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Elezioni europee 2019: Intervista immaginaria a un vescovo italiano (con risposte vere!)

Eccellenza buona sera, so bene che in questi giorni siete nel pieno delle attività per l’Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e dunque non le ruberò molto tempo. Solo qualche domanda per orientare i fedeli cattolici in vista delle elezioni di domenica. Si votano i rappresentanti al Parlamento Europeo e sembrerebbe che la Lega sia in netto vantaggio su tutti gli altri partiti. Sarà dunque necessario che la Chiesa – sempre sollecita per la pace e il bene comune – aiuti gli elettori incerti ad avere un po di chiarezza.

D. Innanzitutto, cosa pensa la Chiesa dell’attuale governo “giallo-verde”?

R. Fin dall’inizio del suo mandato siamo stati molto vigilanti nei confronti di questo governo. Come abbiamo sempre fatto, siamo la coscienza critica

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“L’iniziazione cristiana contro la secolarizzazione”: intervista a Kiko Argüello

annotazioniRiportiamo l’intervista a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, apparsa oggi 11 novembre sul Corriere della Sera e curata da Gian Guido Vecchi in occasione della pubblicazione del libro Annotazioni (Cantagalli 2016). Il libro (traduzione dell’originale spagnolo pubblicato dalla casa editrice BAC di Madrid) verrà presentato il 25 novembre al Teatro Olimpico con la partecipazione, oltre che dell’autore, di Sua Ecc. il cardinale Gerhard Müeller – Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – e del ministro dei trasporti Graziano del Rio.

CITTÀ DEL VATICANO – «Vede, l’Europa oggi si trova nell’apostasia. Ha abbandonato il cristianesimo». Le mani intrecciate, lo sguardo assorto. S’interrompe, cerca la sua Bibbia, «ecco qua, San Paolo, Tessalonicesi 2, prima che torni Cristo “dovrà infatti avvenire l’apostasia ed essere rivelato l’uomo iniquo…”». È passato più di mezzo secolo da quando un pittore di venticinque anni, Francisco «Kiko» Argüello, andò a vivere nel 1964 tra i baraccati di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid. Oggi la barba è rada e grigia ma gli occhi ardenti sono gli stessi del giovanotto ritratto in una foto di allora, «questa era la mia baracca, doveva vedere le facce quando venne a trovarci l’arcivescovo di Madrid!», alla parete di legno una Croce e un ritratto di San Francesco. Una scelta all’origine di quello che sarebbe divenuto il Cammino neocatecumenale, nel frattempo diffuso in 900 diocesi di 105 nazioni, con oltre ventimila comunità in seimila parrocchie, circa cinquecentomila persone solo in Italia. Nel Libro «Annotazioni» (Cantagalli) ha raccolto 506 riflessioni scritte tra il 1988 e il 2014.

Una sorta di bilancio?
«Piuttosto una specie di testamento per i catecumeni. Ho pensato di confessare loro tutte le mie sofferenze e i pensieri che ho avuto in questo tempo. Il mio primo pensiero è che il Signore, tra tanti problemi e difficoltà, ci è stato sempre vicino».

Scrive che tutto è cominciato dai poveri. Oggi in Europa si moltiplicano i muri, in un paesino italiano la gente ha alzato barricate davanti a donne e bimbi profughi. Che succede?
«Arrivano i profughi e non c’è più l’amore per l’altro, il principio della civiltà cristiana. Il principio del paganesimo invece è che l’uomo vive per sé. Qui sta l’apostasia. Il mistero dell’iniquità sta preparando l’arrivo dell’empio. Stiamo costantemente ricevendo una catechesi sull’ateismo, l’unico che si muove è Papa Francesco. È impressionante, le nazioni scandinave sono quasi totalmente atee, in molti Paesi quasi il 50 per cento non è battezzato, le chiese sono chiuse…La nostra civiltà sta facendo acqua e allora si capisce che ognuno voglia vivere meglio che può. San Paolo si fa una domanda geniale: “Perché Cristo è morto per tutti?”. E risponde: “Perché l’uomo non viva più per se stesso”. All’uomo che pone al centro della sua vita il vivere bene, l’essere felice ad ogni costo, non importa nulla dell’altro. Se questi profughi ti disturbano o impediscono il benessere egoista, alzi muri e barricate».

kiko e francescoIl Cammino nasce in periferia. Francesco dice che dalla periferia si vede meglio la realtà. Perché?
«Perché l’uomo che vive normalmente non pensa alla gente che soffre, ai poveri, sta fuori dalla realtà della vita. Giovanni XXIII diceva che il rinnovamento della Chiesa sarebbe venuto dai poveri e nel mio caso è stato profondamente vero: i poveri che erano con me, analfabeti, zingari, hanno risposto in un modo così sorprendente che, grazie a loro, è nata la celebrazione della parola di Dio nel Cammino. Io mi sono trovato con il problema profondo della sofferenza degli innocenti, gente crocifissa per i peccati di altri. Sartre diceva: guai all’uomo che il dito di Dio schiacci contro il muro! Io ho visto gente schiacciata contro il muro, ragazzi violati, donne picchiate, e mi chiedevo: perché non a me?».

E come si è risposto?
«Di fronte a tanta sofferenza, o uno prende il mitra come Che Guevara oppure si incontra con Gesù Cristo. Cristo crocifisso è la risposta profonda al dolore e al male nel mondo. Volevo aiutare, e tra le baracche ho scoperto che c’è una presenza reale di Cristo in quelli che sono vittime dei peccati degli altri. Nietzsche dice che se Dio, potendo aiutare, non lo fa, è un mostro; e se invece non può aiutare, non c’è. Ma è una menzogna: più che morire, Dio non può fare. Sono andato a vivere con i poveri desiderando che la seconda venuta di Cristo mi trovasse ai piedi di Cristo crocifisso negli ultimi».

anotaciones-espNel libro, parlando di Palomeras Altas, scrive: «Cristo era lì presente. Tutto parla di Lui. Io e Lui, uno, perfettamente uno». Come si arriva a sentire la voce di Dio e parlare con Lui?
«Ebbi una crisi di fede molto profonda e avevo bisogno assolutamente di una risposta, di sapere se siamo soli nell’universo o se Dio esiste. Ero sorpreso che la gente vivesse senza rispondere a questa domanda. Per me era questione di vita o di morte. Ho letto Henri Bergson, per il quale l’intuizione è un mezzo di conoscenza della verità superiore alla ragione. E mi sono reso conto che in fondo la mia intuizione più profonda, come artista, non era d’accordo con chi diceva che tutto è un assurdo e la vita è un caso. Così sono entrato nella mia stanza e ho gridato e pianto ed è successo qualcosa di sorprendente: ho avuto la risposta, Dio c’era, una certezza assoluta. Sono andato a vivere con i poveri e Dio era lì con me, in modo reale, presente, lo sentivo in tutto il corpo».

Che cosa direbbe a chi non crede?
«Gli direi di chiedersi: “Ma Dio c’è o non c’è?”. In questa ricerca, se è onesto e non mente a se stesso, Dio gli risponderà».

La crescita dei neocatecumenali sembra andare controcorrente rispetto alla «secolarizzazione» crescente. Come se lo spiega?
«Papa Benedetto XVI ha detto che noi siamo un carisma, un dono dello Spirito Santo per aiutare la Chiesa. Il carisma è una grazia per rispondere a una sfida. Viviamo in un cambio d’epoca, come diceva Giovanni XXIII convocando il Concilio, una delle epoche più tragiche e terribili della storia della Chiesa perché si tratta di mettere a confronto il Vangelo con la modernità…Dio ci ha suscitato, partendo dai poveri, per riscoprire nella Chiesa l’iniziazione cristiana, l’essenziale del cristianesimo, e rispondere alla secolarizzazione. Giovanni Paolo II riconosce il Cammino come un “itinerario di formazione cattolica”. Non si può abbandonare la gente. La maggior parte delle parrocchie è obsoleta, se non fortifichi la fede rimarranno quattro gatti. Spesso ci sono quasi solo messe, per lo più frequentate da anziani. Dove sono i figli?».

A proposito: perché le famiglie neocatecumenali hanno tanti figli?
«Perché prendiamo sul serio l’Humanae Vitae di Paolo VI, ogni atto coniugale deve essere aperto alla vita. San Giovanni Paolo II, nell’85, ha detto che questa crisi europea ha come centro la distruzione della famiglia. E invitava i vescovi a lasciare i loro schemi a volte atrofizzati per andare là dove lo Spirito Santo già sta agendo, ricostruendo le famiglie, suscitando vocazioni…».

Ci sono state sospetti anche nella Chiesa: un movimento chiuso, con propri riti…Come risponde?
«Non si capisce cosa sia una iniziazione cristiana. Pensano che siamo un movimento, un ordine religioso, una realtà a sé con un fondatore, un certo Kiko… Ma è dovuto ad ignoranza. Gesù ha detto: “Amatevi come io vi ho amato”. Ma amare chi? Nella Chiesa primitiva si viveva il cristianesimo in comunità. “In questo amore riconosceranno che siete miei discepoli”. Ma la gente nelle parrocchie, come vede una comunità, pensa che siamo chiusi, una chiesa parallela. Si tratta di accettare le critiche con pazienza e con umiltà. Sa cosa mi disse Paolo VI? Sii umile e fedele alla Chiesa, e la Chiesa ti sarà fedele».

Il chiarimento del papa: il “cristo-comunista” gli piace e accetta le correzioni!

foto Ansa

foto ©Ansa

A differenza del volo di andata verso l’Ecuador, sul volo di ritorno dallo storico e importante viaggio apostolico in sud America, papa Francesco ha risposto alle domande dei giornalisti che hanno viaggiato col pontefice. Molti i temi toccati dal Papa riguardo all’esperienza vissuta in Ecuador, Bolivia e Paraguay (ecco il testo integrale dell’intervista).

Inevitabile la domanda sulla strana e provocatoria scultura regalata a papa Francesco dal presidente bolivariano Evo Morales. Il papa ha risposto alla domanda della giornalista portoghese Aura Vistas Miguel (Miguel è il cognome!) che gli ha chiesto: “Che cosa ha provato quando ha visto quella falce e martello con Cristo sopra, offerto dal Presidente Morales? E dove è finito questo oggetto?”.

Il Santo Padre ha risposto dettagliatamente con queste parole:

Io – è curioso – non conoscevo questo, e neppure sapevo che Padre Espinal era scultore e poeta anche. L’ho saputo in questi giorni. L’ho visto e per me è stata una sorpresa. Secondo: lo si può qualificare come il genere dell’arte di protesta. Per esempio a Buenos Aires alcuni anni fa è stata fatta una mostra di uno scultore bravo, creativo, argentino. Adesso è morto. Era arte di protesta, e io ricordo un’opera che era un Cristo crocifisso che era su un bombardiere che veniva giù. Era una critica del cristianesimo che è alleato con l’imperialismo che era il bombardiere. Primo punto, quindi, non sapevo, secondo, io lo qualifico come arte di protesta che in alcuni casi può essere offensiva, in alcuni casi. Terzo, in questo caso concreto: Padre Espinal è stato ucciso nell’anno 80. Era un tempo in cui la teologia della liberazione aveva tanti filoni diversi, uno di questi era con l’analisi marxista della realtà, e Padre Espinal era apparteneva a questo. Questo sì, lo sapevo, perché in quel tempo ero rettore della facoltà teologica e si parlava tanto di questo, dei diversi filoni e di quali ne erano i rappresentanti. Nello stesso anno, il Padre Generale della Compagnia  di Gesù, Padre Arrupe, fece una lettera a tutta la Compagnia sull’analisi marxista della realtà teologica, un po’ fermando questo, dicendo: no, non va. Sono cose diverse, non va, non è giusto. E quattro anni dopo, nell’84, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblica il primo volumetto piccolino, la prima dichiarazione sulla Teologia della Liberazione, che critica questo. Poi viene il secondo, che apre prospettive più cristiane. Sto semplificando, no? Facciamo l’ermeneutica di quell’epoca. Espinal è un entusiasta di questa analisi della realtà marxista, ma anche della teologia, usando il marxismo. Da questo è venuta quest’opera. Anche le poesie di Espinal sono di quel genere di protesta, ma era la sua vita, era il suo pensiero, era un uomo speciale, con tanta genialità umana, e che lottava in buona fede. Facendo un’ermeneutica del genere io capisco quest’opera. Per me non è stata un’offesa. Ma ho dovuto dare questa ermeneutica e la dico a voi perché non ci siano opinioni sbagliate. Quest’oggetto ora lo porto con me, viene con me. (…) Il Cristo lo porto con me.

Il papa smentisce così le voci di chi, nel disperato tentativo di gettare un po’ di acqua sul fuoco, assicurava che Francesco avesse lasciato – con un gesto eloquente – il simbolo del “Cristo-Comunista” ai piedi della Vergine di Copacabana per affidare a Lei questo grave problema di confusione tra una dittatura e una filosofia omicida (che prima ha ucciso Dio e poi l’uomo) e il Redentore Gesù Cristo.

In realtà non è stato così perché al papa (che ha rifiutato l’onorificenza, come è il suo solito) la scultura non è dispiaciuta e – dopo aver fatto “l’ermeneutica di quell’epoca” – ha deciso di portare con sé il regalo come ricordo della visita al paese andino. Probabilmente c’è anche la componente affettiva per l’origine gesuita dello strano “crocifisso” che lo lega a quell’oggetto, ma è soprattutto un “ermeneutica” positiva che ha portato il Santo Padre ad apprezzare il dono di Morales.

Affermando per ben due volte che non conosceva tale scultura del padre Espinal, le parole di Francesco potrebbero smentire anche la notizia diffusa dall’agenzia Rome Reports secondo la quale il papa – ricevendo il dono – avrebbe detto a Morales “Eso no está bien” (Questo non va bene). Ma l’audio del video in questione non è chiaro e secondo un’altra versione Francesco avrebbe affermato: “No sabía eso” (Non lo conoscevo): una versione più vicina alla risposta del Santo Padre ai giornalisti.

Nessun rimprovero dunque per Evo Morales, nessun rimprovero per aver unito provocatoriamente cristianesimo e comunismo, nessun chiarimento pubblico su una questione che desta molte perplessità e lascia il campo libero a molte interpretazioni, soprattutto in mezzo al popolo boliviano che vive sotto il regime socialista di Morales: un governo cattolico di chiara ispirazione marxista. Solo una ermeneutica, cioè uno studio del con-testo storico e politico dell’epoca (non di quella attuale ma di quella del P. Espinal) che, in fine dei conti “giustifica” il goffo e imbarazzante – per molti – gesto.

Purtroppo per alcuni commentatori, che hanno voluto (in buona fede) difendere il papa attribuendoli un rifiuto del dono non confermato ne tanto meno ufficializzato, quello che per i vescovi boliviani è stato un gesto provocatorio e che molti cristiani in tutti il mondo, memori dei milioni di morti a causa della furia totalitaria comunista, hanno considerato fuori luogo, Francesco lo ha apprezzato senza problemi, in buona fede e con simpatia.

D’altronde il commento “a caldo” del portavoce della Santa Sede padre Lombardi confermava già la posizione ufficiale del Vaticano che – per forza di cose – non poteva essere diversa da quella del suo Capo di Stato: la scultura è stata considerata un simbolo di apertura e dialogo verso i poveri e gli oppressi dai sistemi di potere economici e politici, “un’immagine di incontro tra le culture”.

Un ultima curiosità: al giornalista tedesco della KNA (Ludwing Ring-Eifel) che gli domandava per quale motivo il papa parlasse solo di ricchi e poveri senza mai considerare la classe media (“la gente che lavora, che paga le tasse, la gente normale…”), il papa ha ringraziato sentitamente per “la bella correzione” considerando la questione un suo sbaglio: “Lei ha ragione, devo pensare un po’, il mondo è polarizzato. La classe media diviene più piccola. La polarizzazione tra ricchi e poveri è grande, questo è vero, e forse questo mi ha portato a non tenere conto di quello (…). Credo che Lei mi dica una cosa che devo fare, devo approfondire di più su questo. La ringrazio per la correzione. La ringrazio per l’aiuto eh?”

Il papa dunque – checché ne dicano i suoi difensori più estremi, acritici moralizzatori e i censori che non digeriscono commenti fuori dalle righe e voci fuori dal coro sul papa (quello argentino!) – possiede una grande umiltà, accetta le correzioni e capisce anche che nella scelta dei temi trattati non possiede infallibilità, figuriamoci nei gesti o nelle preferenze politiche. Lui sì, ha davvero una grande umiltà.

Viva il Papa!

Post Scriptum: Sappiamo per certo che il post sarà considerato da alcuni come una pesante accusa e una grossa offesa al Sommo Pontefice e un “autoescludersi” del sottoscritto dalla comunità ecclesiale. Sarebbe inutile (l’esperienza mi insegna) invitare a leggere questo articolo con una “ermeneutica” diversa. Qui si desidera prende atto di un fatto: che “in un mondo polarizzato”, quando ci sono di mezzo la destra e la sinistra, Francesco – che per vocazione ha scelto Cristo, il Centro – per sensibilità o affinità politica, sceglie la sinistra. Non è necessariamente una colpa (finché la Chiesa vorrà riconoscerlo)! Resta infatti insoluta la questione che nessun giornalista ha avuto il coraggio, o il permesso, di porre: e se si fosse trattato di una svastica?

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