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Il chiarimento del papa: il “cristo-comunista” gli piace e accetta le correzioni!

foto Ansa

foto ©Ansa

A differenza del volo di andata verso l’Ecuador, sul volo di ritorno dallo storico e importante viaggio apostolico in sud America, papa Francesco ha risposto alle domande dei giornalisti che hanno viaggiato col pontefice. Molti i temi toccati dal Papa riguardo all’esperienza vissuta in Ecuador, Bolivia e Paraguay (ecco il testo integrale dell’intervista).

Inevitabile la domanda sulla strana e provocatoria scultura regalata a papa Francesco dal presidente bolivariano Evo Morales. Il papa ha risposto alla domanda della giornalista portoghese Aura Vistas Miguel (Miguel è il cognome!) che gli ha chiesto: “Che cosa ha provato quando ha visto quella falce e martello con Cristo sopra, offerto dal Presidente Morales? E dove è finito questo oggetto?”.

Il Santo Padre ha risposto dettagliatamente con queste parole:

Io – è curioso – non conoscevo questo, e neppure sapevo che Padre Espinal era scultore e poeta anche. L’ho saputo in questi giorni. L’ho visto e per me è stata una sorpresa. Secondo: lo si può qualificare come il genere dell’arte di protesta. Per esempio a Buenos Aires alcuni anni fa è stata fatta una mostra di uno scultore bravo, creativo, argentino. Adesso è morto. Era arte di protesta, e io ricordo un’opera che era un Cristo crocifisso che era su un bombardiere che veniva giù. Era una critica del cristianesimo che è alleato con l’imperialismo che era il bombardiere. Primo punto, quindi, non sapevo, secondo, io lo qualifico come arte di protesta che in alcuni casi può essere offensiva, in alcuni casi. Terzo, in questo caso concreto: Padre Espinal è stato ucciso nell’anno 80. Era un tempo in cui la teologia della liberazione aveva tanti filoni diversi, uno di questi era con l’analisi marxista della realtà, e Padre Espinal era apparteneva a questo. Questo sì, lo sapevo, perché in quel tempo ero rettore della facoltà teologica e si parlava tanto di questo, dei diversi filoni e di quali ne erano i rappresentanti. Nello stesso anno, il Padre Generale della Compagnia  di Gesù, Padre Arrupe, fece una lettera a tutta la Compagnia sull’analisi marxista della realtà teologica, un po’ fermando questo, dicendo: no, non va. Sono cose diverse, non va, non è giusto. E quattro anni dopo, nell’84, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblica il primo volumetto piccolino, la prima dichiarazione sulla Teologia della Liberazione, che critica questo. Poi viene il secondo, che apre prospettive più cristiane. Sto semplificando, no? Facciamo l’ermeneutica di quell’epoca. Espinal è un entusiasta di questa analisi della realtà marxista, ma anche della teologia, usando il marxismo. Da questo è venuta quest’opera. Anche le poesie di Espinal sono di quel genere di protesta, ma era la sua vita, era il suo pensiero, era un uomo speciale, con tanta genialità umana, e che lottava in buona fede. Facendo un’ermeneutica del genere io capisco quest’opera. Per me non è stata un’offesa. Ma ho dovuto dare questa ermeneutica e la dico a voi perché non ci siano opinioni sbagliate. Quest’oggetto ora lo porto con me, viene con me. (…) Il Cristo lo porto con me.

Il papa smentisce così le voci di chi, nel disperato tentativo di gettare un po’ di acqua sul fuoco, assicurava che Francesco avesse lasciato – con un gesto eloquente – il simbolo del “Cristo-Comunista” ai piedi della Vergine di Copacabana per affidare a Lei questo grave problema di confusione tra una dittatura e una filosofia omicida (che prima ha ucciso Dio e poi l’uomo) e il Redentore Gesù Cristo.

In realtà non è stato così perché al papa (che ha rifiutato l’onorificenza, come è il suo solito) la scultura non è dispiaciuta e – dopo aver fatto “l’ermeneutica di quell’epoca” – ha deciso di portare con sé il regalo come ricordo della visita al paese andino. Probabilmente c’è anche la componente affettiva per l’origine gesuita dello strano “crocifisso” che lo lega a quell’oggetto, ma è soprattutto un “ermeneutica” positiva che ha portato il Santo Padre ad apprezzare il dono di Morales.

Affermando per ben due volte che non conosceva tale scultura del padre Espinal, le parole di Francesco potrebbero smentire anche la notizia diffusa dall’agenzia Rome Reports secondo la quale il papa – ricevendo il dono – avrebbe detto a Morales “Eso no está bien” (Questo non va bene). Ma l’audio del video in questione non è chiaro e secondo un’altra versione Francesco avrebbe affermato: “No sabía eso” (Non lo conoscevo): una versione più vicina alla risposta del Santo Padre ai giornalisti.

Nessun rimprovero dunque per Evo Morales, nessun rimprovero per aver unito provocatoriamente cristianesimo e comunismo, nessun chiarimento pubblico su una questione che desta molte perplessità e lascia il campo libero a molte interpretazioni, soprattutto in mezzo al popolo boliviano che vive sotto il regime socialista di Morales: un governo cattolico di chiara ispirazione marxista. Solo una ermeneutica, cioè uno studio del con-testo storico e politico dell’epoca (non di quella attuale ma di quella del P. Espinal) che, in fine dei conti “giustifica” il goffo e imbarazzante – per molti – gesto.

Purtroppo per alcuni commentatori, che hanno voluto (in buona fede) difendere il papa attribuendoli un rifiuto del dono non confermato ne tanto meno ufficializzato, quello che per i vescovi boliviani è stato un gesto provocatorio e che molti cristiani in tutti il mondo, memori dei milioni di morti a causa della furia totalitaria comunista, hanno considerato fuori luogo, Francesco lo ha apprezzato senza problemi, in buona fede e con simpatia.

D’altronde il commento “a caldo” del portavoce della Santa Sede padre Lombardi confermava già la posizione ufficiale del Vaticano che – per forza di cose – non poteva essere diversa da quella del suo Capo di Stato: la scultura è stata considerata un simbolo di apertura e dialogo verso i poveri e gli oppressi dai sistemi di potere economici e politici, “un’immagine di incontro tra le culture”.

Un ultima curiosità: al giornalista tedesco della KNA (Ludwing Ring-Eifel) che gli domandava per quale motivo il papa parlasse solo di ricchi e poveri senza mai considerare la classe media (“la gente che lavora, che paga le tasse, la gente normale…”), il papa ha ringraziato sentitamente per “la bella correzione” considerando la questione un suo sbaglio: “Lei ha ragione, devo pensare un po’, il mondo è polarizzato. La classe media diviene più piccola. La polarizzazione tra ricchi e poveri è grande, questo è vero, e forse questo mi ha portato a non tenere conto di quello (…). Credo che Lei mi dica una cosa che devo fare, devo approfondire di più su questo. La ringrazio per la correzione. La ringrazio per l’aiuto eh?”

Il papa dunque – checché ne dicano i suoi difensori più estremi, acritici moralizzatori e i censori che non digeriscono commenti fuori dalle righe e voci fuori dal coro sul papa (quello argentino!) – possiede una grande umiltà, accetta le correzioni e capisce anche che nella scelta dei temi trattati non possiede infallibilità, figuriamoci nei gesti o nelle preferenze politiche. Lui sì, ha davvero una grande umiltà.

Viva il Papa!

Post Scriptum: Sappiamo per certo che il post sarà considerato da alcuni come una pesante accusa e una grossa offesa al Sommo Pontefice e un “autoescludersi” del sottoscritto dalla comunità ecclesiale. Sarebbe inutile (l’esperienza mi insegna) invitare a leggere questo articolo con una “ermeneutica” diversa. Qui si desidera prende atto di un fatto: che “in un mondo polarizzato”, quando ci sono di mezzo la destra e la sinistra, Francesco – che per vocazione ha scelto Cristo, il Centro – per sensibilità o affinità politica, sceglie la sinistra. Non è necessariamente una colpa (finché la Chiesa vorrà riconoscerlo)! Resta infatti insoluta la questione che nessun giornalista ha avuto il coraggio, o il permesso, di porre: e se si fosse trattato di una svastica?

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Papa Francesco: ad ogni viaggio basta la sua pena. In Bolivia nuova gaffe diplomatica

evo morales papa francescoNon mi resta che pensare che papa Francesco sia toccato dalla sfortuna durante i suoi viaggi per il mondo. Ogni volta che il pontefice argentino monta sull’aereo il destino prepara qualche gaffe pronta a fare il giro del mondo. E non si tratta dei suoi discorsi, sempre puntuali nei contesti in cui vengono pronunciati, ma di gesti e frasi che parlano più di ogni omelia e che – purtroppo – hanno avuto bisogno di didascalie e di comunicati stampa chiarificatori.

La foto di Francesco facendo le corna sorridente a Manila, assieme al cardinale Tagle, ha fatto il giro del mondo scandalizzando chi – come me – non conosceva che il comune significato di tale gesto: un simbolo satanico utilizzato dalle rock star e dalle sette sataniche per indicare ed inneggiare le corna e la coda del diavolo. Noi comuni esseri umani di media istruzione, ignorando la simbologia del linguaggio dei sordomuti, lo abbiamo visto come un gesto fuori luogo per un papa e un cardinale papabile (a detta dei media) davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo. I giornali, e i traduttori specializzati, ci hanno poi spiegato il vero (o secondo) significato del simbolo, un significato nuovo per molti, tutt’altro che satanico: un messaggio d’amore che significa letteralmente “ti amo”.

Sull’aereo che lo portò a Manila, il pontefice, commentando gli attacchi al giornale satirico Charlie Hebdo e condannando ogni tipo di offesa religiosa, affermò – per porre un limite alla esaltazione della libertà d’espressione – che ad ogni insulto contro la religione corrisponderà una reazione violenta, come se si offendesse la propria madre. Anche queste parole, pronunciate in viaggio, hanno fatto il giro del mondo provocando commenti e battute di sorta.

Al ritorno da quel viaggio un’altra frase di papa Francesco fece scalpore e scandalizzò molti: “essere cattolici non significa fare figli come conigli”. La frase – che per alcuni era chiara come l’acqua e non aveva bisogno di interpretazioni ne correzioni – destò stupore, sconcerto e scandalo in molte persone. Molti di sentirono offesi nel sentir definire la propria madre una coniglia per il fatto di avere molti fratelli (il sottoscritto è frutto di una cucciolata extra large). Altri si rallegrarono perché sollevati nella loro impossibilità biologica, economica o (senza pensare di accomunare le categorie, per carità!) nelle loro paure ed eccessi di egoismo. Vada come vada, la frase oramai l’abbiamo capita, ma anche qui si sono dovute accendere le luci, i computer e i microfoni della sala stampa per chiarire, contestualizzare, riformulare il pensiero con parole meno dure ed offensive, per proporre nuovamente il messaggio del papa: non è necessario, per entrare nel regno dei cieli, avere tantissimi figli, ma basta fare la volontà di Dio che è diversa per ogni famiglia. Detta così accontenta tutti, anche il buon Paolo VI – in quei giorni si sarà rivoltato nella tomba – che s’è giocato il pontificato, la vita e la reputazione (la sua beatificazione ha provocato malumori) su questo delicatissimo argomento su cui il linguaggio e le espressioni sono fondamentali per non svilire o fraintendere il discorso.

Ad onore di cronaca, è stato lo stesso pontefice a “correggere il tiro” pronunciando elogi per le famiglie numerose nella prima udienza utile. Si era infatti detto tristemente “sorpreso” per le reazioni delle famiglie numerose che avevano mal interpretato le sue affermazioni sui conigli.

In quei giorni ci furono molte polemiche tanto che il giornalista Giuliano Ferrara (non senza irriverenza, ma per carità, abbiate un po’ di misericordia anche per lui!) arrivò ad affermare in televisione “attendo il giorno in cui papa Francesco sull’aereo dirà ‘malimortaccitua’!”. Abbiate pietà, si riferiva a queste colorite e ingenue espressioni aeree (nel senso di ‘pronunciate ad alta quota’) del pontefice.

In questi giorni il papa ha visitato tre paesi sudamericani e, per evitare problemi ha deciso di non concedere un’altra (pericolosa) intervista in aereo. Quindi, superata senza intoppi la prima prova (quella dell’intervista in volo) senza affrontarla e la seconda (la prima tappa in Ecuador di cui il mio amico ecuatoriano Juan Francisco ci racconterà qualcosa), in Bolivia è arrivato puntuale il nuovo papal-epic-fail (per usare un linguaggio giovane e attuale derivato dal gioco del poker) ossia un intoppo epocale o errore grossolano, una gaffe o figuraccia mondiale.

Il papa ha incontrato il folklorico ed eccentrico presidente boliviano Evo Morales (il primo presidente indio, evidentemente ricco di risentimenti e sentimenti di rivalsa verso il mondo non-indio) per il consueto scambio dei doni. Quello dello scambio dei regali tra Vaticano e gli altri stati è sempre un momento curioso e simpatico perché mostra come i governi (ospitanti od ospitati) abbiano deciso di affrontare, con estrema immaginazione e creatività o con perfetta diplomazia, la difficile scelta del regalo al papa (io già ho difficoltà a scegliere il regalo per mia moglie con un budget limitato, immaginate quanto sia difficile fare un regalo al papa con copiosi fondi statali sapendo poi che si tratta solo di un dovere diplomatico!). Il Santo Padre se la cava sempre egregiamente, questa volta ha donato copie della sua nuova enciclica sull’Ecologia (scritta pensando proprio a quei paesi poveri che dell’ecologia hanno fatto una bandiera contro i “ricchi-cattivi”) e un bellissimo mosaico della Vergine Maria.

Ma ecco il regalo che non ti aspetti: l’indio regala al papa una falce ed un martello su cui riposa un Cristo morente, lo stesso simbolo riprodotto su un medaglione messo al collo del papa tra sorrisi, strette di mano e fotografie. Inevitabilmente la foto fa il giro del mondo e via alle interpretazioni. La follia del presidente Evo la conosciamo; l’ignoranza del presidente, dei suoi collaboratori e dei poverini che lo hanno votato la possiamo immaginare; quella mistura di comunismo e vangelo che dagli anni settanta ad oggi (ancora oggi, più forte di prima perché non è solo opera di preti e vescovi ma anche dello stato) stupra il Cristianesimo in America Latina ce l’abbiamo presente; ciò che non conoscevamo, noi bigotti cattolici che ancora crediamo che Gesù siamo morto in croce, è il Cristo sulla falce e il martello, il cristocomunista simbolo – ormai palese – della fede dei governi socialisti del sud America e delle Ande, i cosiddetti paesi bolivariani (di cui la Bolivia vanta il nome completo). Che non sia quello il Cristo predicato anche dai pulpiti delle chiese locali è la nostra più ottimistica speranza, ma sappiamo purtroppo che in alcune chiese da quelle parti si predica, con il Vangelo in una mano e il martello nell’altra, il vangelo del “Che” e non quello di Cristo.

La foto del macabro e blasfemo scambio ha fatto il giro del mondo, e sorprende che Francesco, così allergico alle cerimonie rituali, al bon-ton diplomatico e alle scalette prestabilite, così alla mano, così diretto e così eccellentemente fuori dalle righe, non abbia rifiutato – sul momento – il regalo e il ciondolo messogli al collo, un gesto che sarebbe stato molto più eloquente del “no està bien eso” detto – secondo gli acuti orecchi dei giornalisti – davanti alle telecamere e ai lontani microfoni presenti in sala (secondo altri avrebbe detto “no sabía eso“). Sappiamo però che se il papa si fosse lasciato andare ai suoi istinti (ricordate la storia della mamma e del pugno?) quel martello avrebbe fatto una brutta fine fracassato sulla testa del simpatico indigeno. Ma poi, ve le immaginate le conseguenze politiche di tale – pur nobilissimo – gesto?

Quindi, avrà velocemente pensato Francesco, meglio smentire una volta per tutte la storia delle offese alla religione che meritano un pugno (tanto, chi se la ricorda più?), sorvolando sul Cristo violentato e insultato, e portare a buon fine il viaggio che in Paraguay (e a Roma) mi aspettano vivo.

Fatto sta che, accettato il regalo non gradito (la faccia del papa era visibilmente scossa alla vista di quella scultura), ora qualcuno (la gente normale di media istruzione, non siamo tutti analisti, politici, teologi e vaticanisti) potrebbe rimanere scioccato; scandalizzato da quelle immagini, qualcuno vedendo il proprio Dio ridicolizzato ancora una volta senza un chiaro contraddittorio, vendendo questo atto dissacratorio ed irriverente di vilipendio religioso potrebbe sentirsi ferito.

Sotto quel simbolo della falce e del martello molte persone in diversi paesi del mondo (dalla Russia, alla Cambogia, dalla Korea alla Bulgaria, dall’Albania alla Cina, dalla Cecoslovacchia a Cuba e al Venezuela) hanno visto i loro cari e i loro concittadini – le vittime si contano a milioni – scomparire, venire deportati, condannati ai lavori forzati, violentati, privati della dignità e morire violentemente. In tutto il mondo, su queste stragi vige un silenzio complice: basti vedere la quantità industriale di film, libri, studi, giornate della memoria, proclami e targhe prodotte contro la dittatura nazi-fascista: nulla comparabile è stato fatto riguardo alle stragi “rosse”. (Ricorderò sempre la targa all’ingresso della facoltà di Lettere e Filosofia della Terza Università di Roma che si proclama compatta contro il nazismo lasciando libera scelta sulle dittature di segno opposto).

Provate ad immaginare cosa fosse successo se un qualsiasi governo di destra avesse regalato al papa una scultura con un Cristo appeso ad una svastica (che è più simile ad una croce rispetto a una falce essendo, in effetti, una croce celtica!): si sarebbe scatenato un serio incendio diplomatico e la Chiesa sarebbe stata coinvolta in una polemica senza fine. Tutti abbiamo visto le immagini di Giovanni Paolo II assieme al generale cileno Pinochet utilizzate per denunciare una connivenza tra il Vaticano e le dittature di destra. Le immagini del papa con Fidel Castro, con Chavez, con Maduro e con Evo Morales, dittatori dal segno politico opposto, non rischieranno i questo senso di venire strumentalizzate.

C’è però un problema con quella sconcertante statuina made in Bolivia. L’immagine di Gesù morto sulla falce e il martello che passa dalla mano di un fervente cattolico latinoamericano a quelle del successore di Pietro, è l’ennesimo chiodo sul corpo del Salvatore che di offese e di colpi ne riceve ogni giorno tanti e diversificati. Rivela però una piaga tristemente diffusa nel nuovo continente. Per molto tempo in America Latina la Chiesa è stata abbagliata da teorie teolopolitiche frutto della cosiddetta Teologia della Liberazione, chi si è opposto alle derive marxiste di tali posizioni teologiche socialiste è stato duramente attaccato e accusato di essere lontano dal popolo e schiavo del Vaticano. Impunemente molti teologi latinoamericani hanno implicitamente rifiutato l’elezione al soglio pontificio del card. Ratzinger, reo di aver condannato le posizioni più estreme della TDL. Ora con il papa Francesco, coloro che quarant’anni fa fondarono questa corrente di pensiero, hanno rialzato la voce, alcuni di loro hanno scritto e dialogato con Francesco, lo hanno visitato, hanno offerto conferenze in Vaticano, concesso interviste alla Radio Vaticana e presentato testi di teologia nella Sala Stampa Vaticana.

L’impressione è che, dopo gli anni bui di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il papa argentino – questo sì, vicino ai poveri e agli oppressi – abbia finalmente riabilitato la TDL e sdoganato i suoi autori vittime della gogna del Santa Inquisizione. Il commento sembra comico e burlesco, ma le cose stanno così, basti leggere qualche scritto di Gutierrez, Boff e compagni (e il termine appropriato). E’ dunque più che mai necessario e urgente che il papa approfitti dell’imbarazzante episodio avvenuto con Evo Morales per prendere al volo l’occasione e chiarire la posizione della Chiesa Cattolica su questo tema sempre così attuale in quei paesi.

Il papa il giorno dopo l’imbarazzante fatto, ha tuonato contro le “ideologie” che abbagliano mentre solo la fede illumina. A nostro avviso però sarà facile per il simpatico presidente indio pensare alle ideologie di destra, ai potenti imperi economici, alle nazioni capitaliste, agli Stati Uniti, insomma alle ideologie degli altri. Forse per persone semplici come Evo e i suoi, sarebbe meglio parlare di falci, martelli, di comunismo, di socialismo e chiarire che tra Cristo e Beliar non ci può essere nessun accordo.

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

In ultima ora, padre Federico Lombardi (co-protagonista ed eroe di questo travagliato pontificato perché costantemente chiamato a spiegare, chiarire, sottotitolare e tradurre questi gesti e frasi che spesso creano tanta confusione) ha affermato, in un comunicato stampa che getta acqua sul fuoco, che la strana immagine donata al papa, a detta dei gesuiti boliviani, è stata ideata da un sacerdote gesuita spagnolo, Luis Espinal, il “Romero boliviano” ucciso nel 1980 dall’esercito del governo dittatoriale per aver difeso la libertà dei poveri e dei minatori. Ma Lombardi ha anche affermato che tale simbologia non indica necessariamente un legame ideologico tra il cristianesimo di quel sacerdote e il comunismo ma che potrebbe significare una “apertura al dialogo che si doveva vivere con tutte le persone che si impegnavano per cercare la libertà e la giustizia”.

Qualcuno ha definito l’intervento del portavoce vaticano “una toppa peggiore del buco”. Ora sì che un pronunciamento chiarificatore da parte di papa Francesco sarebbe più che urgente, necessario. Anche se, per una volta, il gatto non verrà accarezzato nel verso del pelo.

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