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I santi della GMG 2016 (2): Sant’Alberto Chmielowski, il San Francesco polacco.

sant'alberto chmAleteia – Tra i numerosi santi che onorano la nazione e la chiesa polacca spicca in modo particolare, per la sua radicalità evangelica e la sua totale dedicazione ai poveri, la figura di Sant’Alberto Chmielowski. Adamo, questo il suo nome di battesimo, nacque in una nobile famiglia polacca ad Igolomia (vicino Cracovia) il 20 agosto 1845 e morì all’età di 71 anni tra i poveri di Cracovia ai quali dedicò tutta la sua vita fino a diventare uno di loro dimenticando le origini aristocratiche e abbandonando le glorie mondane raggiunte attraverso una carriera di pittore che gli offrì non poche occasioni di soddisfazione. In patria è conosciuto come “il padre dei poveri” o “il San Francesco del XX secolo”.

Alberto fu un uomo dall’animo rivoluzionario e dal carattere impetuoso, affascinato della bellezza e dell’arte, ma l’incontro con Cristo lo porto a scegliere la via della croce, luogo dove la Misericordia di Dio si china sulla miseria umana per elevarla e redimerla. Nel suo itinerario si accorse che – con parole di Wojtyla – “E’ proprio il Cristo incoronato di Spine la vera immagine dell’amore per gli uomini, la vera immagine della misericordia”.

Il santo della misericordia: strumento concreto dell’amore di Dio.

La sua vita non fu semplice né il suo percorso lineare, attraversò periodi bui e grandi sofferenze corporali e spirituali, ma Adamo seppe scoprire volta per volta con pazienza e fede la strada da percorrere, un processo che lo portò alla piena uniformità con Cristo che “da ricco che era si fece povero” per farsi prossimo ai più emarginati e dimenticati, agli “scarti” della società. Nel giorno della sua canonizzazione, il papa Giovanni Paolo II sottolineò: “Adam Chmielowski fu discepolo pronto a ogni chiamata del suo maestro e Signore”.

Ciò che desta stupore leggendo la storia di questo santo polacco è la piena sintonia, il legame spirituale, che lo unisce a papa Francesco ed ai temi ricorrenti della sua predicazione: la scoperta della Divina Misericordia che cambia la propria vita, l’abbandono della mondanità, l’accoglienza e la pratica del Vangelo sulla scia di San Francesco d’Assisi, la gioia del servizio, l’opzione per i poveri e gli emarginati come stile di vita.

Prigioniero di guerra: l’arresto, la mutilazione, la fuga.

Il giovane Adamo Chmielowski (orfano di padre e di madre fin dalla tenera età) partecipò in modo attivo all’insurrezione del 1863 quando il popolo polacco si ribellò contro l’invasore russo. La sconfitta degli insorti fu schiacciante, la repressione durissima. La Chiesa subì conseguenze devastanti: molti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi deportati e gli istituti religiosi soppressi dalle autorità russe. Durante la rivolta Adamo fu colpito da una granata mentre cavalcava, subì danni irreparabili ad una gamba e fu arrestato. L’infezione fu immediata e costrinse i nemici – che volevano il prigioniero vivo per poterlo processare e condannarlo a morte – ad amputarla sul campo con una sega, senza anestesia, concedendo al prigioniero la sola “consolazione” di un sigaro. Grazie all’intervento e alla complicità di amici e familiari, Adamo riuscì a scampare la condanna: fuggì dalla prigione nascondendosi in una bara e lasciò il paese portando con sé – come una croce visibile – una pesante protesi metallica.

Le belle arti, il ritorno in patria e la crisi esistenziale

Stabilitosi a Parigi Adamo si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti e proseguì poi gli studi all’Università di Grand e all’accademia di Monaco di Baviera. Da subito dimostrò grandi doti artistiche e una personalità forte che si manifestava nelle sue opere : un quid che lo elevava al di sopra degli altri pittori. Si distinse per uno stile avanguardista, le sue tele ricordavano quelle di Cézanne e lasciavano emergere il tormento e l’inquietudine di un anima alla ricerca del senso della vita. Tornato a Varsavia nel 1874 Adamo iniziò a frequentare gli ambienti artistici e letterati della società polacca prendendo parte attiva alla vita culturale e stringendo legami coi migliori artisti dell’epoca. La sua arte era tormentata, sofferta; molte le opere incompiute o distrutte, segno di un’insoddisfazione di fondo e di un dissidio esistenziale vissuto con pesantezza e dolore in un contesto di mondanità e spensieratezza com’era il circolo degli artisti di cui faceva parte. Le riflessioni sul senso dell’arte erano per Adamo strettamente legate a quelle sul senso della vita: “Il culto della propria arte è un inchinarsi a se stessi” nient’altro che un “ignobile idolatria”. Esprimere se stessi attraverso l’opera artistica fu per Adamo un compito secondario, di fronte a ciò che considerava primordiale: raggiungere la salvezza della propria anima. Fu la sua formazione cristiana ad alimentare quell’inquietudine che gli suggeriva una vocazione più alta alla quale doveva aspirare. L’arte e i successi ad essa collegati, non gli bastavano più. Nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico ma qui visse un esperienza di deserto spirituale che lo prostrò in una notte oscura dell’anima. In preda a crisi d’ansia, scrupoli, deliri e altri malanni che lo colpirono nel fisico e nella psiche, dovette lasciare i gesuiti per motivi di salute continuando a cercare altrove la propria vocazione.

L’incontro con la misericordia e la svolta

Dopo più di un anno di buio per Adamo si accese improvvisamente la luce grazie all’ascolto di una conversazione, tra il parroco e un fedele, sull’infinita misericordia di Dio verso l’uomo. In quel momento Adamo guarì completamente, l’angoscia scomparve e riprese la forza per percorrere la sua strada. Si dedicò alla carità aiutando i poveri che incontrava, ma anche al restauro di chiese e quadri religiosi e all’ incontro con amici e conoscenti diffondendo lo spirito di San Francesco d’Assisi a cui si legò progressivamente fino ad indossare – col permesso del Vescovo, essendo un laico – un saio grigio ed a pronunciare i voti di terziario francescano. Il cambiamento di vita fu sigillato con un nome nuovo: prese il nome di fratel Alberto. Andò a vivere in un vecchio appartamento a Cracovia che spesso condivideva con poveri e vagabondi che incontrava per strada assicurandogli vitto e alloggio. Alberto continuò a dipingere concentrandosi su quella che fu l’opera più importante della sua vita (e che fu poi posto accanto alla sua tomba): l’Ecce Homo. A questa tela aveva dedicato molto tempo e sforzo, senza riuscire a dare il giusto volto a quel Cristo che univa in sé la regalità di un Dio e la miseria di un uomo condannato a morte.

Il “luogo del riscaldamento”: la spazzatura del mondo nello sguardo di Dio.

ecce homo chmielowski

L’Ecce Homo di Chmielowski

L’incontro con un senzatetto che ospitò nel suo appartamento offrì ad Alberto l’occasione per scoprire definitivamente la sua vocazione. Fu quel ragazzo a portare il pittore nel “luogo del riscaldamento”, un dormitorio pubblico, diviso in due cameroni per maschi e femmine, che la città di Cracovia aveva messo a disposizione come rifugio per i poveri durante l’inverno. La visita a quel luogo di miseria fu per Alberto una vera “discesa negli inferi”: lì conobbe e toccò con mano ciò che era considerata la “spazzatura del mondo”, i rifiuti e gli scarti della società. Poca luce illuminava l’ambiente fetido dove si rifugiavano barboni, drogati, ubriachi e storpi, sistemati alla meno peggio; un ambiente pericoloso dove i più prepotenti dettavano legge a scapito dei più indifesi. Anche molti bambini trovavano rifugio dal freddo in quel letamaio. Tra le donne la situazione non era diversa, lì avvenivano feroci litigi, violenze di ogni tipo, ingiustizie e finanche aborti clandestini. L’impatto per Alberto fu terribile ma cercò da subito di trovare il modo di fare del bene. Presto comprese che l’unico modo di aiutare era quello di trasferirsi in quel luogo per vivere anche lui come un mendicante, ai piedi di Cristo incarnato in quei miserevoli. “Bisogna vivere con loro! Non si può lasciarli così”. Fu così che, spinto da un impulso di carità, Alberto vendette i suo dipinti, lasciò l’appartamento e si fece spazio nel rifugio dove appese subito un quadro della Madonna di Czestochowa. I rapporti con i nuovi coinquilini non furono subito idilliaci ma, con fatica, Alberto seppe conquistare la loro stima. Coi suoi risparmi e col ricavato delle vendite delle opere d’arte, ripulì e rinnovò il dormitorio: disinfestato, tinteggiato, attrezzato con nuove finestre, una cucina, un bagno, un guardaroba, una dispensa e un piccolo pronto-soccorso. Alberto offriva anche lezioni di catechismo e momenti di preghiera comune. Presto arrivarono dei collaboratori volontari che decisero di trasferirsi anche loro per servire i poveri. Tutto mirava a restituire una dignità a quei mendicanti che, in un ambiente pulito e sereno, ritrovavano la voglia di vivere e sentivano – forse per la prima volta nella vita – quanto fossero preziosi agli occhi di Dio mentre il mondo li rifiutava e si turava in naso al loro passaggio. Molte conversioni straordinarie confermarono l’operato di Alberto, veri miracoli del Signore e della sua Divina Misericordia.

La congregazione di Frati e Suore “buoni come il pane”

Nel 1888, nacque la congregazione di “Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi di Poveri” che vennero presto chiamati col nome del loro fondatore: gli “albertini” (dal 1891 anche un ramo femminile, le “albertine”). Le opere si moltiplicarono, fondarono altri dormitori, ma anche orfanotrofi, asili per anziani, case di assistenza sociale e “cucine per il popolo”. Ai suoi frati e suore, per i quali fondò degli eremi dove ricevano la formazione prima della missione, Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”. L’opera della congregazione fu affidata alla Divina Provvidenza così come a San Giuseppe e alla Vergine Maria che Alberto definiva “la mia Dispensiera” o “confondatrice”.

L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla.

Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati.

Alberto fu beatificato il 22 giugno del 1983 a Cracovia e canonizzato il 12 dicembre del 1989 in Vaticano dal papa connazionale San Giovanni Paolo II che disse di lui: “Non fu soltanto uno che fa la carità, ma divenne fratello di coloro che egli serviva. Il loro fratello. Il fratello grigio, come era chiamato”.

 

Per approfondire:

Da visitare:

  • A Cracovia: Santuario di fratel Alberto (detta anche Chiesa di Ecce Homo). Via Woronicza 10, Cracovia.

Disse sant’Alberto:

«Perché il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s’infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo».

 

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

La gnosi al potere: così la storia è guidata dagli illuminati

“Si può asserire fondatamente
che la scienza storica sembra essere
una congiura degli uomini contro la verità”
(papa Leone XIII)

cop gnosi al potere.inddAleteia – Una raccolta di articoli sintetici ma accuratamente documentati che cercano di fare luce su alcuni punti oscuri della storia italiana ed europea degli ultimi due secoli: dall’Unità d’Italia all’Unione Europea, da Pio IX a Francesco, da Cavour alla Merkel.

Si presenta così il nuovo libro di Angela Pellicciari, “La gnosi al potere”, in cui raccoglie i contributi offerti durante molti anni a diverse testate giornalistiche nazionali. Un lavoro che unisce magistralmente la serietà della ricerca storica (documentata e ragionata) con il linguaggio diretto e abbordabile della divulgazione giornalistica.

Professoressa di storia e filosofia, giornalista e storica della Chiesa, Angela Pellicciari (orgogliosamente cattolica e orgogliosamente polemica) ci offre un piccolo manuale di “sopravvivenza storiografica” contro i luoghi comuni e le mezze verità (se non addirittura le falsità) con cui la storia, soprattutto quella italiana, ci viene ancora raccontata ed insegnata.

Esperta di Risorgimento, di papi e di massoneria, l’autrice rivela da subito che il filo rosso della storia moderna è lo stesso “da quando la massoneria è arrivata al potere in Italia a metà dell’Ottocento”. Son gli ideali della rivoluzione francese sbarcati in Italia con Napoleone e conservati come seme da far germogliare, nei cuori dei fautori dell’unificazione. Dai fatti storici – qui raccontati nei particolari senza nessun tipo di edulcorazione politicamente corretta – emerge con chiarezza la costante presenza di una macchinazione di tipo gnostico che pretende di guidare le sorti delle nazioni con l’audacia e la spavalderia di chi si considera migliore, superiore, depositario geloso – e privato – di una verità suprema, di una luce particolare, di una illuminazione superiore. Tutti i testi raccolti in questo volume hanno come denominatore comune la “gnosi”, e cioè, quella corrente di pensiero filosofico-politica che si erge a guida suprema delle sorti delle nazioni – composte di masse, senza educazione, senza conoscenze.

garibladi  tricoloreE’ facile constatare quanto la Chiesa Cattolica, i Sommi Pontefici e il cristianesimo in generale siano d’intralcio a questo progetto di dominio culturale. La Chiesa – con la sua antropologia, dottrina dell’uomo per mezzo di Cristo, libero arbitrio, dignità umana, sacralità della vita, pari dignità di uomo e donna nel rispetto delle differenze, difesa della famiglia e della vita (dal suo inizio alla sua fine), condanna dei disordini che negano la natura della sessualità – rappresenta un muro contro la propaganda gnostica che vuole ingannare le masse per condurle a ragionare secondo un pensiero unico.

La prova di questa tesi, che potrebbe sembrare audace nella sua terminologia e nei toni, è presente fin dalle prime pagine del libro dove lo Stato Pontificio retto da Pio IX (definito da Garibaldi “un metro cubo di letame“) rappresenta il maggiore ostacolo al progetto liberal-massonico di unificare la penisola sotto la bandiera della casa Savoia. L’accusa mossa alla Chiesa è quella di impedire il progresso: ancora Garibaldi accusava il papa di essere “la più nociva fra le creature”, perché “ostacolo al progresso umano, alla fratellanza fra gli uomini e popoli”.

La massoneria è la protagonista assoluta del Risorgimento (“vero ispiratore e motore”), un risorgimento sostanzialmente anticattolico, che mira, non solo alla fine del potere temporale dei papi, ma al completo smantellamento del cattolicesimo così profondamente radicato nell’animo degli italiani (prima ancora che fossero italiani). Per questo motivo il mondo protestante offre tutto il suo sostegno economico, propagandistico e militare alla causa dei Savoia. Paradossalmente, l’unico “collante” che poteva divenire vero motivo di coesione tra le varie parti della penisola, diviene, nel progetto liberale, l’impedimento più grande all’unità nazionale voluta dal Regno Sabaudo.

Come convincere dunque le masse cattoliche a sposare l’idea di un’unificazione che miri alla costruzione di una nuova patria liberale e repubblicana? Maestri di inganno, i protagonisti del Risorgimento, combattono la loro battaglia travestendosi da agnelli, mansueti e credenti. “I carbonari – scriverà Pio VII in una bolla di scomunica – simulano straordinario rispetto e zelo verso la religione cattolica (…)”; sono “uomini astuti”, lupi rapaci “vestiti da agnelli”. Mazzini, Cavour, Garibaldi, lo stesso Carlo Alberto, le élites rivoluzionarie, utilizzano proprio questa forma di inganno. Parlano come credenti, i loro discorsi sembrano sgorgare da animi profondamente devoti e credenti; il “progresso” – afferma Mazzini – è “legge di Dio”, è Dio a volerlo. Allo stesso tempo però la sua vera speranza è che tutti smettano di essere cristiani: è lo stesso scopo della massoneria che mira a “Raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia” che “debba succedere a tutte le chiese fondate sulla fede cieca e l’autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell’Umanità“.

L’unità d’Italia, dunque, rientra in un progetto più grande, quello di liberare il popolo, strappare le masse dall’influenza della religione e creare un sistema di controllo delle libertà e di formazione delle coscienze. Tutto sarà più facile con uno stato centrale autoritario e organizzato che abbia in mano l’esercito, l’istruzione e gli altri istituti ministeriali. Tutto si svolge, però, in un clima di celebrazione della libertà e di fiducia per un futuro migliore (progresso): il Cristianesimo sarà religione di Stato (salvo poi perseguitare i gesuiti e chiudere gli ordini religiosi “dannosi perché inutili” e confiscarne tutti i beni perché appartenenti di diritto allo Stato. Vedi “Legge sui conventi” del 1855). La libertà sarà il motto del nuovo Stato (salvo poi impedirne l’esercizio tramite la censura della stampa cattolica e anche l’abolizione delle festività per non lasciar che ci si distolga dal lavoro per “dedicarsi all’ozio”). Progresso, progresso, progresso: ecco la nuova religione a cui puntano i governi illuminati e liberali.

onuMa il libro in questione non si limita al periodo rinascimentale, al quale la scrittrice ha dedicato gran parte dei suoi studi e delle sue pubblicazioni, e al quale fa continui, e calzanti, riferimenti. La Gnosi al Potere parla anche dei nostri giorni: parla del Novecento che “è stato la palestra, a sinistra come a destra, delle magnifiche realizzazioni della gnosi al potere”. Si parla del potere della Massoneria che, attraverso la classe dirigente, ha governato a lungo nel nord America sigillando i propri simboli sul dollaro nazionale e promuovendo la persecuzione dei cattolici come è avvenuto in Messico col governo di Elias Calles (la vicenda dei Cristeros). Parla delle ideologie totalitarie (di diverso segno ma di stessa matrice) che hanno afflitto il XX secolo; del feroce tentativo di Marx e Lenin (fautori, così come Hitler, di una gnosi salvifica) di sterminare ogni religione, ed in particolare il cristianesimo, perché strumenti di alienazione capitalista, oppio dei popoli e impedimento per la realizzazione di un nuovo mondo fine ultimo dell’utopia comunista. Parla delle continue persecuzioni dei cristiani, a livello politico, giuridico e culturale; del continuo discredito gettato sulle autorità ecclesiastiche e sul magistero ufficiale della Chiesa (cavalcando gli scandali ed ignorando il servizio sociale, culturale e salvifico offerto al mondo); degli attacchi alla gerarchia cattolica, al Vaticano e al Papa.

Si parla anche dell’ONU che, abbandonata la sua impostazione iniziale ispirata ai diritti dell’uomo, fonda il proprio operato su “nuovi diritti” basati sul consenso popolare e sul relativismo morale. Così ha agito l’ONU nelle conferenze internazionali del Cairo (1994), di Pechino (1995) e di New York (2000): creando nuovi diritti (aborto, eutanasia, omosessualità…), coniando un nuovo lessico, o neo-lingua (concetti come reproductive healt, birth control, gender identity…), al fine di promuovere un cambio di mentalità e un nuovo progetto culturale mondialista da applicare (per ordine dell’organismo internazionale) prima di tutto nei paesi in via di sviluppo. Ecco dunque ad esempio il dilagare – deciso a tavolino dalle “Nazioni Unite” basandosi sulle teorie del neo-malthusianesimo – di politiche sanitarie che mirano ad eliminare il problema della sovrappopolazione e della crescente povertà promuovendo sterilizzazioni, contraccezione, aborti, relazioni omosessuali (non problematiche per la crescita della popolazione) e una mentalità sostanzialmente edonistica, materialistica e chiusa alla vita.

Si parla del lavoro delle ONG, longa manus dell’ONU e dell’Europa che ha deliberatamente dimenticato le sue “radici cristiane” che segnano la sua profonda identità storica, filosofica e culturale. Si parla del sogno europeo – in via di realizzazione – di diventare un super-stato, una super potenza economica, disposta ad escludere chi non riesca ad essere abbastanza competitivo e abbastanza obbediente alle disposizioni finanziarie imposte dall’alto. Si parla delle teorie del genere, tanto discusse in questi ultimi mesi a causa dei palesi tentativi di imporle a livello internazionale attraverso i programmi politici, sanitari e scolastici, spacciandole per teorie scientifiche e infallibili. Si parla della propaganda omosessualista, sponsorizzata dalle istituzioni internazionali e sostenuta economicamente dai potenti mezzi delle lobby LGBT, dell’attacco alla famiglia naturale considerata un mucchio di stereotipi superati e della superiorità della cultura e delle leggi statali sulla natura e sulle tradizioni religiose e familiari.

Se tutto questo (e molto altro) avviene grazie a un consenso internazionale e in un clima di serena accoglienza generale, è merito delle capacità comunicative dei circoli di potere, che promuovono le loro teorie e le loro iniziative in modo seducente e con un linguaggio sempre attraente, attento ai diritti personali, alla libertà e alla tolleranza. Tipica caratteristica della strategia gnostica è quella di tenere segreti gli scopi ultimi del proprio agire e, allo stesso tempo, giustificare il proprio operato come un servizio alla dignità, alla libertà e al progresso dell’uomo.

Ma la storia insegna che, in questa battaglia, ogni volta che viene colpita la verità, sorge qualcuno disposto in qualche modo a difenderla ed a morire per essa. Ché in fondo, non sia tutto perduto?

 Miguel Cuartero
@mcuart

Il libro: Angela Pellicciari, La gnosi al potere. Perché la storia sembra una congiura contro la verità, Fede & Cultura, Verona 2014.

L’autrice: Ex-sessantottina, ex-ribelle, ex-di-sperata, Angela Pellicciari ha ritrovato la speranza e la fede grazie all’incontro con Dio avvenuto tramite il Cammino Neocatecumenale negli anni della gioventù. Esperta di Risorgimento, di papi e di massoneria, ora combatte la buona battaglia evangelizzando, scrivendo e insegnando (a scuola o alla radio). Per saperne di più, visita il suo sito internet: www.angelapellicciari.it

Articolo originale pubblicato su Aleteia il 09/02/2015

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