Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

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«Je suis N». I martiri nazareni d’oriente e noi

Quando i combattenti dello Stato Islamico arrivarono al nord dell’Iraq cominciarono a segnare le case di cristiani e le loro chiese con la lettera نnoun» in arabo che corrisponde alla «N» italiana). Questa semplice lettera era essa stessa un’accusa dalle terribili conseguenze; essa dichiarava che gli occupanti di quel di quel luogo erano dei “Nazareni”, ossia delle persone che seguivano Gesù di Nazareth e non i precetti dell’Islam.
Questa stigmatizzazione all’interno di una comunità dominata da musulmani radicali ha immediatamente portato a un cambiamento radicale nelle loro vite, un cambiamento che ha anche colpito la loro identità. Per questo N era allo stesso tempo un ultimatum che afferma: «Se ti converti all’Islam o paghi la tassa, puoi mantenere ciò che ti appartiene e stare qui. Altrimenti, parti o morirai».

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Piccolo elogio della mamma apprensiva (che mette in mezzo l’isis per non far uscire di casa la figlia)

soralellaLa mamma è sempre la mamma, ed è sempre la numero uno! Gli italiani lo sanno, tanto che non ci si vuole proprio abituare a chiamarla “genitore 2” come vorrebbero i nostri politici pressati dalle esigenze dell’attivismo LGBT.

Mamma è la prima parola che pronunciano i bambini, e probabilmente in Italia è anche l’ultima. Perché la mamma italiana è sempre presente, sempre attenta, sollecita e disponibile, dotata naturalmente (nel senso di dono naturale) di buona dose di femminile apprensione. La mamma è sempre informatissima sui propri figli, tanto che neanche i servizi segreti, coi loro potenti mezzi investigativi, riuscirebbe a coprire lo stesso raggio d’azione del materno intuito che, quando si tratta dei propri pargoli, carpisce i pericoli e prevede le insidie ovunque esse si nascondano. D’altronde, come dicono a Napoli, “i figli so’ piezz’e core“, e non importa che siano brutti o scemi perché “ogni scarrafone è bello a mamma soja“; non importa neanche che siano grandi e vaccinati, scapoli o sposati, perché sempre “piezz’e core” sono!

La mamma che intuisce la presenza di un pericolo per il figlio, mette in guardia, avverte, insiste perché le si dia ascolto, non vorrebbe arrivare a dire le solite frasi: “io te l’avevo detto”, “non dar mai retta a tua madre”, “vedi, era come dicevo io”! E’ vero che l’uomo avvisato è mezzo salvato, ma se ad avvisarti è la mamma dai per certo che il pericolo incombe.

In Italia, essere mamme al tempo dell’ISIS non è affatto semplice, perché oltre a badare a mille occupazioni e a combattere su diversi fronti (com’è il loro solito) le mamme devono anche fare gli straordinari per monitorare la situazione al fine di proteggere l’integrità dei propri figli minacciati dalle insidie jihadiste: tragitti casa/scuola e casa/lavoro, amicizie, libri e riviste, gruppi WhatsApp e facebook… Tutto può essere motivo di preoccupazione e di indagine da parte della mamma che scannerizza nella propria mente, durante il giorno e la notte, tutti i momenti della giornata del figlio, cercando di fiutare la presenza di pericoli.

Oggi a preoccupare le mamme non sono più le sigarette nascoste nello zaino di scuola o la puzza di canna che impregna i maglioni, ma i terroristi islamici che potrebbero entrare nella vita dei propri figli in qualsiasi momento, infiltrandosi da qualche insospettabile fessura lasciata imprudentemente incustodita.

Il primo motivo di grande preoccupazione deriva dal fatto che il figlio possa frequentare luoghi pubblici ad alto rischio terrorismo. Il figlio che viaggia ogni mattino in metro, mette a repentaglio inutilmente la propria vita, rischiando ogni giorno la pelle. Così la mamma che non è riuscita a convincere il figlio a utilizzare tragitti alternativi alla metropolitana (bus, bicicletta o, ancor meglio, a piedi) esigerà perlomeno di venire informata dell’avvenuto trasbordo, ricevendo un WhatsApp (con messaggi come: “Arrivato”, “tutto ok”, “sono vivo” o “ciao mamma”) non appena si sia usciti dal tunnel sani e salvi. Tanto meglio una telefonata, non sia mai che a scrivere i messaggi sia qualcun altro… E non sarebbe prudente ritardare il messaggio ché la mamma tiene d’occhio le “virgolette” di WhatsApp per sapere se il figlio ha letto gli ultimi messaggi, mentre calcola i minuti trascorsi dall’ingresso in metro e monitorizza lo stato della linea in tempo reale sul televideo o sul sito ufficiale della metropolitana.

Figuriamoci poi se il figlio ha un amico straniero, peggio ancora mediorientale! I sospetti della mamma-007 salgono a codice rosso: “Ma con tutti gli amici disponibili in giro (ora ai tempi di internet c’è una scelta infinita!) proprio uno straniero dovevi avere come amico del cuore? Capisco tutto, ma de sti tempi…”  Se poi la figlia ha un fidanzato magrebino alla mamma non resta che rassegnarsi nella speranza che la storia sia breve ed indolore. Ma se la figlia decide di uscire con gli amici nella “zona della movida” (Ponte Milvio) anziché rimanere vicino casa (zona Cassia) allora non c’è più nulla da fare se non tentare il tutto per tutto per salvarla!

Così, una mamma romana, di fronte al pericolo di attentati che in queste ore incombe – tra psicosi e realismo – sulla capitale, a mali estremi (o estremisti!) ha risposto con estremi rimedi, escogitando la migliore strategia per preservare la vita della giovane figlia: il terrore condito dal “te l’avevo detto”! Non riuscendo a conciliare il sonno all’idea che la giovane uscisse di casa per frequentare i luoghi della “movida” romana nel centro della capitale, ha messo in guardia la ragazza parlando di un imminente pericolo, riferito da una fonte certa. La telefonata alla figliuola, dai toni drammatici, termina con un appello a salvare la propria vita e quella degli altri… avvisandoli di non uscire!

Ecco alcuni stralci della telefonata (qui il testo completo):

Tesoro ascolta, mi hanno telefonato… la mamma di Anastasia lavora al Ministero degli interni, e arrivano delle notizie amore che ovviamente non sappiamo noi. Era molto molto preoccupata… Questi dell’Isis vogliono colpire i giovani, le zone della movida. Quindi sono bandite tutte le piazze, tutte le piazze… non potete assolutamente circolare. Dovete rimanere in zona Cassia, cioè vicino casa nostra, nelle case, anche in piazzetta, anche nei localini questi intorno casa, perché comunque noi siamo decentrati, non è una zona interessante per loro. Ma non vi potete spostare verso il centro, ok? Verso Ponte Milvio, verso il centro, nessuno. (…) Fate un passaparola perché più giovani , più ragazzi voi riuscite ad avvertire a non andare in queste piazze e più persone salvate, si salvano, se questi mettono una bomba. (…) Dovete rimanere relegate dove viviamo, ok?

Il messaggio ha fatto il giro della città tramite internet e cellulari costringendo perfino il premier Matteo Renzi ad  intervenire per controbattere con un altro messaggio vocale: “Ragazzi, buongiorno”… state sereni! (Qualcuno ha messo in giro la voce che anche il messaggio del Premier fosse una “bufala”… in effetti a Roma pioveva, non era dunque un buon giorno). “Qualcuno pensa di essere simpatico” ha detto il Premier. Ma forse Renzi non ha colto che non si trattava tanto di “apparire simpatici” ma della strategia finale di una mamma apprensiva, che non aveva altra alternativa di fronte all’imminente pericolo! Una questione di vita o di morte!

Ce ne fossero ancora di queste mamme-apprensive! Accusate spesso di aver cresciuto generazioni di bambocci, di eterni Peter Pan ingarbugliati tra le gonne materne e privi di virile autonomia, queste donne hanno offerto se stesse per compiere al meglio la loro alta vocazione, quella di amare i propri figli più della propria vita, e di proteggerli dal “mondo” (spesso facendo un ottimo lavoro di prevenzione).

Le esagerazioni di mamma-chioccia hanno generato dei mostri, dobbiamo riconoscerlo. Complici padri assenti, distratti, indifferenti o dediti ad altri interessi; complici gli stessi figli e figlie, incapaci di spiccare il volo, una volta raggiunta la maturità (o incapaci di raggiungerla); incapaci di fare come Gesù, che dopo aver obbedito ai suoi genitori per molti anni (se la parola vi sembra eccessiva, si tenga conto che il Vangelo dice che gli era “sottomesso”), a un certo momento si è emancipato anche lui, dicendo a Maria: “Madre, cosa c’è tra me e te?“, insomma “Lasciami un po’ compiere la mia missione da solo”.

Ma, si sa, le cose si apprezzano solo quando si perdono, e oggi che le mamme-apprensive sono una specie in estinzione (oramai al massimo ci rimangono le nonne-apprensive), iniziamo a sentirne la mancanza.

Le nuove mamme, figlie legittime del ’68 (ma anche del ’75 e ’82…) non hanno più tante paure nei riguardi dei figli, anzi, una paura forse ce l’hanno: quella di scocciare troppo, di “tagliargli le ali”, di impedire in qualche modo la loro libertà. In fondo queste nuove mamme agiscono per reazione: non avendo del tutto capito l’importanza della loro mamma-apprensiva – avendola sofferta e mal sopportata- cambiano strategia. Tutto, dunque, rientra oggi nella categoria delle “esperienze” che la vita offre e che i ragazzi devono fare. Libertà senza limiti e senza controllo, senza dogmi ne regole, senza apprensione, per favore! Basta che il figliuolo sia felice, che faccia ciò che si sente, che sia ciò che si sente (“ma se il mio maschietto vuol mettersi la gonna e il reggiseno che male c’è? Che c’è di male?”).

Poi ti capita di vedere mammine tatuate, in splendida forma, che si sparano i selfie mentre il figlio sta chissà dove, facendo chissà cosa, con chissà chi… Ma questo è solo l’inizio del declino di una categoria che in Italia era diventato un marchio di garanzia per una società dove il senso comune e i buoni costumi – assieme a una buona dose di apprensione – formavano gli uomini e le donne del domani.

Insomma, è una questione di ruoli, dei così tanto bistrattati ruoli, i cosiddetti “stereotipi” che si vorrebbero eliminare come residui del passato oramai superati. E ci dispiace per La Repubblica che esalta il ruolo dei nuovi “mammi” che stanno a casa coi bimbi (per scelta) e cambiano i pannolini (con grazia), ma i “mammi” non riusciranno ad essere mai tanto deliziosamente apprensivi come la mamma!

ps. Anche il sottoscritto (ripetutamente vaccinato) ha ricevuto per WhatsApp una mappa di un tragitto alternativo casa/lavoro che esclude l’utilizzo della metropolitana. Per fortuna senza informazioni riservate ed allarmanti del Ministero degli Interni, ma – ovviamente – firmato “mamma”.

ps2. Vista la delicata situazione attuale, non è certo il caso ora che tutte le mamme-apprensive inventino notizie di attentati per proteggere le figlie: l’eccesso, come sappiamo, ha causato non pochi problemi di ordine pubblico; la storia ci ha fatto riflettere ma meglio evitare futili allarmismi. (E meglio rimanere nei paraggi! Paraggi, non Parigi!!)

Martiri o fanatici? Il sangue dei cristiani che sporca i nostri salotti

martiri coptiLe immagini dei 21 cristiani copti sgozzati dai miliziani dell’ISIS in riva al mare hanno fatto il giro del mondo. L’ennesimo video della propaganda del terrore islamico termina con l’inquietante scena delle onde del mare (lo stesso che bagna le spiagge italiane) che assorbono il sangue dei ragazzi egiziani rei di non credere in Allah, di non appartenere alla Umma, al grande popolo dei credenti.

La barbara uccisione dei cristiani, però, non ha commosso l’opinione pubblica al punto di sollevare il clamore popolare, di organizzare adunanze massive (di protesta, di solidarietà o di preghiera) nelle capitali europee o maratone televisive e radiofoniche monotematiche come di fatto è successo dopo l’attentato a Parigi. In quel caso milioni di persone – tra cui i più importanti governanti delle nazioni europee – mostrarono il loro disappunto e la loro solidarietà con le vittime scendendo in piazza, vestendo a lutto o mostrando slogan di solidarietà con i giornalisti di Charlie Hebdo. Ma la vita di un cristiano, si sa, non vale un granché, specialmente se si tratta di un cristiano d’oriente, una minoranza abituata a discriminazioni, persecuzioni, minacce ed uccisioni, il tutto passato sotto silenzio dai media e dalle organizzazioni internazionali (ONU e Amnesty International in primis)

I martiri copti non erano dei giornalisti laici e satirici che, matite e pennarelli in mano, difendevano i valori e i colori della laicità: fraternità, libertà (di stampa), uguaglianza e tolleranza; quindi non svolgevano un ruolo utile alla società occidentale. A dirla tutta, quei ragazzi non difendevano neanche la loro vita mentre venivano condotti come dei cani al guinzaglio dagli omoni islamici. L’unica cosa che sembravano difendere i giovani egiziani era la loro identità, o semplicemente, la loro fede, il loro Credo. Per questo sono stati disposti a morire rifiutando di sottomettersi ad Allah pronunciando la formula di adesione all’Islam imposta ai prigionieri infedeli.

bagdadQualche mese fa, quattro ragazzi cristiani sono stati decapitati dai jihadisti dello Stato Islamico per aver rifiutato di pronunciare la Shahada che recita: “Non vi è altro dio che Allah, e Mohammad è il Suo profeta”. E’ la prima e fondamentale kalima (insegnamento)  dell’Islam: la fede nell’unicità di Allah. Rifiutare di pronunciare la formula significa rifiutare di abbracciare la fede islamica e collocarsi automaticamente nel lato sbagliato del mondo: quello degli infedeli e dei bestemmiatori. Di questi tempi rifiutare la Shahada è semplicemente una autocondanna a morte. Così i giovani cristiani – che secondo le testimonianze risposero: “Noi vogliamo bene a Gesù e seguiamo solo lui” – sentenziarono la loro condanna a morte come bambini capricciosi, infedeli non sottomessi ad Allah.

Allo stesso modo nel cruento filmato dell’omicidio dei 21 cristiani copti si osserva che alcuni di loro, prima di venire sgozzati, pronunciavano sottovoce il nome di Gesù: una preghiera e una adesione di fede che è l’esatto contrario della Shahada. I 21 copti egiziani, così come i 4 bambini di Baghdad hanno preferito invocare il loro Dio e non il dio dei loro aguzzini, hanno preferito il dio di Gesù Cristo ad Allah, la preghiera del nome di Gesù al profeta Maometto. La questione può sembrare banale, ma non lo è se si guarda a ciò che succede nei nostri paesi occidentali e nei nostri salotti ecumenici e accoglienti.

Dopo l’attentato di Parigi del 7 gennaio 2015, difatti, i media europei si cimentarono in una forzata propaganda a favore dell’Islam e dei musulmani, volta a salvare la faccia alla religione di Maometto dopo la strage compiuta in nome di Allah. La propaganda – guidata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, il mainstream culturale gestito dalla sinistra – ha visto dei testimonial d’eccellenza come lo stesso presidente francese che ha tenuto a precisare che l’Islam non centrasse nulla con gli attentati dei terroristi. Nei giorni successivi all’attentato, i talk show, i salotti radical chic, i telegiornali, gli speciali radiofonici si concentrarono in un’apologia dell’Islam moderato quasi fosse la migliore religione possibile della storia. Non ci sarebbe da meravigliarsi che gli attentati di Parigi abbiano provocato indirettamente (e paradossalmente) – anziché un rifiuto – un nuovo avvicinamento all’Islam da parte dell’Occidente, e qualche conversione.

Si tratta dell’ultimo ed estremo tentativo della sinistra laica e progressista di democratizzare le religioni e di screditare l’idea di uno scontro di civiltà, scontro che, dall’altra parte del Mediterraneo, è molto più che un’ipotesi remota. Dunque – secondo il modo di vedere del pensiero dominante – per preservare la convivenza di Islam e Cristianesimo è necessario affermare che i terroristi islamici non sono islamici e che gli omicidi in nome di Allah non sono omicidi in nome di Allah, che la guerra agli infedeli non ha nessun connotato religioso e che – in realtà – l’Islam, quello vero, è bello perché moderato. D’altronde chi di noi, nei giorni che seguirono gli attentati a Parigi, non ha pensato almeno una volta a convertirsi all’Islam moderato?

Il punto è che se l’Islam è una religione di pace e di dialogo come ci insegnano i media, i libri scolastici, Obama, Boldrini, Hollande e altri maestri illuminati dei nostri giorni, questi atroci e bestiali atti di terrorismo non possono che nascere da menti disturbate, da qualche psicopatologia di origine sconosciuta che alimenta deliri di conquista di un regno grande quanto il mondo a costo di staccare la testa a tutti i propri oppositori. Una patologia di questo genere – in quanto sconosciuta – necessiterebbe di un’analisi e di una cura sperimentale e gli esperti potrebbero innanzitutto tentare di analizzare ciò che resterebbe se si togliesse ai pazienti sofferenti, ogni riferimento teorico alla religione islamica. Il risultato sarebbe interessante per la comunità scientifica. Resta dunque il fatto che separare, fino ad opporli, Stato Islamico ed Islam rende ancora più difficile comprendere cosa è veramente l’Islam e cosa è veramente l’ISIS.

A questo riguardo esiste un grosso pericolo all’interno del pensiero cattolico quello di un relativismo religioso, un sincretismo che non riconosca alcuna differenza tra le diverse religioni monoteiste come se fossero tutte egualmente buone, giuste e vere (2). Questa deriva della teologia cattolica, che poggia su esigenze di dialogo inter-religioso ma che che si lascia affascinare da un radicale relativismo, arriva ad affermare – come base per ogni dialogo – che musulmani e cristiani adorano “lo stesso dio” ma in modalità diverse. Purtroppo quest’idea – lungi dall’essere una fantasticheria di qualche sprovveduto – è profondamente radicata in molti ambienti: in ambito popolare, giornalistico, teologico, accademico e anche in alcuni componenti della gerarchia. Alla radice di questo equivoco c’è l’interpretazione di alcune dichiarazioni molto discusse del Concilio Vaticano II che definiscono i musulmani dei credenti che “adorano l’unico Dio”.

Dire che quello dei cristiani e quello dei musulmani non è lo stesso Dio è estremamente rischioso: è politicamente (e religiosamente) scorretto, si rischia di essere definiti intolleranti e incapaci di dialogare in modo costruttivo a pacifico. Inoltre affermare che si tratta di due concetti diversi (e spesso opposti) di dio include la possibilità di riconoscere l’invalidità – o per lo meno l’incompletezza – di uno dei due concetti. Un arduo lavoro, avendo ormai abbattuto le differenze tra il vero e il falso.

Al di là di questo relativismo di stampo occidentale (un musulmano o un ebreo non si permetterebbero mai di affermare che aderire al cristianesimo sarebbe adorare lo stesso loro dio senza rischiare di soffrirne le conseguenze) c’è qualcosa che potrebbe far riflettere e che offre una chiave di lettura diversa: è il volto del ragazzo che muore invocando Gesù Cristo e sono quei quattro ragazzi che rifiutano di pronunciare la Shadada. Avrebbero conservato la loro vita se avessero urlato che Allah è grande ed unico. D’altronde non è “grande” e “unico” anche il nostro Dio? Il dubbio che può sorgere è il seguente: se si tratta dello stesso dio, perché rifiutare di chiamarlo, solo per un attimo, per avere salva la vita, con un nome diverso? Se si tratta dello stesso dio, si può forse pensare che questi ragazzi cristiani abbiano esagerato un poco e si siano comportati come dei fanatici, eccessivamente invasati? Non sarebbero dunque eroi, ma cretini!

I musulmani sono forti perché non rinunciano così facilmente al proprio dio, non permettono che altri se ne approprino, non permettono che Allah si mascheri da supereroe restando lo stesso e cambiando nome; per questo sono capaci di morire. Basti osservare che la bandiera dello Stato Islamico recita chiaramente quello che è fulcro della loro fede, il motivo della loro lotte, del loro terribile avanzare e dello spargimento di sangue: “non c’è dio al di fuori di Allah”. Per loro, credere in dio che risponde ad un altro nome, non è assolutamente irrilevante (3)

Se il cristianesimo è ancora vivo è perché ancora oggi c’è qualcuno capace di difendere la propria fede, qualcuno capace di non svendere il proprio Dio al miglior offerente per onorare un dialogo interculturale o inter-religioso. Qualcuno che è capace di dire di no ad Allah e di invocare Cristo anche a costo di morire, così come fecero i tre giovani giudei del racconto del libro biblico di Daniele che rifiutarono il culto al re Nabucodonosor e il sacrificio offerto agli idoli per fedeltà al loro (unico, caspita!) dio, YHWH (Dn cap. 1 e 3)

La voce dei cristiani che invocavano Dio, l’univo vero Dio, è stata zittita dalle lame affilate dei combattenti di Allah e il loro sangue si è riversato sul nostro mare come un fiume. E mentre nei nostri salotti discutevamo e discutiamo, come in un delirio febbrile, di un’unica grande religione mondiale che chiama lo stesso dio in modi diversi, improvvisamente uno schizzo di sangue ha sporcato i nostri studi spaventandoci per un attimo. Nulla di grave, è solo un po di sangue, la macchia sul divano andrà via con qualche buon prodotto; che volete che sia? Sangue di nessuno, sparso da nessuno.

Intanto la furia islamica si è accanita, irrazionale e violenta, contro le statue assirie del museo di Mosul spazzando via a bastonate il patrimonio universale che testimonia una delle civiltà più antiche che sia la volta buona per tornare in piazza ad urlare “Je suis statue“.

 

 Miguel Cuartero

(1) “Il fatto di accettare o di non accettare il contenuto di questa formulazione crea tra gli uomini un’enorme differenza. Coloro che ci credono formano una comunità unica e quelli che rifiutano di credere costituiscono il gruppo avverso. I credenti progrediranno sulla via del successo in questo mondo e nell’altro, mentre il fallimento e l’ignominia saranno il risultato di coloro che rifiutano di crederci”. Abu-L’Ala Maududi, Conoscere l’Islam, Roma 1977, p. 75.

(2) “Il prerenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Cong. Dottrina della Fede, Dominus Iesus,  n° 4.

(3) Dennis Redmont, Responsabile della comunicazione al Consiglio per le Relazioni Italia e Stati Uniti, afferma che la prima domanda che i jihadisti fanno a un ostaggio è “di che religione sei?”. La risposta è il discriminante che condanna o salva la vita del prigioniero (fonte).

Il bene che non fa notizia: Madre di cristiani uccisi perdona l’ISIS

cross

“Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani.
Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida.”
Papa Francesco

Una madre egiziana, cristiana copta, ha dichiarato di perdonare l’ISIS che ha brutalmente ucciso i suoi due figli assieme ad altri diciannove compagni. A rivelare i sentimenti della donna egiziana di 60 anni, madre di Bishoy e Samuel, è un’altro figlio, Beshir, che è intervenuto radiofonicamente in un programma televisivo del canale cristiano SAT-7 Arabic (qui la traduzione dell’intervista in italiano).

I fratelli Bishoy Estafanos Kamel (25) e Samuel Estafanos Kamel (23) erano tra i 21 ragazzi copti catturati dall’ISIS e uccisi davanti alle telecamere. Il video del terrore è stato montato e diffuso dagli stessi miliziani islamici provocando sdegno e turbamento in tutto il mondo.

Ma se il male e le sue opere si diffondono rapidamente tramite gli organi di stampa internazionale e i social networks in rete, il bene e il perdono non fanno notizia. Così, l’impressionante notizia del perdono della famiglia Estafanos agli assassini dei loro ragazzi non ha trovato spazio nei media occidentali (in Italia ne parla Sat2000 in un servizio che riportiamo in fondo alla pagina). La notizia – diffusa dai media locali e dai networks cristiani – è scioccante e scandalosa, perché, se è facile immaginare che il male produca male, può sembrare pazzesco che a un omicidio, atroce e completamente gratuito, si possa rispondere con il perdono, l’accoglienza e la preghiera verso i propri nemici.

Nelle parole di Beshir, fratello dei due martiri, non c’è spazio per il rancore e per l’odio, ma un ringraziamento all’ISIS “per non aver eliminato l’audio” mentre i martiri invocavano il nome di Gesù prima di morire rendendo così “più forte la nostra fede”. Gli stessi sentimenti animano Al-Our, il loro villaggio di provenienza, dove “non c’è dolore, ma congratulazione reciproca, per il fatto di avere tanti martiri provenienti da questo villaggio”! Infine c’è la madre alla quale hanno strappato la vita di due giovanissimi figli, un raro esempio di coraggio e di fede autentica, una madre capace di “invitare a casa” l’assassino dei suoi figli “perché ci ha aiutati ad entrare nel Regno dei Cieli”.

Pubblichiamo l’articolo apparso su Gospel Truth Newspaper il 22 febbraio e il video dell’impressionante intervista a Beshir (il video integrale e la sintesi effettuata da Sat2000): dalle sue parole emerge la grandissima fede di un popolo da sempre perseguitato ma capace di rimanere fedele alle parole del Vangelo anche di fronte a una strage di questo genere.

Gospel Truth Newspaper – La decapitazione dei 21 egiziani copti cristiani in Libia da parte dell’ISIS ha scioccato il mondo civile. Di fronte alle opere spietate e piene di odio dell’ISIS, cosa potrebbe rispondere una donna se due dei suoi figli sono tra quelli uccisi senza pietà?

Una Donna egiziana di 60 anni, madre di Bishoy Estafanos Kamel, 25 e Samuel Estafanos Kamel, 23, uccisi dall’ISIS, non conserva il rancore, ma al contrario, afferma che se incontrasse l’estremista dell’ISIS che uccise i suoi figli, farebbe l’impensabile: “Chiederei a Dio di aprire i suoi occhi e lo inviterei a casa nostra”; così ha risposto al figlio Beshir che gli chiedeva come reagirebbe se dovesse incontrare per la strada un uomo dell’ISIS. Beshir ha raccontato i pensieri e sentimenti di sua madre in una intervista telefonica per SAT7 Arabic.

Quali sono invece i sentimenti di Beshir a riguardo dell’ISIS e come si spiega il massacro dove hanno ucciso i suoi due fratelli? Ecco qui cosa ha risposto: “(i miei fratelli) sono un orgoglio per il cristianesimo. Io sono orgoglioso di loro e cammino a testa alta. L’ISIS ci ha dato molto di più di quello che avremmo potuto chiedere loro evitando di modificare il filmato dove dichiarano la loro fede e proclamano il nome di Gesù Cristo. L’ISIS ci ha aiutato a rinforzare la nostra fede. Si, credetemi. Ringrazio l’ISIS perché non hanno tagliato l’audio quando (i martiri) hanno urlato dichiarando la loro fede”. Aggiunge Benshir, “Infatti, nel nostro villaggio, più che animi scoraggiati e tristi, tutti sono felici e si congratulano a vicenda poiché molti ragazzi del villaggio hanno dato la loro vita per Gesù Cristo”. La loro fede nel Signore non è stata scossa per nulla. “Già dai tempi dei romani, noi cristiani siamo stati presi di mira per essere martirizzati” ha sottolineato Beshir che non nutre sentimenti di odio nei confronti dell’ISIS. “La Bibbia ci insegna ad amare i nostri nemici ed a benedire coloro che ci maledicono”.

Rispondendo in diretta ad una richiesta del presentatore, Beshir ha elevato una preghiera per l’ISIS dicendo: “Oh, caro Dio, ti prego di aprire i loro occhi perché siano salvati; elimina l’ignoranza e tutti gli insegnamenti sbagliati che gli sono stati insegnati”.

Fonte:  The Gospel Truth Newspaper, 22 febbraio 2015.
Traduzione: Gabriel Cuartero

  • Video integrale sottotitolato in inglese: 

  • Servizio di Sat2000 (sintesi in italiano):

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