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San Francesco: Abbandonate Maometto, scegliete Cristo!

francis-lecture-to-muslimsE’ necessario leggere la vera storia di San Francesco, ritornare alle fonti principali (Le cosiddette “fonti francescane”), per capire quanto l’immaginario comune sia lontano dal vero frate d’Assisi, patrono d’Italia. Considerato comunemente un allegro pacifista, un ometto semplice e simpatico, un ingenuo naturalista, Francesco fu un uomo determinato e fermo nella sua decisione di donare tutto se stesso a Cristo, certo che la verità e la felicità si trovano nel messaggio cristiano e non altrove.

L’episodio dell’incontro col Sultano saraceno Malek al-Kamil, avvenuto in Siria attorno al 1219, mostra con quanto coraggio san Francesco invitò il musulmano a convertirsi a Cristo e ad abbandonare la legge di Maometto. Alla fine Francesco dovette partire abbandonando il suo sogno (quello di vedere i musulmani convertiti al cristianesimo) perché “non faceva progressi nella conversione di quella gente”.

Avendo comunque trovato benevolenza agli occhi del Sultano, Francesco scampò miracolosamente al così tanto desiderato martirio. Diversa la sorte che, nello stesso anno 1219, tocco a cinque giovani frati partiti in missione con la benedizione di frate Francesco. “Essi raggiunsero il Marocco dove in breve tempo furono uccisi dopo essere stati brutalmente martirizzati dagli infedeli. Furono i primi martiri francescani” (G. Pasquale, San Francesco d’Assisi, San Paolo 2014, p. 117).

In questi tempi in cui gran parte del mondo islamico ha dichiarato guerra all’occidente cristiano aspirando ad una conquista territoriale dell’Europa, è necessario prendere atto del fallimento di un dialogo basato sul buonismo e sul relativismo religioso. Francesco – così tanto esaltato e applaudito come esempio di dialogo e di bontà verso il prossimo – non disdegnò di ammonire i seguaci di Maometto ad abbandonare quella religione per abbracciare la Verità che è Cristo.

Oggigiorno, affermare che esiste una vera religione (quella cristiana) e una vera chiesa (quella Cattolica) e molte false religioni (tra cui l’islam) vuol dire guadagnarsi molti insulti da parte della società (ci chiameranno intolleranti!) e rischiare – quantomeno – una sentenza di scomunica dal Vaticano!

Sarà che san Francesco – perfetto imitatore di Cristo – è stato un uomo (per lo meno un po’) “religiosamente scorretto” che non ebbe paura di morire per annunciare il Vangelo?

…per la sete del martiro

nella presenza del Soldan superba

predicò Cristo e l’altri che ‘l seguiro

(Dante Alighieri, Paradiso XI, 100-102).

* * *

Dalla Leggenda Maior di San Bonaventura

francesco-sultano-giottoA tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, affrontando coraggiosamente molti pericoli, alfine di potersi presentare al cospetto del Soldano di Babilonia.

Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte. Il Soldano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma, anzi, desideroso di affrontarla.

Confortandosi nel Signore (1Sam 30,6), pregava fiducioso e ripeteva cantando quella parola del profeta: “Infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me” (Sal 22,4).

Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato e virtuoso. Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo si rallegrò e disse al compagno: «Abbi fiducia nel Signore (Sir 11,22), fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”».

Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene, che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono d’ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza, li portarono dal Sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là.

Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità.

E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15).

francesco-e-il-sultanoAnche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida).

E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42).

Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango.

Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.

Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.

Articolo originale su Romagiornale.it

Cristo crocifisso ieri e oggi: i cristiani spagnoli che popolano il cielo

cristo calatorao“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. (…) Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv. 15,20).

Gesù lo aveva detto, lo aveva affermato chiaramente: egli apriva una strada verso il Cielo e questa strada passava necessariamente per la croce, per la persecuzione, per il dolore, la per la morte violenta.

Ma Gesù aveva anche annunciato chiaramente che la morte non avrebbe stroncato del tutto la sua vita, ma l’avrebbe trasformata, e che questa stessa sorte spettava anche ai suoi discepoli: “Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. (…) Ora siete nella stristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv. 16,20-23).

Così Paolo, che nel frattempo ignorava tutti questi fatti, rassicurava il fratello Timoteo scrivendogli: “Se moriamo con lui, vivremo anche con Lui” (2 Tm. 2,11).

La storia della Chiesa si può leggere seguendo il filo rosso del sangue dei martiri, a dimostrazione che queste parole di Gesù si sono avverate alla lettera: “Il mondo vi odia”. Il mondo ci odia perché il demonio ci odia e cerca, in ogni modo, di sterminare i cristiani illudendosi di strappare dalla memoria della storia la “testimonianza di Gesù”.

martire martinLo scorso anno, il Venerdì Santo, riflettevo sulla strage avvenuta in Kenya dove terroristi di fede islamica irrompevano in un campus universitario uccidendo gli studenti cristiani e liberando gli ostaggi che recitavano qualche versetto del corano.

Parlavo del rischio di rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze di Cristo in Croce: La nostra esperienza ci mostra – scrivevo – come siamo lontani dal lasciarci commuovere dalla passio Christi: spesso ascoltiamo distratti il racconto della passione restando a una distanza di sicurezza che ci impedisce di com-patire (patire assieme) Gesù. Forse il poco amore per Lui, forse la poca consapevolezza del nostro peccato, forse l’incapacità di comprendere a pieno l’entità del dono, del sacrificio della croce.

Oggi nella nostra quotidianità fatta di scadenze impellenti e di impegni improrogabili, restiamo indifferenti alla passione di coloro che, accomunati alla sorte del Maestro, vengono perseguitati e crocifissi con Lui: Oggi Cristo muore ancora. E possiamo ancora rimanere indifferenti, lontani, freddi; possiamo ancora evitare di entrare nella passione di Gesù pensando che a noi bastano le nostre piccole o grandi croci quotidiane”.

Se il Venerdì Santo del 2015 riflettevo sui giovani del Kenya oggi mi tornano in mente quei cristiani spagnoli che, non molti anni fa, subirono la grande persecuzione a causa della loro fede. La Seconda Repubblica spagnola fu protagonista di una delle più violente persecuzioni religiose della storia, uno sterminio che riempì le strade del sangue di Cristo, versato in odio alla fede. “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.

A 80 anni di distanza dall’inizio della persecuzione, leggere i nomi dei cristiani uccisi – dei vescovi, dei sacerdoti, delle suore, dei laici – scorrere l’elenco dei loro nomi e tirare le somme di quella barbarie, fa ancora inorridire, rabbrividire. Sono molte le storie che si possono raccontare, sono dettagli di una furiosa persecuzione anticlericale che ha messo in ginocchio l’intera chiesa spagnola: vescovi arrestati e torturati, uomini e donne uccisi all’uscita della Messa domenicale, donne violentate davanti ai loro mariti e figli, corpi squartati, mutilazioni dei genitali, esecuzioni sommarie di intere comunità religiose, cimiteri profanati…

MartiresBarbastro

Urne con i resti dei martiri. Barbastro, Aragón.

La storia dei Martiri di Barbastro, 51  clarettiani (in maggioranza giovani seminaristi) sequestrati e giustiziati dopo mesi di violenze e sadismo, è diventata un film (Un Dios prohibido) che non mostra che una piccola parte di una persecuzione che fu proporzionalmente superiore a quelle dei primi cristiani sotto gli imperi di Diocleziano e Nerone. Beatificati nel 1992 da Giovanni Paolo II questi ragazzi, mentre venivano portati in cimitero per essere fucilati, cantavano lodi a Dio, pur sapendo che andavano a morire, i miliziani non lo capivano e cercavano in ogni modo di farli smettere ma i religiosi clarettiani baciavano le corde con cui venivano legati, cantavano, dicevano di morire contenti e con sfacciata eroicità urlavano “Viva Cristo Rey!”

Un recente studio di Stanley Payne, The Spanish Civil War (Cambridge University Press 2012) ha definito la persecuzione da parte dei socialisti e anarchici spagnoli come “la più selvaggia violenza subita dalla Chiesa in tutta la sua storia”. Payne sottolinea che, tenendo conto del numero di religiosi uccisi, della entità della persecuzione, la ferocia delle violenze e il breve lasso di tempo in cui tutto ciò si è consumato, questa persecuzione supera di gran lunga quelle efferate durante la Rivoluzione Francese, la guerra civile russa e l’epoca dei Cristeros messicani. Il numero aggiornato il numero di religiosi uccisi durante la persecuzione anticattolica nella zona repubblicana è di 6788 vittime in tre anni (36-39). Senza contare che le sollevazioni e le scorribande della sinistra radicale rivoluzionaria contro i luoghi di chiese e conventi ebbero inizio nel 1931. Quella che si è consumata è stata una vera e propria caccia al clero cattolico con conseguenze devastanti per la Chiesa locale e la società spagnola e con ingenti danni materiali e morali. Non furono presi di mira tutti i cristiani ma i cattolici, e in particolare i religiosi (molti pastori protestanti infatti si identificarono con la sinistra e vennero risparmiati, le loro chiese rimasero aperte, il loro culto permesso).

A fomentare l’odio contro i cattolici, secondo Payne, furono “gli stessi sentimenti che motivarono i rivoluzionari francesi del 1792 e del secolo successivo”: la Chiesa era considerata detentrice di un ordine morale e politico che doveva essere sovvertito per sempre (Payne, p. 141).

guerra civil dati

Nel 1937 a Valencia un ministro della II Repubblica, Manuel de Irujo, riassumeva con sfacciato orgoglio i risultati della persecuzione: Tutti gli altari, le immagini sacre e gli oggetti di culto sono stati distrutti con vilipendio. Tutte le chiese hanno sospeso il culto. Gran parte dei tempi sono stati incendiati. Campane, calici, candelabri… sono stati fusi per fini industriali e bellici. Nelle chiese sono stati collocati magazzini, stalle, mercati, depositi di armi e destinate a diversi scopi. I conventi sono stati sloggiati e la vita religiosa sospesa. I sacerdoti e religiosi (in quanto sacerdoti e religiosi) sono stati arrestati, imprigionati e fucilati. E’ stata proibita tassativamente la detenzione di immagini sacre e oggetti di culto ad uso privato. Un regime di terrore dichiarato dagli stessi aguzzini: “La policía que practica registros domiciliarios, buceando en el interior de las habitaciones, de vida íntima personal o familiar, destruye con escarnio y violencia imágenes, estampas, libros religiosos y cuanto con el culto se relaciona o lo recuerde“.

Nel suo libro “Asì iban a la muerte” (Voz de Papel, 2011) Santiago Montenegro racconta le testimonianze di giovani vittime del terror rojo, giovani dimenticati dalla storia che hanno lasciato – attraverso biglietti, lettere e testimoni oculari – una “testimonianza sublime di amore a Dio, e al prossimo, un’impressionante dimostrazione di fede, speranza e carità cristiane, un altissimo esempio di coraggio e rigore morale” (p. 11). L’autore parla di “barbarie sacrilega”, di un “vero olocausto” frutto dell’odio dei gruppi marxisti e anarchici verso Cristo e i cristiani.

Questa è una storia dimenticata, anche da molti spagnoli; negata oggi da molti socialisti, figli e nipoti dei protagonisti del terrore; edulcorata, giustificata. Ma quei martiri, eroi della fede che non disdegnarono di venire crocifissi con Cristo, oggi popolano il Cielo, dove godono della vita eterna in attesa della Risurrezione finale.  Gesù lo aveva detto: “Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (Mt24,13).

 

Suggerimenti bibliografici:

  • Alcalà C., Las checas del terror, Libros Libres 2007.
  • Bastante J., Mártires por su fe, Esfera de los Libros 2010.
  • Cantera Montenegro S., Asì iban a la muerte, Voz De Papel 2011.
  • Hernández Fugueiredo J.R., Destrucción del patrimonio religioso en la II Republica (1931-1936), Bac 2009.
  • Ortí Cárcel V., Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna, Città Nuova 2000.
  • Martín de la Hoz J., Breve Historia de las persecuciones contra la Iglesia, Rialp 2015.
  • Payne G., La Guerra Civil Española, Rialp 2014.
  • Intervista allo storico spagnolo V. Cárcel Ortí pubblicata su rossoporpora.org

 

Martiri o fanatici? Il sangue dei cristiani che sporca i nostri salotti

martiri coptiLe immagini dei 21 cristiani copti sgozzati dai miliziani dell’ISIS in riva al mare hanno fatto il giro del mondo. L’ennesimo video della propaganda del terrore islamico termina con l’inquietante scena delle onde del mare (lo stesso che bagna le spiagge italiane) che assorbono il sangue dei ragazzi egiziani rei di non credere in Allah, di non appartenere alla Umma, al grande popolo dei credenti.

La barbara uccisione dei cristiani, però, non ha commosso l’opinione pubblica al punto di sollevare il clamore popolare, di organizzare adunanze massive (di protesta, di solidarietà o di preghiera) nelle capitali europee o maratone televisive e radiofoniche monotematiche come di fatto è successo dopo l’attentato a Parigi. In quel caso milioni di persone – tra cui i più importanti governanti delle nazioni europee – mostrarono il loro disappunto e la loro solidarietà con le vittime scendendo in piazza, vestendo a lutto o mostrando slogan di solidarietà con i giornalisti di Charlie Hebdo. Ma la vita di un cristiano, si sa, non vale un granché, specialmente se si tratta di un cristiano d’oriente, una minoranza abituata a discriminazioni, persecuzioni, minacce ed uccisioni, il tutto passato sotto silenzio dai media e dalle organizzazioni internazionali (ONU e Amnesty International in primis)

I martiri copti non erano dei giornalisti laici e satirici che, matite e pennarelli in mano, difendevano i valori e i colori della laicità: fraternità, libertà (di stampa), uguaglianza e tolleranza; quindi non svolgevano un ruolo utile alla società occidentale. A dirla tutta, quei ragazzi non difendevano neanche la loro vita mentre venivano condotti come dei cani al guinzaglio dagli omoni islamici. L’unica cosa che sembravano difendere i giovani egiziani era la loro identità, o semplicemente, la loro fede, il loro Credo. Per questo sono stati disposti a morire rifiutando di sottomettersi ad Allah pronunciando la formula di adesione all’Islam imposta ai prigionieri infedeli.

bagdadQualche mese fa, quattro ragazzi cristiani sono stati decapitati dai jihadisti dello Stato Islamico per aver rifiutato di pronunciare la Shahada che recita: “Non vi è altro dio che Allah, e Mohammad è il Suo profeta”. E’ la prima e fondamentale kalima (insegnamento)  dell’Islam: la fede nell’unicità di Allah. Rifiutare di pronunciare la formula significa rifiutare di abbracciare la fede islamica e collocarsi automaticamente nel lato sbagliato del mondo: quello degli infedeli e dei bestemmiatori. Di questi tempi rifiutare la Shahada è semplicemente una autocondanna a morte. Così i giovani cristiani – che secondo le testimonianze risposero: “Noi vogliamo bene a Gesù e seguiamo solo lui” – sentenziarono la loro condanna a morte come bambini capricciosi, infedeli non sottomessi ad Allah.

Allo stesso modo nel cruento filmato dell’omicidio dei 21 cristiani copti si osserva che alcuni di loro, prima di venire sgozzati, pronunciavano sottovoce il nome di Gesù: una preghiera e una adesione di fede che è l’esatto contrario della Shahada. I 21 copti egiziani, così come i 4 bambini di Baghdad hanno preferito invocare il loro Dio e non il dio dei loro aguzzini, hanno preferito il dio di Gesù Cristo ad Allah, la preghiera del nome di Gesù al profeta Maometto. La questione può sembrare banale, ma non lo è se si guarda a ciò che succede nei nostri paesi occidentali e nei nostri salotti ecumenici e accoglienti.

Dopo l’attentato di Parigi del 7 gennaio 2015, difatti, i media europei si cimentarono in una forzata propaganda a favore dell’Islam e dei musulmani, volta a salvare la faccia alla religione di Maometto dopo la strage compiuta in nome di Allah. La propaganda – guidata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, il mainstream culturale gestito dalla sinistra – ha visto dei testimonial d’eccellenza come lo stesso presidente francese che ha tenuto a precisare che l’Islam non centrasse nulla con gli attentati dei terroristi. Nei giorni successivi all’attentato, i talk show, i salotti radical chic, i telegiornali, gli speciali radiofonici si concentrarono in un’apologia dell’Islam moderato quasi fosse la migliore religione possibile della storia. Non ci sarebbe da meravigliarsi che gli attentati di Parigi abbiano provocato indirettamente (e paradossalmente) – anziché un rifiuto – un nuovo avvicinamento all’Islam da parte dell’Occidente, e qualche conversione.

Si tratta dell’ultimo ed estremo tentativo della sinistra laica e progressista di democratizzare le religioni e di screditare l’idea di uno scontro di civiltà, scontro che, dall’altra parte del Mediterraneo, è molto più che un’ipotesi remota. Dunque – secondo il modo di vedere del pensiero dominante – per preservare la convivenza di Islam e Cristianesimo è necessario affermare che i terroristi islamici non sono islamici e che gli omicidi in nome di Allah non sono omicidi in nome di Allah, che la guerra agli infedeli non ha nessun connotato religioso e che – in realtà – l’Islam, quello vero, è bello perché moderato. D’altronde chi di noi, nei giorni che seguirono gli attentati a Parigi, non ha pensato almeno una volta a convertirsi all’Islam moderato?

Il punto è che se l’Islam è una religione di pace e di dialogo come ci insegnano i media, i libri scolastici, Obama, Boldrini, Hollande e altri maestri illuminati dei nostri giorni, questi atroci e bestiali atti di terrorismo non possono che nascere da menti disturbate, da qualche psicopatologia di origine sconosciuta che alimenta deliri di conquista di un regno grande quanto il mondo a costo di staccare la testa a tutti i propri oppositori. Una patologia di questo genere – in quanto sconosciuta – necessiterebbe di un’analisi e di una cura sperimentale e gli esperti potrebbero innanzitutto tentare di analizzare ciò che resterebbe se si togliesse ai pazienti sofferenti, ogni riferimento teorico alla religione islamica. Il risultato sarebbe interessante per la comunità scientifica. Resta dunque il fatto che separare, fino ad opporli, Stato Islamico ed Islam rende ancora più difficile comprendere cosa è veramente l’Islam e cosa è veramente l’ISIS.

A questo riguardo esiste un grosso pericolo all’interno del pensiero cattolico quello di un relativismo religioso, un sincretismo che non riconosca alcuna differenza tra le diverse religioni monoteiste come se fossero tutte egualmente buone, giuste e vere (2). Questa deriva della teologia cattolica, che poggia su esigenze di dialogo inter-religioso ma che che si lascia affascinare da un radicale relativismo, arriva ad affermare – come base per ogni dialogo – che musulmani e cristiani adorano “lo stesso dio” ma in modalità diverse. Purtroppo quest’idea – lungi dall’essere una fantasticheria di qualche sprovveduto – è profondamente radicata in molti ambienti: in ambito popolare, giornalistico, teologico, accademico e anche in alcuni componenti della gerarchia. Alla radice di questo equivoco c’è l’interpretazione di alcune dichiarazioni molto discusse del Concilio Vaticano II che definiscono i musulmani dei credenti che “adorano l’unico Dio”.

Dire che quello dei cristiani e quello dei musulmani non è lo stesso Dio è estremamente rischioso: è politicamente (e religiosamente) scorretto, si rischia di essere definiti intolleranti e incapaci di dialogare in modo costruttivo a pacifico. Inoltre affermare che si tratta di due concetti diversi (e spesso opposti) di dio include la possibilità di riconoscere l’invalidità – o per lo meno l’incompletezza – di uno dei due concetti. Un arduo lavoro, avendo ormai abbattuto le differenze tra il vero e il falso.

Al di là di questo relativismo di stampo occidentale (un musulmano o un ebreo non si permetterebbero mai di affermare che aderire al cristianesimo sarebbe adorare lo stesso loro dio senza rischiare di soffrirne le conseguenze) c’è qualcosa che potrebbe far riflettere e che offre una chiave di lettura diversa: è il volto del ragazzo che muore invocando Gesù Cristo e sono quei quattro ragazzi che rifiutano di pronunciare la Shadada. Avrebbero conservato la loro vita se avessero urlato che Allah è grande ed unico. D’altronde non è “grande” e “unico” anche il nostro Dio? Il dubbio che può sorgere è il seguente: se si tratta dello stesso dio, perché rifiutare di chiamarlo, solo per un attimo, per avere salva la vita, con un nome diverso? Se si tratta dello stesso dio, si può forse pensare che questi ragazzi cristiani abbiano esagerato un poco e si siano comportati come dei fanatici, eccessivamente invasati? Non sarebbero dunque eroi, ma cretini!

I musulmani sono forti perché non rinunciano così facilmente al proprio dio, non permettono che altri se ne approprino, non permettono che Allah si mascheri da supereroe restando lo stesso e cambiando nome; per questo sono capaci di morire. Basti osservare che la bandiera dello Stato Islamico recita chiaramente quello che è fulcro della loro fede, il motivo della loro lotte, del loro terribile avanzare e dello spargimento di sangue: “non c’è dio al di fuori di Allah”. Per loro, credere in dio che risponde ad un altro nome, non è assolutamente irrilevante (3)

Se il cristianesimo è ancora vivo è perché ancora oggi c’è qualcuno capace di difendere la propria fede, qualcuno capace di non svendere il proprio Dio al miglior offerente per onorare un dialogo interculturale o inter-religioso. Qualcuno che è capace di dire di no ad Allah e di invocare Cristo anche a costo di morire, così come fecero i tre giovani giudei del racconto del libro biblico di Daniele che rifiutarono il culto al re Nabucodonosor e il sacrificio offerto agli idoli per fedeltà al loro (unico, caspita!) dio, YHWH (Dn cap. 1 e 3)

La voce dei cristiani che invocavano Dio, l’univo vero Dio, è stata zittita dalle lame affilate dei combattenti di Allah e il loro sangue si è riversato sul nostro mare come un fiume. E mentre nei nostri salotti discutevamo e discutiamo, come in un delirio febbrile, di un’unica grande religione mondiale che chiama lo stesso dio in modi diversi, improvvisamente uno schizzo di sangue ha sporcato i nostri studi spaventandoci per un attimo. Nulla di grave, è solo un po di sangue, la macchia sul divano andrà via con qualche buon prodotto; che volete che sia? Sangue di nessuno, sparso da nessuno.

Intanto la furia islamica si è accanita, irrazionale e violenta, contro le statue assirie del museo di Mosul spazzando via a bastonate il patrimonio universale che testimonia una delle civiltà più antiche che sia la volta buona per tornare in piazza ad urlare “Je suis statue“.

 

 Miguel Cuartero

(1) “Il fatto di accettare o di non accettare il contenuto di questa formulazione crea tra gli uomini un’enorme differenza. Coloro che ci credono formano una comunità unica e quelli che rifiutano di credere costituiscono il gruppo avverso. I credenti progrediranno sulla via del successo in questo mondo e nell’altro, mentre il fallimento e l’ignominia saranno il risultato di coloro che rifiutano di crederci”. Abu-L’Ala Maududi, Conoscere l’Islam, Roma 1977, p. 75.

(2) “Il prerenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Cong. Dottrina della Fede, Dominus Iesus,  n° 4.

(3) Dennis Redmont, Responsabile della comunicazione al Consiglio per le Relazioni Italia e Stati Uniti, afferma che la prima domanda che i jihadisti fanno a un ostaggio è “di che religione sei?”. La risposta è il discriminante che condanna o salva la vita del prigioniero (fonte).

Islam: il grande inganno. Riflessioni religiosamente scorrette (parte 2).

Leggi la parte 1

L’Europa, e in generale tutto il mondo occidentale, vive in un pericolosissimo inganno: quello di pensare che l’Islam sia una religione, non solo amica, ma “sorella” del cristianesimo; che il dio dell’Islam sia, in fin dei conti, lo stesso Dio di Israele e di Gesù; che Maometto e Cristo siano ambedue profeti annunciatori di uno stesso messaggio d’amore; che i fedeli cristiani e quelli musulmani siano comunque fedeli, religiosi, amici di dio e degli uomini e che debbano condividere le stesse visioni sul mondo, su dio e sugli uomini; che le differenze che ci dividono siano solamente linguistiche e rituali ma che sostanzialmente siamo (dobbiamo essere!) veramente ed essenzialmente fratelli impegnati in una unica grande religione dell’amore e della fraternità universale che eleva un’unica preghiera allo stesso dio. Ma può un dio – onnipotente e misericordioso quanto vogliamo – dire cose così diverse a due gruppi differenti, creando due filoni religiosi così separati? O meglio, può un dio che si rispetti contraddirsi in questo modo? Può un dio buono decidere di rivelare il Verbo e di incarnarsi per gli uni e di rimanere nascosto e trascendente per gli altri? siriaQuesto inganno in cui viviamo, oltre a rappresentare un grave debito nei confronti della verità, rappresenta un grosso danno per le nostre giovani generazioni. E’ facile trovare ragazze occidentali che, invase dallo spirito buonista di matrice progressista in cui galleggiamo, pensano ancora che sposare un musulmano sia bere un bicchiere d’acqua e che un futuro radioso le attenda col loro emiro. Pensando che una vita comune con un musulmano sia decisamente più felice che sposare un cattolico convinto della propria fede, ignorano ciò che può succederle nel momento in cui diventano proprietà del loro maomettiano. Donne nordamericane, sudamericane, europee, spose di musulmani, hanno dovuto rinunciare a libertà di pensiero, di vestito, di religione, trasferirsi in un mondo nuovo per diventare oggetto di proprietà privata e veder frustrati i sogni di libertà e ogni speranza di vita felice. Cambiare nome, lingua, modo di vestire, tagliare ogni contatto con la famiglia, Consiglio a questo proposito il breve libro “Siria mon amour” dove una ragazza siriana, residente in Italia, prova a spiegare come funzionano i matrimoni combinati con il libretto degli assegni in mano e senza consultare la futura sposa. Un vero e proprio delitto, un attentato contro la libertà, raccontato dal punto di vista della vittima che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere trattata come una schiava sequestrata dai propri parenti. Molti europei, accecati dall’epidemica islamofilia che caratterizza sempre di più l’uomo occidentale, credono forse che la libertà di pensiero e di religione sia un concetto noto ai musulmani e che la loro sia una cultura e una religione improntata sul rispetto e il dialogo. A questi direi di leggere il libro di J. Fadelle, Le prix a payer, (Il prezzo da pagare) che narra il dramma di un iracheno convertito dall’Islam al cristianesimo costretto a scappare dai suoi parenti che cercavano di uccidere lui e tutta la sua famiglia. Ma l’Europa sorride, strizza l’occhio, stringe la mano, propone un incontro di culture e una amicizia che a pochi interessa coltivare, un integrazione inopportuna, una fratellanza che – in termini filosofici, antropologici e teologici – non esiste. Troppo spesso dimentichiamo tutti gli attacchi ricevuto, le offese, gli omicidi, i sequestri, il sangue innocente versato dalla furia islamica. A questa grande contraddizione ha contribuito notevolmente (e continua a farlo) una cultura progressista di matrice socialista che poggia le sue basi sulle macerie di un comunismo mai del tutto estinto teoricamente. L’appiattimento delle differenze per formare un popolo veramente unito e una società egualitaria (un unico blocco si controlla meglio), il grande sogno della distruzione del cristianesimo e l’opzione per l’Islam come segno di apertura all’esotico “altro” (che può aiutare a sconfiggere il cristianesimo), sono i cavalli di una battaglia culturale, sociale e politica della sinistra più progressita. islam_europeDimentichiamo i martiri dell’Uganda trucidati dal re musulmano Mwanga II per non acconsentire ai suoi desideri omosessuali. Dimentichiamo il massacro dei cristiani in Turchia meglio conosciuto come Genocidio Armeno ad opera dei “Giovani Turchi” dove un milione e mezzo di cristiani furono letteralmente torturati per creare uno stato islamico puro (non guardate queste foto se vi impressionate facilmente). Dimentichiamo, tornando ai nostri giorni, i cristiani crocifissi nel 2009 in Sudan,  i cristiani uccisi in Nigeria dai fanatici islamici di Boko Haram (letteralmente “tutto ciò che è occidente è cattivo”), uccisi mentre pregavano o celebravano il natale. Dimentichiamo l’assassinio di don Andrea Santoro, parroco romano ucciso in Turchia al grido “Allà è grande”. Dimentichiamo Asia Bibi e tutte le donne uccise a sassate per colpe futili o senza colpe. Dimentichiamo Shahbaz Bhatti e tutti i cristiani uccisi per voler difendere la giustizia. Dimentichiamo tutti i sequestri di persone civili, i numerosi attentati alle nostre ambasciate, le bombe Kamikaze, gli attentati nelle metro di Madrid (2004. 191 morti e più di 2000 feriti) e di Londra (2005. 55 morti e 700 feriti). Dimentichiamo tutte le ragazze uccise in nome di una legge religiosa che non permette matrimoni misti. Dimentichiamo i martiri di Tibhirine (Algeria), sette monaci trappisti giustiziati da un gruppo islamico armato nel 1996, i cui corpi non sono stati mai ritrovati. Dimentichiamo la piccola sposa Rawan e tutte le bambine spose costrette alla prostituzione legalizzata. Dimentichiamo le chiese bruciate, le donne violentate in Siria e in tutti quei paesi dove nascere donne rappresenta una immensa sfortuna. Dimentichiamo il padre gesuita Paolo Dall’Oglio sequestrato dai ribelli siriani (islamici vicini ad al-Qaida) mentre trattava per liberare altri ostaggi e di cui ancora non sappiamo nulla mentre appoggiamo i suoi aguzzini. shariaLa storia, a noi, sembra non insegnare nulla. Ed è per questo che spalanchiamo le porte dei nostri paesi ai musulmani, gli costruiamo le mosche e offriamo cous-cous ai nostri figli nelle mense scolastiche, togliamo i presepi dai luoghi pubblici per non offendere chi non ci crede ed evitiamo di parlare di Gesù ai bambini per non discriminare chi pensa che Gesù non sia mai esistito. Provassimo noi a farlo a casa loro dove le, ormai poche, chiese che abbiamo ci cascano in testa mentre preghiamo, dove qualsiasi sospetto di eresia occidentalista è punito con le rigide (un eufemismo) regole della Sharia che impedisce, tra le tantissime altre cose, di credere in un altro dio che non sia il loro, pena – nel migliore dei casi – la morte. Se provassimo a farlo anche noi nei loro paesi forse, forse, ci renderemo conto del male che ci facciamo. Secondo la Sharia qualsiasi persona che parli contro loro dio dovrà subire la pena di morte e le offese possono essere di molteplice tipo, anche solo il rifiuto di adorarlo. Per questo, quando nel 2005 apparvero su un giornale danese delle vignette su Maometto, considerate offensive, ci furono rappresaglie con atti terroristici in tutto il mondo arabo contro le ambasciate occidentali e le chiese cristiane: l’offesa fu vendicata col sangue in Turchia, Siria, Somalia, Pakistan, Afghanistan, Nigeria… Di fronte a chi afferma che queste macabre e deplorevoli azioni sono da attribuire, non all’islam, ma agli islamici estremisti, mi domando sinceramente: come mai, mentre i musulmani estremisti sono temibili e pericolosi terroristi, i cristiani più radicali ed estremisti sono invece uomini e donne sante? Perchè l’islam radicale è violenza e oppressione mentre il cristianesimo radicale è amore e dono completo di sé? Forse qualcosa non va nelle strutture ontologiche più profonde della religione in questione? O forse c’è qualcosa di potenzialmente pericoloso proprio nel loro Libro? islamici armatiCosa possiamo fare di fronte a questa situazione? Non una guerra per abbassarci a diventare violenti come loro. Non uno sterminio per pagarli con la stessa moneta. Certamente una critica seria e documentata non implica né giustifica una reazione violenta ma aiuta a non continuare a coltivare false illusioni di una facile e placida convivenza civile multiculturale. Dobbiamo essere cristiani radicali e quindi perdonarli, ancora di più, amarli così come sono, accettarli con cuore aperto e spirito evangelico. Ma, se veramente vogliamo essere “astuti come serpenti”, non dobbiamo scendere a compromessi con il male; non possiamo tradire noi stessi, quello che siamo, la nostra identità più profonda, dicendo che siamo tutti uguali, che abbiamo lo stesso dio; non dobbiamo essere fessi mentre loro, a loro modo astuti, cercano di promuovere la loro causa con ogni mezzo, sottile come un ragionamento politico o rumoroso come un’auto bomba in piena città. Il nostro sfogo può essere considerato polemica sterile, ma quanto può essere ancora più sterile un dialogo univoco che dura il tempo di una conferenza o di un confronto pubblico tra le parti, per poi lasciare i cristiani in terre dell’Islam in balia alle passioni dei loro dominatori? Ma noi, oggi, alle loro offese, ai loro attacchi terroristici, alla loro infame e sanguinosa cristianofobia rispondiamo con sorrisi, bontà, accoglienza, dialogo. Forse un giorno avremo modo di renderci conto che, difronte a tutto ciò, avremmo dovuto gridare e unirci al coro dei martiri innocenti il cui sangue grida già ora verso il cielo.

mcs

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