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Alabama Monroe. Una storia d’amore finita in tragedia

alabama-monroeAlabama Monroe. Una storia d’amore.

Ho visto questo acclamato film con mia moglie approfittando del sonno serale del nostro piccolo ed è stato un trionfo e una tragedia. Un trionfo perché, appunto, siamo riusciti a vedere un film dopo diversi mesi di astinenza; una tragedia perché ci aspettavamo una storia d’amore, un film leggero e allegro, ma abbiamo trovato una drammatica storia finita in tragedia. Per carità, un bel film, ma alla fine resta qualcosa di irrisolto…

Il titolo, o meglio, il sottotitolo parla chiaro: si tratta di una storia d’amore. La locandina, che ritrae una bellissima ragazza dalla pelle chiara e tatuata, con un eccentrico bikini a stelle e strisce, sdraiata su un pick-up mentre ammicca al macho dalla barba incolta, conferma (e aumenta) l’aspettativa: una bella storia d’amore, romantica e strappalacrime.

Ma le lacrime di Alabama Monroe non sono lacrime di commozione romantica ma di tristezza dovuta alla drammaticità (e crudeltà) della storia, una drammaticità che nel frastornato trailer non appare quasi per nulla… Basta però pensare che un terzo dei protagonisti del film muore in condizioni disperate e sufficientemente ingiuste per prendersela con rabbia.

Alabama Monroe. Una storia d’amore. Di un amore prettamente umano, quello che non dura mai abbastanza. Quello che finisce in continuazione e si sostituisce facilmente cancellando un tatuaggio o sovrapponendone un altro. Quello trasportato dalla musica (bellissima la colonna sonora bluegrass) e dai cocktail (a volte letali). Un amore travolgente, passionale, da sogno. Un amore, però, che inciampa troppo presto, col rischio di capitolare definitivamente, al primo incidente di percorso, una gravidanza non tanto desiderata ma finalmente accettata. Un amore che non riesce in nessun modo a superare la “prova del nove”, l’ostacolo più grande che l’uomo deve affrontare. Davanti alla morte l’amore ammutolisce, la musica scema, il vino finisce. Ancora di più davanti alla morte più atroce che un uomo e una donna possano trovarsi a vivere: quella del frutto del loro amore, quella – ingiusta e incomprensibile – della figlia, piccola ed innocente.

Trovare un senso al dolore e alla morte in una prospettiva puramente razionale e orizzontale è una impresa titanica destinata, il più delle volte, a fallire. Se non c’è un senso al dolore e alla morte forse può sembrare utile trovare dei responsabili con cui prendersela, dei colpevoli da accusare. Come ad esempio i medici, i ritardi della scienza, le religioni (un tutt’uno indefinito e indefinibile) che impediscono i progressi scientifici in nome di leggi morali ottuse e arcaiche, oppure direttamente Dio, a cui il ruolo di capro espiatorio non gli sta poi tanto male… In fondo a Lui non dispiace prendersi le colpe degli altri e non sarebbe la prima volta che lo fa.

Alabama Monroe, una storia d’amore finita male. Non perché ha fatto piangere ripetute volte mia moglie (ah ok, la prima volta era un capello nell’occhio!) e questo ci può stare perché l’amore vuole le lacrime, si innaffia con le lacrime, si lubrifica per girare meglio, con le lacrime. Ma il punto non è questo. La storia d’amore finisce male perché, in fin dei conti, si tratta di un amore (mi perdonino i cinesi, non è cinofobia ma è soltanto per capirci meglio), è un amore made in China, a basso costo, destinato al consumo a breve termine. Non un pezzo originale come quelle cucine made in Italy che ti costano un occhio ma che ti durano una vita o due.

Ciò che resta è l’assenza di senso, la mancanza di speranza, e la domanda se una vita senza senso e senza speranza valga la pena di essere vissuta anche sotto qualche forma di amore avventuroso e romantico. Vicktor Frankl, padre della logoterapia e dell’analisi esistenziale, sopravvissuto ai lager nazisti (se ciò può dargli maggior credito o autorità), ha basato su questa questione tutta la sua riflessione e il suo lavoro intellettuale. Il risultato delle sue indagini è che se non c’è un senso, un significato che indirizzi la propria vita in modo deciso e determinato, l’uomo si troverà avvolto da un sentimento di angoscia che si manifesta spesso in forme di depressione e psicosi.

Il titolo originale del film (The broken circle breakdown) risponde alla domanda di un antico inno religioso inglese:  (Will the circle be unbroken?) che recita più o meno così “Il cerchio può rimanere intatto? Ci aspetta una dimora migliore nel cielo?” La risposta del film (Il collasso del cerchio rotto) è chiara: il cerchio si spezzerà, perché tutto – prima o poI – si spezza e muore, semplicemente muore.

Ad Alabama e a Monroe è mancato qualcosa per avere il coraggio di continuare a vivere. Forse è mancato proprio il senso della loro esistenza. Forse la risposta alla domanda della piccola Maybelle che, in lacrime e con un uccellino morto tra le mani, s’interroga sul senso e sulla speranza: “perché l’uccellino è morto, papà?” e “dove va l’uccellino adesso che è morto?” Il papà non ha una risposta (“dobbiamo semplicemente buttarlo via, nella pattumiera”), ma poi confessa alla moglie la sua intima frustrazione:

E’ stato davvero terribile! Devi provare a spiegare a una bambina perché non si muove quell’uccellino che ha in mano. E’ difficile, sai? Vorresti raccontare (…) che alcune persone credono che l’uccellino abbia un anima immortale, che possa andare perfino in paradiso, che rivedrà  il suo papà e la mamma e che continuerà a volare in eterno, in eterno, in eterno, in un posto dove splende il sole e dove non ci sono finestre… ma papà non crede a queste cose, che papà pensa che tutto muore semplicemente e rimane morto, ma tutto questo non lo puoi dire.

Sarà la bambina, illuminata nell’intimo da un buon genio, che risolverà la questione: “Papà, l’uccellino ora è una stella”.  Al papà, in mancanza di altre risposte non resta che assecondare quella che non è altro che una illusione puerile: “D’accordo piccola se vuoi credere che quell’uccellino ora è una stella va bene così” (della serie: “non è vero ma non fa niente, tanto non c’è soluzione”). La religione diventa così un droga contro il dolore, i credenti dei creduloni, i religiosi dei drogati. Siamo lontani anni luce dalla fede nella risurrezione della carne, l’unica risposta di senso che avrebbe la forza di rimettere in piedi quella promettente storia d’amore iniziata sul pick-up rosso in un bikini a stelle e strisce.

 

Miguel Cuartero Samperi

 

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Belén Raposo a 16 anni malata di cancro: «Ringrazio il Signore per questa storia d’amore»

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Dato che nella stampa italiana non c’è stato spazio per questa notizia, abbiamo pensato di tradurre in italiano e pubblicare la straordinaria storia di questa famiglia spagnola e – in particolare – l’esperienza di Belén. A 16 anni, una dei sei gemelli della famiglia Raposo ora affronta la terribile malattia con una forza impressionante. Grata a Dio per avere una famiglia cristiana dove ha ricevuto il dono della fede, Belén ci offre una testimonianza di fede autentica vissuta con tutta la forza vitale e l’allegria di una ragazza di 16 anni.

Fonte: http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=30933
Traduzione: María Cuartero Samperi

Sono stati oggetto di notizia in tutti i giornali spagnoli e alcuni quotidiani stranieri. La televisione e la radio hanno parlato per settimane e perfino anni del loro caso, che è divenuto così uno degli avvenimenti più conosciuti. Sono i cosiddetti “sei gemelli di Huelva”.

Sedici anni fa, Rosario e Miguel Ángel, della località di Bollullos del Condado (Andalusia, Spagna), ebbero 6 figli attraverso una gravidanza multipla. Ricevettero molte pressioni per abortire alcuni embrioni affinché sopravvivessero gli altri. Ma loro, cattolici, si rifiutarono, dimostrandosi decisi, malgrado il fatto che anche la vita di Rosario fosse in pericolo. Alla fine, come molti ricorderanno o avranno letto, Miguel, Ángel, David, Andrés, Blanca e Belén nacquero prematuri.

sextillizos_juntos“Ringrazio Dio per la fede que mi hanno trasmesso i miei genitori”
Durante tutti questi anni, Rosario (detta Chari n.d.t.) e Miguel hanno dovuto fronteggiare una moltitudine di problemi e difficoltà, soprattutto economiche e di salute dei bambini, ma grazie alla loro fede, non hanno mai smesso di combattere.
Oggi, 16 anni dopo, ricevono un altro duro colpo: alla figlia Belén hanno diagnosticato un linfoma di Burkitt nelle ovaie. Ciò nonostante, la ragazza, lungi dal maledire e dall’inveire contro la sua storia, vede in questo avvenimento la volontà di Dio.
“Ringrazio Dio per tutta la storia d’amore che sta facendo nella mia vita; è una malattia difficile e dura, ma avendo il Signore al mio fianco, ho tutto”, afferma Belén con sicurezza.
Dopo l’estirpazione del linfoma, Belén ha ricevuto un’intensa cura di chemioterapia durante sei mesi. Da quando le è stata diagnosticata la malattia “mi sono chiesta solo un’unica volta ‘perché’: perché a me? Ma sono convinta che fin dal seno di mia madre il Signore aveva già preparato una storia per me, ed è questa: lottare e combattere la malattia”, racconta. La fede che le hanno trasmesso i suoi genitori è l’arma che le sta permettendo di lottare contro lo scoraggiamento o il pessimismo e non si stanca di ringraziare Dio per tutto ciò: “devo essere grata a Dio per il dono della fede e per avere dei genitori nel Cammino Neocatecumenale. Dei genitori che, con pazienza e dedicazione, mi hanno trasmesso la fede, sì, la fede che adesso, in ogni momento, mi sta sostenendo”.

Molte volte Belén pensa come sarebbe “sopportare” la malattia senza il Signore. “Io non me lo spiego neanche – dice Belén –, per questo, ogni giorno prego per tutti i malati del mio piano all’ospedale, perché a chi non conosce il Signore io possa portare una parola di sollievo per alleviare la malattia”.

“In questo che mi accade vedo l’amore di Dio”
Alcuni tra i momenti più difficili li ha vissuti durante le sessioni di chemioterapia, ma anche lì, in quella sofferenza, Dio si è manifestato e così lo descrive la giovane: “mano a mano che passavano i giorni, quando mi somministravano le cure, sentivo il bisogno di afferrare la croce per sentire che Dio è con me in questa sofferenza e che non mi lascia sola. In questo che mi accade vedo l’amore di Dio, attraverso la comunità, la mia famiglia e tanti fratelli che stanno pregando per me”.

C’è una cosa Belén ricorda con affetto ed emozione, è la visita che il vescovo di Huelva fece all’ospedale, “un autentico regalo per cui devo ringraziarlo; chi ero io perché venisse a trovarmi? Io solo prendevo le sue mani, le baciavo e guardavo la croce che pendeva dal suo collo”.
La famiglia di Belén – soprattutto genitori e fratelli – sono stati al suo fianco in questo tempo, senza lasciarla sola neanche un minuto e lei, ancora una volta, ha solo parole di gratitudine: “voglio ringraziare il Signore per il regalo dei miei genitori cristiani, che non mi hanno abbandonata e che in ogni istante mi hanno dato forza e mi hanno annunciato l’amore di Dio”.

sextillizos_belen_cancerIn questo momento, le cure di Belén sono finite e deve essere sottoposta regolarmente a dei controlli. Nel frattempo, riprenderà i suoi studi in questo nuovo anno, con la speranza di non doverli interrompere ancora. Ora, ha una richiesta speciale: “vi chiedo di continuare a pregare per me, perché non si spenga in me la certezza che Dio mi ama”, dice. “Sono testimone dell’importanza della fede e di come sia essa a sostenermi. Ho una missione molto importante, quella di annunciare l’amore di Dio attraverso la mia malattia”, afferma contenta.

Del Cammino neocatecumenale
Pochi sapevano che i genitori dei sei gemelli di Huelva, Rosario Clavijo e Miguel Ángel Raposo, facessero parte del Cammino neocatecumenale. E che è stata proprio l’unità tra la loro fede e la loro vita ciò che ha permesso che nascessero sei bambini, che sono cresciuti e oggi hanno 16 anni.
“Fu un errore della scienza e delle medicine – ha detto il ginecologo –. Il fatto che una cura contro l’infertilità implichi il concepimento di otto embrioni è un errore evidente: noi siamo stati i colpevoli, e lei la coraggiosa».

Dieta a base di yogurt e proteine
Quando seppe la notizia dell’insolita gravidanza, Chari rifiutò l’aborto selettivo di diversi feti e si ricoverò in ospedale. Rimase segregata, stesa al letto, ingerendo otto yogurt giornalieri, due litri di latte e una dieta molto carica di proteine.
Nonostante i disturbi circolatori, nonostante l’isolamento, nonostante l’involontario aborto precoce di uno dei feti e di un altro posteriormente, Rosario non perdette mai la calma. Il suo amico, il sacerdote Juan Luis, di Bollullos del Condado, ha detto di lei che «durante la confessione, prima della nascita dei bambini, dovetti chiederle di tacere, perché era talmente buona quella ragazza, si era talmente abbandonata nelle mani di Dio, che mi commuoveva fino alle lacrime». La coppia non volle neanche pensare ai nomi dei bambini. «Sapevano bene che Dio poteva permettere che non nascesse nessuno e non vollero appropriarsene neanche in questo».

sextillizos_huelva_hospitalNo all’esclusiva delle riviste
Durante i mesi di gestazione, entrambi furono sostenuti tutti giorni, all’ospedale e nella preghiera. I suoi amici neocatecumenali, nel frattempo, si svegliavano alle tre del mattino, interrompendo il sonno, per pregare per loro, e, una settimana prima del parto, Lucio e María José, responsabili delle comunità dell’Andalucía, spiegavano: «Sono pronti a tutto; sanno che il Signore può chiedere perfino la vita di Chari».
Era la disponibilità assoluta di una coppia che non aveva neanche i mezzi per mantenere una famiglia del genere. E, nonostante ciò, Miguel Ángel, muratore con contratti temporanei, si rifiutò di vendere l’esclusiva (“Non vogliono fare affari con questo” hanno detto Lucio e María José).

Il cambiamento delle gravidanze plurigemellari. 
I frutti sono stati grandi. Con le parole di García Alonso: «Fino ad’ora, nelle gravidanze multiple, si raccomandava di abortire alcuni embrioni per facilitare la nascita degli altri che, paradossalmente, spesso morivano perché non erano i più adeguati a sopravvivere. Invece, questa gravidanza vissuta in modo sereno ha permesso di stabilire che è la natura, o la Provvidenza, a determinare meglio di nessun altro chi dovrà sopravvivere. L’aborto non è la soluzione». Indubbiamente lo è la natura retta dalla Provvidenza.

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