Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Archivio per il tag “donna”

Beata Guadalupe: dalla chimica a Dio. La prima donna dell’Opus Dei sugli altari.

Sarà beatificata a Madrid il 18 maggio Guadalupe Ortiz, una delle prime collaboratrici del fondatore dell’Opus Dei, san Josemaría Escrivá de Balaguer. La sua vita, priva di eccessi e di fatti straordinari, rappresenta un modello di santità raggiunta tramite il lavoro quotidiano, nell’impegno di una vita ordinaria sostenuta dall’amore a Dio e vissuta nel costante servizio verso il prossimo. Una figura di grande attualità in una società dove la quotidianità diventa troppo spesso una frenetica corsa per assolvere compiti e compiere funzioni, dove diventa quasi impossibile l’armonizzazione tra lavoro e famiglia e dove sembra non esserci più spazio e tempo per Dio, Guadalupe indica una via da percorrere, quella dell’impegno quotidiano sostenuto da una vita di preghiera e dal servizio come strada sicura verso la santità.

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La citazione sessista del cardinale Ravasi e le polemiche su twitter

Non è la prima volta che un messaggio lanciato su twitter da mons. Gianfranco Ravasi, vescovo lombardo da dodici anni Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, desta stupore e non poco imbarazzo tra i cattolici. Acclamato più dagli atei (lui amerebbe definirli “gentili”) che dai fedeli, il cardinale utilizza il social network per pubblicare citazioni colte non sempre in linea con la fede cattolica. Ecco cosa ha scritto l’8 marzo e perché merita una riflessione…

Dagli al maschio. Alla conquista dell’ab-soluto.
Attaccare gli uomini per difendere le donne. È questa la strategia (vincente) utilizzata dal movimento femminista e sposata da più parti come una giusta battaglia sotto il vessillo dell’emancipazione femminile. Ma per onorare e rivalutare il ruolo della donna è proprio necessario degradare l’uomo? Per il femminismo più radicale, il maschio è un essere cattivo e deplorevole, proprio in quanto maschio, perché incapace di comprendere il valore della donna e perché causa di ogni situazione di sottomissione e sfruttamento. Con la rivoluzione sessantottina, che ha preso di mira per rovesciarla la struttura sociale tradizionale – sulla quale si è fondata la civiltà greco-romana – e ogni tipo di autorità, il maschio è diventato un ostacolo da sormontare, anzi da eliminare, se si vuole creare una nuovo ordine sociale basato sull’uguaglianza tra i generi e dare il via alla piena realizzazione della donna.

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Santo Stefano e Asia Bibi: quando la storia si ripete!

stefano (1)Dopo il Natale del Signore celebriamo la festa di Santo Stefano. La Chiesa ricorda così, subito dopo la nascita del Salvatore, il primo dei suoi “soldati” che ha preferito morire anzichè rinnegare Cristo e il suo messaggio. Stefano fu un cristiano che godeva di “buona reputazione” verso tutti, fu scelto come diacono (cioè “servitore”) per aiutare gli apostoli nel servizio della mensa (la carità verso i più poveri). Si distinse dal gruppo dei primi sette diaconi, oltre che per la sua dedizione al servizio e per la potenza della sua parola, per i “grandi prodigi e miracoli compiuti tra il popolo”. Ciò gli attirò non poche antipatie e, accusato ingiustamente dai giudei “liberti” della Sinagoga, venne condannato!

L’accusa: BLASFEMIA (“Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè”).

La pena: CONDANNA A MORTE PER LAPIDAZIONE.

Il resto della storia lo conosciamo: Stefano – dopo aver per l’ultima volta annunciato il Kerigma (la buona notizia di Gesù Risorto) – viene lapidato, con rabbia, con furore, con odio. Prima di morire cadrà in ginocchio e perdonerà i suoi aguzzini, i suoi spietati uccisori. Li perdonerà con le parole di Gesù: “Signore non imputar loro questo peccato”.

Il suo nome significava “Corona”; Stefano meritò in questo modo “la corona che il suo nome significava” (San Fulgenzio di Ruspe).

Ciò successe nel primo secolo dell’era cristiana, in cui i diritti fondamentali della persona, non erano stati ancora scritti col sangue dalla Rivoluzione Francese, le Nazioni Unite non avevano ancora firmato nessuna Dichiarazione dei Diritti, nè ancora nessun padre della patria aveva approvato ancora una “santa” costituzione.

Oggi siamo nel XXI secolo e abbiamo imparato ed ottenuto diverse cose che prima non conoscevamo: la libertà di espressione, la libertà di culto, il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona, la illiceità della schiavitù e delle torture, punizioni crudeli e inumane… Tutto questo abbiamo imparato dalla storia, tanto che ci sembrerebbe impossibile che oggi la vicenda di Stefano si ripeta.

Purtroppo la storia degli uomini non cessa mai di sorprenderci e il caso di Asia Bibi ci dimostra che, nonostante tutte le leggi umanitarie che si possano dichiarare, quando il male acceca la mente e i cuori degli uomini è possibile uccidere brutalmente come successe a Santo Stefano.

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Scena finale del film “The stoning of Soraya” / “La verdad de Soraya”. USA 2008.

Il film del 2008 “The Stoning of Soraya” (La lapidazione di Soraya) tratto dal libro-documentario “Famme Lapidée” del giornalista franco-iraniano Freidoune Sahebjam, narra la vicenda dell’uccisione di Soraya una donna iraniana accusata ingiustamente di adulterio dal marito con la complicità dell’Imam del villaggio. Senza possibilità di essere difesa, grazie a false testimonianze e senza un processo, la donna è condannata dai capi religiosi del villaggio in modo sommario e acritico. Il film è una denuncia frontale alle leggi islamiche che prevedono, per pene come l’adulterio, la condanna a morte per lapidazione. Putroppo il film non è stato ancora tradotto in italiano, si trova solo in inglese e in spagnolo.

La Sharia islamica prevede la condanna a morte per lapidazione per reati come: adulterio (solo per le donne), innamoramento verso uomini di altre religioni (solo per le donne), prostituzione, stupro, blasfemia, omosessualità, blasfemia e reati contro la religione islamica. Per altri reati considerati “minori” (come le relazioni sessuali prematrimoniali) è prevista la flagellazione. La legislazione varia da paese a paese; attualmente ci sono al mondo circa 20 paesi in cui sono in vigore leggi legate alla Sharia.

Free-Asia-BibiUno di questi paesi è il Pakistan di Asia Bibi. Questa donna cristiana, madre di cinque figli, è stata accusata di blasfemia e condannata a morte tramite lapidazione. La vicenda, avvenuta nel 2009, ha del paradossale, l’accusa iniziale fu quella di “contaminare l’acqua” destinata alle donne mussulmane! Lei, cristiana e quindi considerata “immonda” non avrebbe dovuto toccare i recipienti e l’acqua del pozzo: da qui l’accusa delle sue vicine, la lite, la presunta bestemmia, l’accusa e la condanna a morte morte in virtù della legge islamica! Inutilmente il marito, i familiari della donna, così come tutti i cristiani pakistani e del mondo, hanno fatto appello alla sensibilità della comunità internazionale, ma Asia Bibi rimane ad oggi in carcere (in condizioni estreme di igiene e di salute), per la sentenza del giudice Naveed Iqbal.

S. Bahtti, Il ministro cattolico ucciso dagli estremisti islamici.

S. Bahtti, Il ministro cattolico ucciso dagli estremisti islamici.

Anche alcuni ministri e politici del Pakistan hanno dimostrato interesse alla vicenda chiedendo la liberazione della donna cristiana. Eclatante l’esempio del ministro per le minoranze, il cristiano cattolico Shahbaz Bhatti, assassinato nel Marzo del 2011 in un feroce agguato dagli estremisti islamici per essersi esposto esprimendosi a favore della liberazione di Asia Bibi  e alzato la voce in difesa dei cristiani perseguitati in Pakistan. Chi difende Asia Bibi muore!

La donna pakistana avrebbe un modo di salvarsi: convertirsi all’Islam! Se infatti si convertisse alla religione di Maometto sarebbe graziata e liberata. Di fronte a questa proposta le sue parole eroiche restano come un memoriale di eroicità, di vera e sincera fede. Sentiamo le sue stesse parole, pubblicate su Avvenire in un articolo dell’8 dicembre di quest’anno:

Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui». 

La testimonianza di questa donna, in questo giorno dedicato alla memoria di Santo Stefano, primo martire della fede in Gesù Cristo, ci dimostra che la persecuzione contro i cristiani in terra islamica lungi dal estinguersi, continua con ferocia senza che dal mondo occidentale (l’Europa del Nobel per la Pace e l’America di Obama, patria dei Dirittu Umani) si alzi con chiarezza e fermezza una voce unanime a favore della giustizia e della vita di questi nuovi martiri.

Miguel C. S.

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