Hacia las dos de la tarde los jóvenes terminaron su día de trabajo entonando salmos y cantos con sus guitarras y percusiones. Una manera de evangelizar y, a la vez, de dar gracias a Dios por la oportunidad de trabajar con provecho y en comunión con los hermanos.

Comprando estas comidas se colabora directamente para que algunos de estos chicos puedan realizar su sueño y participar en la peregrinación. Ayudar a estos jóvenes es una forma concreta de contribuir en su formación espiritual y en su camino de crecimiento en la fe. Es participar en la Nueva Evangelización, ya que en las etapas de dicha peregrinación se evangelizará en las plazas de Europa con cantos, experiencias, lecturas y, sobretodo, con el anuncio del Kerygma: la Buena Noticia de Cristo muerto y resucitado por amor a los hombres.

Existen muchas formas de ayudar a estos hermanos: comprando la comida, corriendo la voz entre los amigos para que acudan al “dia criollo” o a los eventos similares organizados por los jóvenes, ayudando en la organización de la venta o en la preparación de la comida, llevando bebidas o alimentos para cocinar.

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Muchos de estos jóvenes se animaron a participar en la JMJ de Cracovia escuchando las experiencias de otros hermanos de comunidad, familiares o amigos, que han participado a las anteriores Jornadas internacionales de la Juventud. En efecto, en las recientes experiencias de Madrid (2011) y Rio de Janeiro (2013) han asistido centenares de hermanos del Camino Neocatecumenal de toda la República de Panamá quienes, regresando a sus casas y a sus comunidades, han contagiado con su alegría y su entusiasmo, a muchos otros jóvenes que ahora desean vivir la misma alegría de la fe. Es lo que el papa Francisco ha pedido a los jóvenes argentinos en Río de Janeiro cuando les aconsejó que “hicieran lío” al regresar a sus diócesis:

Quisiera decir una cosa: ¿qué es lo que espero como consecuencia de la Jornada de la Juventud? Espero lío. Que acá adentro va a haber lío, va a haber. Que acá en Río va a haber lío, va a haber. Pero quiero lío en las diócesis, quiero que se salga afuera… Quiero que la Iglesia salga a la calle, quiero que nos defendamos de todo lo que sea mundanidad, de lo que sea instalación, de lo que sea comodidad, de lo que sea clericalismo, de lo que sea estar encerrados en nosotros mismos.

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La experiencia de estos jóvenes es un ejemplo para todos: el celo y el entusiasmo que les mueve es el resultado de una fe viva y de un profundo deseo de encontrarse con Jesucristo, un anhelo que va más allá de las dificultades e incomodidades que este camino pueda reservar.

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