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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

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Il “Manuale del Sacrista”: ovvero come vivere lo Shemà in Sacrestia

A mo’ di “captaptio benevolentie”
Ogni sagrestano (o sacrista) ha i suoi segreti. Custode dei luoghi e degli oggetti più sacri di ogni parrocchia, il sagrestano si aggira per la chiesa con la sicurezza e l’autorità chi si sposta da una stanza all’altra della sua casa, tenendo sotto controllo ogni cosa, vigilando su chi va e su chi viene, su ciò che entra e ciò che esce, consapevole del suo ruolo di “guardiano” delle cose sacre, come buon servitore del parroco, ma prima di tutto, di Dio padrone di casa, sempre presente e degno del maggiore onore e rispetto. Dietro ogni celebrazione ben riuscita (dal punto di vista liturgico) c’è la mano del sagrestano che provvede all’allestimento della sacrestia, della credenza, dell’ambone e dell’altare. Un servizio prezioso, antico com’è antica la liturgia della Chiesa che da sempre si è servita di uomini dedicati a questo servizio essenziale, discreto, spesso faticoso e poco riconosciuto. Il buon sagrestano, infatti, lavora nell’ombra, si adopera prima e dopo le funzioni liturgiche, durante le liturgie scompare solo apparentemente, perché la sua presenza dietro le quinte è essenziale durante la celebrazione non solo per intervenire in determinati momenti (accendere/spegnere microfoni o luci al tempo opportuno) ma anche in caso di emergenze o intoppi di ogni sorta (se qualcosa non funziona o non si trova…). Spesso considerato secondario rispetto ai carismi o ministeri più blasonati ed di ruolo liturgico (basti pensare ai canto, ai lettori o agli accoliti), il sagrestano ricopre un ruolo prezioso, per questo un buon sagrestano, rispettoso, discreto, attento e preciso, ricco di spirito di servizio, è un fiore all’occhiello per una parrocchia e il suo parroco.

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Grande Missione 100 piazze a Roma: il Papa “E noi, rimarremo a casa?”

missio1Cristo è risorto!” Con questa frase si salutano i cristiani durante i 50 giorni che seguono la Pasqua. Cinquanta giorni che compongono la Pasqua come un unico giorno, un’unica domenica, un’unica festa!

Ma questa frase, più che un saluto è un annuncio, proclamato solennemente nella Santa Notte e destinato a spargersi per il mondo.

Alcune donne appena appresa la notizia corsero a dirlo ai discepoli di Gesù; i discepoli dopo aver constatato personalmente che Gesù era vivo (la tomba vuota e le apparizioni del Risorto) lo urlarono al mondo. E lì dove la loro capacità di apprendimento delle lingue non fu sufficiente, ci pensò lo Spirito Santo che, cinquanta giorni dopo (Pentecoste: dal greco πεντηκοντα, pentekonta “cinquanta”) scese su di loro e li spinse ad uscire per le strade e nelle piazze del mondo.

Anche la chiesa oggi esce nelle piazze delle frenetiche città moderne per annunciare che Cristo è Risorto. Lo faranno (lo faremo) i “pazzi” neocatecumenali, pazzi nel senso buono del termine. Come era pazzo Tommaso Moro di cui l’amico Erasmo elogiò la follia nel libro “Elogio della Follia” (ancora dal greco: μωρός, moròs: folle, pazzo).

callesSì, è proprio così: una evangelizzazione nelle piazze. Niente conferenze, niente libri, niente programmi, niente corsi di aggiornamento… ma un annuncio per strada! Nudo e crudo! Oggi, nella Chiesa, si parla spesso di missione e della necessità evangelizzare è la cosa sembra pacifica, ovvia. Ma mentre parlarne è normale, farlo veramente, sul serio, sembra pazzesco. Perfino per fedeli parrocchiani e per molti preti che probabilmente non l’hanno mai fatto in questo modo così “immediato”.

E allora, sotto la spinta di Papa Francesco comincia la nuova missione popolare: si scende in piazza a dire che Cristo è Risorto agli sconosciuti.

Certo, a pensarci bene è una bella follia. E’ quella che San Paolo chiamava la “stoltezza del Kerygma” (1 Cor 1,21). Ma a pensarci meglio una logica c’è: il nucleo del cristianesimo infatti è l’evento della Risurrezione di Gesù come punto di svolta della storia degli uomini. Tutto è vano se Cristo non è risorto, e se si dubita di questo fatto la fede diventa “acqua di rose” come ha detto il Papa il 3 aprile. Francesco ha poi aggiunto: “Noi crediamo in un Risorto che ha vinto il male e la morte! Abbiamo il coraggio di “uscire” per portare questa gioia e questa luce in tutti i luoghi della nostra vita! La Risurrezione di Cristo è la nostra più grande certezza; è il tesoro più prezioso! Come non condividere con gli altri questo tesoro, questa certezza? Non è soltanto per noi, è per trasmetterla, per darla agli altri, condividerla con gli altri”. Vista così, sarebbe illogico non trasmettere questo messaggio! Come un medico che, in un momento di grandissima emergenza, trovi motivi validi per starsene chiuso in camera mentre fuori le sue conoscenze potrebbero salvare le vite di molte persone in estrema necessità e in pericolo di morte!

Resta il fatto però che, umanamente parlando, annunciare Cristo per le strade nel 2013 ha tutta l’aria di una ridicola pazzia. Lo ha detto lo stesso Bergoglio in una lettera ai suoi fedeli prima di diventare Papa:

“Non abbiamo il diritto di rimanere a casa accarezzando la nostra anima. Di rimanere chiusi nelle nostre cosette… piccolette. Non abbiamo il diritto di rimanere tranquilli e a volere bene a noi stessi… Dobbiamo uscire a parlare a questa gente della città che abbiamo visto nei balconi. Dobbiamo uscire dal nostro guscio e dirgli che Gesù vive, e che Gesù vive per lui, per lei, e dirglielo con allegria… anche se a volte sembriamo un po pazzi”.

“E noi, rimarremo a casa? Rimarremo chiusi nelle parrocchie o nelle scuole? Con tutta questa gente che ci sta aspettando! La gente della nostra città!”

La lettera del Papa è bellissima, esplicita, chiarissima. Leggendola vien quasi voglia di fare le valige e partire per le piazze del mondo ad annunciare il Vangelo ai “vecchietti annoiati”, ai “giovani storditi”, ai “nostalgici”. Cosa faremo ora, che sembra impazzito anche il papa?

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