Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

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Anthony Freeman: l’autopsia sul seminarista conferma la morte per cause naturali

“Una morte sospetta”, “avvolta nel mistero”: così i giornali (per lo meno quelli italiani, dove ho letto la notizia) hanno annunciato la morte del seminarista americano Anthony Freeman (29 anni) avvenuta a Roma la notte tra l’1 e il 2 aprile nel collegio dei Legionari di Cristo.

A me è sembrata invece una storia straordinaria, della quale valeva la pena di parlare. Mi è sembrata una di quelle storie in cui Dio decide di entrare di sorpresa per sconvolgere i piani umani, anche quelli buoni, per trarre dal bene… ancora più bene. Per questo ne ho parlato su questo blog (dove, per motivi di tempo, scrivo un decimo delle cose che vorrei scrivere, ma questa storia l’ho voluta raccontare anche a costo di dormire qualche ora di meno per una notte, e non sono tante in generale). Nel parlarne ho subito detto che «Dio lo ha chiamato a sé», sfidando in qualche modo le ipotesi e le illazioni lanciate dalla stampa laica. Continua a leggere…

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“Quello che vuole Dio, io lo faccio”. Il cammino di Chiara Maria dall’ospedale al Paradiso

chiaramaria2La mattina del 23 aprile del 2016 Dio ha chiamato a sé Chiara Maria, una ragazza di appena 25 anni. A sei mesi di distanza, il 2 novembre giorno in cui la Chiesa ricorda i fedeli defunti, il padre Alfredo, il fidanzato Stefano ricordano quei giorni in cui, con dolore e speranza, hanno accompagnato Chiara nel suo cammino dal letto dell’ospedale del Policlinico di Tor Vergata alle porte del Paradiso.

Assieme a loro anche padre Domìnik, sacerdote domenicano polacco che accompagna la comunità neocatecumenale dove Chiara Maria, fin dalla adolescenza, camminava assieme ad altri cinquanta fratelli nella parrocchia di Santa Francesca Cabrini, a Roma.

Dopo 5 anni di indagini e analisi su alcune macchie comparse sul suo corpo, a 24 anni, a Chiara Maria le viene diagnosticato un tumore alla pelle; lei sceglie di portare questa pesante ed inattesa croce con l’aiuto di Dio. Inizia una serie di infinite chemioterapie, proprio il 14 settembre del 2015, giorno dell’Esaltazione della Santa Croce. I suoi amici, i parenti, i fratelli della comunità la ricordano come una ragazza “che ha scoperto di avere la metastasi al cervello e sorride, prega, spera, lotta”. Il suo funerale è stato una festa, un matrimonio tra Chiara Maria e Dio, amici e conoscenti hanno riempito ogni angolo della chiesa ma anche il piazzale antistante per accompagnarla e salutarla col canto e la preghiera.

Su questa storia è stato pubblicato un libro intitolato Credere per Vedere (ArabaFenice 2016, pp. 123, € 13,00) scritto pochi giorni dopo il funerale dall’amico Massimiliano Giglio per fissare nella memoria quell’evento straordinario di cui è stato spettatore privilegiato e nel quale è stato possibile vedere “il cielo aperto” negli occhi di una ragazza normale, nella fede di una comunità cristiana, nelle preghiere dei genitori e dei fratelli, una speranza di una vita senza fine, capace di andare al di là della morte corporale.

L’autore – così come coloro che hanno collaborato alla stesura del libro con consigli, correzioni e suggerimenti – è convinto che la testimonianza di questa ragazza può aiutare molte persone, come è successo a lui stesso: “Appena cinque mesi fa io mi trovato all’inferno. La testimonianza di Chiara e il suo vivere la fede mi hanno aperto gli occhi e riportato in vita. Mi ha fatto vedere quali sono le cose importanti, quanto senza Dio non possiamo fare nulla e quanto con Lui non c’è nulla che non possiamo fare” (p. 36)

chiaramariabrunoIl piccolo volume è impreziosito dagli appunti di Chiara Maria, scritti durante la sua ultima Pasqua, quando, costretta a restare in ospedale e dunque impossibilitata a partecipare alla Veglia Pasquale con la sua comunità, ha confidato a padre Domìnik una breve riflessione per ogni lettura della Veglia di Pasqua aprendo il suo cuore alla Parola di Dio che illumina la storia: “Sono riuscita – scrive Chiara a padre Domìnik – a mettermi a scrutare e a riflettere su queste splendide letture della Veglia di Pasqua, alla quale non potrò partecipare! […] I pensieri su ciò che ho letto e scrutato mi stanno accompagnando tanto in questi giorni un po’ difficili. […] Prega per me!! Buona Santa Pasqua!!!!!” (p. 99). Commentando la lettera ai Romani, Chiara Maria scrive: “Una delle mie più grandi paure, non è tanto quella di morire, ma è quella di morire lontana da Cristo” (p. 114).

Come è possibile avere questa fede? Da dove può venire la speranza nel buio della morte? San Paolo afferma che “se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor. 15,14). La risurrezione di Cristo rappresenta il punto di svolta della storia dell’uomo: solo nell’evento della Risurrezione di Gesù l’uomo può trovare risposta agli interrogativi che la sofferenza e la morte severamente e impietosamente gli impongono. Se Cristo non è risorto tutto è vano, tutto crolla, nessuna risposta consolante può essere proposta a chi muore e a chi soffre e tanto meno creduta.

Solo la fede nella risurrezione può fare in modo che un evento tragico come una malattia inarrestabile che si accanisce su una giovane ragazza piena di vita e di sogni, venga vissuto nella pace, in comunione con gli altri (la “comunione dei santi”) e con Dio, nella speranza della risurrezione e della Vita Eterna e non nella ribellione e nella rabbia. Solo questo può trasformare il lutto in una festa, la tristezza in gioia, l’angoscia in serenità. “La nostra Chiara sarà ricordata per molti e molti anni per questo motivo: mai nessuno l’ha sentita maledire la storia, maledire Dio, maledire il tumore, mai nessuno l’ha vista tentare di scendere dalla croce…” (p. 58).

E’ questa la straordinaria testimonianza che ci ha lasciati Chiara Maria, che è morta dicendo che avrebbe fatto la volontà di Dio, qualunque essa fosse: “Quello che vuole Dio, io lo faccio“. Così facendo – sostenendo dal letto del suo dolore i parenti e gli amici con quella grazia che le è stata donata dal Cielo – ci ha dimostrato in maniera tangibile che è possibile stare sulla croce e non bestemmiare Dio. E’ stato possibile a lei assieme alla sua comunità ed è possibile – se Dio ce lo chiederà e ci darà la forza – anche a noi.

Il servizio completo su Tv2000:

Intervista a Massimiliano Giglio, autore di Credere per vedere (Araba Fenice, 2016).

Articolo originale su Aleteia.org

Cattolici online? violenti assassini! Parola del portavoce vaticano T. Rosica!

rosicaI cattivi cattolici che seminano odio e violenza su internet sono dei veri e propri “assassini”, promotori di una “cultura della morte”, che stanno trasformano la rete in un “cimitero di cadaveri”. Ad affermarlo non è un attivista anticattolico che ha in odio la Chiesa, ma un prete, anzi di un monsignore; ancora di più, uno dei portavoce ufficiali della Sala Stampa del Vaticano addetto alle comunicazioni in lingua inglese, il reverendo brasiliano-canadese mons. Thomas Rosica (foto).

Ne riporta la notizia un articolo del quotidiano americano Crux che sintetizza un passaggio dell’intervento di mons. Rosica durante la conferenza tenuta a Brooklin (NY) nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, lo scorso 11 maggio, promossa dall’archidiocesi di Brooklin e dalla DeSales Media Group (organo diocesano per le comunicazioni). Sebbene il discorso sia stato molto più ampio ed articolato e non si sia limitato all’accusa contro i cattolici, si sa che i giornali cercano lo scoop e – in questo caso – l’asprezza delle parole di mons. Rosica merita una riflessione.

Sacerdote, biblista, professore e giornalista, classe 1959, Rosica è stato l’organizzatore della GMG di Toronto nel 2002 ed è l’amministratore delegato della Salt + Light Catholic Media Foundation (primo network televisivo cattolico canadese). Dal 2009 è consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e nel 2013 è entrato a far parte dello staff della Sala Stampa Vaticana come speaker ufficiale per la lingua inglese. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni ed ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali.

Nel suo lungo discorso sulle comunicazioni sociali nella Chiesa, mons. Rosica affermato che “anche se Papa Francesco è riuscito ad aggiornare (rebranding) il profilo pubblico della Chiesa, ciò non emerge quando i cattolici utilizzano i social media“; al contrario, spesso gli utenti cattolici diffondono su internet “una cultura di morte” piuttosto che una “cultura della vita”!

“Molti dei miei amici non cristiani e non credenti mi hanno fatto notare che i cattolici hanno trasformato Internet in una fogna di odio, di veleno e vetriolo, e il tutto in nome della difesa della fede!” La fonte dalla quale il monsignore trae le informazioni è sicuramente degna di fede (si tratta pur sempre amici), ma non sempre gli amici sono amici dei tuoi amici, e il loro essere definiti “non credenti” e “non cristiani” desta il sospetto di parzialità. Quella degli “amici” è un’accusa pesante e generica contro i cattolici che Rosica sposa in toto in onore dell’amicizia.

Il mons. vaticano non è per nulla tenero con i cattolici che – in nome della fede – starebbero “seminando odio” su internet: “Le diffamazioni su internet da parte di coloro che si definiscono cattolici, hanno trasformato la rete in un cimitero di cadaveri sparsi in giro“. Spesso questi scrupolosi, nostalgici, che si danno arie di leader e e autoproclamatisi “custodi virtuali della fede o di pratiche liturgiche”, sono persone disturbate, arrabbiate, ossessionate, “che non hanno mai trovato un pulpito nella vita reale e ricorrono così alla rete virtuale” per diventare “papi troller” e “santi carnefici”.

Secondo Rosica si tratta di persone malate e lontane da Dio bisognose di guarire e convertirsi. Sentenzia infatti: “In realtà sono profondamente turbati, persone tristi e arrabbiate” e “dobbiamo pregare per loro, per la loro guarigione e conversione!”

L’articolo di Crux segnala che sia mons. Rosica che il suo network canadese sono stati presi di mira da alcune organizzazioni cristiane “pro-life e conservatrici”. Non è dunque difficile immaginare che il monsignore se la prenda con queste categorie di cristiani, quelli – per così dire – più combattivi e meno disposti a fare concessioni al “mondo” per sembrare più simpatici e al passo coi tempi. E’ a loro che si riferisce quando afferma che “Se giudichiamo la nostra identità basandoci su certi siti e blog ‘cattolici’, saremo considerate persone che sono contro tutti e contro tutto. Dovremmo invece essere conosciuti come persone a favore di qualcosa, qualcosa di positivo che può trasformare la vita ed influenzare la cultura”.

Fortunatamente – continua – con Papa Francesco è avvenuto questo cambiamento di prospettiva. Fino a poco tempo fa (prima di Francesco), “quando domandavi per strada ‘Cos’è la Chiesa Cattolica?’ oppure ‘A cosa serve il papa?’, la risposta spesso era ‘I cattolici sono contro l’aborto, il matrimonio gay e il controllo delle nascite’. I cattolici sono conosciuti per gli scandali degli abusi sessuali, che hanno indebolito la loro autorità morale e credibilità”. Ora, grazie a Francesco, la risposta a queste domande da parte della gente “di fuori” è diversa.

L’invettiva di mons. Rosica contro i blog cattolici “violenti” non rende però onore alla realtà dei fatti. Basterebbe infatti seguire ciò che succede ogni giorno su Facebook e su Twitter a chi condivide posizioni cattoliche in difesa della Chiesa e della tradizione cristiana. Certi utenti e blog cattolici popolari ricevono in continuazione piogge di insulti e di infamie personali a causa del loro pensiero e della loro fede senza che nessuno – tanto meno i responsabili dei networks in questione, spesso zelanti nella censura di ciò che è considerato “scorretto” – trovi da eccepire sospendendo o censurando i messaggi più violenti e offensivi.

Il caso più eclatante in Italia è quello di Mario Adinolfi, giornalista, blogger e politico cattolico, che (nell’imbarazzante silenzio delle autorità e dei campioni dei diritti civili) viene continuamente vessato da cosiddetti haters (lett. “odiatori”) che – spesso sotto pseudonimi o falsi account – vomitano in continuazione il loro disprezzo nei confronti di chi la pensa diversamente. Ma chi non legge certi messaggi difficilmente capirà di cosa stiamo parlando. Facciamo quindi riferimento a un qualunque messaggio di Mario Adinolfi: ad esempio quello scritto su Twitter il 18 maggio 2016 dove invita a seguire il dibattito televisivo in cui sarà protagonista. Il tono delle risposte sfonda il muro della decenza per convertirsi in una serie insulti volgari e attacchi alla persona. Si va dal “panzone” a “te danno una sedia per chiappa”, poi ancora “ti guardo dal cesso”, “cerca di non scoreggiare”, “vai a parlare di problemi di sudorazione” per finire con immagini GIF (mini filmati) di nudo offensivo. Definito in da un altro utente “sindaco maiale”, Adinolfi è spesso oggetto di burla per il suo aspetto fisico e preso di mira con disprezzo a causa della sua situazione familiare. Al fianco di Adinolfi, sono molti i cattolici che si sono esposti sui social ricevendo in cambio insulti, disprezzo, violenza verbale e accuse diffamanti (ad esempio Costanza Miriano, Gianfranco Amato ed altri protagonisti delle giornate del Family Day).

In questo senso non è esattamente vero ciò che afferma mons Rosica dal pulpito di Brooklin, ossia: non è il cattolico conservatore e pro-life che fomenta l’odio e la violenza, una “cultura di morte” e “sparge cadaveri”, perché nostalgico, fissato e dunque bisognoso di cure e preghiere da parte della comunità cristiana. Succede proprio il contrario: la caccia al cattolico inizia senza alcuna motivazione se non l’odio al diverso, la tanto chiacchierata “discriminazione” tramutata in cristianofobia.

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Ma se l’esempio di Adinolfi non vale in Vaticano – dove il giornalista non gode di grande stima (anzi, è ignorato e spesso ostacolato) – basti leggere il veleno che qualche settimana fa è stato riversato sul cardinale Angelo Bagnasco reo di aver parlato chiaramente contro l’approvazione della legge sulle Unioni Civili. Gli italiani (non certo i cattolici conservatori e prolife) hanno preso di mira il Presidente della CEI con insulti e infamie per aver osato esprimere il pensiero della Chiesa cattolica sulle “unioni civili”. Un segno, questo, che il cardinale è sulla strada giusta, mentre altri porporati vengono continuamente lodati e stimati dal popolo anticattolico (come qualche cardinale di curia che su Twitter alterna frasi di Confucio a detti di Gesù e pensieri rock ottenendo molti “like”).

Perché dunque mons. Rosica propone queste sorprendenti affermazioni? Alla base del ragionamento soggiace un pericolosissimo equivoco secondo cui non è più necessario difendere la fede ed opporsi all’eresia (“dottrina contraria al dogma”)  ma bisogna cercare di diffondere il bene senza denunciare il male, il tutto in nome di una misericordia che ha il sapore del politicamente e religiosamente corretto. Si tratta dunque di un esercizio linguistico per evitare ogni scontro: parlare di  aborto e di eutanasia, così come di altri gravi attentati alla vita umana, diventa una violenza contro chi nella sua libertà decide di sopprimere le vite di bambini e anziani. Nessuno osi giudicare la portata morale di questi atti.

E’ questa la svolta voluta da Papa Francesco che ha espressamente chiesto posizioni meno rigide su quelli che una volta si chiamavano “princípi non-negoziabili” (espressione diventata desueta perché ormai tutto è negoziabile, anche i valori e i princípi morali) al fine di “costruire ponti e non muri” tra la Chiesa e il mondo.

A questo nuovo corso si sono adeguati quasi tutti i cardinali, i vescovi e i monsignori di Curia (in particolare quelli italiani più vicini geograficamente al Papa) coscienti anche del rischio che si corre ad esprimere le proprie idee se in contrasto con il novus ordo dialogante. Chi non si è adeguato al nuovo linguaggio viene segnalato come un nostalgico “conservatore” e “fariseo” fuori tempo massimo, ai limiti dell’ortodossia. La prova di ciò è nelle continue dichiarazioni di affetto e vicinanza che la Chiesa, nei suoi più alti rappresentanti, continuamente proferisce nei confronti dell’islam (sempre giustificato e scusato nonostante sia la vera matrice religiosa del terrorismo) e del mondo politico nonostante i frontali attacchi contro la morale e la famiglia: ciò spiegherebbe lo sconcertante elogio funebre che padre Lombardi ha dedicato a Pannella a nome del Papa o l’entusiasmo col quale alcuni esponenti della CEI appoggiano e sostengono l’operato del governo Renzi (leggi: quando mons. Paglia disse a Renzi “Avanti su tutto”)…

Portato all’estremo, questo pericoloso atteggiamento constringe la Chiesa a tirare i remi in barca ed a rinunciare a combattere per la battaglia per la famiglia e per la vita (temi su cui si giocherebbe la “battaglia finale” secondo la profezia della Madonna a Fatima). Così è successo in occasione del Family Day quando la maggior parte dei vescovi si opposero de facto – con la loro assenza –  alla manifestazione perché schierato “contro” il gender e le adozioni omosessuali. La cosa creò turbamento e scandalo tra i fedeli laici scesi in piazza sotto il temporale, segnalati dal governo e segnalati come una massa ignorante, bigotta, violenta ed omofoba (leggi: “Attacco totale al Family Day). L’imbarazzante assenza dei vescovi italiani in nome di un atteggiamento moderato – light – e dialogante (a Roma otto vescovi diocesani ma neanche uno presente ad accompagnare le famiglie, né il Vicario né gli “ausiliari” mentre il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, più in linea con Renzi che con le famiglie cristiane, non pervenuto!) è un segno dei tempi che interroga molti cattolici italiani. Stesso discorso per la “Marcia per la Vita” un evento nazionale goffamente boicottato dai vescovi italiani, salutati dal Papa – secondo alcuni – in modo eccessivamente sbrigativo e circostanziale e appena citati da Avvenire in un articolo di secondo piano.

Parlando della violenza su internet non si tratta dunque di stabilire chi insulta di più o per prima dell’avversario, ma di capire se sia ancora possibile difendere la propria fede o se sia meglio nascondere la verità e il proprio credo per non offendere nessuno, per non apparire “contro” nessuno.

La locuzione “contro” è ormai diventata una parolaccia, linguaggio proibito nel nuovo corso della Chiesa. Nessuno si opponga a nessuno né a nulla, neanche al male. Non però nel senso evangelico di “non opporre resistenza al male” ovvero “non rispondere al male con il male” bensì nel nuovo senso di “non denunciare il male come male” ovvero “non distinguere più tra male e bene” perché nessuno deve permettersi di “giudicare” ciò che è bene e ciò che è male. Dal punto di vista filosofico ciò significa lo sfascio della struttura del pensiero razionale occidentale basato sulla scelta per logos e il rifiuto della doxa. Ma oggi assistiamo alla rivincita dell’opinione, sempre fluida, sempre liquida, alla riscossa di ciò che è mutevole a dispetto di ciò che è fermo, stabile, severamente ma solennemente inamovibile.

Mons. Rosica non fa altro che adeguarsi al nuovo corso (d’altronde non sarebbe certo prudente rovinare una così brillante carriera sul più bello!): i cattolici che parlano di aborto, di eutanasia, di divorzio e di sessualità disordinata non sono altro che violenti costruttori di muri, lontani dalla grazia di Dio, necessitati di preghiere e conversione. D’altronde ciò rispecchia il pensiero della Santa Sede che i suoi portavoce fedelmente trasmettono.

O forse padre Lombardi non ha elogiato Marco Pannella per il suo “impegno disinteressato per cause nobili” e per averci lasciato “una eredità umana e spirituale importante” e un “impegno civile e politico generoso per gli altri”? Ricordare le “nobilissime” cause a favore dell’aborto, dell’eutanasia, del divorzio, della liberalizzazione delle droghe, l’anticlericalismo, l’antivaticanismo e l’opposizione ai patti lateranensi, sarebbe peccare di omicidio e violenza nei confronti del compianto leader dei radicali e dei suoi seguaci.

Chiedo perdono. Misericordia!

Alabama Monroe. Una storia d’amore finita in tragedia

alabama-monroeAlabama Monroe. Una storia d’amore.

Ho visto questo acclamato film con mia moglie approfittando del sonno serale del nostro piccolo ed è stato un trionfo e una tragedia. Un trionfo perché, appunto, siamo riusciti a vedere un film dopo diversi mesi di astinenza; una tragedia perché ci aspettavamo una storia d’amore, un film leggero e allegro, ma abbiamo trovato una drammatica storia finita in tragedia. Per carità, un bel film, ma alla fine resta qualcosa di irrisolto…

Il titolo, o meglio, il sottotitolo parla chiaro: si tratta di una storia d’amore. La locandina, che ritrae una bellissima ragazza dalla pelle chiara e tatuata, con un eccentrico bikini a stelle e strisce, sdraiata su un pick-up mentre ammicca al macho dalla barba incolta, conferma (e aumenta) l’aspettativa: una bella storia d’amore, romantica e strappalacrime.

Ma le lacrime di Alabama Monroe non sono lacrime di commozione romantica ma di tristezza dovuta alla drammaticità (e crudeltà) della storia, una drammaticità che nel frastornato trailer non appare quasi per nulla… Basta però pensare che un terzo dei protagonisti del film muore in condizioni disperate e sufficientemente ingiuste per prendersela con rabbia.

Alabama Monroe. Una storia d’amore. Di un amore prettamente umano, quello che non dura mai abbastanza. Quello che finisce in continuazione e si sostituisce facilmente cancellando un tatuaggio o sovrapponendone un altro. Quello trasportato dalla musica (bellissima la colonna sonora bluegrass) e dai cocktail (a volte letali). Un amore travolgente, passionale, da sogno. Un amore, però, che inciampa troppo presto, col rischio di capitolare definitivamente, al primo incidente di percorso, una gravidanza non tanto desiderata ma finalmente accettata. Un amore che non riesce in nessun modo a superare la “prova del nove”, l’ostacolo più grande che l’uomo deve affrontare. Davanti alla morte l’amore ammutolisce, la musica scema, il vino finisce. Ancora di più davanti alla morte più atroce che un uomo e una donna possano trovarsi a vivere: quella del frutto del loro amore, quella – ingiusta e incomprensibile – della figlia, piccola ed innocente.

Trovare un senso al dolore e alla morte in una prospettiva puramente razionale e orizzontale è una impresa titanica destinata, il più delle volte, a fallire. Se non c’è un senso al dolore e alla morte forse può sembrare utile trovare dei responsabili con cui prendersela, dei colpevoli da accusare. Come ad esempio i medici, i ritardi della scienza, le religioni (un tutt’uno indefinito e indefinibile) che impediscono i progressi scientifici in nome di leggi morali ottuse e arcaiche, oppure direttamente Dio, a cui il ruolo di capro espiatorio non gli sta poi tanto male… In fondo a Lui non dispiace prendersi le colpe degli altri e non sarebbe la prima volta che lo fa.

Alabama Monroe, una storia d’amore finita male. Non perché ha fatto piangere ripetute volte mia moglie (ah ok, la prima volta era un capello nell’occhio!) e questo ci può stare perché l’amore vuole le lacrime, si innaffia con le lacrime, si lubrifica per girare meglio, con le lacrime. Ma il punto non è questo. La storia d’amore finisce male perché, in fin dei conti, si tratta di un amore (mi perdonino i cinesi, non è cinofobia ma è soltanto per capirci meglio), è un amore made in China, a basso costo, destinato al consumo a breve termine. Non un pezzo originale come quelle cucine made in Italy che ti costano un occhio ma che ti durano una vita o due.

Ciò che resta è l’assenza di senso, la mancanza di speranza, e la domanda se una vita senza senso e senza speranza valga la pena di essere vissuta anche sotto qualche forma di amore avventuroso e romantico. Vicktor Frankl, padre della logoterapia e dell’analisi esistenziale, sopravvissuto ai lager nazisti (se ciò può dargli maggior credito o autorità), ha basato su questa questione tutta la sua riflessione e il suo lavoro intellettuale. Il risultato delle sue indagini è che se non c’è un senso, un significato che indirizzi la propria vita in modo deciso e determinato, l’uomo si troverà avvolto da un sentimento di angoscia che si manifesta spesso in forme di depressione e psicosi.

Il titolo originale del film (The broken circle breakdown) risponde alla domanda di un antico inno religioso inglese:  (Will the circle be unbroken?) che recita più o meno così “Il cerchio può rimanere intatto? Ci aspetta una dimora migliore nel cielo?” La risposta del film (Il collasso del cerchio rotto) è chiara: il cerchio si spezzerà, perché tutto – prima o poI – si spezza e muore, semplicemente muore.

Ad Alabama e a Monroe è mancato qualcosa per avere il coraggio di continuare a vivere. Forse è mancato proprio il senso della loro esistenza. Forse la risposta alla domanda della piccola Maybelle che, in lacrime e con un uccellino morto tra le mani, s’interroga sul senso e sulla speranza: “perché l’uccellino è morto, papà?” e “dove va l’uccellino adesso che è morto?” Il papà non ha una risposta (“dobbiamo semplicemente buttarlo via, nella pattumiera”), ma poi confessa alla moglie la sua intima frustrazione:

E’ stato davvero terribile! Devi provare a spiegare a una bambina perché non si muove quell’uccellino che ha in mano. E’ difficile, sai? Vorresti raccontare (…) che alcune persone credono che l’uccellino abbia un anima immortale, che possa andare perfino in paradiso, che rivedrà  il suo papà e la mamma e che continuerà a volare in eterno, in eterno, in eterno, in un posto dove splende il sole e dove non ci sono finestre… ma papà non crede a queste cose, che papà pensa che tutto muore semplicemente e rimane morto, ma tutto questo non lo puoi dire.

Sarà la bambina, illuminata nell’intimo da un buon genio, che risolverà la questione: “Papà, l’uccellino ora è una stella”.  Al papà, in mancanza di altre risposte non resta che assecondare quella che non è altro che una illusione puerile: “D’accordo piccola se vuoi credere che quell’uccellino ora è una stella va bene così” (della serie: “non è vero ma non fa niente, tanto non c’è soluzione”). La religione diventa così un droga contro il dolore, i credenti dei creduloni, i religiosi dei drogati. Siamo lontani anni luce dalla fede nella risurrezione della carne, l’unica risposta di senso che avrebbe la forza di rimettere in piedi quella promettente storia d’amore iniziata sul pick-up rosso in un bikini a stelle e strisce.

 

Miguel Cuartero Samperi

 

L’acqua, il fuoco, la festa: il Battesimo e la Pasqua

battesimoNon si può capire la Pasqua senza il Battesimo, nè il Battesimo senza la Pasqua.

Quest’anno 2014 la Pasqua sarà ancora più speciale per la nostra famiglia perché il nostro primo figlio, Giacomo, nascerà a vita nuova. Dopo la sua nascita sulla terra, avvenuta poco più di due mesi fa, Giacomo riceverà la vita divina, prenoterà un posto lassù per vivere eternamente e non morire mai più! Sarà immerso nell’acqua per tre volte e ne uscirà rinnovato per rivestire la veste bianca, segno della nuova creazione, e ricevere la candela, segno della luce di Cristo. E ci sarebbe da rallegrarsi più per la seconda che per la prima nascita, come recita un antichissimo inno pasquale, “Abbiamo sperimentato più clemenza nell’essere redenti che nell’essere creati” (Laus Cerei Hispana, VII sec.)

Col Battesimo, fondamento di tutta la vita cristiana, Giacomo diventerà figlio di Dio, riceverà il dono dello Spirito Santo, diventerà partecipe della missione di Cristo come Sacerdote, Re e Profeta, verrà cioè catapultato nella vita intra-trinitaria; entrerà a far parte della Chiesa di Dio e, dunque, diventerà testimone della resurrezione; sarà cosparso dell’olio per il combattimento, rinuncerà infatti a Satana e sceglierà Gesù; infine sarà unto con l’olio regale come segno del massimo onore. Tutto questo, però, sarà l’inizio di un cammino graduale che giorno dopo giorno, anno dopo anno, pasqua dopo pasqua, dovrà percorrere per riscoprire la forza e le grazie di questo Sacramento. Il Battesimo infatti non è una realtà puntuale o un rito magico, ma una “realtà dinamica e viva, un continuo processo di crescita e di perfezionamento della fede” (M. Augé, L’iniziazione cristiana, p. 211). E’ per questo che la Chiesa oggi vede la necessità che i battezzati seguano un catecumenato post-battesimale per ripercorrere il cammino catecumenale e scoprire tutte le ricchezze della vita cristiana raccolte nel sacramento del battesimo (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1229-1231).

fonte-scandicciGiacomo sarà battezzato durante la Santa Veglia di Pasqua, nella notte santa che è il centro e culmine della vita cristiana. Infatti la sintesi del nostro Credo è il Mysterium Paschale cioè la passione, morte e risurrezione di Gesù: la celebrazione di questo evento culmina nella notte tra il sabato e la domenica di Pasqua, una lunga notte di attesa dell’alba, della luce, della festa per la resurrezione di Gesù.

Nel Preconio Pasquale, il tradizionale inno che è l’annuncio solenne della Pasqua, si intrecciano tre piani teologici legati a questa festa. La Pasqua ebraica (la liberazione dall’Egitto), la Pasqua di Gesù (la sua risurrezione) e la Pasqua della Chiesa (la nostra liberazione dal peccato e dalla morte). Questi avvenimenti sono racchiusi e significati nel sacramento del Battesimo, il sacramento pasquale per eccellenza così come la notte di Pasqua si può definire una liturgia battesimale.

Nella chiesa primitiva i battesimi si celebravano sempre a Pasqua dopo una lunga,  esigente e accurata preparazione (il catecumenato). I candidati che il vescovo e i catechisti ritenevano pronti e degni di diventare cristiani venivano ammessi al battesimo e battezzati per immersione. Difatti la parola Battesimo deriva dal greco “sommergere”, “tuffare”, “immergere”. Venivano immersi per tre volte, significando i tre giorni di Gesù nel sepolcro, per poi uscire dall’acqua risorti assieme a Cristo.

Oggi purtroppo il battesimo per immersione è in disuso così come la celebrazione del battesimo durante la Veglia Pasquale. Spesso (non dico sempre) di fronte a realtà così profonde e significative, i motivi che spingono i genitori a non scegliere il battesimo per immersione durante la Notte di Pasqua sono spesso futili e banali. Forse la paura che il bambino si ammali per il freddo o per l’acqua o forse la preoccupazione che la lunghezza della Veglia allontani parenti ed amici (con relativi regali sotto il braccio); i nonni giocano spesso la parte del leone, sono anziani e non ce la fanno a stare svegli; poi ci sono i parenti ed amici “diversamente credenti” o “diversamente praticanti”, ai quali una veglia piena di letture, di riti, di significati escatologici e soteriologici, potrebbe andare di traverso e i genitori potrebbero fare la figura dei bigotti o degli “invasati”. Meglio una semplice liturgia primaverile, con una bella conchiglia, magari in una chiesa storica, non lontano dal ristorante, con un prete simpatico ma – soprattutto – sbrigativo, che non si inventi che è meglio fare anche l’Eucaristia, che non si dilunghi nelle introduzioni nè canti.

barberinicodicediscesainferiSe un bimbo impiega diverse ore per nascere (la gestazione e il travaglio) non avrà forse il diritto di impiegare qualche ora per ri-nascere spiritualmente? Il battesimo non è un rito qualsiasi, lo ha affermato anche il papa Francesco quando ha detto:

…Non è una formalità! E’ un atto che tocca in profondità la nostra esistenza. Un bambino battezzato o un bambino non battezzato non è lo stesso. Non è lo stesso una persona battezzata o una persona non battezzata. Noi, con il Battesimo, veniamo immersi in quella sorgente inesauribile di vita che è la morte di Gesù, il più grande atto d’amore di tutta la storia; e grazie a questo amore possiamo vivere una vita nuova, non più in balìa del male, del peccato e della morte, ma nella comunione con Dio e con i fratelli (udienza del 08/01/14).

Seguiremo dunque l’antico rituale che troviamo nel terzo secolo: “Durante tutta la notte rimanete riuniti in comunità. Non dormite. Vegliate tutta la notte con preghiere e suppliche, leggendo i profeti, il Vangelo e i salmi con timore e tremore fino alla terza veglia del sabato. Allora romperete il digiuno. Offrite dunque i vostri sacrifici. Rallegratevi e riempitevi di gioia e felicità perché Cristo è risorto come pegno della nostra risurrezione” (Didascalia Apostolorum)

Prepariamo dunque l’acqua, il fuoco e la festa, è arrivata la Pasqua!

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