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Lampedusa e la retorica buonista della politica italiana

barcone_immigrati5001Nel pieno di una settimana critica per la politica italiana, la dolorosa strage di Lampedusa ha sconvolto l’Italia e, forse, (magari!) tutta l’Europa.
La vicenda, però, sembra aver scosso molto meno quei paesi da cui le vittime fuggivano, paesi retti da regimi tutt’altro che democratici e governati da signori indifferenti delle sorti dei propri sudditi. Se dall’Italia si alzano voci di cordoglio, parole di sdegno, si discutono soluzioni e si osservano minuti di silenzio nelle scuole e nei campi di calcio, dal Medio Oriente, dal nord Africa, dai capi religiosi musulmani e dai governi islamici non si alza nessuna autorevole voce di dissenso per questa tragedia (né di tutte le altre tragedie) che, purtroppo, ha inizio proprio nei loro territori.

Se l’Occidente si è illuso con le recenti svolte democratiche di alcuni stati mediorentali, ci accorgiamo che il lavoro da fare è ancora tanto. Altro che Primavere soleggiate, il dramma di quei paesi, lo capiremo dopo, non è essenzialmente politico, ma religioso (e dunque antropologico), dove regimi teocratici di ispirazione islamica calpestano la dignità e i diritti di uomini, donne e bambini, in nome di un ordine apparentemente voluto e imposto da dio.

Naufragio-Lampedusa-migranti-23-770x395Intanto in Italia, scossi da una delle più gravi stragi legate all’immigrazione, i signorotti della politica – quelli in giacca e cravatta oligarchici e quelli in abiti più sportivi e colorati per meglio rappresentare i compagni del popolo – alzano la voce per dire la loro sul fatto e sul da farsi. Da destra e da sinistra salgono tutti sul carro (funebre) con slogan che valgono un rilancio sulla pagina politica, come sciacalli che frugano in mezzo ai cadaveri.

Così il redivivo, restaurato e rinnovato Alfano, il pastore buono delle pecore italiane Napolitano, la presidenta rivoluzionaria Boldrini-basta-pranzi-in-famiglia, la paladina della giustizia Bonino, il ciclista dottore Marino, la migrantista Kyenge e molti altri che hanno approfittato dell’evento per snocciolare, con facile retorica, discorsi pieni di pathos che scuotono il sentimento popolare.

Sul fatto accaduto lo scandalo, il cordoglio, la tristezza è generale, come è normale e giusto che sia di fronte a un dramma di tali dimensioni. Sul lavoro da farsi i pareri sono discordanti e qui parte la vergognosa campagna politica. Tutta la sinistra ha approfittato dell’evento per accusare la legge Bossi-Fini, attualmente in vigore, che regola il problema dell’immigrazione clandestina con una serie di norme (tra cui il reato di clandestinità) definite troppo severe e poco accoglienti verso lo straniero; una legge poco consona allo spirito di accoglienza indiscriminata voluto da  Kyenge, Bonino, Boldrini e compagnia cantante (di compagni si tratta). Insomma da sinistra si accusa la legge Bossi-Fini (discriminatoria, razzista, nazionalista) di aver riempito la barca di povera gente disperata e di averla fatta affondare uccidendo centinaia di innocenti. La severità di questa legge sarebbe alla base della tragedia. Il collegamento tra le due cose non è facile da trovare, ma l’occasione sembra buona per cambiare l’iniqua legge.

lampedusa 2La soluzione che propongono è dunque una non-soluzione: cambiamo la legge e, la prossima volta, andiamogli incontro prima che naufraghino. Magari andando sulle coste africane e accogliendoli direttamente lì per portarli a Roma, dove Marino ha deciso di accogliere tutti gli immigrati appena arrivati, per la buona pace dei romani e la gioia dei lampedusani.

Dal canto suo, la destra, ha approfittato per attaccare le politiche del ministro dell’integrazione che vorrebbe abolire il reato di clandestinità e aprire le porte dell’Italia (e dell’Europa) a chiunque voglia entrare. E’ così che Lega Nord mette le morti degli immigrati sul conto della sinistra colpevole morale per aver lanciato menssaggi di accoclienza troppo confortanti e illusori per chi partiva dalle coste africane. Come a dire: “gira voce che in Italia c’è spazio e ti danno la cittadinanza appena arrivi!”.

E subire per primi il ridicolo di questi retorici e ipocriti sproloqui sono soprattutto gli abitanti dell’isola, che da tempo lamentano una situazione invivibile a causa della presenza sempre più alta di immigrati senza casa, senza lavoro, senza cibo e nessuno che si preoccupi di loro. Tra poco la campagna politica si sposterà su altri temi (probabilmente su Berlusconi che è sempre di moda) e gli immigrati rimarranno sull’isola o cercheranno di partire (come? aiutati dai lampedusani?) per trovar miglior fortuna nel nord.

Le idee per non essere banali sono poche, si sà, ma qualcuno ha avuto un lampo di genio ed ecco che la genialata è sulla bocca di tutti. Alfano, che ha il cuore d’oro, ha visto la sofferenza dei lampedusani e ha suggerito di consegnare un premio-sopportazione all’isola, al fine di richiamare l’attenzione del mondo sul problema. Qui si trovano tutti d’accordo: Premio Nobel per la Pace a Lampedusa, dunque, per l’eroicità dell’accoglienza. In fondo premiare Lampedusa vuol dire premiare l’Italia e nessuno può dissentire senza sentirsi traditore. Tutti sono d’accordo: a destra e a sinistra, sopra e sotto; aspettiamo il verdetto di Oslo. Ma d’altronde si sa, per avere il Premio Nobel per la Pace non bisogna mica essere San Giovanni Paolo II (che di fatti non lo ha mai ottenuto), basta essere popolare o volerlo diventare, o basta che ti venga appioppata la candidatura da chi non sa bene neanche che sentimenti hai nei confronti della pace.

Intanto sulla rete circola un video che mostra l’esasperazione dei lampedusani per i quali la pace tanto desiderata vorrebbe qualcosa di più che un premio o un riconoscimento al valore.

Ma alla radice del problema non ci va nessuno volentieri; sarebbe contro i principi della bontà universale (da tempo sposata con matrimonio indissolubile dall’Occidente)  segnalare che dall’altra parte del Mare Nostrum (o Mostrum?) esiste un problema serio che non cambierà certo correggendo una nostra legge.

Islam: il grande inganno. Riflessioni religiosamente scorrette (parte 2).

Leggi la parte 1

L’Europa, e in generale tutto il mondo occidentale, vive in un pericolosissimo inganno: quello di pensare che l’Islam sia una religione, non solo amica, ma “sorella” del cristianesimo; che il dio dell’Islam sia, in fin dei conti, lo stesso Dio di Israele e di Gesù; che Maometto e Cristo siano ambedue profeti annunciatori di uno stesso messaggio d’amore; che i fedeli cristiani e quelli musulmani siano comunque fedeli, religiosi, amici di dio e degli uomini e che debbano condividere le stesse visioni sul mondo, su dio e sugli uomini; che le differenze che ci dividono siano solamente linguistiche e rituali ma che sostanzialmente siamo (dobbiamo essere!) veramente ed essenzialmente fratelli impegnati in una unica grande religione dell’amore e della fraternità universale che eleva un’unica preghiera allo stesso dio. Ma può un dio – onnipotente e misericordioso quanto vogliamo – dire cose così diverse a due gruppi differenti, creando due filoni religiosi così separati? O meglio, può un dio che si rispetti contraddirsi in questo modo? Può un dio buono decidere di rivelare il Verbo e di incarnarsi per gli uni e di rimanere nascosto e trascendente per gli altri? siriaQuesto inganno in cui viviamo, oltre a rappresentare un grave debito nei confronti della verità, rappresenta un grosso danno per le nostre giovani generazioni. E’ facile trovare ragazze occidentali che, invase dallo spirito buonista di matrice progressista in cui galleggiamo, pensano ancora che sposare un musulmano sia bere un bicchiere d’acqua e che un futuro radioso le attenda col loro emiro. Pensando che una vita comune con un musulmano sia decisamente più felice che sposare un cattolico convinto della propria fede, ignorano ciò che può succederle nel momento in cui diventano proprietà del loro maomettiano. Donne nordamericane, sudamericane, europee, spose di musulmani, hanno dovuto rinunciare a libertà di pensiero, di vestito, di religione, trasferirsi in un mondo nuovo per diventare oggetto di proprietà privata e veder frustrati i sogni di libertà e ogni speranza di vita felice. Cambiare nome, lingua, modo di vestire, tagliare ogni contatto con la famiglia, Consiglio a questo proposito il breve libro “Siria mon amour” dove una ragazza siriana, residente in Italia, prova a spiegare come funzionano i matrimoni combinati con il libretto degli assegni in mano e senza consultare la futura sposa. Un vero e proprio delitto, un attentato contro la libertà, raccontato dal punto di vista della vittima che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere trattata come una schiava sequestrata dai propri parenti. Molti europei, accecati dall’epidemica islamofilia che caratterizza sempre di più l’uomo occidentale, credono forse che la libertà di pensiero e di religione sia un concetto noto ai musulmani e che la loro sia una cultura e una religione improntata sul rispetto e il dialogo. A questi direi di leggere il libro di J. Fadelle, Le prix a payer, (Il prezzo da pagare) che narra il dramma di un iracheno convertito dall’Islam al cristianesimo costretto a scappare dai suoi parenti che cercavano di uccidere lui e tutta la sua famiglia. Ma l’Europa sorride, strizza l’occhio, stringe la mano, propone un incontro di culture e una amicizia che a pochi interessa coltivare, un integrazione inopportuna, una fratellanza che – in termini filosofici, antropologici e teologici – non esiste. Troppo spesso dimentichiamo tutti gli attacchi ricevuto, le offese, gli omicidi, i sequestri, il sangue innocente versato dalla furia islamica. A questa grande contraddizione ha contribuito notevolmente (e continua a farlo) una cultura progressista di matrice socialista che poggia le sue basi sulle macerie di un comunismo mai del tutto estinto teoricamente. L’appiattimento delle differenze per formare un popolo veramente unito e una società egualitaria (un unico blocco si controlla meglio), il grande sogno della distruzione del cristianesimo e l’opzione per l’Islam come segno di apertura all’esotico “altro” (che può aiutare a sconfiggere il cristianesimo), sono i cavalli di una battaglia culturale, sociale e politica della sinistra più progressita. islam_europeDimentichiamo i martiri dell’Uganda trucidati dal re musulmano Mwanga II per non acconsentire ai suoi desideri omosessuali. Dimentichiamo il massacro dei cristiani in Turchia meglio conosciuto come Genocidio Armeno ad opera dei “Giovani Turchi” dove un milione e mezzo di cristiani furono letteralmente torturati per creare uno stato islamico puro (non guardate queste foto se vi impressionate facilmente). Dimentichiamo, tornando ai nostri giorni, i cristiani crocifissi nel 2009 in Sudan,  i cristiani uccisi in Nigeria dai fanatici islamici di Boko Haram (letteralmente “tutto ciò che è occidente è cattivo”), uccisi mentre pregavano o celebravano il natale. Dimentichiamo l’assassinio di don Andrea Santoro, parroco romano ucciso in Turchia al grido “Allà è grande”. Dimentichiamo Asia Bibi e tutte le donne uccise a sassate per colpe futili o senza colpe. Dimentichiamo Shahbaz Bhatti e tutti i cristiani uccisi per voler difendere la giustizia. Dimentichiamo tutti i sequestri di persone civili, i numerosi attentati alle nostre ambasciate, le bombe Kamikaze, gli attentati nelle metro di Madrid (2004. 191 morti e più di 2000 feriti) e di Londra (2005. 55 morti e 700 feriti). Dimentichiamo tutte le ragazze uccise in nome di una legge religiosa che non permette matrimoni misti. Dimentichiamo i martiri di Tibhirine (Algeria), sette monaci trappisti giustiziati da un gruppo islamico armato nel 1996, i cui corpi non sono stati mai ritrovati. Dimentichiamo la piccola sposa Rawan e tutte le bambine spose costrette alla prostituzione legalizzata. Dimentichiamo le chiese bruciate, le donne violentate in Siria e in tutti quei paesi dove nascere donne rappresenta una immensa sfortuna. Dimentichiamo il padre gesuita Paolo Dall’Oglio sequestrato dai ribelli siriani (islamici vicini ad al-Qaida) mentre trattava per liberare altri ostaggi e di cui ancora non sappiamo nulla mentre appoggiamo i suoi aguzzini. shariaLa storia, a noi, sembra non insegnare nulla. Ed è per questo che spalanchiamo le porte dei nostri paesi ai musulmani, gli costruiamo le mosche e offriamo cous-cous ai nostri figli nelle mense scolastiche, togliamo i presepi dai luoghi pubblici per non offendere chi non ci crede ed evitiamo di parlare di Gesù ai bambini per non discriminare chi pensa che Gesù non sia mai esistito. Provassimo noi a farlo a casa loro dove le, ormai poche, chiese che abbiamo ci cascano in testa mentre preghiamo, dove qualsiasi sospetto di eresia occidentalista è punito con le rigide (un eufemismo) regole della Sharia che impedisce, tra le tantissime altre cose, di credere in un altro dio che non sia il loro, pena – nel migliore dei casi – la morte. Se provassimo a farlo anche noi nei loro paesi forse, forse, ci renderemo conto del male che ci facciamo. Secondo la Sharia qualsiasi persona che parli contro loro dio dovrà subire la pena di morte e le offese possono essere di molteplice tipo, anche solo il rifiuto di adorarlo. Per questo, quando nel 2005 apparvero su un giornale danese delle vignette su Maometto, considerate offensive, ci furono rappresaglie con atti terroristici in tutto il mondo arabo contro le ambasciate occidentali e le chiese cristiane: l’offesa fu vendicata col sangue in Turchia, Siria, Somalia, Pakistan, Afghanistan, Nigeria… Di fronte a chi afferma che queste macabre e deplorevoli azioni sono da attribuire, non all’islam, ma agli islamici estremisti, mi domando sinceramente: come mai, mentre i musulmani estremisti sono temibili e pericolosi terroristi, i cristiani più radicali ed estremisti sono invece uomini e donne sante? Perchè l’islam radicale è violenza e oppressione mentre il cristianesimo radicale è amore e dono completo di sé? Forse qualcosa non va nelle strutture ontologiche più profonde della religione in questione? O forse c’è qualcosa di potenzialmente pericoloso proprio nel loro Libro? islamici armatiCosa possiamo fare di fronte a questa situazione? Non una guerra per abbassarci a diventare violenti come loro. Non uno sterminio per pagarli con la stessa moneta. Certamente una critica seria e documentata non implica né giustifica una reazione violenta ma aiuta a non continuare a coltivare false illusioni di una facile e placida convivenza civile multiculturale. Dobbiamo essere cristiani radicali e quindi perdonarli, ancora di più, amarli così come sono, accettarli con cuore aperto e spirito evangelico. Ma, se veramente vogliamo essere “astuti come serpenti”, non dobbiamo scendere a compromessi con il male; non possiamo tradire noi stessi, quello che siamo, la nostra identità più profonda, dicendo che siamo tutti uguali, che abbiamo lo stesso dio; non dobbiamo essere fessi mentre loro, a loro modo astuti, cercano di promuovere la loro causa con ogni mezzo, sottile come un ragionamento politico o rumoroso come un’auto bomba in piena città. Il nostro sfogo può essere considerato polemica sterile, ma quanto può essere ancora più sterile un dialogo univoco che dura il tempo di una conferenza o di un confronto pubblico tra le parti, per poi lasciare i cristiani in terre dell’Islam in balia alle passioni dei loro dominatori? Ma noi, oggi, alle loro offese, ai loro attacchi terroristici, alla loro infame e sanguinosa cristianofobia rispondiamo con sorrisi, bontà, accoglienza, dialogo. Forse un giorno avremo modo di renderci conto che, difronte a tutto ciò, avremmo dovuto gridare e unirci al coro dei martiri innocenti il cui sangue grida già ora verso il cielo.

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Islam, la grande contraddizione. Riflessioni religiosamente scorrette (parte 1).

preghiera_musulmani(1)Se la coscienza ha ancora qualcosa da dire all’uomo, l’esplosione di rabbia dovuta alla violenta guerra dell’Islam contro il cristianesimo non può essere soffocata da sorridenti messaggi di pace, di fratellanza e da una sorta di ecumenismo spiccio e generico. Ed è veramente difficile delineare una analisi pacata e serena che freni l’impeto dei sentimenti e la furia delle passioni.

I sorrisi, le foto rituali, le strette di mano, gli auguri reciproci e i proclami di comunione universale tra i “fratelli” cristiani e musulmani sono tutti gesti teatrali e ritualità tipici di un perbenismo religioso e politico che perde di mira la Verità per scendere a compromessi con chi invece si dice nemico nelle parole e nei fatti. E’ per questo che ho sempre diffidato di tutto ciò che riguarda un ecumenismo e un dialogo religioso dove si vuol forzatamente ridurre al minimo indispensabile quelle differenze che di fatto sono sostanziali. Un dialogo di questo tipo non è più neanche credibile. Per quale motivo si cerca in ogni modo di avvicinare, fino a voler accomunare, come fosse una medesima realtà, il cristianesimo e una religione che ha tutt’altri presupposti e tutt’altri fini? (A questo riguardo sarebbe utile leggere il libro di J. Ellul “Islam e Cristianesimo, una parentela impossibile“. Lindau 2006). Ad un occhio più attento e meno annebbiato da ideologie, sarà palese che le differenze sono estremamente sostanziali e riguardano l’essenza stessa, teologica e filosofica, di queste due millenarie realtà.

siria-chiesa-armena-cristiani-armiPurtroppo – o per fortuna? – abbiamo gli occhi coperti da fette di buonismo, non solo politico ma anche religioso, che ci impediscono di urlare di fronte agli obbrobri di questa silenziosa guerra. Forse è una fortuna e probabilmente è da considerare uno speciale dono d’amore da parte della Follia (quella follia a cui Erasmo diede voce nel suo trattato dedicato all’amico Tommaso Moro) quello di offuscare le  nostre menti, quelle dei nostri politici, dei nostri intellettuali e – ahimè – di molti nostri vescovi. Non riuscendo, nella mia ignoranza, a darmi una spiegazione plausibile di questa pazzesca follia non trovo altra risposta che pensare che questa cecità e questa sordità siano doni della Follia per evitare che ci rendiamo conto della crudeltà dell’Islam, l’arretratezza del pensiero riguardo i diritti dell’uomo e del loro odio per noi. Come a dire che da una parte sia una fortuna che nessuno si renda conto di questa contraddizione altrimenti gli animi si riscalderebbero troppo col rischio di arrivare a una rabbiosa reazione e a una guerra aperta.

spose bambineHanno la mente offuscata coloro che ancora – di fronte ai fiumi di sangue e alla negazione più totale dei diritti civili (come è normale che sia in una guerra che si definisca tale) si ostinano ancora a definire l’Islam come religione amica e a pensare che dalla loro cultura possiamo trarre qualcosa di buono. Mi tengo il cous-cous, e forse si salverà qualche poesia o trattato di medicina medievale ma per ciò che riguarda i diritti umani, la civiltà occidentale non ha nulla da imparare da popoli che ogni giorno ci dimostrano la loro crudeltà e la loro barbarie.

Gli esempi sono troppi per essere raccolti qui, ma si potrebbero scrivere diversi grossi tomi con testimonianze e fatti che dimostrano la urgente necessità che questa piaga finisca per sempre. E non so se provoca più rabbia la sanguinosa guerra contro l’uomo (e la donna) portata avanti dall’Islam più convinto oppure la complice compiacenza e l’applauso da parte del mondo occidentale e dei paesi cosiddetti laici. Forse ciò che crea più dolore è l’assordante silenzio di alcuni uomini di Chiesa ma spesso, si sà, le rappresaglie fanno paura e le dichiarazioni si mascherano sotto terminologie generiche e spesso prive di riferimenti alla realtà.

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Nel 2006 si alzò la flevile voce di Ratzinger, papa Benedetto XVI, che a Ratisbona citò un brano medievale dell’imperatore Manuele II il Paleologo in cui si criticava la violenza – “senza ragione” –  con cui l’Islam faceva proseliti (“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”). Il discorso provocò una valanga di proteste contro il papa tedesco, reo di aver citato una frase che sarebbe stato meglio tacere; una affermazione erroneamente e malignamente a lui attribuita, ma pur sempre una affermazione rigorosamente vera. Ma se a volte è lecito parlare delle vittime, è proibito parlare degli assassini, si tace lasciando le vittime “orfani di persecutori”. Come disse ironiamente Massimo Introvigne: “Chissà chi li perseguita? Ci sarà pure qualcuno che li perseguita però non si può dire, sennò quelli che li perseguitano si offendono”.

E non possiamo in nessun modo pensare di esigere che i vertici islamici chiedano perdono ai cristiani per il sangue versato, per i diritti calpestati e per il costante clima di razzismo religioso che propugnano i loro più fedeli adepti. Ciò è richiesto solo alla Chiesa Cattolica che ha dovuto più volte inchinare il capo e chiedere perdono per le colpe del passato. L’Islam non chiede perdono, né per le colpe del passato, né tantomeno per le colpe del presente, e nell’Occidente liberale e progressista nessuno esige che si diano spiegazioni.

Oggi, a dodici anni dall’attacco islamico negli Stati Uniti d’America, è indicativo che Obama voglia difendere quella banda di briganti (così li ha definiti l’ostaggio italiano Quirico, rilasciato recentemente) che in questi giorni assediano la Siria incendiando case e chiese, distruggendo villaggi, come il villaggio cristiano di Malula distrutto e saccheggiato dai ribelli amici di Obama e dell’Europa. E’ stata pubblicata, in questi giorni, una lista di chiese distrutte e bruciate a cavallo tra agosto e settembre del 2013 dai Fratelli Mussulmani: il solo scorrere la lista fa rabbrividire pensando all’odio che esiste dietro a tutto ciò, un odio gratuito che sfocia nel fuoco e nel sangue!

ISLAM

Un’altra notizia recente è la morte della piccola Rawan nello Yemen, uccisa – a soli 8 anni – da suo marito, il suo grande e grosso padrone musulmano. La triste vicenda è balzata in prima pagina nei giornali italiani ma presto ce ne dimenticheremo e torneremo a stringere la mano a un sistema religioso e politico (è la stessa cosa) dove la pedofilia è permessa e incentivata e il baratto delle bambine è oramai una vergognosa usanza tradizionale. Un matrimonio infelice – ma che dico? – , un’infanzia infelice, una vita infelice (e breve), quella della piccola Rawan, vittima di un sistema senza scrupoli, senza il lume della ragione, senza regole se non l’avidità di sesso e di denaro, senza una coscienza, senza più un dio che sia degno di quel sacro nome.

La violenza sulle donne, l’oppressione (della coscienza e del corpo) delle mogli e delle figlie, d’altronde non rappresenta un grosso problema morale per l’uomo musulmano. E’ nella natura delle cose, nel modo di pensare dell’Islam, è un fatto religioso ma anche ontologico: le donne sono strumenti di sesso, fabrica di figli, schiave utili per la pulizia della casa. Chi non ha ancora visto il film “La verità di Soraya” attenda che qualche coraggioso editore lo voglia tradurre e pubblicare e lo guardi subito! La storia è simile a quella di Asia Bibi accusata di “blasfemia” e condannata alla lapidazione (sì, il lancio di sanpietrini in faccia, per intenderci). Non dimentichiamo poi l’altro caso che ha scosso (per poco tempo) il mondo: l’omicidio del ministro Bahtti, Il ministro cattolico ucciso dagli estremisti islamici quando si impegnava per i diritti delle minoranze religiose in Pakistan. La più grave colpa del ministro Bahtti fu quella di aver spostato la causa di Asia Bibi e dei cristiani perseguitati nel suo paese: questa posizione a favore dei propri correligionari gli costò la vita.

Una bambina con suo marito-padrone

Bambina-sposa col marito-padrone

Spose bambine, lapidazioni, delitto di blasfemia, pedofilia autorizzata. Basterebbe questo per scoraggiare gli ecumenisti più convinti, i buonisti e gli “accogliamo-tutti-venite-pure”! Dovrebbe essere sufficente la storia della bimba sposa uccisa a 8 anni per spingere l’Occidente (così attento, di solito, ai diritti delle minoranze) ad aprire una inchiesta, andarare in loco, scoperchiare il tutto e far uscire il marcio che c’è sotto una spessa nube di silenzio e omertà. Ma noi continuiamo imperterriti a dire che si tratta solamente di sporadici episodi ma che – in fondo – sono nostri amici, nostri fratelli, uguali a noi.

Ma sono proprio uguali a noi? Ragionano, pensano come noi? Hanno, come spesso si afferma, lo stesso Dio? Aspirano come noi alla stessa liberta? Inizio a dubitarne, anzi, ho sempre sospettato di queste affermazioni che sanno di menzogne politiche. La stagione delle primavere arabe ha aperto una ferita nel Medio Oriente: tramite queste rivoluzioni si è risvegliato il sogno del grande regno islamico – punto di partenza per la conquista dell’Europa. Eppure l’Europa ha applaudito, approvato, lodato, sporcando di sangue la propria coscienza.

Sono rari i coraggiosi esempi di condanna che cercano di rinnovare un dialogo infetto da buonismo religiosamente corretto denunciando il vizio di fondo di una relazione in cui noi dialoghiamo e loro sparano. Così pochi giorni fa il cardinale Tauran ha affermato chiaramente ai leader musulmani la necessità di pronunciarsi seriamente su questa grave contraddizione:

Il dialogo interreligioso deve essere condotto in modo credibile. Come è possibile infatti parlare di dialogo positivo quando da una parte si parla e dall’altra si lanciano bombe nelle chiese in cui si svolgono funzioni liturgiche? È necessario che i leader musulmani siano più outspoken, più diretti, nel denunciare questi atti terroristici compiuti da loro correligionari

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