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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

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Il “Manuale del Sacrista”: ovvero come vivere lo Shemà in Sacrestia

A mo’ di “captaptio benevolentie”
Ogni sagrestano (o sacrista) ha i suoi segreti. Custode dei luoghi e degli oggetti più sacri di ogni parrocchia, il sagrestano si aggira per la chiesa con la sicurezza e l’autorità chi si sposta da una stanza all’altra della sua casa, tenendo sotto controllo ogni cosa, vigilando su chi va e su chi viene, su ciò che entra e ciò che esce, consapevole del suo ruolo di “guardiano” delle cose sacre, come buon servitore del parroco, ma prima di tutto, di Dio padrone di casa, sempre presente e degno del maggiore onore e rispetto. Dietro ogni celebrazione ben riuscita (dal punto di vista liturgico) c’è la mano del sagrestano che provvede all’allestimento della sacrestia, della credenza, dell’ambone e dell’altare. Un servizio prezioso, antico com’è antica la liturgia della Chiesa che da sempre si è servita di uomini dedicati a questo servizio essenziale, discreto, spesso faticoso e poco riconosciuto. Il buon sagrestano, infatti, lavora nell’ombra, si adopera prima e dopo le funzioni liturgiche, durante le liturgie scompare solo apparentemente, perché la sua presenza dietro le quinte è essenziale durante la celebrazione non solo per intervenire in determinati momenti (accendere/spegnere microfoni o luci al tempo opportuno) ma anche in caso di emergenze o intoppi di ogni sorta (se qualcosa non funziona o non si trova…). Spesso considerato secondario rispetto ai carismi o ministeri più blasonati ed di ruolo liturgico (basti pensare ai canto, ai lettori o agli accoliti), il sagrestano ricopre un ruolo prezioso, per questo un buon sagrestano, rispettoso, discreto, attento e preciso, ricco di spirito di servizio, è un fiore all’occhiello per una parrocchia e il suo parroco.

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Musulmani in chiesa? Riflessioni tragicomiche e religiosamente scorrette

IMG_20160801_002155Ha suscitato quantomeno stupore la bizzarra idea di accogliere dei musulmani domenica a Messa in segno di solidarietà. La proposta è arrivata dagli Imam francesi ed è stata accolta da stupefacente plauso dei vescovi della chiesa francese e di quella italiana che si è subito accodata all’iniziativa. Inutile dirlo, i giornali italiani ne sono stati, a dir poco, entusiasti (La Stampa mostra una clamorosa e commovente eccitazione che manco l’uomo sulla Luna!).

La notizia non ha sollevato solo stupore ma anche sdegno di alcuni e l’ironia di altri. Sulle pagine de Il Foglio, uno sdegnato Camillo Langone – giornalista cattolico esponente di spicco di quella da lui de finita la “destra divina” – ha annunciato che in caso dovesse trovarsi a sedere a Messa accanto a un infedele, metterà in pratica le parole di Gesù: scuoterà la polvere dei suoi mocassini e lascerà la celebrazione multietnica (leggi: musulmani a messa? No grazie!). Dal canto suo, il vaticanista della Rai Aldo Maria Valli ha ringraziato i musulmani che coerentemente hanno deciso di non andare a Messa questa domenica.

Indignato anche lo staff de La Bussola Quotidiana giornale ostinatamente arroccato su posizioni cattoliche e restio all’idea di creare una nuova religione umanitaria e pacifista frutto del compromesso su un minimo-comun-demoninatore tra i grandi monoteismi. Qui il prof. Antonio Livi parla un “atto insensato” e di “empia profanazione” di un luogo santo mentre per il domenicano Giorgio Carbone si tratta di un gesto “vacuo e inefficiente” che rischia di diventare un “teatrino” e che non tiene conto del carattere sacro dell’Eucaristia. Un “gesto ipocrita” secondo l’Imam di Lecce.

Ad altri invece l’idea è piaciuta molto ma a condizione che si installino dei metal detector sul sagrato e si rafforzi la sicurezza: non sia che approfittando della straordinaria apertura entrino in chiesa anche dei depressi o disadattati sociali che, come ci hanno insegnato in televisione, sono capaci delle peggiori stragi. Difatti secondo la stampa e i governi il filo rosso che unisce tutti gli attentati che hanno insanguinato l’Europa è la “follia” provocata dal disagio sociale: è tutta gente turbata psicologicamente, precari, poveri, separati, vittime del bullismo, esclusi e poco integrati.

fatimaA questo punto non si capisce bene perché siano i poveri musulmani a dover mostrare solidarietà, cosa c’entrano loro? Dopo la carneficina di Nizza, il Corriere della Sera fece notare – con tanto di foto in prima pagina – che la prima (occhio “la prima”!) a venir falciata dal camion del matto fu proprio Fatima, una musulmana. Dunque il folle autista delle Promenade la investì simbolicamente per far capire che ce l’aveva col mondo intero, che non era un problema di religione (per questo è probabile che abbia evitato di colpire per primo qualche cattolico, una destrezza straordinaria per evitare fraintendimenti). Così stanno le cose secondo il giornale nazionale.

Ora, che i musulmani con grande spirito di umiltà decidano di addossarsi le colpe degli altri mostrando solidarietà per le stragi compiute dai pazzi è cosa lodevole, ma non sarebbe meglio aprire le chiese ai depressi? In mancanza di “manicomi”, potrebbero organizzare delle fiaccolate in Chiesa i reparti di igiene mentale degli ospedali o i centri sociali. Ma forse a questo punto sarebbe troppo pericoloso per i sacerdoti e i fedeli. Il rischio terrorismo sarebbe a livelli esageratamente alti con dei disadattati depressi in chiesa.

IMG_20160726_081257Si potrebbe obiettare che le nostre parrocchie sono già strapiene di depressi. Basterebbe entrare in una chiesa durante una qualsiasi Eucaristia e fissare i volti e le espressioni dei fedeli in uno dei momenti di maggiore tensione liturgica e di giubilo festoso: il canto del Santo, oppure durante il canto del Gloria. I musi lunghi e le labbra serrate evidenziano sintomi di disagio esistenziale e sociale anche tra i fedeli cattolici. Certo i nostri correligionari depressi non si fanno saltare in aria nel nome degli dei degli altri o a falciare o sgozzare le persone che pregano o camminano… Ma siamo già abbastanza tristi perché vengano a far dimostrazione di solidarietà i depressi a nome degli omicidi!

Ad ogni modo qualcuno replica che con la trovata di accogliere a Messa i seguaci di Maometto abbiamo finalmente trovato il modo di riempire le nostre parrocchie, troppo grandi e troppo vuote. In più ci sarebbero altri aspetti positivi:

  1. Tornano le donne col capo velato a Messa, una tradizione ormai in disuso nella Chiesa cattolica ma d’obbligo sino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Sentiremo l’ebrezza della tradizione!
  2. I musulmani ci diranno finalmente da che parte stanno girate le nostre Chiesa: loro hanno un grande senso dell’orientamento dovendo pregare verso La Mecca. Anche nella chiesa antica si pregava ad orientem, ma oggi i cristiani non sappiamo da che parte sta l’EST durante la messa… finalmente potremo scoprirlo e “orientarci”…
  3. Finalmente avremo anche dei bambini e ragazzi in Chiesa, visto che l’Italia è medaglia d’argento come paese con meno figli al mondo dopo il Giappone (guarda la statistica!) – e dei pochi figli che abbiamo, pochissimi hanno fede – mentre i paesi islamici figliano che è una meraviglia, come direbbe Papa Francesco… “come conigli”!
  4. In fine, un’altro grande pregio: avremo più visibilità! Coi musulmani in Chiesa ogni domenica tutti i giornali parleranno – ob torto collo – delle Messe parrocchiali con servizi, scoop, testimonianze, ecc… Un successo mediatico assicurato!
  5. Un ultima cosa positiva (ma per i musulmani) la trovata risolverebbe il problema della mancanza di moschee sul nostro territorio e tutti i problemi ad essa connessi (finanziamenti delle Petromonarchie, l’opposizione de La Lega, il tifo – a favore delle nuove costruzioni – della rivista Jesus e altre amenità correlate…).

Insomma, degli aspetti positivi potremmo trovarli ma dobbiamo essere disposti a cambiare le nostre antiche tradizioni che vogliono le cose santi ai santi ossia: la comunione (delle cose sante) è per i fedeli (santi) e non per “tutti”. Basta leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica (esiste ancora!) al numero 948:

« Sancta sanctis! » – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo e comunicarla al mondo.

Qualcuno ha fatto notare – quale eroico coraggio! – che in Sinagoga siamo costretti a mettere la Kippà e in Moschea a toglierci le scarpe, ma da noi – pur di far entrare qualcuno a Messa – facciamo passare tutto (anche le minigonne inguinali che lasciano poco spazio al “mistero” rivelandolo anzitempo) e ai musulmani non facciamo neanche togliere il cappellino (amerikano) mentre gli diamo il pane-di-comunione.

Per fortuna ancora nessuno ha ancora citato il libro del profeta Daniele quando parla de “l’abominio della desolazione dentro il Santuario di Dio”. Tesi apocalittiche che lo stesso Gesù Cristo ebbe il coraggio di citare (Mc 13,14): “Quando vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti”.

gmg romaI musulmani il concetto di “profanazione” lo capiscono meglio di noi, infatti alcuni animali non possono entrare nella loro moschea perché “impuri”. E’ brutto che si scherzi con questa cosa, lo hanno fatto ma non è rispettoso! E non vorrei lo facessero con le nostre chiese anche se a molti parrocchiani non importerebbe nulla: “problemi del sacrestano che deve pulì”!

Al momento comunque non si parla ancora di permettere ai musulmani di accedere alla comunione (si sta parlando seriamente dell’inter-comunione coi protestanti e già il Papa ha dimostrato aperture inaspettate e ancora se ne parlerà in Svezia per la “festa” dello Scisma) ma sui giornali girano foto di preti (cattolici) italiani che distribuiscono delle focacce ai fedeli musulmani durante Messa. A me (che da fastidio che i bimbi piccoli abbiano il biscotto durante la comunione perché, capricciosi, vogliono mangiare anche loro qualcosa) la cosa non mi entusiasma e penso che la pagnotta era meglio condividerla fuori, e magari anche qualcosa di più succulento. Inoltre nel vedere quelle foto i giornalisti dei giornaloni nazionali (che sono oltremodo ignoranti nelle cose di Dio e della Chiesa) potrebbero pensare che diamo la comunione a tutti (non solo ai divorziati, agli abortisti e ai transessuali in lotta aperta contro la chiesa)!

Screenshot_2016-07-31-23-38-03Una cosa alla volta: per la comunione ai maomettani aspettiamo, per ora gli concediamo la “predica”. Sì perché altre foto mostrano un imam (uguale al sultano dell’IS, che non centra nulla ma, giuro era vestito uguale) che parla al microfono e la didascalia: “Vi spieghiamo il vero islam”. Ecco dunque che in attesa della Comunione, gli diamo l’omelia, durante la quale possono spiegarci i principi dell’Islam (moderato e pacifico, anzi, pacifista).

Comunione no (non ancora), predica sì, ma anche lettura della Parola di (un altro) dio! A Roma infatti si è perfino concesso a un Imam di recitare dei versetti del Corano dall’ambone! È successo nel cuore di Roma, nella Basilica di Santa Maria a Trastevere, storica roccaforte della Comunità di Sant’Egidio di Riccardi e Paglia campioni del dialogo interreligioso e del multiculturalismo. Chissà se l’Imam ha avuto il coraggio di aprire il testo “a caso” (come faceva s. Francesco col Vangelo) o se l’ha ritenuto eccessivamente pericoloso e ha preferito scegliere dei versetti pacifici e innocui.

Un “mondo sottosopra”, accusa il giornalista Magister, dove “cattolici uccidono le suocere e i musulmani vanno a messa”. Ditemi voi chi sono i buoni!

Dicono infatti che ci sono terroristi omicidi in tutte le religioni: è la proverbiale “violenza cattolica” che uccide fidanzate e suocere; si è detto che è lo stesso uccidere con la lingua o col coltello… Ditelo a padre Jacques: se fosse stato ucciso con la lingua, a quest’ora starebbe a dir messa e non sotto terra senza testa.

A me (che mi ostino ad essere mediamente razionale) sembra che sia meglio uccidere con la lingua, non che faccia bene a nessuno ma permette di vivere ancora qualche anno in santa pace. Se proprio devo dirla tutta, preferirei venir ferito da un colpo di lingua, da una chiacchierata violenta. Per il martirio non siamo pronti, al momento il massimo dell’eroicità di cui siamo capaci in occidente è di sfidare dogmi e tradizioni per creare “macedonie” liturgiche. Bel coraggio!

Sacrilegio a Pamplona, migliaia di fedeli per la Messa di riparazione

prayer spainAleteia – Nella terra di San Francesco Saverio, mercoledì 25 novembre, circa 5mila fedeli provenienti da tutta la regione e centinaia di sacerdoti della Navarra si sono stretti in preghiera nella Cattedrale di Pamplona, guidati dall’arcivescovo mons. Francisco Pérez. La celebrazione è stata indetta dal vescovo in risposta all’opera profanatoria esposta nei locali del Comune che, nei giorni scorsi, ha scosso l’opinione pubblica di tutta la Navarra.

Un artista locale ha infatti inserito nella sua mostra, istallata nel Municipio, un opera sacrilega intitolata “Amén”, che offende in maniera violenta tutti i cristiani colpendo ciò che hanno di più caro: il corpo di Cristo. L’artista – in passato arrestato per atti osceni e prostituzione – non è nuovo a certe provocazioni a sfondo religioso e morale: la sua arte sovversiva è condita essenzialmente di violenza, pornografia, mutilazioni fisiche, odio verso le religioni, ecc. Ma questa volta la sua sfida ha oltrepassato ogni limite provocando uno sdegno generale anche tra i non cattolici.

Il presunto artista ha esposto delle fotografie dove allineava sul pavimento diverse particole (ostie) in modo da formare la parola “pederastia” (pedofilia) precisando che si tratta di 242 ostie consacrate, da lui stesso prelevate durante diverse Messe a cui avrebbe partecipato nelle parrocchie di Madrid e Pamplona. Le stesse Ostie sono state “esposte” in un piatto all’interno della mostra. Il tutto corredato di foto che lo ritrae nell’atto di prendere la comunione durante una celebrazione, fingendo di assumere l’ostia consacrata che poi avrebbe conservato per fini “artistici”. “Non ho fatto nulla di illegale andando in Chiesa e mettendomi le ostie in tasca” ha affermato senza tentennamenti, l’autore della mostra, che ha definito l’Opus Dei “una banda terroristica all’interno della Chiesa” e si è riferito alle Messe di riparazione come eventi “in onore al golpismo franchista”.

Nell’intenzione e nell’opera di questo giovane artista, il cui nome – come disse il Cervantes – non vogliamo ricordare, c’è tutto il peggio che può abitare l’anima umana: presunzione, superbia, arroganza, sacrilegio, vilipendio religioso, cattiveria, furto, ostentazione, odio religioso… Ma ciò che ha ferito più intimamente i fedeli è stata l’offesa alla Santa Eucarestia, che per i cristiani è il corpo di Cristo. L’ostia consacrata, infatti, non rappresenta Cristo, non lo significa, non lo simbolizza, ma lo è a tutti gli effetti: l’ostia consacrata è Cristo stesso, il Verbo incarnato, in altre parole: l’ostia è Dio.

Inutile dire che le polemiche hanno sortito l’effetto desiderato dall’artista: la popolarità. Il nome di questo giovane signore impazza sui media locali e internazionali e sul web: su Twitter i suoi followers sono aumentati esponenzialmente (mille nuovi followers in 24 ore) e non c’è giornale locale o sito religioso che non parli di lui e della sua esposizione. Per tutta risposta, l’autore del misfatto si gongola per la popolarità mentre si mostra come una vittima dell’ultra fondamentalismo e terrorismo religioso che mina la sua libertà di espressione.

protestaDal punto di vista politico le condanne sono arrivate solo dagli esponenti del centro destra (UPN e Partido Popular), mentre il governo regionale e tutte le altre formazioni politiche hanno rifiutato ogni censura difendendo la “libertà di espressione” dell’artista a prescindere dai contenuti offensivi. Le proteste dei fedeli (in realtà spontanee e prive di connotazioni politiche) sono state considerate dai politici e dalla stampa locale come una campagna politica frutto del fondamentalismo degli attivisti cattolici di estrema destra (definiti “ultraderecha católica”).

I cattolici non sono invece rimasti con le mani in mano ed hanno alzato la voce contro l’affronto riuscendo a far ritirare il piatto Ostie consacrate (secondo fonti del Comune) mentre il resto della mostra (comprese le foto con la scritta incriminata) è rimasto aperto al pubblico. Il municipio di Pamplona ha infatti rifiutato la proposta di chiudere la mostra sacrilega lasciando la decisione allo stesso artista.

Una mobilitazione promossa dall’Associazione di Avvocati Cattolici, ha denunciato l’artista per “profanazione” e ha raccolto in pochissime ore più di 100mila firme per chiedere di annullare l’evento; numerose le manifestazioni in piazza per protestate contro l’infame esposizione. Di particolare rilevanza la veglia di preghiera di fronte ai locali che ospitano l’esposizione: centinaia di fedeli si sono inginocchiati, in adorazione, innanzi il Cristo oltraggiato e calpestato all’interno della mostra, per pregare assieme il Rosario.

L’evento più importante è stato, senza dubbio, la celebrazione eucaristica di “riparazione” indetta dall’arcivescovo di Pamplona mons. Francisco Pérez per mercoledì 25 novembre. La cattedrale di Pamplona ha accolto migliaia di fedeli “come non si era mai visto da anni”, ha affermato un testimone.

Nei giorni scorsi la diocesi di Pamplona emetteva, a nome dell’arcivescovo, un comunicato stampa intitolato “Profanare Gesù Eucarestia è un sacrilegio gravissimo”. Il comunicato parla di un “fatto che offende profondamente la fede e i sentimenti cattolici”, un “attentato contro la libertà religiosa” mentre ricorda che “Un cattolico che commette un fatto simile, incorre nella scomunica immediata riservata alla Sede Apostolica, secondo ciò che è indicato nel Codice di diritto Canonico, nel canone 1367, che stabilisce che ‘chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica’”.

arzobispo perez pamplonaNell’omelia della Messa di riparazione, mons. Pérez ha sottolineato la centralità del Santissimo Sacramento dell’Eucarestia (“ciò che è più sacro per i cristiani cattolici”) ribadendo che la libertà di espressione non coincide con la libertà di offesa:

“Come arcivescovo della Sede Episcopale di Pamplona, come successore degli Apostoli in questa Diocesi, raccogliendo il sentimento del popolo cristiano, non solo locale ma di tutto il mondo, mi vedo obbligato ad affermare che la vera libertà d’espressione non prevede il presunto diritto all’offesa o  il disprezzo a ciò che c’è di più sacro”.

Inoltre ha invitato i fedeli a difendere con vigore e senza tentennamenti i principi non negoziabili, attaccati e contrastati nell’odierna società: “Faccio un appello alla coscienza umana e cristiana di tutti noi affinché siamo sensibili ai problemi della nostra società. Per favore, difendiamo il diritto alla vita, al matrimonio, alla famiglia, l’educazione dei nostri bambini e giovani, il servizio al bene comune, ai più deboli e bisognosi, la vera cultura del lavoro, la pace tra le nazioni…”

Infine il l’arcivescovo si è rivolto ai giovani con parole di incoraggiamento: “Siete molti che in questi giorni vi siete sentiti commossi dalla necessità di riparare questa offesa e vi siete interrogati sul senso di questi avvenimenti. Forse vi siete interrogati anche sul senso della vostra vita: Che ha fatto Cristo per me? Cosa devo fare per Cristo e per i miei fratelli? Non è tempo di buttarsi sul divano e guardare la vita da lontano. Dio vi chiama, ha bisogno di voi per cambiare il mondo.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo pubblicato su Aleteia.org il 28 nov. 2015

“Non scambiatevi un segno di pace”: l’Eucaristia e i segni svuotati (1)

sanpietroepaolo

Scarica il testo della lettera:  LETTERA CIRCOLARE (PDF)

“Non scambiatevi un segno di pace!” Così sembra consigliare una lettera circolare che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha inviato a tutte le conferenze episcopali del mondo sul rito della Pace durante la celebrazione eucaristica.

Il metodo è sempre lo stesso: di fronte agli abusi e agli eccessi liturgici, ma anche di fronte alle deformazioni dovute agli errori, alle consuetudini o alle usanze delle comunità cristiane sparse in tutto il mondo, ogni tanto, dai Sacri Palazzi, viene approvato qualche documento (firmato dal Prefetto di turno) per correggere gli errori e consigliare il modo più giusto di comportarsi.

Gli interventi in materia liturgica sono come la potatura: “La potatura – recita l’enciclopedia – è necessaria solo quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti)”. Siccome si da il caso che questa pianta (la celebrazione eucaristica) abbia spesso delle ramificazioni troppo estese (abusi), è giusto intervenire (potatura) per mantenere quella unità storico-geografica che ha caratterizzato l’eucarestia nei secoli e nel mondo [1].

Ma da qui a ridurre ogni segno alla sua più minima espressione per ridimensionare ogni eccesso di forma e ogni esasperazione simbolica, ce ne vuole. Lo scopo della lettera è “moderare il gesto” di pace che suscita, con i suoi eccessi, troppa confusione. Secondo la circolare, la pace deve essere un segno sobrio, moderato, dato soltanto ai vicini di panca in modo silenzioso (proibiti i canti) e composto (senza muoversi dal proprio posto) , evitando gesti familiari (abbracci) e profani (baci). Il sacerdote, infine, non deve muoversi dall’altare ma rimanere al proprio posto senza scomporsi. Insomma: “Scambiatevi un segno di pace, se proprio lo volete, ma fate presto perché inizia l’Agnus Dei!” (La lettera non dice cosa fare nel caso in cui nel raggio di due metri non ci sia seduto nessuno e non fossimo in grado di estendere il braccio oltre la sua lunghezza naturale per dare la pace senza muoverci dal nostro posto).

E’ vero che in alcune occasioni il momento della pace è considerato una pausa per prendere una boccata d’aria, salutare l’amico, o il festeggiato di turno (durante le prime comunioni, cresime o matrimoni, un po’ meno ai funerali), fare i complimenti per la scelta del vestito, andare al bagno, fumare una sigaretta, scaricare la posta sul cellulare, informarsi sul risultato della partita in corso (in Italia c’è sempre una partita in corso), questa è spesso una triste realtà che in alcuni casi risulta molto difficile da gestire; in questi casi è doveroso arginare tumulti e fracassi “da mercato” o da “fine-primo-tempo”! Ma non è sempre così. L’altra faccia della medaglia vede il gesto della pace ridotto a un meccanico e disinteressato “qui-la-mano-fratello” senza nessun tipo di trasporto emotivo ne tanto meno spirituale. In effetti, il più delle volte, il rito della pace è considerato un rito secondario, una gara contro il tempo: riuscire a stringere più mani sconosciute possibili prima che il sacerdote attacchi con “l’Agnus Dei” e che i più furbi inizino a formare le file per avere la comunione per primi (dovesse finire!)… è una bella sfida! Insomma le assemblee sono anonime, le mani sudaticce e il tempo non è molto, anzi, ormai è tutta discesa… manca poco per andare in pace! Nelle nostre liturgie, il gesto di pace, a dire il vero, è già ridotto ai minimi termini!

Entrambi gli estremi (rilassamento totale nel primo caso, freddo distacco nell’altro) chiedono una catechesi di sensibilizzazione e una formazione liturgica che aiuti l’assemblea a “scambiarsi la pace” in modo dignitoso ed efficace. Ma da ciò che si vede nelle parrocchie (non so quale parrocchia frequentino i monsignori della Sacra Congregazione) la pace sembra un gesto da rafforzare più che da ridimensionare.

Giusto intervenire per correggere ma, in questo caso, la medicina rischia di essere più nociva della stessa malattia: alleggerire i segni fino ai minimi termini può finire per svuotarli di tutta la ricchezza di significati che essi contengono. La celebrazione eucaristica, infatti, è ricca di simboli e di gesti che parlano da soli, che contengono in se stessi profondi significati teologici. Non a caso nella chiesa antica, i catecumeni venivano avvicinati ai misteri sacramentali tramite dei riti e dei gesti che solo posteriormente venivano spiegati dal Vescovo in tutta la loro ricchezza spirituale, liturgica e teologica (le cosiddette “catechesi mistagogiche”). Prima parlava il segno e dopo il Vescovo.

Ridurre alla extrema ratio i simboli vuol dire privarsi della immediatezza di significati e della profondità dei loro significati sposando una concezione liturgica “verbale” più che “gestuale” col rischio di ottenere celebrazioni più fredde e schematiche, ragionate prima ancora che vissute. A traverso questa circolare, la congregazione per il Culto Divino invita a ridurre ancora di più la portata simbolica di un rito già evidentemente in crisi. Non sarebbe forse meglio invitare i fedeli a vivere questo breve rito con maggiore autenticità ed eloquenza (le Costituzioni Apostoliche affermano  “Salutatevi con un bacio santo”, non con timide strette di mano e sorrisi cortesi) anziché limitarsi a richiamare all’ordine, alla compostezza e alla brevità? Il gesto vuole significare il perdono tra i fratelli prima di accedere al banchetto eucaristico secondo il mandato di Gesù (Mt. 5,23-24), la pace donata da Cristo Risorto (Gv. 20,19), la fine dei rancori, dell’odio, delle invidie, la richiesta del perdono e l’accesso alla piena comunione ecclesiale…

La pace è simbolo dell’agape, dell’abbraccio, forte e smodato quanto si vuole, tra persone (di ogni lingua, razza, nazione e condizione sociale) che scoppiano di gioia e che son diventati fratelli e sorelle in virtù di quel Mysterium Paschale che stanno celebrando! In realtà tutta la celebrazione eucaristica è una festa di riconciliazione e di pace, è la celebrazione della pasqua caratterizzata dalla gioia tipica di questa festa, dove risuonano gli echi dell’Exultet della santa notte, una gioia esplosiva, la “gioia cosmica” della risurrezione, che tiene viva la festa e che avvolge, non solo, tutta l’assemblea ma il mondo intero.

Sembrerebbe che l’interesse della Chiesa negli ultimi decenni, dal Concilio Vaticano II in poi, sia stato quello di ridurre tutti i gesti alla loro espressione minima rendendo sempre più difficile (meno immediata) la loro lettura simbolica. Si sa che il linguaggio simbolico proprio della liturgia è un linguaggio intuitivo, affettivo, poetico, che colpisce la memoria, ha una immediatezza data dalla vicinanza al linguaggio comune, alla quotidianità, lontano da ogni spiegazione concettuale, dai manuali, dalle enciclopedie, dai trattati. Durante la celebrazione eucaristica, preghiere, gesti, canti, movimenti e posizioni del corpo, riti e i vari elementi materiali (immagini sacre, acqua, fuoco, candele, fiori, pane, vino, olio, incenso…), tutto parla al cuore del fedele che partecipa alla celebrazione. Ma ridurre questi gesti (che sono a servizio della fede, alimentandola e rafforzandola) potarli, arginarli, non avrà una seria ripercussione sul loro valore comunicativo? (Cfr. Aldazabal José, Gestos y Simbolos, CPL)

A lasciare perplessi è il punto secondo cui la pace può essere omessa in alcuni casi se lo si ritiene “pedagogicamente sensato” mentre in alcuni casi il gesto “deve essere omesso”! Questa frase desta perplessità perché se non si è voluto spostare il rito della pace prima dell’offertorio (come da antica tradizione, come già avviene nel rito Ambrosiano, nelle chiese orientali e come ha chiesto papa Benedetto XVI, cfr. SC, 49) per non creare “cambi strutturali al messale Romano”, come mai questo rito si può omettere dalla celebrazione senza nessun inconveniente strutturale?[2] A quanto pare, secondo il Vaticano, è meglio omettere la pace che correggerla. Quali sarebbero i motivi per cui sarebbe da ritenere non conveniente scambiarsi la pace? Verrebbe da pensare che se un sacerdote decide di non far scambiare la pace ai fedeli è probabile che si tratti di un problema di orologio: un appuntamento (con un amico, con un cuscino o con una forchetta) a cui non può certamente arrivare in ritardo.

Se si trattasse di un problema di tempo sarebbe un po come la “forma breve” delle letture proposte dai lezionari: sembra, infatti, che non sia conveniente far ascoltare tutta la parabola del Seminatore ai fedeli, potrebbero stancarsi troppo e chiedere una riduzione delle letture… O forse se si legge tutto il dialogo di Gesù con la Samaritana i fedeli si  potrebbero affaticare troppo stando in piedi e manifestare il loro malcontento. Non sarebbe meglio ottimizzare i tempi riducendo la lunghezza delle letture e alleviando così la fatica degli ascoltatori? Ecco quindi la forma breve dei Vangeli con brani sapientemente esclusi dalle parentesi, quadre e rosse!

A questo proposito, ad alcuni preti, dovrebbero consigliare la “forma breve” dell’omelia e, anziché tagliare il Vangelo, accorciare la predica. E’ storicamente provato, infatti, che una omelia lunga porta alla crisi di fede più di quanto lo facciano delle lunghissime letture; viceversa ci sono più conversioni a causa dell’ascolto del Vangelo piuttosto che dovute a una lunga ed erudita omelia. A meno che non si abbia il carisma degli apostoli o dei santi predicatori come Ambrogio, Agostino o quel Giovanni che tutti chiamavano Crisostomo ovvero “Boccadoro” (Κρυσοστομος) per la eloquenza, la bellezza e la forza della sua predicazione.

In fine, motivi “pedagogici” per cui la pace dovrebbe essere omessa non sono per nulla evidenti. Evidentemente il problema del rito della pace, non è un problema legato alla durata dell’eucarestia (visto che prende pochi minuti). Forse anticipare il gesto dopo le preghiere universali (cosa teologicamente e liturgicamente inappuntabile) sarebbe stata una decisione saggia in funzione del corretto svolgimento del rito, in maniera composta ma senza particolare fretta. Resta l’impressione che la Congregazione abbia una idea un po confusa su come ci si scambi la pace nelle celebrazioni domenicali, un gesto fin troppo cordiale e distaccato rispetto all’invito paolino “salutatevi con il bacio santo”. Eppure, di fronte a tanta fredda cordialità e distacco, arriva un richiamo alla moderazione e alla pacatezza, come a dire: “Non scambiatevi un segno di pace”!

 

***

NOTE
[1] A questo proposito consiglio vivamente la lettura del libro di Riccardo Pane: “Liturgia Creativa” un libretto simpatico e leggero ma quantomai vero nelle descrizioni e nella denuncia dell’eccessiva “creatività”.

[2] Durante la celebrazione ci sono due momenti in cui si colloca la pace (secondo due tradizioni entrambe antichissime): prima della presentazione dei doni e della Preghiera Eucaristica (Chiese orientali, chiesa Ambrosiana) oppure alla fine della Preghiera dopo il Padre Nostro (rito Romano). “Bisogna dire però, che purtroppo, facendo il gesto in questo momento dopo il Padre Nostro, ndr.), c’è il rischio di oscurare l’importanza di quello che segue, sminuendone la centralità: la frazione del pane”. R. Reyes, Lettere tra cielo e terra, Cantagalli 2012, p. 203. Il testo più antico della tradizione cristiana che parla dello scambio della pace è di San Giustino e colloca il segno subito dopo le preghiere universali: Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio» (San Giustino, Apologia I, 65; 67, cit. in CCC, n. 1345).

 

Scarica il testo della lettera:  LETTERA CIRCOLARE (PDF)

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