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“Immagine”: la pace secondo John Lennon e la massoneria

Imagine john lennonE’ considerata una delle canzoni più belle di sempre per il suo messaggio di pace e solidarietà tanto da essere ritenuta un vero e proprio inno della pace e della fraternità tra i popoli, le razze e le religioni. E’ per questo che nella recente Partita Interreligiosa per la Pace, ispirata e voluta da papa Francesco, è stata cantata da Violetta, la giovanissima cantante argentina idolo di tanti bambini e teenager di tutto il mondo.

Peccato però che la canzone Imagine del cantante britannico John Lennon – componente dei famosi Beatles-,  contenga invece un chiaro, inequivocabile, messaggio antireligioso. Frasi come “Imagine there’s no heaven” oppure “and no religions too” sono risuonate come note fortemente stonate durante lo spettacolo (dallo spirito più religioso che sportivo) che ha coinvolto milioni di spettatori in tutto il mondo.

Evocare un mondo senza paradiso, senza inferno e senza religioni, non era esattamente ciò che intendeva il Papa quando ha suggerito un momento di gioco e di comunione tra le diverse religioni in favore della solidarietà e della pace. Evidentemente gli organizzatori dell’evento hanno cercato su Google “canzoni per la pace” e, ignorando il vero significato della canzone, hanno scelto il celebre brano di Lennon per inaugurare la manifestazione.

E’ come se in un ipotetico raduno di atei di tutto il mondo, impegnati a far rinsavire il mondo accecato dall’oppio della religione e decisi a pianificare l’eliminazione della Chiesa e della fede, si cominciasse tutti in piedi, a mani giunte, cantando l’Ave Maria. Sembrerebbe molto strano e fuori luogo, perlomeno un po’ contraddittorio. Forse tutto sarebbe più in ordine se in quell’ipotetico raduno di atei antireligiosi si fosse cantato Imagine mentre allo Stadio Olimpico, l’altra sera Violetta, o chi per lei, avesse intonato un Ave Maria.

Lennon OnoIl testo della canzone in questione rivela tutto lo spirito pacifista, ma anche nichilista, materialista e anticristiano, del suo autore. John Lennon fu un’icona pacifista degli anni sessanta, protagonista di numerose iniziative contro la guerra, ma fu anche un acerrimo nemico del capitalismo e del cristianesimo. Visse un’esistenza sregolata all’insegna della trasgressione e del libertinismo morale, abusando di alcol e droghe fin dall’adolescenza, promuovendo l’amore libero, l’abolizione di ogni morale e la disobbedienza ad ogni autorità religiosa e politica.

Personalità controversa e rivoluzionaria, contestatore e provocatore, John Lennon si schierò apertamente in diverse occasioni contro il cristianesimo con il suo stile di vita e con i suoi messaggi; in un’intervista, rilasciata nel 1966, con presunzione profetica ne preannunciò la scomparsa (“Il cristianesimo scomparirà, si ridurrà e svanirà”) e con spavalderia assicurò: “Noi (Beatles) siamo più popolari di Gesù Cristo”, frase che poi tentò di ritrattare a seguito delle numerose proteste provocate in tutto il mondo.

Molti studiosi e biografi hanno evidenziato i legami con l’occultismo e l’influenza satanica nella vita e nei versi di John Lennon e dei Beatles (incuriositi e attratti dall’induismo, dalla meditazione trascendentale, lo yoga, lo spiritismo e altre forme di misticismo orientale) ipotizzando che, alla radice del loro successo planetario, ci fosse un patto stipulato col Diavolo. In molti brani sono stati trovati numerosi messaggi subliminal: invocazioni a Satana, bestemmie, incitamenti a pratiche sessuali estreme o violente.

lennon for peaceIl mondo auspicato da John Lennon in Imagine è un mondo di pace e fratellanza universale, sogno utopico del pensiero New Age e massonico ma soprattutto dell’ideologia marxista e comunista: un mondo senza frontiere (Imagine there’s no countries), senza religioni (…and no religion too), senza proprietà privata (Imagine no possessions). Un mondo senza paradiso (no heaven) né inferno (no hell below us), senza nulla per cui morire (Nothing to kill or die). Insomma, un nuovo ordine mondiale libero dalla religione, senza fede né speranza. Il succo del messaggio è che solo in un mondo senza Dio e senza religioni potrà realizzarsi il sogno di pace e la fraternità universale, solo sbarazzandoci di Dio avremo finalmente la pace.

Si tratta dell’avvento di una società senza classi ipotizzato e auspicato da Marx; un mondo privo di paradiso giacché il comunismo ha “chiuso” il cielo sopra l’uomo eliminando ogni speranza di vita ultraterrena. Fu proprio lo stesso Lennon a dire che la canzone Imagine era “virtualmente il Manifesto del Partito Comunista” di Marx, non un inno della pace ma un brano “anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista”.

Nulla di più lontano dalla Gerusalemme celeste annunciata dai profeti della Bibbia dove regneranno giustizia e pace e dove “Nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra nazione” (Mi 4,3). Nulla di più lontano dall’idea di pace presente nel cristianesimo e auspicata da papa Francesco in questo momento storico così tristemente afflitto da violente guerre, persecuzioni e genocidi di massa. La Gerusalemme celeste – i cielo nuovo e terra nuova – rappresenta il fine ultimo del piano salvifico di Dio con gli uomini: è “la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio” (Ap. 21).

Resta da capire come mai gli organizzatori della Partita Interreligiosa ispirata da papa Francesco siano scivolati così ingenuamente scegliendo questa canzone – evidentemente fuori luogo – per questo evento. Forse per non essere politicamente, o meglio, religiosamente scortesi, si è vista la necessità di scegliere un brano “laico” che non si identificasse con nessun dio né con nessuna religione… Se così fosse sembra che si sia un po’ esagerato, perché Imagine è talmente laica da essere atea, da non rappresentare nessun dio, nessuna religione, nessun disegno di pace verosimilmente realizzabile. Come a dire, per non offendere nessuna religione, le hanno offese tutte!

Ovviamente non ci è stata nessuna protesta e tutti hanno applaudito calorosamente l’iniziativa. Non oso immaginare cosa si sarebbe scatenato se si fosse cantato (più esplicitamente, ma il concetto è lo stesso): “Image there’s no Islam“. Sarebbero stati guai seri, molto seri.

mcs

 

Leggi anche: Socci, Violetta e la Vergine Maria.

“Non scambiatevi un segno di pace”: l’Eucaristia e i segni svuotati (1)

sanpietroepaolo

Scarica il testo della lettera:  LETTERA CIRCOLARE (PDF)

“Non scambiatevi un segno di pace!” Così sembra consigliare una lettera circolare che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha inviato a tutte le conferenze episcopali del mondo sul rito della Pace durante la celebrazione eucaristica.

Il metodo è sempre lo stesso: di fronte agli abusi e agli eccessi liturgici, ma anche di fronte alle deformazioni dovute agli errori, alle consuetudini o alle usanze delle comunità cristiane sparse in tutto il mondo, ogni tanto, dai Sacri Palazzi, viene approvato qualche documento (firmato dal Prefetto di turno) per correggere gli errori e consigliare il modo più giusto di comportarsi.

Gli interventi in materia liturgica sono come la potatura: “La potatura – recita l’enciclopedia – è necessaria solo quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti)”. Siccome si da il caso che questa pianta (la celebrazione eucaristica) abbia spesso delle ramificazioni troppo estese (abusi), è giusto intervenire (potatura) per mantenere quella unità storico-geografica che ha caratterizzato l’eucarestia nei secoli e nel mondo [1].

Ma da qui a ridurre ogni segno alla sua più minima espressione per ridimensionare ogni eccesso di forma e ogni esasperazione simbolica, ce ne vuole. Lo scopo della lettera è “moderare il gesto” di pace che suscita, con i suoi eccessi, troppa confusione. Secondo la circolare, la pace deve essere un segno sobrio, moderato, dato soltanto ai vicini di panca in modo silenzioso (proibiti i canti) e composto (senza muoversi dal proprio posto) , evitando gesti familiari (abbracci) e profani (baci). Il sacerdote, infine, non deve muoversi dall’altare ma rimanere al proprio posto senza scomporsi. Insomma: “Scambiatevi un segno di pace, se proprio lo volete, ma fate presto perché inizia l’Agnus Dei!” (La lettera non dice cosa fare nel caso in cui nel raggio di due metri non ci sia seduto nessuno e non fossimo in grado di estendere il braccio oltre la sua lunghezza naturale per dare la pace senza muoverci dal nostro posto).

E’ vero che in alcune occasioni il momento della pace è considerato una pausa per prendere una boccata d’aria, salutare l’amico, o il festeggiato di turno (durante le prime comunioni, cresime o matrimoni, un po’ meno ai funerali), fare i complimenti per la scelta del vestito, andare al bagno, fumare una sigaretta, scaricare la posta sul cellulare, informarsi sul risultato della partita in corso (in Italia c’è sempre una partita in corso), questa è spesso una triste realtà che in alcuni casi risulta molto difficile da gestire; in questi casi è doveroso arginare tumulti e fracassi “da mercato” o da “fine-primo-tempo”! Ma non è sempre così. L’altra faccia della medaglia vede il gesto della pace ridotto a un meccanico e disinteressato “qui-la-mano-fratello” senza nessun tipo di trasporto emotivo ne tanto meno spirituale. In effetti, il più delle volte, il rito della pace è considerato un rito secondario, una gara contro il tempo: riuscire a stringere più mani sconosciute possibili prima che il sacerdote attacchi con “l’Agnus Dei” e che i più furbi inizino a formare le file per avere la comunione per primi (dovesse finire!)… è una bella sfida! Insomma le assemblee sono anonime, le mani sudaticce e il tempo non è molto, anzi, ormai è tutta discesa… manca poco per andare in pace! Nelle nostre liturgie, il gesto di pace, a dire il vero, è già ridotto ai minimi termini!

Entrambi gli estremi (rilassamento totale nel primo caso, freddo distacco nell’altro) chiedono una catechesi di sensibilizzazione e una formazione liturgica che aiuti l’assemblea a “scambiarsi la pace” in modo dignitoso ed efficace. Ma da ciò che si vede nelle parrocchie (non so quale parrocchia frequentino i monsignori della Sacra Congregazione) la pace sembra un gesto da rafforzare più che da ridimensionare.

Giusto intervenire per correggere ma, in questo caso, la medicina rischia di essere più nociva della stessa malattia: alleggerire i segni fino ai minimi termini può finire per svuotarli di tutta la ricchezza di significati che essi contengono. La celebrazione eucaristica, infatti, è ricca di simboli e di gesti che parlano da soli, che contengono in se stessi profondi significati teologici. Non a caso nella chiesa antica, i catecumeni venivano avvicinati ai misteri sacramentali tramite dei riti e dei gesti che solo posteriormente venivano spiegati dal Vescovo in tutta la loro ricchezza spirituale, liturgica e teologica (le cosiddette “catechesi mistagogiche”). Prima parlava il segno e dopo il Vescovo.

Ridurre alla extrema ratio i simboli vuol dire privarsi della immediatezza di significati e della profondità dei loro significati sposando una concezione liturgica “verbale” più che “gestuale” col rischio di ottenere celebrazioni più fredde e schematiche, ragionate prima ancora che vissute. A traverso questa circolare, la congregazione per il Culto Divino invita a ridurre ancora di più la portata simbolica di un rito già evidentemente in crisi. Non sarebbe forse meglio invitare i fedeli a vivere questo breve rito con maggiore autenticità ed eloquenza (le Costituzioni Apostoliche affermano  “Salutatevi con un bacio santo”, non con timide strette di mano e sorrisi cortesi) anziché limitarsi a richiamare all’ordine, alla compostezza e alla brevità? Il gesto vuole significare il perdono tra i fratelli prima di accedere al banchetto eucaristico secondo il mandato di Gesù (Mt. 5,23-24), la pace donata da Cristo Risorto (Gv. 20,19), la fine dei rancori, dell’odio, delle invidie, la richiesta del perdono e l’accesso alla piena comunione ecclesiale…

La pace è simbolo dell’agape, dell’abbraccio, forte e smodato quanto si vuole, tra persone (di ogni lingua, razza, nazione e condizione sociale) che scoppiano di gioia e che son diventati fratelli e sorelle in virtù di quel Mysterium Paschale che stanno celebrando! In realtà tutta la celebrazione eucaristica è una festa di riconciliazione e di pace, è la celebrazione della pasqua caratterizzata dalla gioia tipica di questa festa, dove risuonano gli echi dell’Exultet della santa notte, una gioia esplosiva, la “gioia cosmica” della risurrezione, che tiene viva la festa e che avvolge, non solo, tutta l’assemblea ma il mondo intero.

Sembrerebbe che l’interesse della Chiesa negli ultimi decenni, dal Concilio Vaticano II in poi, sia stato quello di ridurre tutti i gesti alla loro espressione minima rendendo sempre più difficile (meno immediata) la loro lettura simbolica. Si sa che il linguaggio simbolico proprio della liturgia è un linguaggio intuitivo, affettivo, poetico, che colpisce la memoria, ha una immediatezza data dalla vicinanza al linguaggio comune, alla quotidianità, lontano da ogni spiegazione concettuale, dai manuali, dalle enciclopedie, dai trattati. Durante la celebrazione eucaristica, preghiere, gesti, canti, movimenti e posizioni del corpo, riti e i vari elementi materiali (immagini sacre, acqua, fuoco, candele, fiori, pane, vino, olio, incenso…), tutto parla al cuore del fedele che partecipa alla celebrazione. Ma ridurre questi gesti (che sono a servizio della fede, alimentandola e rafforzandola) potarli, arginarli, non avrà una seria ripercussione sul loro valore comunicativo? (Cfr. Aldazabal José, Gestos y Simbolos, CPL)

A lasciare perplessi è il punto secondo cui la pace può essere omessa in alcuni casi se lo si ritiene “pedagogicamente sensato” mentre in alcuni casi il gesto “deve essere omesso”! Questa frase desta perplessità perché se non si è voluto spostare il rito della pace prima dell’offertorio (come da antica tradizione, come già avviene nel rito Ambrosiano, nelle chiese orientali e come ha chiesto papa Benedetto XVI, cfr. SC, 49) per non creare “cambi strutturali al messale Romano”, come mai questo rito si può omettere dalla celebrazione senza nessun inconveniente strutturale?[2] A quanto pare, secondo il Vaticano, è meglio omettere la pace che correggerla. Quali sarebbero i motivi per cui sarebbe da ritenere non conveniente scambiarsi la pace? Verrebbe da pensare che se un sacerdote decide di non far scambiare la pace ai fedeli è probabile che si tratti di un problema di orologio: un appuntamento (con un amico, con un cuscino o con una forchetta) a cui non può certamente arrivare in ritardo.

Se si trattasse di un problema di tempo sarebbe un po come la “forma breve” delle letture proposte dai lezionari: sembra, infatti, che non sia conveniente far ascoltare tutta la parabola del Seminatore ai fedeli, potrebbero stancarsi troppo e chiedere una riduzione delle letture… O forse se si legge tutto il dialogo di Gesù con la Samaritana i fedeli si  potrebbero affaticare troppo stando in piedi e manifestare il loro malcontento. Non sarebbe meglio ottimizzare i tempi riducendo la lunghezza delle letture e alleviando così la fatica degli ascoltatori? Ecco quindi la forma breve dei Vangeli con brani sapientemente esclusi dalle parentesi, quadre e rosse!

A questo proposito, ad alcuni preti, dovrebbero consigliare la “forma breve” dell’omelia e, anziché tagliare il Vangelo, accorciare la predica. E’ storicamente provato, infatti, che una omelia lunga porta alla crisi di fede più di quanto lo facciano delle lunghissime letture; viceversa ci sono più conversioni a causa dell’ascolto del Vangelo piuttosto che dovute a una lunga ed erudita omelia. A meno che non si abbia il carisma degli apostoli o dei santi predicatori come Ambrogio, Agostino o quel Giovanni che tutti chiamavano Crisostomo ovvero “Boccadoro” (Κρυσοστομος) per la eloquenza, la bellezza e la forza della sua predicazione.

In fine, motivi “pedagogici” per cui la pace dovrebbe essere omessa non sono per nulla evidenti. Evidentemente il problema del rito della pace, non è un problema legato alla durata dell’eucarestia (visto che prende pochi minuti). Forse anticipare il gesto dopo le preghiere universali (cosa teologicamente e liturgicamente inappuntabile) sarebbe stata una decisione saggia in funzione del corretto svolgimento del rito, in maniera composta ma senza particolare fretta. Resta l’impressione che la Congregazione abbia una idea un po confusa su come ci si scambi la pace nelle celebrazioni domenicali, un gesto fin troppo cordiale e distaccato rispetto all’invito paolino “salutatevi con il bacio santo”. Eppure, di fronte a tanta fredda cordialità e distacco, arriva un richiamo alla moderazione e alla pacatezza, come a dire: “Non scambiatevi un segno di pace”!

 

***

NOTE
[1] A questo proposito consiglio vivamente la lettura del libro di Riccardo Pane: “Liturgia Creativa” un libretto simpatico e leggero ma quantomai vero nelle descrizioni e nella denuncia dell’eccessiva “creatività”.

[2] Durante la celebrazione ci sono due momenti in cui si colloca la pace (secondo due tradizioni entrambe antichissime): prima della presentazione dei doni e della Preghiera Eucaristica (Chiese orientali, chiesa Ambrosiana) oppure alla fine della Preghiera dopo il Padre Nostro (rito Romano). “Bisogna dire però, che purtroppo, facendo il gesto in questo momento dopo il Padre Nostro, ndr.), c’è il rischio di oscurare l’importanza di quello che segue, sminuendone la centralità: la frazione del pane”. R. Reyes, Lettere tra cielo e terra, Cantagalli 2012, p. 203. Il testo più antico della tradizione cristiana che parla dello scambio della pace è di San Giustino e colloca il segno subito dopo le preghiere universali: Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio» (San Giustino, Apologia I, 65; 67, cit. in CCC, n. 1345).

 

Scarica il testo della lettera:  LETTERA CIRCOLARE (PDF)

Lampedusa e la retorica buonista della politica italiana

barcone_immigrati5001Nel pieno di una settimana critica per la politica italiana, la dolorosa strage di Lampedusa ha sconvolto l’Italia e, forse, (magari!) tutta l’Europa.
La vicenda, però, sembra aver scosso molto meno quei paesi da cui le vittime fuggivano, paesi retti da regimi tutt’altro che democratici e governati da signori indifferenti delle sorti dei propri sudditi. Se dall’Italia si alzano voci di cordoglio, parole di sdegno, si discutono soluzioni e si osservano minuti di silenzio nelle scuole e nei campi di calcio, dal Medio Oriente, dal nord Africa, dai capi religiosi musulmani e dai governi islamici non si alza nessuna autorevole voce di dissenso per questa tragedia (né di tutte le altre tragedie) che, purtroppo, ha inizio proprio nei loro territori.

Se l’Occidente si è illuso con le recenti svolte democratiche di alcuni stati mediorentali, ci accorgiamo che il lavoro da fare è ancora tanto. Altro che Primavere soleggiate, il dramma di quei paesi, lo capiremo dopo, non è essenzialmente politico, ma religioso (e dunque antropologico), dove regimi teocratici di ispirazione islamica calpestano la dignità e i diritti di uomini, donne e bambini, in nome di un ordine apparentemente voluto e imposto da dio.

Naufragio-Lampedusa-migranti-23-770x395Intanto in Italia, scossi da una delle più gravi stragi legate all’immigrazione, i signorotti della politica – quelli in giacca e cravatta oligarchici e quelli in abiti più sportivi e colorati per meglio rappresentare i compagni del popolo – alzano la voce per dire la loro sul fatto e sul da farsi. Da destra e da sinistra salgono tutti sul carro (funebre) con slogan che valgono un rilancio sulla pagina politica, come sciacalli che frugano in mezzo ai cadaveri.

Così il redivivo, restaurato e rinnovato Alfano, il pastore buono delle pecore italiane Napolitano, la presidenta rivoluzionaria Boldrini-basta-pranzi-in-famiglia, la paladina della giustizia Bonino, il ciclista dottore Marino, la migrantista Kyenge e molti altri che hanno approfittato dell’evento per snocciolare, con facile retorica, discorsi pieni di pathos che scuotono il sentimento popolare.

Sul fatto accaduto lo scandalo, il cordoglio, la tristezza è generale, come è normale e giusto che sia di fronte a un dramma di tali dimensioni. Sul lavoro da farsi i pareri sono discordanti e qui parte la vergognosa campagna politica. Tutta la sinistra ha approfittato dell’evento per accusare la legge Bossi-Fini, attualmente in vigore, che regola il problema dell’immigrazione clandestina con una serie di norme (tra cui il reato di clandestinità) definite troppo severe e poco accoglienti verso lo straniero; una legge poco consona allo spirito di accoglienza indiscriminata voluto da  Kyenge, Bonino, Boldrini e compagnia cantante (di compagni si tratta). Insomma da sinistra si accusa la legge Bossi-Fini (discriminatoria, razzista, nazionalista) di aver riempito la barca di povera gente disperata e di averla fatta affondare uccidendo centinaia di innocenti. La severità di questa legge sarebbe alla base della tragedia. Il collegamento tra le due cose non è facile da trovare, ma l’occasione sembra buona per cambiare l’iniqua legge.

lampedusa 2La soluzione che propongono è dunque una non-soluzione: cambiamo la legge e, la prossima volta, andiamogli incontro prima che naufraghino. Magari andando sulle coste africane e accogliendoli direttamente lì per portarli a Roma, dove Marino ha deciso di accogliere tutti gli immigrati appena arrivati, per la buona pace dei romani e la gioia dei lampedusani.

Dal canto suo, la destra, ha approfittato per attaccare le politiche del ministro dell’integrazione che vorrebbe abolire il reato di clandestinità e aprire le porte dell’Italia (e dell’Europa) a chiunque voglia entrare. E’ così che Lega Nord mette le morti degli immigrati sul conto della sinistra colpevole morale per aver lanciato menssaggi di accoclienza troppo confortanti e illusori per chi partiva dalle coste africane. Come a dire: “gira voce che in Italia c’è spazio e ti danno la cittadinanza appena arrivi!”.

E subire per primi il ridicolo di questi retorici e ipocriti sproloqui sono soprattutto gli abitanti dell’isola, che da tempo lamentano una situazione invivibile a causa della presenza sempre più alta di immigrati senza casa, senza lavoro, senza cibo e nessuno che si preoccupi di loro. Tra poco la campagna politica si sposterà su altri temi (probabilmente su Berlusconi che è sempre di moda) e gli immigrati rimarranno sull’isola o cercheranno di partire (come? aiutati dai lampedusani?) per trovar miglior fortuna nel nord.

Le idee per non essere banali sono poche, si sà, ma qualcuno ha avuto un lampo di genio ed ecco che la genialata è sulla bocca di tutti. Alfano, che ha il cuore d’oro, ha visto la sofferenza dei lampedusani e ha suggerito di consegnare un premio-sopportazione all’isola, al fine di richiamare l’attenzione del mondo sul problema. Qui si trovano tutti d’accordo: Premio Nobel per la Pace a Lampedusa, dunque, per l’eroicità dell’accoglienza. In fondo premiare Lampedusa vuol dire premiare l’Italia e nessuno può dissentire senza sentirsi traditore. Tutti sono d’accordo: a destra e a sinistra, sopra e sotto; aspettiamo il verdetto di Oslo. Ma d’altronde si sa, per avere il Premio Nobel per la Pace non bisogna mica essere San Giovanni Paolo II (che di fatti non lo ha mai ottenuto), basta essere popolare o volerlo diventare, o basta che ti venga appioppata la candidatura da chi non sa bene neanche che sentimenti hai nei confronti della pace.

Intanto sulla rete circola un video che mostra l’esasperazione dei lampedusani per i quali la pace tanto desiderata vorrebbe qualcosa di più che un premio o un riconoscimento al valore.

Ma alla radice del problema non ci va nessuno volentieri; sarebbe contro i principi della bontà universale (da tempo sposata con matrimonio indissolubile dall’Occidente)  segnalare che dall’altra parte del Mare Nostrum (o Mostrum?) esiste un problema serio che non cambierà certo correggendo una nostra legge.

I dubbi di Obama e la risposta di Gesù. Variazioni sulla guerra.

Obama Nobel Prize

Obama, premio Nobel per la Pace 2009

Chissà come starà passando queste ore Barack Obama, come sta ragionando e quali criteri stà mettendo in gioco per valutare al meglio la questione della sua ardua scelta tra la guerra e la pace, tra intervenire militarmente in Siria contro il regime di  Bashar el-Assad oppure no. La decisione dell’ingresso USA in guerra spetta proprio al presidente degli Stati Uniti d’America Obama che, nel  2009 a Oslo, ricevette gli onori dell’Europa e del mondo intero ritirando il Premio Nobel per la Pace, un’onorificenza che in queste ore pesa come un macigno sulla coscienza di Mister President.

Se pesa come un macigno (ottimistica ipotesi) o se Obama non lo consideri una contraddittoria e grottesca impasse, morale oltre che politica, non lo sappiamo con certezza. Ci possiamo augurare che perlomeno, quel Nobel gli provochi una leggera ma fastidiosa fitta nella coscienza in modo che ne tenga conto e, forse per amor proprio (la grande forza più trainante del mondo checché ne dica la sapienza popolare!) risparmi altre vite innocenti (e meno innocenti, ma pur sempre vite).   Non vogliamo che il titolo di “Uomo della Pace” lo ossessioni, lo assilli, non lo lasci dormire la notte, lo trascini in una crisi di identità esistenziale fino a stressarlo, no! Ci basterebbe un piccolo fastidio nella coscienza come un sassolino nella scarpa, come un pisello sotto il materasso (in fondo di principi e principesse si tratta!), una voce che strilla piano piano che qualcosa – se decide di attaccare Assad – non starebbe andando nel verso giusto. Dal canto suo, anche l’Europa (Francia, Inghilterra) sta valutando il suo intervento nella guerra civile siriana in forza del suo Premio Nobel per la Pace ottenuto nel 2012!

ponzio pilato

Gesù e Pilato

Chissà se la moglie di Obama si senta chiamata in causa un pochino come co-responsabile della decisione del marito. In fondo dietro ogni grande uomo si nasconde una grande donna (almeno fin’ora è stato così, non vorrei offendere nessuno né passare l’inverno in carcere con l’accusa di omofobia!). Michelle Obama, anche lei dotata di una coscienza potenzialmente utile, potrebbe far la parte della meno nota moglie di Pilato che – “turbata” durante il sonno – cercò inutilmente di dissuadere il potente marito a consegnare Gesù alla furia della folle folla. Tutto inutile. Forse la moglie di Ponzio Pilato avrebbe potuto insistere ancora un poco: le donne, si sa, quando lo vogliono insistono fino alla sazietà e riescono ad essere abbastanza convincenti; ma forse in alcuni casi preferiscono riservare quella potente arma della persuasione per fini più importanti che non salvare un innocente (come nel caso di Gesù) o salvarne migliaia (come nel caso di Obama e la questione Siriana).

Mister Obama potrà sempre appellarsi all’idea di una “guerra giusta” di una crociata contro i cattivi che abusano armi chimiche contro civili innocenti e questo potrebbe in qualche modo risolvere quel dilemma morale dove la parola “guerra” cozza brutalmente con la parola “pace” e non possono attribuirsi allo stesso tempo alla stessa persona (a meno che per salvare il principio di cam41799_nato_bombsnon contraddizione non affermiamo che Obama era un uomo di pace nel 2009 e oggi nel 2013 è un uomo di guerra, chiudiamo il discorso e stiamo più tranquilli). Ma è inutile nascondersi dietro l’idea di una guerra da film dove le bombe dei buoni non fanno male (semmai sono “le bombe delle sei” a non far male, come canta Venditti!): purtroppo o per fortuna questo non è un film e se il presidente deciderà di intervenire in Siria, i suoi missili faranno male, molto male, provocando ferite, gravissime emorragie, lesioni irreparabili, dolori atroci, grande sete insaziabile e poi, infine, la morte.

Tutto questo tenendo conto che l’intervento degli Stati Uniti d’America in Siria potrebbe avere conseguenze devastanti nel Medio Oriente; oltre ad aggiungere arsenale bellico e ad alimentare le azioni di guerra nel territorio siriano, provocherebbe reazioni che al momento non potremmo che ipotizzare, reazioni che metterebbero a rischio i paesi vicini, Palestina, Israele e la stessa Europa (come ha provocatoriamente avvisato Assad).

Guerra o pace? Qualcosa mi ricorda un tragico momento della storia in cui Gesù di Nazaret venne assalito da uomini armati guidati dal traditore Giuda. Quando il Maestro fu raggiunto sul Monte degli Ulivi dove era solito recarsi coi suoi discepoli più intimi ci fu grande tensione tra i presenti. I discepoli di Gesù avevano passato la notte sul monte mentre Gesù pregava, erano armati (avevano capito che le cose si mettevano male) ma per il sonno non erano riusciti a vegliare e si erano addormentati. All’arrivo della truppa d’assalto di Giuda si svegliarono di soprassalto e, mano destra sull’impugnatura della spada, domandarono a Gesù (apprezzabile la cortesia): “Signore dobbiamo colpire con la spada?”. Uno dei discepoli non resiste e, senza aspettare risposta (sarà un grido di guerra?) sguaina la spada e taglia l’orecchio a un avversario. Ecco, però, la risposta del Maestro: “Lasciate (stare). Basta!”.

Diciamo anche che Gesù guarì l’orecchio del malcapitato. Diciamo pure che Gesù in un’altra occasione disse di non essere venuto per seminare la pace, ma la spada (Mt 10,34), e qui le cose si complicano. Forse è per questo che Gesù non ha mai avuto l’onore di ricevere il premio Nobel per la Pace. Forse è per questo che non lo ha vinto neanche Giovanni Paolo II dopo 27 anni di pontificato e di sforzi e SYRIA-CONFLICT-CLASHES-HOMSproclami in favore della pace nel mondo! Forse. Fatto sta che spesso si creano degli strani equivoci per cui pace e guerra (uomini di pace e uomini di guerra) diventano termini ambigui, come se il corvo e la colomba di Noé si scambiassero i ruoli. Allo stesso tempo buoni e cattivi, vincitori e vinti, si distanziano – nella lettura della storia – sempre di più anche se in verità, in guerra, sono tutti un pò cattivi.

Diciamo anche che la terribile Seconda Guerra Mondiale finì con gli alleati che bombardano con armi chimiche due città del Giappone: Hiroshima e Nagasaki. Sì, proprio gli alleati, i buoni, insomma quelli che alla fine di ogni film sulla guerra arrivano a liberare tutti offrendo caramelle e sigarette! Sì, proprio loro, che ci fanno finalmente respirare e tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni film soddisfacendo il nostro sentimento di giustizia che già (dopo due ore di pellicola) si inizia a trasformare in rabbia repressa! Quelli che liberano il figliolo di Benigni e che gli portano “un carroarmato vero!”, quelli che fanno uscire Il Pianista dal suo nascondiglio. Proprio loro, con un clik, uccisero circa 200mila civili giapponesi con una sola bomba, atomica, chimica. Così l’Enola Gay (bombardiere che volò su Hiroshima) pose fine ai giochi. I buoni vinsero i cattivi persero. Come a dire “la guerra è finita ANDATE IN PACE”. – “BASTA!”

Premio Nobel per la Pace: l’Europa si premia!

Qui trovate il mio articolo pubblicato sul sito di Roma Giornale:

http://www.romagiornale.it/premio-nobel-per-la-pace-leuropa-si-premia/

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