Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

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Prima la vita, poi la salute! La lezione pro-life di Trump e del cardinale Burke

march_for_life Un sostegno storico!
«VP Mike Pence will be speaking at today’s March For Life. You have our full support!» («Il vice presidente Mike Pence parlerà all’odierna Marcia per la Vita. Avete tutto il nostro sostegno»)

e ancora:

«The March For Life is so important. To all of you marching – you have my full support!» («La Marcia per la Vita è così importante. A tutti voi che manifestate: avete tutto il mio sostegno»)

Con queste storiche parole pubblicate su Twitter il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha reso pubblico e ufficializzato il suo personale sostegno alla Marcia per la Vita che il 27 gennaio ha riunito a Washington centinaia di migliaia di persone. Per la prima volta dalla sua fondazione avvenuta 44 anni fa, questa manifestazione pro-life ha accolto sul palco dei relatori un rappresentante della Casa Bianca – il vicepresidente Pence – e il pieno sostegno del Presidente degli States. Nessun presidente aveva mai sostenuto o quantomeno mostrato simpatia verso il popolo della famiglia e della vita che ogni anno a gennaio si da appuntamento nella capitale. Inoltre, parlando alla ABC News, Trump ha lamentato la scorrettezza dei media che, mentre hanno offerto la massima copertura alle marce pro-choice, ignorano completamente la folla pro-life che ogni anno invade Washington. Il presidente della Marcia per la Vita, Jeanne Mancini si è detta “felicissima” dell’appoggio della Casa Bianca ed ha aggiunto «Non avevamo mai visto nulla di simile nella nostra vita!». D’altronde abbiamo già avuto modo di notare quanto l’inaspettata sconfitta della abortista Hillary Clinton avesse letteralmente devastato il mondo pro-choice. Continua a leggere…

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Famiglie del Cammino Neocatecumenale accompagnano il Papa in USA

papal-visit-logo

Lunedì 28, a Philadelphia, si terrà un incontro vocazionale per le famiglie in occasione del World Meeting of Families 2015 

Philadelphia, 25/09/2015. – Il Cammino Neocatecumenale partecipa in questi giorni accogliendo il Papa Francesco nella sua visita agli Stati Uniti. Per settimane le 1.000 comunità di tutto il paese si sono preparate per questa occasione, con la certezza che si tratta di un evento storico per la Chiesa degli Stati Uniti e di tutto il mondo.

Inoltre, il Cammino celebrerà un incontro vocazionale delle famiglie Lunedi 28 settembre alle ore 14:00 (ora locale) presso il Wells Fargo Center di Philadelphia, dopo la storica visita di Francesco per l’Incontro Mondiale delle Famiglie.

Gli iniziatori del Cammino, insieme a migliaia di famiglie provenienti da tutto il mondo e a numerosi vescovi, parteciperanno all’incontro vocazionale presieduto dall’arcivescovo di Philadelphia, Mons. Charles Chaput.

Come testimoni dei frutti della famiglia, ‘cellula fondamentale della società’ dentro una società secolarizzata, gli iniziatori del Cammino, Kiko Argüello e Carmen Hernández, responsabili a livello internazionale del Cammino Neocatecumenale con Padre Mario Pezzi, vogliono approfittare della visita di Pietro negli Stati Uniti per celebrare la bellezza e l’importanza della famiglia cristiana.

L’incontro comprenderà una chiamata alla missione per quelle famiglie che sentono il desiderio di evangelizzare in alcune delle zone più scristianizzate del mondo, soprattutto in Asia.

Il 6 Marzo del 2015 Papa Francesco ha inviato 30 nuove missio ad gentes, ciascuna composta di tre o quattro famiglie con numerosi bambini e accompagnata da un sacerdote, come risposta alla richiesta del vescovo locale, perché la Chiesa resti presente in queste aree scristianizzate (come Detroit o Marsiglia), o in luoghi dove la Chiesa c’è a malapena (Cina, Mongolia, Thailandia, ecc.).

Ad accompagnare gli iniziatori del Cammino e l’Arcivescovo Chaput ci sarà il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, Presidente della Pontificia Commissione per la protezione dei bambini e membro del Consiglio di Cardinali di Papa Francesco per la riforma della curia, e ci saranno circa 30 altri vescovi.

wmof logo w fontsIl Cammino nel mondo e negli Stati Uniti

Circa 1,5 milioni di fedeli seguono questo itinerario di formazione cristiana in tutto il mondo. Il Cammino è iniziato nei primi anni sessanta, quando Argüello, all’epoca pittore immerso in una profonda crisi esistenziale, ispirato a seguire l’esempio del beatoCharles de Foucauld, andò a vivere nelle baracche alla periferia di Madrid. Da questa esperienza con i poveri e dalla sua collaborazione con Carmen Hernández è nato il seme di questo itinerario di fede ora conosciuto come Cammino Neocatecumenale.

Dalla nascita della prima comunità a New York nel 1975, il Cammino è ora presente in 82 diocesi e oltre 350 parrocchie in tutti gli Stati Uniti, con circa 1.000 comunità.

I vescovi di 8 diocesi statunitensi (Newark, Denver, Washington D.C., Guam, Boston, Dallas, Miami e Philadelphia), seguendo l’esempio di San Giovanni Paolo II a Roma nel 1988, hanno fondato Seminari Diocesani Missionari Redemptoris Mater, dove attualmente studiano preparandosi al sacerdozio più di 250 seminaristi provenienti dalle comunità neocatecumenali. Ad oggi, sono già stati ordinati oltre 180 sacerdoti provenienti da questi 8 seminari.

Diretta streaming (ore 22,00 italiane) su:  http://www.ewtn.com/ncw oppure sul Canale Youtube del canale americano EWTN

Comunicato stampa Cammino Neocatecumenale

La Casa Bianca diventa Casa Arcobaleno: qualche insegnamento da tenere a mente

casabiancaL’America di Obama è un delirio di colori, si vive un clima di festa nazionale in tutti i 50 stati per lo storico pronunciamento della Corte Suprema: il matrimonio omosessuale è (e deve essere) un diritto costituzionale in tutti gli Stati Uniti d’America!

Per festeggiare questo storico traguardo, che il presidente Obama ha definito “un grande passo avanti nel nostro cammino verso l’uguaglianza”, quella che fino ad oggi era conosciuta come la “Casa Bianca” ha cambiato veste indossando i colori dell’arcobaleno, simbolo dei movimenti LGBT.

La Casa Bianca ha infatti cambiato la sua immagine di profilo sugli account ufficiali di Facebook e di Twitter sostituendola con un’immagine più colorata e divenendo la “Casa Arcobaleno”. Anche l’edificio (quello vero, a Washington) ha subito un mutamento cromatico, anche se temporaneo: la notte della storica decisione è stato illuminato da fasci di luce colorata che hanno impresso l’effetto arcobaleno sulle mura della famosa casa presidenziale.

Al momento non sembra che siano state contattate ditte per ri-pitturare la facciata dell’edificio (non potrei proprio dire “per imbiancare”), forse su questa decisione si pronuncerà più avanti la Corte Suprema; per ora la Casa Bianca resterà bianca, per lo meno di giorno, per lo meno nel nome. Su internet, invece, per qualche giorno sarà la “Casa Arcobaleno” più viva, più colorata, più ugualitaria, più “gaia”.

La presidenza degli Stati Uniti, negli ultimi anni, si è assunta la responsabilità di sponsorizzare il matrimonio omosessuale, “sposando” (matrimoni ovunque!) la causa degli attivisti omosessuali desiderosi di avere un matrimonio e una famiglia come tutti gli altri (con un’unica differenza: un partner dello stesso sesso). Così facendo l’amministrazione Obama ha rinunciato al ruolo super-partes che solitamente dovrebbero ricoprire i governi in una nazione per scendere in campo al fianco degli attivisti gay. Obama e la sua famiglia ora festeggiano per il trionfo dei movimenti omosessuali illuminando la propria casa coi colori LBGT.

gai marriageQuella, dunque, che per secoli fu la casa di tutti gli americani, schierandosi in questa battaglia per la libertà, è diventata oggi la casa dei gay, delle lesbiche, dei transessuali, dei fluidi e degli altri generi di “identità” che in questi hanno si sono moltiplicati (sembra che esistano più di sessanta rispettabilissimi generi) a discapito dell’arcaica e storica diade maschio-femmina ormai considerata desueta e obsoleta.

Chi entrerà nella casa arcobaleno dovrà avere il permesso dei nuovi padroni di casa nella speranza che siano (con una parola che sta entrando prepotentemente nel nostro italiano rinnovato e americanizzato) “etero-friendly”, cioè amici degli eterosessuali la cui bandiera (bianca?) non sventola più sui cieli a stelle e strisce.

Ma a vestire l’arcobaleno non è solo la Casa presidenziale, tutti i più grandi brand americani hanno salutato con entusiasmo il trionfo dell’egualitarismo a stelle e strisce modificando i loro loghi per diventare gay-friendly (neologismo ormai inserito nel neo-linguaggio).

Coca Cola, American Express, Kellogs, Twitter, Google, AmerianAirlines, BuzzFeed, Absolut Vodka, … sono alcuni dei giganti della pubblicità e dell’economia americana che si sono associati alla festa dell’orgoglio omosessuale colorando i propri marchi e condividendo la parola chiave (hashtag) #lovewins, l’amore vince. Si parla di più di 35 aziende.

Dunque la vittoria è condivisa: è la vittoria degli omosessuali che volevano l’omo-matrimonio ma è soprattutto la vittoria di Obama che voleva un’America diversa, la vittoria di Hillary Clinton che raggiante si vede già come la prossima Presidente; è anche la vittoria delle banche e dei grandi marchi internazionali che hanno combattuto sul fronte LGBT, fianco a fianco, per colorare l’america di stelle e strisce colorate.

Un fronte potente, politicamente ed economicamente, che è riuscito perfino a forzare la coscienza del giudice cattolico Anthony Kennedy, l’ottantenne il cui voto ha deciso le sorti del paese più potente e influente del mondo. Che la coscienza fosse forzata è solo un’ipotesi perché nessun uomo può entrare così in fondo ad un’altro uomo per scrutare la sua coscienza: certo è che fino ad oggi il Kennedy non sembrava avere una coscienza lassa o rilassata.

Intanto la CNN ci racconta l’interessante caso dei quartieri gay: i “gayborhood (letteralmente “il vicinato gay”). Si tratta di normali quartieri di città americane che registrano un rapidissimo sviluppo e una notevole rivalutazione non appena diventano quartieri-gay, non appena cioè, un numero considerevole di coppie omosessuali decidono di andarci ad abitare. Il miracoloso effetto-gay fa aumentare di prezzo le case tanto che si parla di un incremento del 23% negli ultimi 36 mesi. Tra le principali ragioni di questa rivalutazione degli immobili c’è la ampia disponibilità economica della maggioranza delle coppie omosessuali. In effetti, le coppie gay hanno meno possibilità di avere figli e (dunque) più possibilità di avere doppio stipendio. Tutto ciò produce effetti paralleli: coppie omosessuali che scelgono quartieri costosi, e quartieri che – vista l’ampia disponibilità dei loro clienti – vedono salire vertiginosamente il loro valore commerciale.

Questa pagina della storia insegna molte cose:

  • che gli ottantenni quando vogliono possono cambiare il mondo,
  • che gli omosessuali non sono poi così soli a combattere le proprie battaglie,
  • che ad essere inascoltate sono piuttosto le voci contrarie che difendono le origini naturali (e fino a ieri, costituzionali) del matrimonio,
  • che i presidenti e i governi non sono poi così neutrali quando si tratta di legiferare sui diritti omosessuali,
  • che tutti gli uomini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri,
  • che i quartieri LBGT sono più costosi per viverci ma girano abbastanza soldi per metterci su un negozio,
  • che l’Italia guarda l’Europa (e soprattuto all’Irlanda) ma – occhi da falco! –  ora guarda anche l’America (sperando che non si metta anch’essa a chiederci cose),
  • che un cattolico può fare di testa propria ignorando il proprio credo,
  • che la parola ferma e decisa dei vescovi può non contare nulla per la Corte Suprema ma forma le coscienze e difende la verità,
  • che dalle unioni civili si passa al matrimonio, dal matrimonio alle adozioni, dalle adozioni all’utero in affitto,
  • che se l’amore è amore (love is love) e se l’amore vince (love wins) tutto è possibile in nome dell’amore
  • che se l’amore è amore si farà come volevano Sartre, Simone de Beauvoir, Michael Foucalt (veri e propri miti) e – sù, diciamolo – Mario Mieli… si farà l’amore “ognuno come gli va” senza curarsi dell’età.

Teniamo a mente queste cose che – come dicevano i latini – la storia è maestra. Io intanto, mentre i gay festeggiano per i loro matrimoni e corrono a sposarsi (ora si attendono valanghe di “sì” per tutta la vita finché-morte-non-ci-separi), io continuerò a cercare di convincere i miei amici (etero, etero) che sposarsi è bello. O forse aspettano la sentenza della Corte Suprema?

Islam: il grande inganno. Riflessioni religiosamente scorrette (parte 2).

Leggi la parte 1

L’Europa, e in generale tutto il mondo occidentale, vive in un pericolosissimo inganno: quello di pensare che l’Islam sia una religione, non solo amica, ma “sorella” del cristianesimo; che il dio dell’Islam sia, in fin dei conti, lo stesso Dio di Israele e di Gesù; che Maometto e Cristo siano ambedue profeti annunciatori di uno stesso messaggio d’amore; che i fedeli cristiani e quelli musulmani siano comunque fedeli, religiosi, amici di dio e degli uomini e che debbano condividere le stesse visioni sul mondo, su dio e sugli uomini; che le differenze che ci dividono siano solamente linguistiche e rituali ma che sostanzialmente siamo (dobbiamo essere!) veramente ed essenzialmente fratelli impegnati in una unica grande religione dell’amore e della fraternità universale che eleva un’unica preghiera allo stesso dio. Ma può un dio – onnipotente e misericordioso quanto vogliamo – dire cose così diverse a due gruppi differenti, creando due filoni religiosi così separati? O meglio, può un dio che si rispetti contraddirsi in questo modo? Può un dio buono decidere di rivelare il Verbo e di incarnarsi per gli uni e di rimanere nascosto e trascendente per gli altri? siriaQuesto inganno in cui viviamo, oltre a rappresentare un grave debito nei confronti della verità, rappresenta un grosso danno per le nostre giovani generazioni. E’ facile trovare ragazze occidentali che, invase dallo spirito buonista di matrice progressista in cui galleggiamo, pensano ancora che sposare un musulmano sia bere un bicchiere d’acqua e che un futuro radioso le attenda col loro emiro. Pensando che una vita comune con un musulmano sia decisamente più felice che sposare un cattolico convinto della propria fede, ignorano ciò che può succederle nel momento in cui diventano proprietà del loro maomettiano. Donne nordamericane, sudamericane, europee, spose di musulmani, hanno dovuto rinunciare a libertà di pensiero, di vestito, di religione, trasferirsi in un mondo nuovo per diventare oggetto di proprietà privata e veder frustrati i sogni di libertà e ogni speranza di vita felice. Cambiare nome, lingua, modo di vestire, tagliare ogni contatto con la famiglia, Consiglio a questo proposito il breve libro “Siria mon amour” dove una ragazza siriana, residente in Italia, prova a spiegare come funzionano i matrimoni combinati con il libretto degli assegni in mano e senza consultare la futura sposa. Un vero e proprio delitto, un attentato contro la libertà, raccontato dal punto di vista della vittima che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere trattata come una schiava sequestrata dai propri parenti. Molti europei, accecati dall’epidemica islamofilia che caratterizza sempre di più l’uomo occidentale, credono forse che la libertà di pensiero e di religione sia un concetto noto ai musulmani e che la loro sia una cultura e una religione improntata sul rispetto e il dialogo. A questi direi di leggere il libro di J. Fadelle, Le prix a payer, (Il prezzo da pagare) che narra il dramma di un iracheno convertito dall’Islam al cristianesimo costretto a scappare dai suoi parenti che cercavano di uccidere lui e tutta la sua famiglia. Ma l’Europa sorride, strizza l’occhio, stringe la mano, propone un incontro di culture e una amicizia che a pochi interessa coltivare, un integrazione inopportuna, una fratellanza che – in termini filosofici, antropologici e teologici – non esiste. Troppo spesso dimentichiamo tutti gli attacchi ricevuto, le offese, gli omicidi, i sequestri, il sangue innocente versato dalla furia islamica. A questa grande contraddizione ha contribuito notevolmente (e continua a farlo) una cultura progressista di matrice socialista che poggia le sue basi sulle macerie di un comunismo mai del tutto estinto teoricamente. L’appiattimento delle differenze per formare un popolo veramente unito e una società egualitaria (un unico blocco si controlla meglio), il grande sogno della distruzione del cristianesimo e l’opzione per l’Islam come segno di apertura all’esotico “altro” (che può aiutare a sconfiggere il cristianesimo), sono i cavalli di una battaglia culturale, sociale e politica della sinistra più progressita. islam_europeDimentichiamo i martiri dell’Uganda trucidati dal re musulmano Mwanga II per non acconsentire ai suoi desideri omosessuali. Dimentichiamo il massacro dei cristiani in Turchia meglio conosciuto come Genocidio Armeno ad opera dei “Giovani Turchi” dove un milione e mezzo di cristiani furono letteralmente torturati per creare uno stato islamico puro (non guardate queste foto se vi impressionate facilmente). Dimentichiamo, tornando ai nostri giorni, i cristiani crocifissi nel 2009 in Sudan,  i cristiani uccisi in Nigeria dai fanatici islamici di Boko Haram (letteralmente “tutto ciò che è occidente è cattivo”), uccisi mentre pregavano o celebravano il natale. Dimentichiamo l’assassinio di don Andrea Santoro, parroco romano ucciso in Turchia al grido “Allà è grande”. Dimentichiamo Asia Bibi e tutte le donne uccise a sassate per colpe futili o senza colpe. Dimentichiamo Shahbaz Bhatti e tutti i cristiani uccisi per voler difendere la giustizia. Dimentichiamo tutti i sequestri di persone civili, i numerosi attentati alle nostre ambasciate, le bombe Kamikaze, gli attentati nelle metro di Madrid (2004. 191 morti e più di 2000 feriti) e di Londra (2005. 55 morti e 700 feriti). Dimentichiamo tutte le ragazze uccise in nome di una legge religiosa che non permette matrimoni misti. Dimentichiamo i martiri di Tibhirine (Algeria), sette monaci trappisti giustiziati da un gruppo islamico armato nel 1996, i cui corpi non sono stati mai ritrovati. Dimentichiamo la piccola sposa Rawan e tutte le bambine spose costrette alla prostituzione legalizzata. Dimentichiamo le chiese bruciate, le donne violentate in Siria e in tutti quei paesi dove nascere donne rappresenta una immensa sfortuna. Dimentichiamo il padre gesuita Paolo Dall’Oglio sequestrato dai ribelli siriani (islamici vicini ad al-Qaida) mentre trattava per liberare altri ostaggi e di cui ancora non sappiamo nulla mentre appoggiamo i suoi aguzzini. shariaLa storia, a noi, sembra non insegnare nulla. Ed è per questo che spalanchiamo le porte dei nostri paesi ai musulmani, gli costruiamo le mosche e offriamo cous-cous ai nostri figli nelle mense scolastiche, togliamo i presepi dai luoghi pubblici per non offendere chi non ci crede ed evitiamo di parlare di Gesù ai bambini per non discriminare chi pensa che Gesù non sia mai esistito. Provassimo noi a farlo a casa loro dove le, ormai poche, chiese che abbiamo ci cascano in testa mentre preghiamo, dove qualsiasi sospetto di eresia occidentalista è punito con le rigide (un eufemismo) regole della Sharia che impedisce, tra le tantissime altre cose, di credere in un altro dio che non sia il loro, pena – nel migliore dei casi – la morte. Se provassimo a farlo anche noi nei loro paesi forse, forse, ci renderemo conto del male che ci facciamo. Secondo la Sharia qualsiasi persona che parli contro loro dio dovrà subire la pena di morte e le offese possono essere di molteplice tipo, anche solo il rifiuto di adorarlo. Per questo, quando nel 2005 apparvero su un giornale danese delle vignette su Maometto, considerate offensive, ci furono rappresaglie con atti terroristici in tutto il mondo arabo contro le ambasciate occidentali e le chiese cristiane: l’offesa fu vendicata col sangue in Turchia, Siria, Somalia, Pakistan, Afghanistan, Nigeria… Di fronte a chi afferma che queste macabre e deplorevoli azioni sono da attribuire, non all’islam, ma agli islamici estremisti, mi domando sinceramente: come mai, mentre i musulmani estremisti sono temibili e pericolosi terroristi, i cristiani più radicali ed estremisti sono invece uomini e donne sante? Perchè l’islam radicale è violenza e oppressione mentre il cristianesimo radicale è amore e dono completo di sé? Forse qualcosa non va nelle strutture ontologiche più profonde della religione in questione? O forse c’è qualcosa di potenzialmente pericoloso proprio nel loro Libro? islamici armatiCosa possiamo fare di fronte a questa situazione? Non una guerra per abbassarci a diventare violenti come loro. Non uno sterminio per pagarli con la stessa moneta. Certamente una critica seria e documentata non implica né giustifica una reazione violenta ma aiuta a non continuare a coltivare false illusioni di una facile e placida convivenza civile multiculturale. Dobbiamo essere cristiani radicali e quindi perdonarli, ancora di più, amarli così come sono, accettarli con cuore aperto e spirito evangelico. Ma, se veramente vogliamo essere “astuti come serpenti”, non dobbiamo scendere a compromessi con il male; non possiamo tradire noi stessi, quello che siamo, la nostra identità più profonda, dicendo che siamo tutti uguali, che abbiamo lo stesso dio; non dobbiamo essere fessi mentre loro, a loro modo astuti, cercano di promuovere la loro causa con ogni mezzo, sottile come un ragionamento politico o rumoroso come un’auto bomba in piena città. Il nostro sfogo può essere considerato polemica sterile, ma quanto può essere ancora più sterile un dialogo univoco che dura il tempo di una conferenza o di un confronto pubblico tra le parti, per poi lasciare i cristiani in terre dell’Islam in balia alle passioni dei loro dominatori? Ma noi, oggi, alle loro offese, ai loro attacchi terroristici, alla loro infame e sanguinosa cristianofobia rispondiamo con sorrisi, bontà, accoglienza, dialogo. Forse un giorno avremo modo di renderci conto che, difronte a tutto ciò, avremmo dovuto gridare e unirci al coro dei martiri innocenti il cui sangue grida già ora verso il cielo.

mcs

I dubbi di Obama e la risposta di Gesù. Variazioni sulla guerra.

Obama Nobel Prize

Obama, premio Nobel per la Pace 2009

Chissà come starà passando queste ore Barack Obama, come sta ragionando e quali criteri stà mettendo in gioco per valutare al meglio la questione della sua ardua scelta tra la guerra e la pace, tra intervenire militarmente in Siria contro il regime di  Bashar el-Assad oppure no. La decisione dell’ingresso USA in guerra spetta proprio al presidente degli Stati Uniti d’America Obama che, nel  2009 a Oslo, ricevette gli onori dell’Europa e del mondo intero ritirando il Premio Nobel per la Pace, un’onorificenza che in queste ore pesa come un macigno sulla coscienza di Mister President.

Se pesa come un macigno (ottimistica ipotesi) o se Obama non lo consideri una contraddittoria e grottesca impasse, morale oltre che politica, non lo sappiamo con certezza. Ci possiamo augurare che perlomeno, quel Nobel gli provochi una leggera ma fastidiosa fitta nella coscienza in modo che ne tenga conto e, forse per amor proprio (la grande forza più trainante del mondo checché ne dica la sapienza popolare!) risparmi altre vite innocenti (e meno innocenti, ma pur sempre vite).   Non vogliamo che il titolo di “Uomo della Pace” lo ossessioni, lo assilli, non lo lasci dormire la notte, lo trascini in una crisi di identità esistenziale fino a stressarlo, no! Ci basterebbe un piccolo fastidio nella coscienza come un sassolino nella scarpa, come un pisello sotto il materasso (in fondo di principi e principesse si tratta!), una voce che strilla piano piano che qualcosa – se decide di attaccare Assad – non starebbe andando nel verso giusto. Dal canto suo, anche l’Europa (Francia, Inghilterra) sta valutando il suo intervento nella guerra civile siriana in forza del suo Premio Nobel per la Pace ottenuto nel 2012!

ponzio pilato

Gesù e Pilato

Chissà se la moglie di Obama si senta chiamata in causa un pochino come co-responsabile della decisione del marito. In fondo dietro ogni grande uomo si nasconde una grande donna (almeno fin’ora è stato così, non vorrei offendere nessuno né passare l’inverno in carcere con l’accusa di omofobia!). Michelle Obama, anche lei dotata di una coscienza potenzialmente utile, potrebbe far la parte della meno nota moglie di Pilato che – “turbata” durante il sonno – cercò inutilmente di dissuadere il potente marito a consegnare Gesù alla furia della folle folla. Tutto inutile. Forse la moglie di Ponzio Pilato avrebbe potuto insistere ancora un poco: le donne, si sa, quando lo vogliono insistono fino alla sazietà e riescono ad essere abbastanza convincenti; ma forse in alcuni casi preferiscono riservare quella potente arma della persuasione per fini più importanti che non salvare un innocente (come nel caso di Gesù) o salvarne migliaia (come nel caso di Obama e la questione Siriana).

Mister Obama potrà sempre appellarsi all’idea di una “guerra giusta” di una crociata contro i cattivi che abusano armi chimiche contro civili innocenti e questo potrebbe in qualche modo risolvere quel dilemma morale dove la parola “guerra” cozza brutalmente con la parola “pace” e non possono attribuirsi allo stesso tempo alla stessa persona (a meno che per salvare il principio di cam41799_nato_bombsnon contraddizione non affermiamo che Obama era un uomo di pace nel 2009 e oggi nel 2013 è un uomo di guerra, chiudiamo il discorso e stiamo più tranquilli). Ma è inutile nascondersi dietro l’idea di una guerra da film dove le bombe dei buoni non fanno male (semmai sono “le bombe delle sei” a non far male, come canta Venditti!): purtroppo o per fortuna questo non è un film e se il presidente deciderà di intervenire in Siria, i suoi missili faranno male, molto male, provocando ferite, gravissime emorragie, lesioni irreparabili, dolori atroci, grande sete insaziabile e poi, infine, la morte.

Tutto questo tenendo conto che l’intervento degli Stati Uniti d’America in Siria potrebbe avere conseguenze devastanti nel Medio Oriente; oltre ad aggiungere arsenale bellico e ad alimentare le azioni di guerra nel territorio siriano, provocherebbe reazioni che al momento non potremmo che ipotizzare, reazioni che metterebbero a rischio i paesi vicini, Palestina, Israele e la stessa Europa (come ha provocatoriamente avvisato Assad).

Guerra o pace? Qualcosa mi ricorda un tragico momento della storia in cui Gesù di Nazaret venne assalito da uomini armati guidati dal traditore Giuda. Quando il Maestro fu raggiunto sul Monte degli Ulivi dove era solito recarsi coi suoi discepoli più intimi ci fu grande tensione tra i presenti. I discepoli di Gesù avevano passato la notte sul monte mentre Gesù pregava, erano armati (avevano capito che le cose si mettevano male) ma per il sonno non erano riusciti a vegliare e si erano addormentati. All’arrivo della truppa d’assalto di Giuda si svegliarono di soprassalto e, mano destra sull’impugnatura della spada, domandarono a Gesù (apprezzabile la cortesia): “Signore dobbiamo colpire con la spada?”. Uno dei discepoli non resiste e, senza aspettare risposta (sarà un grido di guerra?) sguaina la spada e taglia l’orecchio a un avversario. Ecco, però, la risposta del Maestro: “Lasciate (stare). Basta!”.

Diciamo anche che Gesù guarì l’orecchio del malcapitato. Diciamo pure che Gesù in un’altra occasione disse di non essere venuto per seminare la pace, ma la spada (Mt 10,34), e qui le cose si complicano. Forse è per questo che Gesù non ha mai avuto l’onore di ricevere il premio Nobel per la Pace. Forse è per questo che non lo ha vinto neanche Giovanni Paolo II dopo 27 anni di pontificato e di sforzi e SYRIA-CONFLICT-CLASHES-HOMSproclami in favore della pace nel mondo! Forse. Fatto sta che spesso si creano degli strani equivoci per cui pace e guerra (uomini di pace e uomini di guerra) diventano termini ambigui, come se il corvo e la colomba di Noé si scambiassero i ruoli. Allo stesso tempo buoni e cattivi, vincitori e vinti, si distanziano – nella lettura della storia – sempre di più anche se in verità, in guerra, sono tutti un pò cattivi.

Diciamo anche che la terribile Seconda Guerra Mondiale finì con gli alleati che bombardano con armi chimiche due città del Giappone: Hiroshima e Nagasaki. Sì, proprio gli alleati, i buoni, insomma quelli che alla fine di ogni film sulla guerra arrivano a liberare tutti offrendo caramelle e sigarette! Sì, proprio loro, che ci fanno finalmente respirare e tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni film soddisfacendo il nostro sentimento di giustizia che già (dopo due ore di pellicola) si inizia a trasformare in rabbia repressa! Quelli che liberano il figliolo di Benigni e che gli portano “un carroarmato vero!”, quelli che fanno uscire Il Pianista dal suo nascondiglio. Proprio loro, con un clik, uccisero circa 200mila civili giapponesi con una sola bomba, atomica, chimica. Così l’Enola Gay (bombardiere che volò su Hiroshima) pose fine ai giochi. I buoni vinsero i cattivi persero. Come a dire “la guerra è finita ANDATE IN PACE”. – “BASTA!”

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