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Il Papa in Cile, i frutti del secolarismo spinto e la profezia di Benedetto XVI

Aleteia – Secondo quanto riportato dal quotidiano cileno La Tercera, i vaticanisti che abitualmente accompagnano Papa Francesco nei suoi viaggi sono rimasti “sorpresi” per la fredda accoglienza riservata al Pontefice dalla popolazione cilena durante il suo 22° Viaggio Apostolico (15-18 gennaio 2018).

Nessuna folla oceanica per il Santo Padre

Secondo LaTercera (uno dei quotidiani più diffusi in Cile, di stampo nettamente conservatore) il mancato entusiasmo verso il papa in Cile è stato palese negli incontri pubblici dove l’affluenza si è rivelata nettamente inferiore alle aspettative degli organizzatori.

La spianata di Maquehue (Temuco) dove papa Francesco ha celebrato la seconda messa del suo viaggio in Cile, era attrezzata per ospitare circa 400mila persone. Alla fine, secondo i dati che il comitato organizzatore ha ricevuto dalla polizia, i partecipanti sono stati circa la metà.

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SOS Venezuela: gravissima crisi umanitaria a causa del socialismo

bebes-venezolanosFinalmente i giornali italiani si sono accorti della grave crisi umanitaria che negli ultimi anni sta attraversando il Venezuela schiacciato dal peso dell’ideologia socialista.

L’immagine dei neonati costretti a dormire nelle scatole di cartone per mancanza di culle ha fatto il giro del mondo in poche ore grazie ai social network: impossibile ora chiudere gli occhi. E se l’articolo può portare molti “click” ecco un buon motivo per parlare (finalmente!) di ciò che sta succedendo nel paese andino governato Maduro, leader socialista che ha messo in ginocchio i suoi concittadini.

LE FOTO

Le foto dei neonati sono state scattate nell’Ospedale “Doctor Domingo Guzmán Lander“, della città venezuelana di Barcelona (nella regione di Anzoátegui, nel nord del paese) e pubblicate su Facebook. A diffonderle su Twitter è stato l’avvocato Manuel Ferreira direttore del centro in difesa dei Diritti Umani della MDU (Mesa de Unidad Democratica) della regione. L’avvocato e professore universitario ha recentemente presentato a Miami un rapporto intitolato “Venezuela sotto dittatura: sangue, fame e miseria” raccontando le gravi violazioni dei diritti umani subite dai suoi connazionali.

Le foto incriminate hanno scatenato l’ennesima polemica nazionale. Il governo (che da anni soffre una sindrome di persecuzione ad opera di sedicenti “capitalisti” ed “imperialisti” statunitensi ed europei) ha denunciato un “attacco gravissimo contro il sistema sanitario nazionale” mentre l’ospedale ha dichiarato che gli scatti sono “falsi” e aperto un inchiesta per punire i colpevoli. Colpevole, a quanto pare, sarebbe un infermiera che ha documentato la mancanza di medicine, di culle e di igiene dentro l’ospedale.

MANCA TUTTO: DALLE MEDICINE AL SAPONE

venezuela-medicinasLa notizia della mancanza di culle adatte ai neonati non deve però sorprendere. Da tempo si sa che in Venezuela si rischia di morire per un’influenza, che gli antibiotici sono introvabili così come i farmaci per il controllo della pressione. Le notizie sono su internet, sui blog dei “dissidenti”, sui giornali non allineati che rischiano la chiusura per “complotto” contro il governo bolivariano. Sui nostri giornali non se ne parla, le notizie sono veicolate, tagliate, sminuite, censurate per non “interferire” in affari altrui, per non rimanere invisi al governo di Maduro (sono pur sempre compagni di sinistra, no? Adelante allora!).

Su questo blog abbiamo riportato la traduzione integrale della “Lettera a tutti i democratici” scritta dall’avversario politico n° 1, Leopoldo Lopez, nel carcere di massima sicurezza di Caracas dove è recluso per aver manifestato contro il regime. “Quien se cansa pierde“, Chi si stanca è perduto, è il motto di Leopoldo e dei suoi. In Venezuela però il problema non è stancarsi ma perdere la speranza, la gioia di vivere… il problema è morire. Si muore per poco, si muore poco a poco.

Solo i militari e gli imprenditori fedeli al governo possono accedere alla compravendita di dollari nel mercato nero a prezzi stracciati, godendo di benefici impensabili per il popolo e avendo libero accesso al mercato internazionale.

Mi raccontano che un medicinale per l’artrosi, lo scorso anno si poteva acquistare per pochi bolivares nelle farmacie venezuelane; ora però è introvabile in tutto il paese mentre si può “comodamente” acquistare alla frontiera con la Colombia per un prezzo quadruplicato.

Mi raccontano di alcuni sacerdoti religiosi italiani che dovendo recarsi in visita in Venezuela hanno chiesto ai loro confratelli se avevano bisogno di qualcosa dall’Italia, la risposta ha spiazzato i preti italiani: “portateci deodorante e saponette”.

Così è ridotto uno dei paesi più ricchi del sud America, piegato dalla sete di potere e dall’avidità di una banda di briganti che ora detiene il potere con la forza e la corruzione.

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Papa Francesco: ad ogni viaggio basta la sua pena. In Bolivia nuova gaffe diplomatica

evo morales papa francescoNon mi resta che pensare che papa Francesco sia toccato dalla sfortuna durante i suoi viaggi per il mondo. Ogni volta che il pontefice argentino monta sull’aereo il destino prepara qualche gaffe pronta a fare il giro del mondo. E non si tratta dei suoi discorsi, sempre puntuali nei contesti in cui vengono pronunciati, ma di gesti e frasi che parlano più di ogni omelia e che – purtroppo – hanno avuto bisogno di didascalie e di comunicati stampa chiarificatori.

La foto di Francesco facendo le corna sorridente a Manila, assieme al cardinale Tagle, ha fatto il giro del mondo scandalizzando chi – come me – non conosceva che il comune significato di tale gesto: un simbolo satanico utilizzato dalle rock star e dalle sette sataniche per indicare ed inneggiare le corna e la coda del diavolo. Noi comuni esseri umani di media istruzione, ignorando la simbologia del linguaggio dei sordomuti, lo abbiamo visto come un gesto fuori luogo per un papa e un cardinale papabile (a detta dei media) davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo. I giornali, e i traduttori specializzati, ci hanno poi spiegato il vero (o secondo) significato del simbolo, un significato nuovo per molti, tutt’altro che satanico: un messaggio d’amore che significa letteralmente “ti amo”.

Sull’aereo che lo portò a Manila, il pontefice, commentando gli attacchi al giornale satirico Charlie Hebdo e condannando ogni tipo di offesa religiosa, affermò – per porre un limite alla esaltazione della libertà d’espressione – che ad ogni insulto contro la religione corrisponderà una reazione violenta, come se si offendesse la propria madre. Anche queste parole, pronunciate in viaggio, hanno fatto il giro del mondo provocando commenti e battute di sorta.

Al ritorno da quel viaggio un’altra frase di papa Francesco fece scalpore e scandalizzò molti: “essere cattolici non significa fare figli come conigli”. La frase – che per alcuni era chiara come l’acqua e non aveva bisogno di interpretazioni ne correzioni – destò stupore, sconcerto e scandalo in molte persone. Molti di sentirono offesi nel sentir definire la propria madre una coniglia per il fatto di avere molti fratelli (il sottoscritto è frutto di una cucciolata extra large). Altri si rallegrarono perché sollevati nella loro impossibilità biologica, economica o (senza pensare di accomunare le categorie, per carità!) nelle loro paure ed eccessi di egoismo. Vada come vada, la frase oramai l’abbiamo capita, ma anche qui si sono dovute accendere le luci, i computer e i microfoni della sala stampa per chiarire, contestualizzare, riformulare il pensiero con parole meno dure ed offensive, per proporre nuovamente il messaggio del papa: non è necessario, per entrare nel regno dei cieli, avere tantissimi figli, ma basta fare la volontà di Dio che è diversa per ogni famiglia. Detta così accontenta tutti, anche il buon Paolo VI – in quei giorni si sarà rivoltato nella tomba – che s’è giocato il pontificato, la vita e la reputazione (la sua beatificazione ha provocato malumori) su questo delicatissimo argomento su cui il linguaggio e le espressioni sono fondamentali per non svilire o fraintendere il discorso.

Ad onore di cronaca, è stato lo stesso pontefice a “correggere il tiro” pronunciando elogi per le famiglie numerose nella prima udienza utile. Si era infatti detto tristemente “sorpreso” per le reazioni delle famiglie numerose che avevano mal interpretato le sue affermazioni sui conigli.

In quei giorni ci furono molte polemiche tanto che il giornalista Giuliano Ferrara (non senza irriverenza, ma per carità, abbiate un po’ di misericordia anche per lui!) arrivò ad affermare in televisione “attendo il giorno in cui papa Francesco sull’aereo dirà ‘malimortaccitua’!”. Abbiate pietà, si riferiva a queste colorite e ingenue espressioni aeree (nel senso di ‘pronunciate ad alta quota’) del pontefice.

In questi giorni il papa ha visitato tre paesi sudamericani e, per evitare problemi ha deciso di non concedere un’altra (pericolosa) intervista in aereo. Quindi, superata senza intoppi la prima prova (quella dell’intervista in volo) senza affrontarla e la seconda (la prima tappa in Ecuador di cui il mio amico ecuatoriano Juan Francisco ci racconterà qualcosa), in Bolivia è arrivato puntuale il nuovo papal-epic-fail (per usare un linguaggio giovane e attuale derivato dal gioco del poker) ossia un intoppo epocale o errore grossolano, una gaffe o figuraccia mondiale.

Il papa ha incontrato il folklorico ed eccentrico presidente boliviano Evo Morales (il primo presidente indio, evidentemente ricco di risentimenti e sentimenti di rivalsa verso il mondo non-indio) per il consueto scambio dei doni. Quello dello scambio dei regali tra Vaticano e gli altri stati è sempre un momento curioso e simpatico perché mostra come i governi (ospitanti od ospitati) abbiano deciso di affrontare, con estrema immaginazione e creatività o con perfetta diplomazia, la difficile scelta del regalo al papa (io già ho difficoltà a scegliere il regalo per mia moglie con un budget limitato, immaginate quanto sia difficile fare un regalo al papa con copiosi fondi statali sapendo poi che si tratta solo di un dovere diplomatico!). Il Santo Padre se la cava sempre egregiamente, questa volta ha donato copie della sua nuova enciclica sull’Ecologia (scritta pensando proprio a quei paesi poveri che dell’ecologia hanno fatto una bandiera contro i “ricchi-cattivi”) e un bellissimo mosaico della Vergine Maria.

Ma ecco il regalo che non ti aspetti: l’indio regala al papa una falce ed un martello su cui riposa un Cristo morente, lo stesso simbolo riprodotto su un medaglione messo al collo del papa tra sorrisi, strette di mano e fotografie. Inevitabilmente la foto fa il giro del mondo e via alle interpretazioni. La follia del presidente Evo la conosciamo; l’ignoranza del presidente, dei suoi collaboratori e dei poverini che lo hanno votato la possiamo immaginare; quella mistura di comunismo e vangelo che dagli anni settanta ad oggi (ancora oggi, più forte di prima perché non è solo opera di preti e vescovi ma anche dello stato) stupra il Cristianesimo in America Latina ce l’abbiamo presente; ciò che non conoscevamo, noi bigotti cattolici che ancora crediamo che Gesù siamo morto in croce, è il Cristo sulla falce e il martello, il cristocomunista simbolo – ormai palese – della fede dei governi socialisti del sud America e delle Ande, i cosiddetti paesi bolivariani (di cui la Bolivia vanta il nome completo). Che non sia quello il Cristo predicato anche dai pulpiti delle chiese locali è la nostra più ottimistica speranza, ma sappiamo purtroppo che in alcune chiese da quelle parti si predica, con il Vangelo in una mano e il martello nell’altra, il vangelo del “Che” e non quello di Cristo.

La foto del macabro e blasfemo scambio ha fatto il giro del mondo, e sorprende che Francesco, così allergico alle cerimonie rituali, al bon-ton diplomatico e alle scalette prestabilite, così alla mano, così diretto e così eccellentemente fuori dalle righe, non abbia rifiutato – sul momento – il regalo e il ciondolo messogli al collo, un gesto che sarebbe stato molto più eloquente del “no està bien eso” detto – secondo gli acuti orecchi dei giornalisti – davanti alle telecamere e ai lontani microfoni presenti in sala (secondo altri avrebbe detto “no sabía eso“). Sappiamo però che se il papa si fosse lasciato andare ai suoi istinti (ricordate la storia della mamma e del pugno?) quel martello avrebbe fatto una brutta fine fracassato sulla testa del simpatico indigeno. Ma poi, ve le immaginate le conseguenze politiche di tale – pur nobilissimo – gesto?

Quindi, avrà velocemente pensato Francesco, meglio smentire una volta per tutte la storia delle offese alla religione che meritano un pugno (tanto, chi se la ricorda più?), sorvolando sul Cristo violentato e insultato, e portare a buon fine il viaggio che in Paraguay (e a Roma) mi aspettano vivo.

Fatto sta che, accettato il regalo non gradito (la faccia del papa era visibilmente scossa alla vista di quella scultura), ora qualcuno (la gente normale di media istruzione, non siamo tutti analisti, politici, teologi e vaticanisti) potrebbe rimanere scioccato; scandalizzato da quelle immagini, qualcuno vedendo il proprio Dio ridicolizzato ancora una volta senza un chiaro contraddittorio, vendendo questo atto dissacratorio ed irriverente di vilipendio religioso potrebbe sentirsi ferito.

Sotto quel simbolo della falce e del martello molte persone in diversi paesi del mondo (dalla Russia, alla Cambogia, dalla Korea alla Bulgaria, dall’Albania alla Cina, dalla Cecoslovacchia a Cuba e al Venezuela) hanno visto i loro cari e i loro concittadini – le vittime si contano a milioni – scomparire, venire deportati, condannati ai lavori forzati, violentati, privati della dignità e morire violentemente. In tutto il mondo, su queste stragi vige un silenzio complice: basti vedere la quantità industriale di film, libri, studi, giornate della memoria, proclami e targhe prodotte contro la dittatura nazi-fascista: nulla comparabile è stato fatto riguardo alle stragi “rosse”. (Ricorderò sempre la targa all’ingresso della facoltà di Lettere e Filosofia della Terza Università di Roma che si proclama compatta contro il nazismo lasciando libera scelta sulle dittature di segno opposto).

Provate ad immaginare cosa fosse successo se un qualsiasi governo di destra avesse regalato al papa una scultura con un Cristo appeso ad una svastica (che è più simile ad una croce rispetto a una falce essendo, in effetti, una croce celtica!): si sarebbe scatenato un serio incendio diplomatico e la Chiesa sarebbe stata coinvolta in una polemica senza fine. Tutti abbiamo visto le immagini di Giovanni Paolo II assieme al generale cileno Pinochet utilizzate per denunciare una connivenza tra il Vaticano e le dittature di destra. Le immagini del papa con Fidel Castro, con Chavez, con Maduro e con Evo Morales, dittatori dal segno politico opposto, non rischieranno i questo senso di venire strumentalizzate.

C’è però un problema con quella sconcertante statuina made in Bolivia. L’immagine di Gesù morto sulla falce e il martello che passa dalla mano di un fervente cattolico latinoamericano a quelle del successore di Pietro, è l’ennesimo chiodo sul corpo del Salvatore che di offese e di colpi ne riceve ogni giorno tanti e diversificati. Rivela però una piaga tristemente diffusa nel nuovo continente. Per molto tempo in America Latina la Chiesa è stata abbagliata da teorie teolopolitiche frutto della cosiddetta Teologia della Liberazione, chi si è opposto alle derive marxiste di tali posizioni teologiche socialiste è stato duramente attaccato e accusato di essere lontano dal popolo e schiavo del Vaticano. Impunemente molti teologi latinoamericani hanno implicitamente rifiutato l’elezione al soglio pontificio del card. Ratzinger, reo di aver condannato le posizioni più estreme della TDL. Ora con il papa Francesco, coloro che quarant’anni fa fondarono questa corrente di pensiero, hanno rialzato la voce, alcuni di loro hanno scritto e dialogato con Francesco, lo hanno visitato, hanno offerto conferenze in Vaticano, concesso interviste alla Radio Vaticana e presentato testi di teologia nella Sala Stampa Vaticana.

L’impressione è che, dopo gli anni bui di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il papa argentino – questo sì, vicino ai poveri e agli oppressi – abbia finalmente riabilitato la TDL e sdoganato i suoi autori vittime della gogna del Santa Inquisizione. Il commento sembra comico e burlesco, ma le cose stanno così, basti leggere qualche scritto di Gutierrez, Boff e compagni (e il termine appropriato). E’ dunque più che mai necessario e urgente che il papa approfitti dell’imbarazzante episodio avvenuto con Evo Morales per prendere al volo l’occasione e chiarire la posizione della Chiesa Cattolica su questo tema sempre così attuale in quei paesi.

Il papa il giorno dopo l’imbarazzante fatto, ha tuonato contro le “ideologie” che abbagliano mentre solo la fede illumina. A nostro avviso però sarà facile per il simpatico presidente indio pensare alle ideologie di destra, ai potenti imperi economici, alle nazioni capitaliste, agli Stati Uniti, insomma alle ideologie degli altri. Forse per persone semplici come Evo e i suoi, sarebbe meglio parlare di falci, martelli, di comunismo, di socialismo e chiarire che tra Cristo e Beliar non ci può essere nessun accordo.

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

Amico di Espinal mostra il disegno originale del padre gesuita

In ultima ora, padre Federico Lombardi (co-protagonista ed eroe di questo travagliato pontificato perché costantemente chiamato a spiegare, chiarire, sottotitolare e tradurre questi gesti e frasi che spesso creano tanta confusione) ha affermato, in un comunicato stampa che getta acqua sul fuoco, che la strana immagine donata al papa, a detta dei gesuiti boliviani, è stata ideata da un sacerdote gesuita spagnolo, Luis Espinal, il “Romero boliviano” ucciso nel 1980 dall’esercito del governo dittatoriale per aver difeso la libertà dei poveri e dei minatori. Ma Lombardi ha anche affermato che tale simbologia non indica necessariamente un legame ideologico tra il cristianesimo di quel sacerdote e il comunismo ma che potrebbe significare una “apertura al dialogo che si doveva vivere con tutte le persone che si impegnavano per cercare la libertà e la giustizia”.

Qualcuno ha definito l’intervento del portavoce vaticano “una toppa peggiore del buco”. Ora sì che un pronunciamento chiarificatore da parte di papa Francesco sarebbe più che urgente, necessario. Anche se, per una volta, il gatto non verrà accarezzato nel verso del pelo.

Annullato l’incontro tra Maduro e Francesco: il comandante ha il raffreddore

MaduroDoveva arrivare a San Pietro domenica 7 giugno, per incontrare papa Francesco, ma all’ultimo momento Maduro ha cancellato l’incontro “per motivi di salute”.

Il presidente venezolano, o meglio il leader della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ha accusato “influenza”, “otite” e “forte virosi” e si è scusato per non poter rispettare l’appuntamento preso con il Santo Padre e con lo Stato del Vaticano. Qualcuno parla di “malattia diplomatica” perché l’incontro con Francesco rappresentava – per il popolo e per l’opposizione – l’ultima speranza per tentare di risolvere la situazione di crisi sempre più cupa (dal punto di vista economico e politico) in cui vive il paese sudamericano. Secondo l’opposizione, rinunciare a un incontro col Santo Padre per un raffreddore è chiaramente una “scusa finta e povera”.

In Venezuela vige una forma di repubblica socialista e rivoluzionaria da anni succube di un regime dittatoriale, ora guidato dal comandante Nicolas Maduro erede legittimo del trono di Hugo Chavez che prima di morire, nel 2013, lo designò personalmente per continuare la sua opera rivoluzionaria di socialismo reale di stampo marxista. Il regime detiene in carcere diversi “avversari politici” condannati per delitti come “cospirazione contro la repubblica bolivariana”, contro la pace del paese, accusati di destabilizzazione o guerra economica.

Al momento si contano circa 77 detenuti politici, la maggior parte di loro arrestati senza prove né accuse fondate: tra di loro (oltre il sindaco di Caracas Antonio Ledezma in carcere dal 19 febbraio per cospirazione contro il governo) spicca il nome di Leopoldo Lopez, il coraggioso leader dell’opposizione detenuto nel febbraio del 2014 per aver guidato una manifestazione pubblica contro il regime (costata la vita a 43 persone). Contro l’arresto di Lopez si sono pronunciate diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch. Anche l’ONU ha chiesto al governo venezuelano “pene adeguate” per gli oppositori politici, ma Maduro non ha nessuna intenzione di allentare la repressione esercitata tramite la forza militare. Attualmente in carcere, Daniel Ceballos – ex sindaco di San Cristobal – e Leopoldo Lopez sono da circa due settimane in sciopero della fame per richiedere la liberazione dei 77 prigionieri politici, la fine delle repressioni e della venezuela san pietrocensura contro i mezzi di comunicazione. Al momento, sono più di 32 i cittadini venezuelani in sciopero della fame da diversi giorni (tra i quali diversi politici, studenti, giornalisti); due di loro, due consiglieri comunali di San Cristobal, hanno compiuto un viaggo a Roma, fino a piazza San Pietro, in attesa dell’incontro tra il loro presidente e il papa Francesco (foto) cancellato all’ultimo momento.

Dall’inizio dello scorso anno, a causa delle numerose manifestazioni popolari represse col sangue dall’esercito, il governo di Maduro ha proibito ogni dimostrazione popolare e manifestazione mentre – dal canto suo – ha continuato ad organizzare cortei e marce che appoggiano il suo operato.

Il governo venezuelano detiene il controllo di radio e televisione grazie alla “Legge di Responsabilità Sociale in radio e televisione“, approvata dall’Assemblea Nazionale Venezuelana nel 2004, che impone regole di comportamento volte ad esaltare la patria ed a censurare ogni tipo di opposizione, protesta o influenza internazionale. L’inno nazionale obbligatorio all’inizio e alla fine delle programmazioni, l’uso esclusivo di programmi, musica, film, documentari nazionali, l’inserimento obbligatorio nei palinsesti di programmi culturali, la proibizione delle lingue straniere, la proibizione di pubblicità di prodotti esteri, il blocco di canali internazionali, sono solo alcune delle ferree regole a cui TV e radio devono sottostare per non inimicarsi il governo. Due grandi canali dell’opposizione (Globovisión e RCTV) sono stati obbligati ad autocensurarsi e – finalmente – a cambiare proprietà, accusati dal governo di istigare alla violenza e all’odio.

Gli ultimi mesi hanno visto aumentare esponenzialmente il clima di violenza, repressione e censura. A nulla sono servite le molte manifestazioni nazionali ed internazionali (anche da parte di venezuelani residenti all’estero) per implorare il ristabilimento della pace e della legalità in un paese immerso nel caos più totale. La delinquenza, i traffici illeciti, il contrabbando, la corruzione e l’illegalità sono alcune conseguenze delle politiche economiche del governo che – tra le altre misure stataliste – gestisce arbitrariamente il valore della moneta nazionale, il bolivar, impedendo il libero commercio e le importazioni e soffocando i cittadini e le società straniere presenti nel territorio nazionale.

venezuela supermercadoIl paese sudamericano affronta un periodo di grave crisi economica dovuto alla mancanza di generi alimentari di prima necessità. Pur essendo uno dei paesi più ricchi della zona per le riserve d’oro e i giacimenti di petrolio,  in Venezuela si soffre la fame perché le politiche del governo socialista hanno provocato gravissimi danni nell’economia reale mettendo in seria difficoltà le famiglie venezuelane. Si parla di una inflazione pari al 64% nel 2014, una percentuale che ha già superato il 70% nel 2015 e che si prevede un rialzo fino al 97% per la fine dell’anno. I supermercati sono vuoti e sono ormai comuni le lunghissime code che si formano davanti ai negozi per avere razioni di pane, latte e generi di prima necessità (si è arrivati a file di 2 km  che richiedono dalle tre alle dodici ore di attesa). Nelle città manca anche la carta igienica, il sapone, detersivi e altri prodotti di uso quotidiano; spesso anche l’energia elettrica e l’utilizzo della rete internet viene limitato. Anche le case editrici si vedono costrette a limitare le loro pubblicazioni per mancanza di materia prima (la carta scarseggia e sono bloccate tutte importazioni dall’estero).

Molti negozi, supermercati, farmacie e altre attività private sono state sequestrate dallo stato. La catena di supermercati Dia a Dia è attualmente presidiata dall’Esercito Bolivariano (che organizza le file per l’acquisto e distribuzione dei beni di prima necessità) dopo che il suo proprietario venisse arrestato con l’accusa di “boicottaggio e destabilizzazione dell’economia”. Stessa sorte hanno subito le farmacie Farmatodo (167 punti vendita nel paese) con l’arresto di diversi dirigenti annunciato dallo stesso presidente Maduro. Queste iniziative fanno parte della cosidetta “guerra economica” contro il neo-liberalismo e l’ingerenza di capitale straniero; la strategia del governo ha portato a diverse azioni di espropriazione di attività e di proprietà privata da parte della polizia e dell’esercito. Ora, nel paese sono in tanti a darsi al mercato nero del contrabbando acquistando illegalmente alimenti e prodotti di prima necessità (attraverso codici fiscali falsi) per rivenderli a un prezzo triplicato (i cosiddetti “bachaqueros”).

In una recente intervista, il vescovo di Los Teques mons Freddy Fuenmayor ha parlato di “pseudo democrazia” in un paese vittima della fame e della violenza: “La giornata del venezuelano trascorre nella ricerca dei prodotti per rispondere alle principali necessità alimentari. C’è carenza di prodotti, la gente deve fare lunghe file per trovare il cibo. Non è accettabile questa situazione in un paese come il Venezuela che dovrebbe produrre in abbondanza. Ci troviamo male. I giovani hanno perso la speranza, non trovano lavoro, si sentono soffocati dall’attuale situazione politica, molti vogliono andare via”

Lilian_Tintori_with_Venezuelan_FlagL’aumento della criminalità è vertiginoso, il Venezuela ha chiuso il 2014 al secondo posto tra i paesi con maggior indice di criminalità in tutto il mondo; le statistiche parlano di una media di circa 80 omicidi ogni 100mila abitanti nella capitale Caracas (altre statistiche riportano cifre superiori).

Nonostante questo agghiacciante scenario degno di una guerra civile, il modello venezuelano è visto da molti come un ideale di democrazia e di lotta anti-capitalista da esportare in altri paesi. A questo riguardo sono sorprendenti le dichiarazioni di Pablo Iglesias, leader del partito di sinistra Podemos in Spagna, che ha più volte indicato il Venezuela come un modello da seguire, “un modello democratico” di giustizia sociale e di aiuto ai poveri da cui l’Europa avrebbe molto da imparare.

In questi giorni Maduro ha annunciato tramite TV l’avvento di “un tempo di massacro e morte” se la rivoluzione bolivariana dovesse fallire per lasciare spazio al “ritorno dell’imperialismo”.

Ora che il popolo è esasperato e stretto nella morsa della fame e dell’insicurezza, le speranze del Venezuela erano riposte nel papa Francesco che, come ha affermava mons. Roberto Lückert, archivescovo di Coro, avrebbe dato “qualche orientamento che il presidente dovrà necessariamente ascoltare”. Il vescovo, che ha più volte denunciato la mancanza di democrazia e lo stato dittatoriale del paese, ha recentemente incontrato il papa a Roma e ha rivelato la preoccupazione del pontefice per la situazione di estrema violenza in cui verte il paese e la realtà dei prigionieri politici. Anche l’arcivescovo di Caracas, il cardinale Jorge Urosa Savino ha denunciato arresti e violenze ingiustificate da parte del governo.

L’opposizione aveva organizzato diverse iniziative nelle chiese venezuelane, a 24 ore dell’incontro tra Maduro e Francesco, per chiedere al pontefice di mediare per la liberazione dei prigionieri politici; gli organizzatori hanno parlato di una iniziativa non politica ma religiosa, chiedendo al popolo di pregare per l’efficacia di questo importante incontro.

Non è semplice capire la situazione del Venezuela vivendo in paesi dove vengono ancora rispettati i diritti umani e le libertà fondamentali, ma la povertà e la mancanza di cibo sta mettendo in ginocchio un paese innocente sacrificato dall’ideologia paranoica di un partito, in ossequio a ideali lontani dalla realtà. Lo scorso anno, un programma della televisione spagnola Antena Tres (“Tierra hostil”) ha proposto al pubblico le desolanti immagini delle file per avere del cibo ed ha portato le telecamere dentro i negozi venezuelani tra gli scaffali vuoti e i silenzi imbarazzati dei commercianti che non potevano servire, caffè, latte, scarpe nè medicine ma non avevano il coraggio di parlarne apertamente per paura della repressione (qui il video).

 

Panama il paese dei primati: dalla ferrovia alla metro (passando per il canale)

americaAl di là dell’oceano Atlantico, a circa 10mila chilometri di distanza dall’Italia, c’è un piccolo paese che, per un particolare caso geologico, si trova in una bizzarra posizione: un istmo che si allunga tra il nord e il sud del continente americano; come se il nord e il sud – sempre in conflitto – si sfidassero al tiro alla fune e… al posto della corda ci sia proprio il paese di cui parliamo: un paese che non fa parte del nord, né fa parte del sud e, secondo alcuni, non fa parte neanche del centro, ma è un caso a parte: Panamá.

Poco più di tre milioni e mezzo di abitanti in 75mila Km quadrati (nella stessa superficie, Liguria, Piemonte, Lombardia e Emilia Romagna superano i 20 milioni). Ampi spazi verdi, un’immensa diversità naturale di flora e fauna, una grande varietà di razze sotto una stessa bandiera (tranne gli eschimesi, ci sono tutti!), un clima caldo e umido in quantità da record, doppia esposizione sui due oceani), un Canale che è la più grandiosa opera di ingegneria moderna e che è in via di espansione e potenziamento, un ponte lungo 1650 metri che unisce le due “americhe” e una capitale in continua espansione dove si concentrano tanta (tanta!) ricchezza, tanta (tanta!) povertà e tanto, ma tanto, traffico.

panamaTutto questo è Panamá (con l’accento sulla ultima a): un piccolo paese del centroamericano che vanta diversi record nella zona: è il paese più giovane (poco più che centenario), il più ricco (grattacieli in stile Manhattan e hotel a cui stanno strette le 5 stelle), ha il più solido sistema economico dell’America Latina (il PIL più alto), è lo stato più sicuro per i turisti in una zona così calda come il sudamerica (un recentissimo studio della CNN lo conferma) e il più generoso e conveniente per i pensionati (sconti, pass, agevolazioni di ogni tipo), è stato il primo paese del Centroamerica ad avere il dollaro americano equiparato alla propria moneta (il Balboa), l’unico a non avere le banconote della moneta nazionale (solo monete esattamente corrispondenti in valore e misura a quelle USA). Tutto questo assieme a una situazione politica tutto sommato tranquilla (se si pensa alle drammatiche situazioni di alcuni stati vicini come la Colombia, il Venezuela, Cuba…) e stabile grazie anche alla “protezione” degli Stati Uniti, presenti dalla costruzione del Canale e, soprattutto, dopo l’intervento militare del 1989 per scacciare il dittatore Noriega “faccia d’ananas”.

Cinta costera panamaLa capitale, Ciudad de Panamá, sede di più di 150 banche internazionali, è una città in continuo mutamento: le numerose opere pubbliche rendono la città irriconoscibile col passare dei mesi: nuovi alberghi, centri commerciali, scuole, cinema, ristoranti, parchi, musei, strade e superstrade. Tra questi progetti c’è anche il secondo ponte affiancato al “Puente de las Americas”, la nuova rete stradale lungo la baia, il museo della Biodiversità (disegnato dall’Archistar Frank Gehry), il progetto per il nuovo stadio, ecc. Molti di questi interventi sono frutto delle campagne politiche dove i presidenti affermano la loro popolarità a suon di opere pubbliche anziché di slogan come fanno i colleghi nostrani. E’ così che Panama sta diventando una vera e propria metropoli, una “città madre” (mater+polis secondo l’etimologia del termine).

Immagine6Panama fu il primo paese ad avere, nel 1855, una ferrovia transcontinentale che portava dall’Atlantico al Pacifico e oggi è il primo paese centroamericano ad avere una modernissima linea metro degna di una grande metropoli del primo mondo. Per risolvere il problema del traffico ed assicurarsi un maggiore consenso popolare in vista delle imminenti elezioni politiche, il presidente Martinelli (di origini italiane) ha regalato ai panameños la linea 1 della Metro di Panama, che attraversa la città da ovest a est, e ha iniziato la costruzione della linea 2.

In questi giorni il popolo è in festa per l’inaugurazione del nuovo mezzo di trasporto con treni e stazioni futuristiche. Molti panamensi vedono per la prima volta una metro e in questo primo mese di funzionamento hanno la possibilità di viaggiare gratuitamente per entrare in confidenza con le stazioni, le banchine, le fermate, i treni, le nuove tessere ricaricabili. Soddisfazione, gioia, incredulità e l’impressione di sentirsi moderni, di sentirsi “europei”, sono i sentimenti che accomunano centinaia di migliaia di cittadini, sorpresi dalla velocità e dall’efficienza di un mezzo che aspettavano ormai da 5 anni. Un sogno realizzato dal presidente che ora ha raggiunto il massimo della popolarità nonostante gli attacchi e le accuse ricevute, frutto della comprensibile invidia degli avversari politici.

diablo rojoI lavori sono costati circa 2000 milioni di dollari (circa 1460 milioni di euro) e ancora non è chiaro quale sarà il prezzo del biglietto. L’unico punto interrogativo infatti resta quello del prezzo della corsa che potrebbe oscillare da 1 a 5 dollari, anche se Martinelli ha assicurato che costerà “meno di un dollaro”. Ma oggi sono in pochi a pensare al prezzo, al momento la Metro è una realtà, è gratis e da oggi sembrerebbe che molti cittadini potranno dormire un po’ di più percorrendo in 20 minuti tragitti che prima impegnavano ore di viaggio tra l’attesa del bus (i famosi e pittoreschi quanto pericolosi “diablos rojos“) e il traffico esasperante.

Sarà probabilmente una mossa politica ben assestata, ma il fatto è che la nuova Metro ha reso felici i panamensi che ora sfilano per le banchine e le scale mobili sorpresi e increduli lanciando le proprie foto su facebook e twitter. Ora saremo noi a dover viaggiare a Panama per poter vedere una linea Metro moderna, veloce e funzionale! E per evitare che i viaggiatori utilizzino la metro “alla romana” ecco i corsi di “metro cultura” per imparare ad usare la metro nel rispetto delle regole e degli altri viaggiatori. Da qui potremmo ricominciare noi romani, in attesa della nuova “Metro C”, magari iniziando dalla semplice regola che ci insegna questa “abuela“: “lasciare scendere prima di salire”.

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