Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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La formazione (estiva) della coscienza

Lo dicevano i filosofi nell’antica Grecia, lo sostenevano i romani e lo afferma tutt’ora chi – più di ogni altro – ne ha raccolto la preziosa eredità, ossia la tradizione cristiana: tra i compiti più alti affidati ad ogni uomo c’è quello della cura dell’anima. Socrate ha speso la vita per diffondere questo messaggio, per lui era qualcosa di più che un semplice slogan da sfoggiare nei migliori caffé dell’Agorá. In fondo curare l’anima vuol dire volere bene a se stessi, aver cura di sé, della propria formazione e – in ultima istanza – della propria salvezza. Vuol dire formare la propria coscienza per tenerla pronta e sveglia nel momento del bisogno. Eh sì, ne avremo bisogno e sarà necessaria averla ben formata e attenta a ciò che realmente conta, capace di riconoscere e distinguere il bene e il male e di orientare verso la giustizia e la verità. Continua a leggere…

L’Italia del cazzeggio: Benigni bandiera culturale (di A. Socci)

danteNell’Italia del cazzeggio si ride e si scherza, si sta allegri e si fa cabaret anche se siamo in Senato, anche se si parla di Dante Alighieri.

Nell’Italia del cazzeggio Benigni diventa la nuova bandiera culturale e Dante un poeta policamente corretto che contenta e piace a tutti: piace agli atei pur essendo stato un fervente credente; piace agli omossessualisti pur avendo collocando i sodomiti nei circoli infernali; piace ai progressisti pur essendo stato un cattolico tradizionalista e conservatore (“ma in realtà è solo cattolico” afferma Socci); piace alla Sinistra italiana – tanto affine e gemellata all’Islam – pur avendo gettato Maometto all’inferno tra i “seminatori di discordie”; piace a preti, cardinali e vescovi “sessantottini” e “misericordisti” pur avendo riempito l’inferno di peccatori e perfino di Sommi Pontefici peccatori.

Insomma l’Italia del cazzeggio sa prendere ciò che di buono c’è anche nella divina commedia e trasformarlo in un glorioso inno del “pensiero sciolto”. Ne parla Antonio Socci su Libero nell’articolo che segue spiegando come “negli ultimi quindici anni Dante – o meglio il Dante benignesco – è entrato nel Pantheon del progressista italico”.

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IL (VERO) DANTE CHE NON SENTITE DA BENIGNI (di Antonio Socci)

In altri tempi a celebrare solennemente in Senato, alla presenza del Capo dello Stato, il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, sarebbero state chiamate personalità del calibro di Francesco De Sanctis o Benedetto Croce.

Ma ogni epoca ha i vati che merita. Così, pare per volontà del presidente Grasso, il Senato nei giorni scorsi ha fatto tenere la suddetta prolusione al comico di Vergaio, Roberto Benigni. E’ lui il nuovo vate della nazione?

POLITICI E COMICI

Non è facile capire com’è che – per gli attuali vertici dello Stato – un gigante del pensiero e della storia nazionale come Dante debba essere illustrato in Senato da un attore comico.

Perché Benigni questo è: un ottimo comico, divertente, ma pur sempre un comico che va benissimo per la tv e per le piazze.

Ma non risulta che abbia titoli o meriti filosofici, letterari o storici per tenere la prolusione in Senato. Del “Benigni poeta” del resto ricordo solo l’“Inno del corpo sciolto” sulle cui strofe è meglio sorvolare.

Evidentemente il presidente Grasso al nome di Dante riesce ad associare solo quello di Benigni, segno di una “cultura” non proprio vastissima e perlopiù televisiva.

In fondo avrebbe potuto reperire anche sui giornali (non dico sui libri) nomi di intellettuali contemporanei – da Ernesto Galli della Loggia a Umberto Eco, al cardinale Giacomo Biffi – a cui affidare una riflessione che avesse un’autorevolezza adeguata all’aula del Senato.

Ma i vertici dello Stato ritengono che Benigni sia l’oratore più adatto per gli attuali parlamentari. Qualcuno ha notato che di questo passo potrebbero chiamare in Senato a celebrare il Petrarca un Alvaro Vitali e Checco Zalone per il Manzoni.

Forse il paragone non è giusto. Bernigni ha fatto obiettivamente una buona opera di divulgazione popolare con le sue letture dantesche. Sono molto divertenti gli spettacoli che ha dedicato alla Divina Commedia. Ma sono appunto spettacoli di un ottimo attore comico.

IL NOSTRO DESTINO

Altra cosa dovrebbe essere una solenne riflessione in Senato sul 750° anniversario della nascita di un poeta così grande e così importante per il nostro Paese da aver letteralmente coniato la nostra lingua italiana (perché – se non lo si sa – la Divina Commedia fu scelta come il canone della nostra lingua).

Possibile che delle nostre istituzioni e della nostra identità culturale millenaria si abbia una considerazione che non va oltre gli esilaranti spettacoli di un attor comico?

Possibile che nessuno abbia sentito, nell’occasione, la necessità di una riflessione seria sulla nostra identità nazionale?

Sarebbe questo il “senso delle istituzioni” che viene sempre sbandierato da lorsignori?

Ed è questa la consapevolezza culturale che le nostre classi dirigenti hanno della storia e del destino di questo Paese?

POLITICALLY CORRECT

Da Benigni, in Senato, per questa nostra Italia del cazzeggio, è arrivata la solita raffica di battute. Simpatica quella secondo cui PD significherebbe “Partito di Dante”.

dante benigniLui l’ha detta ridendo, ma si sa che Arlecchino si confessa burlando e – in fin dei conti – l’operazione fatta in questi anni da Benigni è stata proprio questa: trasformare Dante in un autore “politically correct”.

Infatti si è verificato questo singolare e buffo fenomeno: negli ultimi quindici anni Dante – o meglio il Dante benignesco – è entrato nel Pantheon del progressista italico.

Curioso no? Con il ’68 la Divina Commedia fu di fatto spazzata via dalla scuola, Dante era considerato un barboso bigotto reazionario.

Poi Benigni, per la sua Italia progressista, l’ha tirato fuori dal lazzeretto in cui era stato relegato. Ma non che oggi Dante venga letto o davvero riproposto a scuola e studiato e amato. No.

Quanti fra coloro che si dicono appassionati dantisti sulla scorta di Benigni hanno mai sentito parlare o letto Auerbach o Contini o Singleton? Ancor più si tengono a distanza dalla dottrina cattolica di Tommaso d’Aquino e Bernardo di Chiaravalle che struttura tutta la Commedia.

Figuriamoci.

Il Dante dell’intellettuale collettivo e della Sinistra benpensante in realtà è Benigni, non il poeta della Divina Commedia che resta – ai loro occhi – un indigeribile trombone cattolico-reazionario.

Infatti Benigni, per renderlo digeribile al delicato stomaco della sinistra salottiera, ha “appannato” il vero Dante, quello “politicamente scorretto”, scomodo e urticante.

IL VERO DANTE

Oggi il vero Dante, redivivo, sarebbe letteralmente schifato e considerato quasi un appestato, sia nelle curie ecclesiastiche che in quelle laiche, come del resto gli accadde in vita.

Infatti visse ramingo e braccato. Fu considerato un fallito come politico e pure come intellettuale se – lui vivente (già circolavano l’Inferno e il Purgatorio) – fu data l’incoronazione di poeta (che era un po’ il Nobel di allora) a un tal Albertino Mussato, per aver scritto una tragedia, l’ “Ecerinis”, che nessuno ricorda più.

Dante fu esiliato da Firenze e morì in contumacia (come Craxi!) con l’accusa di “barattiere”, cioè tangentista. Dunque o Dante era un ladro (perciò sarebbe considerato col disprezzo riservato ai politici corrotti) o – ed è certo – non lo era e allora fu vittima di una giustizia di parte (politicizzata), davanti alla quale – fra l’altro – non volle comparire disprezzandola (così guadagnandosi la condanna al rogo).

Del resto ha lasciato nella Commedia parole di fuoco contro chi lo condannò. Ed insieme il suo alto lamento sull’Italia che vede come un “bordello” e come una nave senza timoniere, sbattuta qua e là dalle tempeste e rovinata da classi dirigenti miserabili.

Ma il Poema sacro – che non ha eguali nella letteratura mondiale (in questo Benigni ha ragione: “non è l’apice della letteratura italiana, è l’apice di tutte le letterature, non c’è niente di più alto”) – contiene pure un’impressionante e “spudorata” serie di violazioni del politically correct, tale da fare impallidire l’odierna mentalità dominante.

Tempo fa un’associazione internazionale – riferiva il Corriere della sera – ne chiese la cancellazione dai programmi scolastici o la “correzione” dei suoi presunti contenuti “islamofobici, razzisti ed omofobici”.

In realtà non c’è nessun razzismo, ma è vero che il poema dantesco può sembrare urticante a due “partiti” oggi agguerritissimi, il mondo musulmano e il movimento gay, in riferimento a coloro che il poeta pone all’Inferno.

Del resto, da “cattolico integralista” come oggi lo si definirebbe (ma in realtà è solo cattolico), mette all’inferno pure gli eretici, i bestemmiatori, gli adulatori e (pur essendo lui alquanto sensibile alle grazie femminili) anche i lussuriosi.

PAPI ALL’INFERNO

Infine, come se non bastasse, condanna con parole di fuoco diversi papi del suo tempo, mettendoli all’inferno e sparando a zero sulla corte pontificia, pur professandosi cattolicissimo. Anzi, proprio perché cattolico.

Cosa che oggi, in tempo di bigottismo imperante, sarebbe ritenuta inammissibile: ma lui era cattolico, non clericale, né papolatra, mentre oggi tutti sono clericali e papolatri, senza però professare la fede cattolica.

Il cardinale Giacomo Biffi ha scritto: “La cristianità ha un esempio ammirevole del connaturale connubio tra fede e libertà in Dante Alighieri. Proprio la sua indubitabile adesione alla verità cattolica consente e illumina la sua perfetta autonomia di giudizio, svincolata da ogni timore o condizionamento umano. Dante non teme di criticare l’operato dei papi e le loro scelte operative, fino a collocarne diversi nel profondo dell’inferno. Ma in lui non viene mai meno e mai minimamente s’attenua ‘la reverenza delle somme chiavi’ (Inf. XIX, 101). Quando si tratta di esprimere riserve o biasimi che egli ritiene dovuti, non ci sono sconti né per i laici, né per gli ecclesiastici, né per i monarchi, né per i semplici cittadini… tenuti tutti, senza eccezioni, ad attenersi alla legge evangelica”.

Dante non fu solo il più grande dei poeti, ma – essendo davvero cristiano – fu un uomo libero. E per questo scomodo.

 Antonio Socci

 Da “Libero”, 10 marzo 2015

Imporre l’ideologia Gender è un crimine contro l’umanità (di Gianfranco Amato)

GENDEROspito volentieri sul mio blog un testo scritto dall’avvocato Gianfranco Amato, presidente dei “Giuristi per la Vita”. Si tratta di una recensione, appassionata e approfondita, del saggio pubblicato dalle edizioni San Paolo intitolato “Il Gender. Una questione politica e culturale” e definito “un libro imperdibile” (acquista online).

L’autrice del libro in questione è la dottoressa Marguerite A. Peeters, statunitense, autrice di numerosi studi e pubblicazioni sulle tematiche del gender, professoressa di teologia e consulente al Pontificio Consiglio della Cultura.

Il libro si presenta come uno strumento essenziale, “un punto di riferimento”, per tutti coloro che oggi si trovano ad affrontare le tematiche legate alle “Teorie del Genere” a livello politico, sociale e culturale.

Segue il testo dell’avvocato Gianfranco Amato.

***

“E’ stato da poco pubblicato per i tipi della San Paolo un libro imperdibile. Si tratta del saggio scritto da Marguerite A. Peeters intitolato “IL GENDER, una questione politica e culturale”. Un autentico punto di riferimento per chi desideri approfondire in maniera seria questa delicata tematica. Il libro, però, merita di essere acquistato anche solo per la splendida prefazione di un grande principe di Chiesa: il Cardinale guineano Robert Sarah, porporato nei cui confronti Papa Francesco ripone una particolare stima e fiducia, al punto di averlo nominato, lo scorso 24 novembre, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
Raramente su questa materia ho letto argomentazioni più lucide, ragionevoli, convincenti e coraggiose delle parole del Cardinal Sarah. Sono parole che riescono con la loro chiarezza a squarciare il velo di ambiguità e ipocrisia che avvolge, purtroppo, anche settori del mondo cattolico. Proprio per questo meritano di essere integralmente riportate.

Grazie: questa è la prima parola che è uscita dal mio cuore ed è affiorata sulle mie labbra leggendo
questo libro
. Vorrei innanzitutto esprimere la mia profonda riconoscenza a Marguerite A. Peeters, che ci offre un’analisi calma, precisa e rigorosa dell’ideologia gender, osservandone le origini, lo sviluppo in Occidente e le ambizioni normative mondiali.

Secondo l’ideologia gender non esiste una differenza ontologica tra uomo e donna. L’identità maschile o femminile non sarebbe insita nella natura, nella realtà, ma sarebbe unicamente da attribuire alla cultura: sarebbe il risultato di una costruzione sociale, un ruolo che gli individui interpretano mediante doveri e funzioni sociali. Secondo i suoi teorici, il gender è performativo e le differenze uomo-donna sono soltanto oppressioni normative, stereotipi culturali e costruzioni sociali che bisogna decostruire per raggiungere la parità tra uomo e donna.
In nome della libertà e della parità, le battaglie ideologiche gender obbediscono a esigenze individualistiche e soggettivistiche che mirano a organizzare la società senza rispettare la differenza sessuale. Anche i tecnici di questa teoria e le potenti lobby che si rifanno ad essa si battono in favore di una indifferenziazione dei sessi che chiamano “neutralità sessuale”: un fluido magmatico che mischia confusamente cose astratte ed è messo in movimento come fosse una nuova utopia di “liberazione del desiderio”, falsamente portatrice di una felicità universale. Lavorano allo smantellamento di quello che chiamano il “sistema binario” uomo-donna.
Come potete osservare, siamo di fronte a una rivoluzione che cerca di ribaltare l’ordine della creazione dell’uomo e della donna come Dio l’ha concepito sin dalle origini nel suo disegno di amore eterno. Portata avanti dall’Occidente, questa rivoluzione si sviluppa in maniera subdola, nell’assenza quasi totale di dibattito pubblico. Le conseguenze sono di una gravità estrema. Non riguardano soltanto le scienze mediche, umane e sociali: le ricadute distruttrici potrebbero diventare sempre più evidenti nella vita concreta delle persone individuali e delle società, ovunque viviamo.

famigliaIl gender consolida oggi le sue fondamenta e guadagna sempre più terreno. Un modo diverso di considerare il matrimonio, la famiglia, l’amore, la dignità umana, i diritti e la sessualità in una prospettiva essenzialmente soggettivistica si radica progressivamente e solidamente in Occidente, e tende a espandersi nel resto del mondo. La teoria gender sta passando a un livello superiore, decisivo, trasformandosi in teoria queer.
Passa cioè a una volontà di «destabilizzazione identitaria e istituzionale generalizzata» perché la teoria queer, spiega Marguerite A. Peeters, «non si ferma alla decostruzione del soggetto: si interessa soprattutto alla decostruzione dell’ordine sociale. […] Si tratta di seminare il dubbio sulle tendenze normative dell’ordine sessuale, di introdurre il sospetto circa le “restrizioni dell’eterosessualità”, di cambiare la cultura», di demolire le regole convenzionali.

Leggendo questo libro mi è venuto spontaneo pensare a Guy Coq: la nostra civiltà occidentale postmoderna «è come un essere umano che cammina a ridosso di un abisso. Alcuni si avvicinano, altri si allontanano. Ma non sanno dove esattamente si trovi l’abisso. Allora può accadere che un semplice piccolo passo di troppo verso il bordo provochi la catastrofe definitiva. E il piccolo passo di troppo. Se chi cammina vuole evitare il peggio, deve valutare con cura il suo percorso, cercare di capire che quel passo dovrà essere evitato». Se i cambiamenti sovversivi promossi dal gender non smettono di espandersi, le nostre civiltà potrebbero in effetti perdere il senso di ciò che l’umanità è e infine «scomparire, non a vantaggio di un mondo perfetto, ma in una caduta verso la barbarie» e il totalitarismo.
Ciò che rende la battaglia ancora più ardua e difficile è che la rivoluzione culturale arriva oggi, in modo significativo, a disattivare il legame vitale che deve esistere tra diritto e verità, diritto e bene, diritto e centralità della persona umana nella società. I diritti dell’uomo sono oramai sottomessi a interpretazioni procedurali e al diktat dei falsi consensi. Una volta conclamati, questi consensi possono essere evocati per far adottare convenzioni internazionali che diventano leggi negli Stati che li hanno ratificati.

Sono le procedure politiche derivanti dalla governance mondiale che decidono per preteso consenso che, per esempio, l’accesso universale alla contraccezione deve essere la priorità dello sviluppo, la maternità è uno stereotipo da decostruire, certa manipolazione genetica giustifica il sacrificio degli embrioni, l’aborto e l’eutanasia devono essere liberalizzati, le unioni omosessuali devono godere degli stessi diritti del matrimonio. Questa stessa governance mondiale esercita forti pressioni sugli Stati affinché si allineino a queste sue folli priorità ideologiche con lampante e scandaloso disprezzo del benessere dei poveri di Paesi e culture non occidentali. I poveri non hanno diritti? Sono essi e il loro sviluppo umano che dovrebbero essere al centro della cooperazione internazionale! Al contrario, la frase: «I diritti gay sono diritti umani e i diritti umani sono diritti dei gay» [Hillary Clinton] sembra essere diventata il leitmotiv di un discorso attuale della governance mondiale che, grazie ad esso, vuole cambiare le culture dei popoli in favore della libera scelta, da parte degli individui, dei loro “orientamenti sessuali”. Peggio ancora: nel momento stesso in cui i diritti dell’uomo sono utilizzati per imporre questo genere di progetto ideologico, il segretario dell’Onu, in maniera sorprendente, dichiara che «nessun costume o tradizione, nessun valore culturale o credenza religiosa può giustificare il fatto che un essere umano venga privato dei suoi diritti umani». [Ban Ki-moon] Con quale diritto si sacrificano le culture e la fede dei poveri in nome dell’omosessualità, o in nome degli idoli della decadenza morale dell’Occidente? Diventa necessario, oggi, sforzarsi con una certa urgenza di riconciliare il diritto con il matrimonio e con la famiglia che sono un bene comune dell’umanità. Il matrimonio e la famiglia precedono il potere politico, che ha l’obbligo di rispettarli nella loro struttura umana universale. Quando cercano di smontarli in maniera sistematica, quando li snaturano rimpiazzandoli con le unioni civili, quando, in nome dell’ideologia gender, ridefiniscono le coppie, il matrimonio, la famiglia, i discendenti per privilegiare l’omosessualità e la transessualità fanno perdere all’umanità il senso della realtà e la ragione delle cose e contribuiscono alla creazione di una cultura suicida. E semanticamente improprio assegnare alle coppie omosessuali i termini “matrimonio” e “famiglia”, che implicano sempre e soltanto il rispetto della differenza sessuale e l’apertura alla procreazione. L’omosessualità altera la vita coniugale e familiare. Non può essere un riferimento educativo per i bambini. Li danneggia e li rovina in profondità e in maniera irreversibile. E privare un bambino di un padre e una madre è una violenza inaccettabile.

GENDER SCUOLEIn questo libro Marguerite A. Peeters mette in luce la gravità dell’errore che i Paesi occidentali commettono quando passano dal rispetto dovuto alla dignità e ai diritti inalienabili di ciascun individuo, qualunque sia la sua condizione, all’istituzionalizzazione di politiche e costumi antinomici rispetto al matrimonio e alla famiglia. L’omosessualità è un non-senso nei confronti della vita coniugale e familiare. E quanto meno nocivo raccomandarla in nome dei diritti dell’uomo. E imporla è un crimine contro l’umanità. È inammissibile che Paesi occidentali e agenzie Onu impongano ai Paesi non occidentali l’omosessualità e tutte le sue devianze morali, utilizzando argomenti economici affinché rivedano la loro legislazione in materia e per di più condizionino l’aiuto allo sviluppo con l’applicazione di norme assurde, sovversive, inumane e contrarie alla ragione e al senso delle realtà che maggiormente caratterizzano l’umanità. Promuovere la diversità degli “orientamenti sessuali” fin nelle terre africane, asiatiche, oceaniche, sudamericane significa condurre il mondo a una totale deriva antropologica e morale: verso la decadenza e la distruzione dell’umanità!

I Paesi occidentali ci hanno abituato all’instabilità delle loro idee e alla costruzione di ideologie alienanti e passeggere come furono il marxismo e il nazismo. L’esportazione delle loro ideologie nel corso della storia ha da sempre causato gravi danni all’umanità. Il pensiero africano non può lasciarsi colonizzare di nuovo. Dopo la schiavitù e la colonizzazione si sta cercando ancora una volta di umiliare e distruggere l’Africa imponendole il gender. È fondamentale che gli africani non si facciano privare della loro saggezza e della loro prospettiva antropologica che basano il matrimonio e la famiglia esclusivamente sulla relazione tra un uomo e una donna. La filosofia africana proclama senza indugi: l’uomo non è nulla senza la donna, la donna non è nulla senza l’uomo, ed entrambi non sono nulla senza un terzo elemento che è un figlio. Un figlio è il dono più grande e più prezioso di Dio. È l’espressione più sublime della generosa fecondità dell’amore e del dono reciproco degli sposi.

Una grande battaglia è iniziata, davanti ai nostri occhi, con potenti mezzi sovversivi che impiegano ciò che Monique Wittig ha chiamato «macchine da guerra», in quanto colpiscono dritte la dignità della persona, il matrimonio, la famiglia, mettendo in pericolo il futuro stesso dell’umanità. L’azione corrosiva del gender, spiega Marguerite A. Peeters, è così efficace nel perseguire i suoi obiettivi che si potrebbe essere presi da un sentimento di impotenza e anche soccombere davanti alla tentazione di adottare un atteggiamento disfattista e dire: in ogni caso la catastrofe è assicurata, lasciamo che le cose vadano come vanno.

Ma volendoci impegnare in favore della vocazione eterna all’amore dell’uomo e della donna, alla comunione e alla loro complementarità, Peeters ci incoraggia a non arrenderci e a ricordare la vittoria del piccolo Davide contro il gigante Golia. La ringraziamo ancora perché, con grande competenza e perspicacia, ci offre uno strumento di discernimento e mette nelle nostre mani le «cinque piccole pietre» e una «fionda» per affrontare il «gigante» avanzando verso di lui come Davide, «nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele» (I Sam 17,45). Ci invita a rimanere fermamente al di fuori del quadro ideologico della cultura gender, a camminare lungo il percorso del discernimento e a conservare la speranza, mentre dobbiamo vivere nel bel mezzo della sovversione e della confusione attuali, messi di fronte alle innumerevoli metamorfosi delle società occidentali e violentemente scossi dalla forte tempesta che minaccia di far sprofondare nella decadenza l’umanità.

Il discernimento è decisivo. Inizia dal realismo. Si tratta di vedere le cose con distacco, di mettere le realtà attuali nella giusta prospettiva, nella prospettiva più ampia possibile. Da un lato, dobbiamo essere capaci di aprire gli occhi davanti alle realtà difficili e negative del nostro tempo, dall’altro mantenere il nostro sguardo fisso su quelle che recano il segno del mistero di Dio. Anziché rinchiuderci in atteggiamenti superficiali di accettazione o di rifiuto, ammettiamo che Dio venga a risvegliarci con le scosse che subiamo e apriamoci alla luce trascendente della sua grazia. Dobbiamo «tornare alla fonte, tornare alla casa del Padre» e mantenere la fiducia nella presenza efficace di Dio nella storia, una presenza che passa dalla nostra attiva collaborazione e dal risveglio delle coscienze.

Marguerite A. Peeters riunisce e amplifica le convinzioni e le esortazioni di John Henry Newman, secondo cui soltanto gli uomini e le donne di fede che «mettono a frutto ciò che ogni giorno, ogni ora che passa ci insegna, possono riconoscere e percepire la forte presenza di Dio nel mondo. Ciò che, quando ci viene incontro, sembra oscuro, riflette il sole di giustizia quando è già passato. Che questo ci insegni almeno in futuro ad aver fede in ciò che non vediamo. Il mondo sembra andare come sempre. Non c’è nulla di celeste sul volto della società; nelle notizie del giorno non c’è niente di celeste; sui volti dei molti, dei grandi, o dei ricchi, o degli indaffarati, nulla di celeste; nelle parole degli eloquenti o negli atti dei potenti o nei consigli dei saggi o nelle decisioni dei superbi o nei fasti dei ricchi, nulla di celeste; tuttavia lo Spirito Santo, sempre benedetto, è presente. La presenza del Figlio eterno, dieci volte più glorioso, più potente di quando calpestò la terra rivestito con la nostra carne, è qui con noi. Conserviamo nel nostro spirito questa divina verità: più la mano di Dio è segreta più è potente, più è silenziosa più è temibile. Viviamo sotto il temibile ministero dello Spirito, e chiunque parli contro di lui rischia più di quanto si possa immaginare, chiunque gli fa pena perde più benedizione e gloria di quanto si possa valutare».

Sì, nel bel mezzo delle nostre angosce e delle tempeste rivoluzionarie che affliggono l’umanità, la presenza silenziosa e rassicurante di Dio è una certezza. È la nostra speranza! Raccomandiamo questo libro e speriamo che sia letto in tutta l’Africa e in tutti i continenti, che susciti un dialogo onesto e degno della grandezza e della dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Gianfranco Amato

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