Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

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Il papa e il ministro: divisi da un bus, uniti (dicono) da un libro

In un tempo di confusione e dubbi (o meglio di dubia) contribuire ad aumentare dissidi e contrasti non si può dire che sia un’opera di misericordia. Piuttosto la cosa migliore da fare sarebbe allentare la tensione e cercare di fare chiarezza, o per lo meno, cercare di non gettare alcool sul fuoco. Eppure qualcuno questo concetto, che sembra chiaro e semplice, sembra non capirlo. Ma facciamo un passo indietro e partiamo da lontano. Continua a leggere…

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Viva Lutero il santo della misericordia! Il revisionismo ecumenico di Kasper

kasperluteroEsce in questi giorni, per i tipi dell’editrice Queriniana, il nuovo libro del cardinale tedesco Walter Kasper dedicato a Martin Lutero. Il breve libro raccoglie le riflessioni del cardinale su Martin Lutero; il testo è frutto di una conferenza offerta da Kasper nel gennaio del 2016 presso l’università di Humboldt (Berlino) in vista del quinto centenario della Riforma Protestante.

Il 31 ottobre 2016 a Lund (Svezia) si darà inizio a un anno di grandi festeggiamenti con una cerimonia ecumenica che conterà con la partecipazione straordinaria di papa Francesco. Alcuni esponenti della gerarchia cattolica parlano della ricorrenza con toni entusiastici tanto che il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller, ha recentemente gettato acqua sul fuoco smorzando i toni e chiarendo che per un cattolico non ci sono motivi per festeggiare uno scisma, una ferita che ancora fa male alla Chiesa. Nel suo libro intervista Informe sobre la esperanza” (BAC 2016)  Müller ha categoricamente affermato che “In senso stretto, noi cattolici non abbiamo nessun motivo di festeggiare il 31 ottobre 1517, data che si considera l’inizio della Riforma che ha portato alla spaccatura della cristianità occidentale. (…) Non possiamo accettare che esistano motivi sufficienti per separarsi dalla Chiesa” (p. 134).

In questo senso Müller ha ricordato il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus (2000) “incompreso da molti e ingiustamente rifiutato da altri”, che rimante ancora oggi come “la Magna Carta contro il relativismo cristologico ed ecclesiologico di questi momenti di grande confusione“. Un relativismo teologico che sta diventando un ostacolo all’ecumenismo: “La relativizzazione della verità e la adozione acritica delle ideologie moderne sono il principale ostacolo verso l’unità nella verità“.

Se da una parte è normale che i protestanti guardino alla Riforma ed al suo protagonista, Martin Lutero, da una prospettiva diversa da quella cattolica (come il momento di rinascita della vera chiesa e di ritorno alle origini del Vangelo), ciò che d’altra parte sorprende oggi  è la benevolenza che una parte della Chiesa Cattolica, in nome di un concetto equivoco di ecumenismo, riserva a Lutero e alla sua Riforma. E’ il caso del cardinale Walter Kasper, rappresentante di punta dell’ala più radicalmente progressista della gerarchia cattolica, che mostrandosi un grande estimatore della Riforma protestante, pubblica una vera e propria apologia di Lutero che finisce per giustificarne e minimizzarne gli errori (umani e dottrinali) per esaltarne le virtù umane, teologiche e mistiche.

Il sottotitolo del libro è “Una prospettiva ecumenica[1], ma già leggendo le prime pagine viene la sensazione che si possa senza problemi cambiarlo in “Una prospettiva protestante. Di fatti Kasper sembra adottare, dall’inizio alla fine, il punto di vista luterano opposto alla lettura cattolica espressa dal cardinale Müller.

Che una prospettiva ecumenica si sforzi di trovare punti di contatto tra le due confessioni in nome di una comunione che preannunci un’unità è cosa pacifica, ma l’intento del cardinale Kasper è quello di riabilitare completamente la figura di Martin Lutero e di considerarlo, non più l’artefice del più grande scisma che abbia mai sconvolto l’Occidente, ma la vittima del suo buon senso e della sua santità, del suo zelo apostolico e della sua fedeltà al Vangelo; vittima soprattutto della chiusura della Chiesa Cattolica incapace di ascoltare Lutero e di sottomettersi, penitente, alla sua predicazione: “(…) L’invito alla penitenza di Lutero non fu ascoltato dalla Roma del suo tempo e neanche dai vescovi; anziché reagire con pentimento e con le riforme necessarie, rispose con la polemica e la condanna. Roma ha parte della colpa  – una gran parte – del fatto che la riforma della Chiesa si convertisse in una Riforma che divise la Chiesa” (pp. 33-34). Solo da quel momento (dall’insubordinazione del Sommo Pontefice alle sue parole di ammonimento) Lutero inizierà a considerare il Papa come l’incarnazione “l’Anticristo” e Roma come una Babilonia schiavizzante e figlia del demonio[2]. Sembra dunque di capire che la causa dello scisma d’occidente sarebbe da ricercare nell’insubordinazione di Roma e del Papa a un monaco tedesco e non viceversa!

Lutero, afferma Kasper con certo orgoglio, è ormai riconosciuto come un “Padre della Chiesa”: “Secondo alcuni, Lutero si è ormai convertito in un Padre della Chiesa comune alle due confessioni, quella cattolica e quella evangelica“. Dal punto di vista teologico – continua Kasper – solo grazie alla predicazione del monaco agostiniano, la riflessione cattolica – per reazione – conobbe nuovi sviluppi (“non esisteva una cristologia cattolica ma una ‘gerarcologia’…”) provocando anche il rafforzamento del primato del vescovo di Roma come identificativo della cattolicità.

E’ questo il ritratto che Kasper fa di Lutero (concentrandosi più sulle sue “intenzioni originarie”[3] che sulla sua opera) un profeta che parlò in nome di Dio, la cui voce “fu un campanello d’allarme e un ‘assist’ dello Spirito Santo alla Chiesa” (p. 30). Sfogliando il libro di Kasper scopriamo che Lutero fu un campione della libertà di coscienza, un mistico fedele al Vangelo e pieno di zelo apostolico alla stregua dei grandi maestri della spiritualità moderna come sant’Ignazio di Loyola, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce e san Francesco di Sales. Un uomo dal “olfatto acuto” (p. 26), che valutava tutto “dalla sua profonda religiosità” che, con la sua caratteristica eloquenza poneva dei quesiti esistenziali che toccavano la dimensione religiosa più intima. Lutero fu un cristiano dalle aspirazioni “profondamente cattoliche” che pose al centro la domanda più importante, quella su Dio: Come riscoprire un Dio clemente e misericordioso aldilà delle false aspettative di salvezza offerte dalla Chiesa con la vendita delle indulgenze?[4] Lutero scoprì, attraverso le Sacre Scritture che la giustizia divina non è castigatrice e vendicativa, non dipende dalle opere ma dalla misericordia di Dio “che libera, perdona e consola”, non dalle pratiche di devozione e dalle indulgenze ma solo ed esclusivamente dalla Grazia. Comprese che era necessario rifondare la chiesa (oscurata dalle minacce di un temibile ed odioso Dio giusto e vendicativo) a partire dal concetto evangelico di misericordia. “Così Lutero, contro la pietà puramente esteriore che regnava all’epoca, optò per una interiorizzazione dell’essere cristiano, un’aspirazione profondamente mistica” (p. 27).

Luther2017In questo modo il Lutero di Kasper si erge come modello di santità di vita, di zelo apostolico e di interezza morale, capovolgendo quella che per secoli fu la fama che lo accompagnò all’interno della comprensione cattolica della storia. “Per i cattolici, Lutero è stato per molto tempo l’eretico per antonomasia, il colpevole della divisione della Chiesa occidentale con tutte le sue terribili conseguenze sino al giorno d’oggi. Quei tempi oramai sono passati. La ricerca teologica su Lutero, nel XX secolo, ha segnato un capovolgimento (sic!) nella comprensione del riformatore portando al riconoscimento delle aspirazioni genuinamente religiose di Lutero e a un giudizio più equo sulla spartizione delle colpe per la divisione della Chiesa...” (pp. 12-13).

L’affissione (o l’invio) delle 95 tesi non vollero rappresentare (sempre nelle “intenzioni originarie” di Lutero) un documento rivoluzionario bensì un tentativo di rinnovamento, un cordiale invito a un dialogo che le gerarchie purtroppo non accolsero (p.28) provocando uno scontro frontale che portò alla scomunica. Il resto della storia superò le aspettative e le speranze di Lutero che si trovò coinvolto in circostanze storiche che mai avrebbe voluto provocare. “Ciò che premeva a Lutero era la conoscenza di Cristo, (cognitio Christi) e il solus Christi (p. 30). Egli voleva che la luce del Vangelo tornasse a risplendere nelle tenebre in cui era stata nascosta“. L’intenzione di Lutero, dunque, non fu quella di fondare una nuova chiesa ma di “rinnovare l’intero cristianesimo” (p. 28) nel solco della tradizione dei “rinnovatori cattolici” come lo stesso San Francesco d’Assisi[5].

La “confessionalizzazione” – continua Kasper – fu un processo posteriore (non era nelle originarie intenzioni, puramente spirituali e profondamente cattoliche, di Lutero) e trasformò un sano e salutare processo “riformista” in seno al cattolicesimo in una vera e propria riforma che diede vita le chiese confessionali, separate e nazionali, che rifiutarono l’autorità del papa per sottomettersi a quella dei principi.

Il perché la Chiesa di Roma non si trasformò anch’essa in una chiesa nazionale (nonostante la brutta piega presa a Trento), Kasper non lo giustifica con motivazioni teologiche che facciano riferimento ad una speciale assistenza dello Spirito Santo nella Chiesa di Cristo o al fatto che il resto della cristianità rimase fedele a Pietro (garanzia di unità ed universalità) ma a motivazioni puramente storico-geografiche: fu l’espansione del cattolicesimo nel Nuovo Mondo, l’evangelizzazione in Africa e in Asia che diede a Roma il potere della “cattolicità”, ossia l’universalità, che pretendeva basata su fondamenti teologici. In altre parole, senza espansione geografica della Chiesa nell’epoca moderna, anche Roma sarebbe finita per chiudersi orgogliosamente nelle mura di una delle tante chiese locali.

Secondo Kasper oggi è più che necessario “mettersi serenamente all’ascolto” di Lutero[6], tornare alla sua scuola, in un mondo che ha dimenticato Dio, dove le questioni delle indulgenze e della giustificazione dei peccatori sono diventate estranee ed anacronistiche e dove la voce della Chiesa è divenuta per molti – con parole di Lutero – “una parola incomprensibile ed equivoca” più di quanto non lo fossero all’epoca della Riforma. Insomma, le dispute teologiche lasciano ora il tempo che trovano di fronte all’urgenza di accordarsi e convergere su ciò che accomuna le diverse confessioni cristiane, che “è molto di più di quanto di divide”. Difatti il dialogo ecumenico degli ultimi decenni ha messo in rilievo, secondo Kasper, che non ci sono differenze sostanziali tra le varie confessioni[7]. Le differenze, afferma, sono dovute esclusivamente a incomprensioni reciproche oppure non hanno più alcuna portata decisiva per la fede dei cristiani[8].

Ciò che oggi è urgente è perciò superare le nostre autoreferenzialità confessionale per costruire un “nuovo umanesimo universale” che si metta al servizio “dell’unità e della pace nel mondo”.

I tempi che corrono sono cattivi, oscuri, e la necessità di una nuova Riforma della chiesa è impellente; una riforma che faccia uscire la cattolicità dai tempi bui in cui è immersa e che ricostituisca la vera chiesa di Cristo, di ispirazione evangelica, dopo anni di centralismo e autoritarismo romano (da Trento a Benedetto XVI). È questo il pensiero del cardinale Kasper, un pensiero che in questi ultimi tre anni non ha certamente nascosto (come abbiamo avuto modo di notare parlando del suo libro “Testimone della Misericordia”).

Che nella mente di Kasper il nuovo Lutero sia proprio Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco, il papa della Misericordia, il papa della svolta, il nuovo “Grande Riformatore“? Da ciò che ha scritto e detto in questi ultimi tre anni, sembra che il cardinale tedesco nutra qualcosa di più che una tenue speranza. Ma qui Kasper lo afferma con chiarezza quando scrive che con Papa Francesco e con la sua enciclica programmatica Evangelii Gaudium, “L’originaria aspirazione di Lutero, il Vangelo della Grazia e della Misericordia e la chiamata a conversione e rinnovamento, sono passati in primo luogo” (p. 68). Speriamo solo che le conseguenze, per la Chiesa e per la società, non siano le stesse di cinquecento anni fa.

Post scriptum: A chi interessa approfondire l’argomento segnalo quest’altro libro, forse meno “ecumenico” ma più storicamente e teologicamente documentato: http://angelapellicciari.com/libri#martin-lutero

NOTE:

[1] Qui si citano le pagine dell’edizione spagnola con traduzione libera dell’autore dell’articolo (Kasper W., Martín Lutero. Una perspectiva ecuménica, Salterrae 2016)

[2] Stessa sorte toccò agli ebrei che, avendo rifiutato la predicazione di Lutero meritarono di venir chiamati “cani sanguinari, assassini di tutti i cristiani”; le sinagoghe nient’altro che un “covo di demoni”, il popolo giudeo un “odioso e maledetto popolo”. Lutero – nel suo libro “Degli ebrei e delle loro menzogne” chiedeva di “Bruciare tutte le loro sinagoghe” e coprire il resto con sabbia e fango. Era solo uno dei sette soluzioni pratiche contro “l’odioso popolo” (cfr. Pellicciari A., Martin Lutero, Cantagalli 2012, pp. 113-119).

[3] Alle “originarie intenzioni” di Lutero “profondamente religiose e cattoliche” andrebbero aggiunte le questioni economiche, geografiche, nazionaliste che furono alla base della Riforma come un motore che alimentò progressivamente l’odio verso il Papa e verso Roma. Tutte questioni omesse dal piccolo elogio a Lutero del cardinale Kasper così come la vicenda personale di un monaco in crisi vocazionale, tormentato dagli scrupoli e in conflitto con l’autorità.

[4] Il problema di Lutero era pastorale (nel sedersi al confessionale e nel confessarsi viveva il terrore della giustizia di Dio), ma sue soluzioni al problema pastorale furono dogmatiche e arrivarono a sconvolgere la millenaria dottrina della Chiesa con un impeto rivoluzionario.

[5] Il confronto col fraticello d’Assisi è quanto mai fuorviante e pericoloso; se Francesco sollecitò un ritorno all’essenziale del messaggio evangelico non lo fece con la pretesa di imporre una lezione al Papa ma sottomettendosi alla sua autorità e vivendo lui stesso per primo, con i primi compagni, ciò che predicava. I numerosi frutti di santità fanno onore al messaggio e all’opera di San Francesco al di là di paragoni inconsistenti e letture superficiali. (Sul paragone tra la l’opera di san Francesco e quella di Lutero ho parlato in un breve articolo pubblicato nel 2013).

[6] Tornare ad ascoltare Lutero diventa dunque l’occasione di un incontro ecumenico decisivo tra le diverse confessioni. Parlando di unità, la questione assume contorni paradossali perché Lutero diventerebbe, per Kasper, uno strumento di unità tra le chiese. Inutile dire che sarebbe certamente più appropriato (e più cristiano) un invito a guardare assieme a Cristo e al suo Vicario in terra, anziché al padre della Riforma, un ritorno a Cristo anziché un ritorno a Lutero (cfr. Unitati Redintegratio, 2, 20 e 23).

[7] Per Kasper l’ecumenismo consiste nell’unità della “diversità riconciliata”, un’unità che non si compone più attorno a Pietro Vicario di Cristo, ma sotto forma di un “poliedro” che raccoglie tante facce uguali ed ugualmente importanti. Una sorta di democrazia ecclesiale (o confederazione di chiese) sotto la guida dello Spirito Santo. Il primo passo sta nella fine di ogni dogmatismo teologico (“antiche mura di castelli in rovina”) e nella riscoperta del “Vangelo della Misericordia” che raccolga gli uomini “di buona volontà”, per diffondere “il messaggio cristiano universale dell’amore e dell’impegno non-violento a favore della giustizia, della pace e della libertà”. Sarà dunque fondamentale la “scoperta di una cattolicità originaria, non limitata da nessuna parzialità confessionale”. Insomma, la fine delle confessioni cristiane in favore di un “nuovo umanesimo universale” che si metta al servizio “dell’unità e della pace nel mondo”. L’ecumenismo – afferma Kasper – ha aiutato entrambe le chiese a “superare la loro autoreferenzialità confessionale”. La Chiesa Cattolica è per sua natura una realtà missionaria che si riconosce come “sacramento per il mondo”, ma anche le chiese evangeliche, dal consiglio di Uppsala del1968 hanno intrapreso la stessa via aprendosi a una prospettiva universale. “L’enciclica Laudato Sii ha dilatato ancora di più questo orizzonte universale dal punto di vista ecologico e cosmologico” (in nome dell’impegno comune a favore della sostenibilità e del rispetto della natura…).

[8] Secondo una linea di pensiero oggi in voga all’interno della Chiesa, una seria analisi teologica delle problematiche sacramentali e delle incompatibilità dottrinali tra le due confessioni, verrebbe screditata e considerata un’infertile esamina teologica, un residuo medievale, un atteggiamento scolastico tipico di “dottori delle legge” pronti ad accusare il prossimo in nome di norme dure come pietre, una contribuzione alla costruzione di muri, uno spirito – insomma – lontano anni luce dal nuovo corso incentrato sulla misericordia. Per questo Kasper risolve che le differenze teologiche sono sostanzialmente nulle perché ininfluenti (così come le opere?) ai fini della salvezza delle anime.

La principessa col pisello (nascosto) e altre amenità: la transessualità pour tous

Credevate di aver visto di tutto? ma sicuramente la principessa col pisello vi mancava! Eccovi accontentati: un libro per i più piccini che racconta la storia di un maschio che diventa femmina e una femmina che diventa maschio perché – finalmente – hanno scoperto il “segreto della felicità” ossia: “essere ciò che si sentono di essere, senza vergognarsi mai”.

Una storia triste dunque, di bambini tristi e insoddisfatti, ma una storia con un finale gaio (che più gaio non si può!): la felicità ritrovata nel travestimento! (cercate le foto su google)

Mi dispiace rovinarvi il finale, è una cosa che chi si occupa di recensioni dovrebbe evitare di fare, ma vi lascio scoprire da soli se alla fine la chirurgia interverrà per recidere il pisello del bambino e metterlo in mezzo alle gambe della bimba. Forse dovremmo parlare di bimb@ e bimb@ ma non saprei come distinguere i personaggi per farvi capire la trama: insomma i signor@ mi scusino se utilizzo le A e le O senza tener conto dei sentimenti. Potete tranquillamente scoprire se l@ principess@ (ora sono confuso anche io!) nasconde ancora “il pisello” (come lo chiama in stile fiabesco) sotto la gonna e i pizzi, oppure se un fatino-chirurgo interverrà recidendolo per sempre e liberandolo il disgraziato dal carnoso giogo!

Il libro potrete trovarlo senza problemi nelle migliori librerie, la distribuzione è ottima visto che si tratta di uno dei più grandi editori di libri italiani per bambini (quelli che pubblicano Masha e Orso e Peppa Pig, per intenderci (Salvi M. – Cavallaro F, Nei panni di Zaff, Giunti 2015). Su internet poi troverete una valanga di commenti entusiasti di super mamme che esultano per il libro così pieno di buoni sentimenti. Una di loro auspica addirittura che diventi una lettura obbligatoria per tutto il genere umano! Udite:

Se potessi decidere io, metterei questo libro tra le letture obbligatorie di tutti coloro che devono diventare genitori, e dei bambini non appena sono in grado di seguire la storia. Vabbè, di tutti.

Viene da dire: meno male che non dipende da te! Poi il delirio:

E’ un libro bellissimo, uno dei più bei libri per bambini (e non) che abbia letto. Illuminante nella sua semplicità. Tutto sarebbe così facile se seguissimo la ricetta per la felicità qui proposta.

Ecco la ricetta per la felicità auspicata per i nostri figli: non per tutti, sia chiaro! Solo per i più sensibili. Gli altri, quelli in pace con se stessi e col loro pisello, nella storia son dipinti come cattivi che “gridano, strappano i capelli a Zaff e lo guardano come un mostro”. Bimbi omofobi, cattivi senza cuore. “Ma che fastidio vi da?” urla Zaff!

La ricetta della felicità per Zaff sta nel nascondere il pisello, meglio ancora farselo tagliare. Portando appesa l’oscura vergogna che pesa sulla propria carne come segno di un destino crudele scelto dalla dura legge biologica, Zaff è una vittima della spietata selezione naturale che dona ad alcuni ciò che non vogliono avere. La ricetta della felicità sta dunque nell’essere quel che si vuole essere a dispetto di ciò che realmente si è (sperando che nessuno mai voglia essere da grande una sedia, un tavolo o uno zerbino).

Credete che stia facendo di tutto per farmi iscrivere nel registro di omofobi preparato dai neo-nazisti del nuovo millennio? Ma insomma non mi prendo gioco di nessuno! Al massimo di Zaff che fa il ballerino non per gioco ma come una scelta di vita. Ma se prendessi in giro il buon Pinocchio (il quale, è risaputo, aveva il problema opposto perché voleva essere un bambino vero, e i bambini veri non hanno lungo il naso!) non credo che la comunità dei burattini di legno, la lobby dei pinocchi e delle loro mamme, se la prenderebbe troppo con me.

Zaff, in pratica, sarebbe qualcosa come un bimbo-trans; il termine è un po’ troppo pornografico per poterne parlare apertamente, è crudo e privo di quel romanticismo che rende la storia affascinante e commovente. Per giunta si tratta di una scelta ancora non definitiva, non matura, in futuro (si afferma nel libro) potrebbe cambiare idea. L’idea del bimbo-trans è però utile per farci notare che di tratta del “prodotto” che mancava nel mercato pubblicitario del transessualismo: per i grandi c’è Luxuria ovunque (alla faccia delle discriminazioni), per gli/le adolescenti c’è Jazz che va in onda in TV su RealTime (alla faccia delle discriminazioni), e finalmente per i bimbi c’è perlomeno un libretto esplicito (in attesa de cartone animato su Pinocchia). Sempre alla faccia dell’oscurantismo.

Il requiem della virilità occidentale lo aveva magistralmente interpretato Eric Zemmour già diversi anni fa. L’intellettuale francese aveva anticipato tutto quando nel 2006 pubblicava oltralpe Le premier sexe, un pamphlet coraggioso e crudo, che denunciava la femminizzazione del maschio sintomo di malattia esistenziale (e sessuale) come principio del suicidio della società occidentale. Il libro è stato pubblicato in in Italia col titolo programmatico Sii sottomesso: la virilità perduta che ci consegna all’Islam. Leggetelo!

Il vero guaio non è la fine del machismo, ma la scomparsa del macho, del maschio-alfa, dell’uomo-vero (chiamatelo come vi pare) che – come Zaff – nasconde con vergogna i suoi genitali sotto la gonna. “Gli uomini – afferma Zemmour – stanno facendo del loro meglio per diventare una donna come le altre“. “I ragazzi di oggi sono donne affascinanti, più vicini alla principessa di Clèves che a Casanova“.

Oggi assistiamo, ogni giorno, alla lenta ma inesorabile agonia della società occidentale: patriarcale, gerarchica, fondata sui valori tradizionali e sulla famiglia, dove c’era ancora spazio per l’autorità e per gli uomini, prima che l’invasione dei sentimenti e dell’immaginazione non ci soffocasse invitando gli uomini a tagliarsi il pene o – per lo meno a nasconderlo. E’ proprio così: i famosi metrosexual (calciatori-star come David Beckham e Cristiano Ronaldo) sono il nuovo modello ideale di vero-uomo: effeminato, dolce, senza peli (“simbolo del male”), dalla pelle morbida e profumata, timido, amante dello shopping, sensibile e altruista. Al bando dunque i bevitori di birra, pelosi e puzzolenti, amanti della caccia, delle auto e dello sport; non che quello sia il nostro ideale, ma sì la caricatura dell’uomo che abbiamo conosciuto e che abbiamo imparato a disprezzare, biasimare e a dimenticare, macchiato di un peccato mortale: essere un uomo, eterosessuale.

Va da sè che l’essere omosessuali divenga un vanto, un pregio, afferma Zemmour. Gli omosessuali hanno molto da insegnarci su come dovremmo comportarci noi maschi, grazie alla loro perfetta intesa col mondo femminile, frutto maturo del processo castrante del femminismo ideologico: l'”ugualizzazione” e la lotta contro le differenza. Il vero uomo dunque è l’omosessuale. O meglio ancora, quell’uomo che “si converte”, abbandonando la sua condizione di mascolinità per vestire i panni (è il caso di dirlo) della femmina. Ecco, dunque, pronto il nuovo modello antropologico che la storia aspettava: il travestito.

Zemmour cita con ragione Alain Finkielkrau (non chiedetemi chi sia costui), che affermò: “Un tempo, la sovversione era il contrario della tradizione; oggi, la sovversione è la nostra tradizione“.

Il resto è cronaca dei nostri giorni, tra La Repubblica che pubblica l’elogio del “mammo” (Zemmour: “gli uomini sono delle madri come le altre”), la scuola che vieta la festa del papà perché discriminante (si dovrà ripiegare in asili privati dove c’è ancora libertà), i cantanti maschi col vestito femminile che nascondono il pene ma non la barba, la televisione italiana che eleva a rango di presentatrice-commentatrice-concorrente, dominatrice delle nostre menti inferme un certo Vladimiro solo per il fatto che ora si è trans-formata diventando Wladimir (che tra l’altro mi sembra ancora un nome abbastanza maschile), la tivvù che ci propone la storia a puntate del bimbo che si trans-forma in ragazza con un overdose di sentimentalismo dolciastro e mieloso, i film sull’amore familiare rigorosamente lesbico, i gay-pride presieduti con orgoglio dai sindaci d’Italia con le loro giunte al completo (burattini e burattinai uniti per un mondo gayfriendly)… e i libri sulle principesse-col-pisello, scritti da donne, per bambini-donne ed elogiati dalle mamme.

Non vedo poi dov’è il tanto oscurantismo, la persecuzione, la grande oppressione che rendano necessarie apposite leggi e standard di educazione ed indottrinamento per sensibilizzare (leggi: “femminilizzare”) le future generazioni. Ci siamo quasi.

ps. Ciò che non si capisce bene è come mai si riesca a vivere tanto gaiamente mentre avanza, si avvicina e si afferma l’Islam, proprio l’Islam che impone una visione del mondo in cui l’uomo è l’uomo e la donna è la sua schiava da collezione. In quel caso saranno del donne a doversi travestire come Zaff, non proprio da principesse. Content@ loro…

Chiesa da rifondare? Kasper, un libro intellettualmente disonesto

kasperluiseNel libro intervista intitolato Testimone della Misericordia edito da Garzanti, il giornalista Raffaele Luise intervista il cardinale tedesco Walter Kasper famoso per le sue aperture e posizioni radicali; Kasper è anche conosciuto per essere quel “bravo teologo” così caro a Bergoglio tanto che il suo libro sulla misericordia fu consigliato dal Pontefice durante il suo primo Angelus ; una fiducia rinnovata in vista del Sinodo Straordinario sulla famiglia dove a Kasper fu affidata la relazione iniziale del Concistoro che piacque tanto al papa (“Ho trovato profonda teologia, anche un pensiero sereno nella teologia. È piacevole leggere teologia serena”) ma che aprì un tempo di grandi discussioni e di aspre dispute teologiche e dottrinali.

Apparentemente il libro di Kasper (così come le sue ultime quattro pubblicazioni tra cui Papa Francesco la rivoluzione dell’amore e della tenerezza) non è altro che l’esaltazione di una Chiesa misericordiosa e povera, che si china sugli uomini con tenerezza e amore, l’auspicio di una Chiesa riconciliata col mondo, non più maestra-cattiva ma madre-buona.

Tutto bene e tutto giusto, se non ché dietro questo messaggio apparentemente innocuo e innocente, emerge un attacco, neanche troppo velato, alla Chiesa così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, fino cioè, all’arrivo di Jorge Mario Bergoglio.

L’idea di fondo è che fin’ora si è sbagliato troppo e che finalmente con il papa argentino (il migliore papa della storia e il migliore dei papi possibili) è arrivata per la Chiesa quella che Renzi chiama per l’Italia “#lavoltabuona”. Espressioni come “rivoluzione”, “svolta”, “finalmente”, “per la prima volta” si ripetono in sequenza mixata assieme ai temi cari a Francesco: “poveri”, “periferie”, “misericordia”.

Complice dell’affondo di Kasper è l’intervistatore Raffaele Luise giornalista RAI un cattolico che lo scorso anno, in occasione della presentazione di un suo libro su R. Panikkar (edizioni San Paolo), fece togliere il crocifisso dalla sala parrocchiale dove si sarebbe svolto l’evento per non ferire i non cristiani presenti. E’ questo l’uomo che discorre assieme al cardinale Kasper sulla riforma della Chiesa, proponendo delle domande spesso formulate in modo ambiguo ed equivoco (se non esplicitamente partigiano). A queste domande, qualsiasi altro cattolico “medio”, con una preparazione base, si sarebbe trovato in coscienza a ribattere per precisare ed aggiustare il tiro nella formulazione delle questioni.

Kasper, invece, non si scompone e, ad ogni domanda, asseconda il suo intervistatore dandogli ragione su tutto e senza mai controbattere per spiegare le ragioni del comportamento assunto dalla Chiesa su questo o quell’argomento. Insomma domande capziose e risposte piacenti: un’intesa perfetta per un libro intellettualmente disonesto. Molti infatti potrebbero restare confusi, sentirsi traditi da quella Chiesa che, fino ad oggi ha proposto, anzi imposto, modi di pensare e di agire lontani dal Vangelo rimasto sepolto tra le ceneri.

kasperSi affrontano infatti diversi temi ma la tesi di fondo è scritta sulla quarta copertina che riprende una risposta del porporato. Si afferma che “Papa Francesco vuole rimuovere la cenere accumulata da secoli per far brillare di nuovo il fuoco Vangelo”. Tutto questo con buona pace dei vari Pio, Giovanni, Paolo, Giovanni Paolo e Benedetto che avrebbero dimenticato il messaggio di Gesù su qualche scaffale e preferito adorare le ceneri. Una metafora tratta da uno degli ultimi libri del cardinale Martini (i famosi Colloqui notturni a Gerusalemme dove, tra le altre cose, il cardinale si pronunciò contro l’Humanae Vitae di Paolo VI).

In sostanza il libro si struttura così: domanda tipo dell’intervistatore, “È vero che la Chiesa fino ad oggi è stata chiusa e arroccata e ha tradito il vero messaggio del Vangelo… ecc ecc?”. Risposta tipo di Kasper: “Si, è vero! Ma ora papa Francesco… finalmente… d’ora in poi… per la prima volta… ecc ecc”. La sostanza è questa, diverse le sfumature e gli argomenti, questo il criterio.

Già all’inizio dell’anno, durante la presentazione di un altro libro di Luise (Nelle periferie del cuore), Kasper sottolineava che papa Francesco aveva finalmente liberato la Chiesa divenuta estremamente borghese e benestante sentendosi l'”ombelico del mondo”. Ora tutto cambia perché, d’ora in poi, al centro c’è il Vangelo.

Ma andiamo al testo, per non restare sulla teoria e sembrare dei complottisti prevenuti.

Si parla di una Chiesa che fin’ora è stata chiusa, eurocentrista e dogmatista, ferma “a una concezione ellenistico-giudaica del cristianesimo” (p.60) senza tener conto delle altre realtà culturali; di una Chiesa che “negli ultimi decenni ha mostrato una faccia abbastanza cupa e arcigna nei confronti del sesso” interessandosi “ossessivamente delle camere da letto” e “sotto le lenzuola” senza lasciare libere le persone. Si parla della necessità di apertura verso il mondo e verso le “dosi di verità e possibile salvezza” contenute nelle altre religioni, con una stoccata al documento firmato Ratzinger e Giovanni Paolo II Dominus Iesu) e sposando le idee del teologo del pluralismo religioso Dupuis (più volte citato assieme a Panikkard e Teilhard de Chardin). “Noi crediamo, afferma Kasper” in un Dio trascendente, universale che non si esaurisce nella forma culturale di una religione” (p. 154).

Ce n’è anche per i francescani, rei di aver fermato la missione del gesuita Matteo Ricci in Cina che avrebbe cambiato le sorti dell’Asia cristiana (p. 60). Uno dei tanti “errori nella storia della Chiesa“.

Luise parla di Chiesa in modo dispregiativo “arroccata in difesa della dottrina tradizionale” (p. 11) intendendo dottrina e tradizione nella peggior accezione dei termini; parla di “cambio di paradigma” dopo “secoli di Chiesa dottrinarista, giuridicista e devozionista” (p. 13); parla di un’immagine di Dio “imperante fino ad oggi” (notare: “fino ad oggi“) come “Dio dell’ideologia sacrificale, monarca assoluto della legge e della dottrina (nuovamente in senso dispregiativo, ndr.) che conculca e limita l’autonomia e la libertà dell’umano…” (per fortuna, solo fino ad oggi). Kasper appoggia anche questa analisi spiegando che papa Francesco tramite il Giubileo della Misericordia vuole proprio “correggere la visione di Dio affermatasi”: una visione “veterotestamentaria” di “Dio geloso, cattivo e pericoloso di Nietzsche”.

Ma viene da domandarsi se veramente è questo il Dio predicato dalla Chiesa negli ultimi decenni? E’ possibile che la dottrina e il magistero della Chiesa venga confuso con la proposta di una visione errata di un Dio cattivo e limitante? E’ questo Dio che hanno annunciato papa Giovanni Paolo II (Dives in Misericordia, 1980) e Benedetto XVI (Deus Caritas est, 2005)?

Forse era il caso che il cardinale mitigasse la domanda posta dall’amico intervistatore spiegando che la Chiesa non ha mai accantonato l’annuncio dell’Amore divino per tutti gli uomini, anche per i peccatori. E che il Vangelo è sempre stato al centro della riflessione teologia (per lo meno dei Pontefici, questo sia concesso!), pur nella fragilità di una Chiesa sempre casta e sempre meretrice.

Ma quando Luise da ragione a Nietszche che rifiutava l’idea di un Dio padrone dell’uomo, il Dio capriccioso dell’ideologia sacrificale, Kasper anziché difendere la Chiesa, la affonda rispondendo: “E ci sono anche le colpe della Chiesa, che per tanto tempo ha offerto un messaggio di un Dio che punisce, che minaccia con l’inferno, che fa paura. Tutto questo va cambiato“.

Allo stesso tempo quando Luise parla della necessità, di fronte alla “resistenza della Curia”, di una “conversione culturale” della Chiesa, il cardinale (non vedeva l’ora) prende la palla al balzo per tornare alla carica contro la (vecchia) Chiesa: “Questo è vero. Negli ultimi decenni la Chiesa ha spesso ceduto alla tentazione di essere troppo dottrinalista e troppo giuridicista. Ma il papa ci ricorda che…” (p. 30).

E come se ci fosse il rischio di non cogliere bene il messaggio, ogni tanto, lungo l’intervista, torna l’affondo del cardinale: “Dobbiamo tenerlo bene a mente – dice Kasper a proposito dei poveri – la Chiesa spesso è diventata troppo ricca e si è affidata al denaro e al potere” (p. 64).

La nuova sfida per la Chiesa – afferma Kasper – è quella di aprirsi al mondo, perché “non siamo più gli unici a possedere la verità” (p. 124); dobbiamo affrontare “una situazione nuova: (la Chiesa) ha cessato di essere eurocentrica e si muove in un contesto globale dove convivono nuove culture e un vasto pluralismo religioso”. Purtroppo però la Chiesa si è troppo imborghesita, afferma Kasper, “tra Sette, Otto e Novecento. Ma dovrebbe essere chiaro che si tratta di una fase tramontata della storia, antiquata ormai anche culturalmente e non ha più nulla da dire al futuro“; oggi “è necessario che la Chiesa si affretti” (p. 65).

Neanche una parola però spesa a favore della missione che la Chiesa ha svolto in duemila anni, delle persone che si sono santificate nella Chiesa, dei peccatori che tramite l’annuncio della Chiesa e dei suoi pastori ha conosciuto il Dio di amore e si è incamminato sulla strada della santità. Per Kasper tutto va cambiato!

Gli esempi sono molti, basta sfogliare il libro per capire come questa dinamica di rottura col passato della Chiesa e di radicale rinnovamento sia la base della riflessione. Ancora qualche esempio.

Parlando delle donne, il malizioso intervistatore tira fuori la storia della misoginia della Chiesa affermando (non è mica una domanda!) che “Nella chiesa si respira ancora paura delle donne”. Kasper abbocca: “E’ un segnale di immaturità“. Aperto il varco il giornalista azzarda (non è neanche questa una domanda): “Una maggiore presenza femminile nei seminari sarebbe auspicabile”. La domanda è subdola se si pensa che nei seminari si formano i sacerdoti e che molti attendono l’apertura all’ordinazione delle donne. Il cardinale accarezza l’idea: “Da noi in Germania ci sono diverse donne che curano la formazione psicologica dei seminaristi”, ed è meglio che i giovani capiscano da subito che “le donne non sono serve ma collaboratrici”.

Difficile però non ricordare Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II al quale però nel libro è rivolta una pesantissima accusa. Parlando del successo dei pentecostali in America Latina, Luise accusa il papa polacco di vivere una malsana “ossessione verso il comunismo”, “lo vedeva anche dove non c’era”! (p. 133). “Durante il suo pontificato la chiesa popolare è stata repressa duramente – continua il giornalista – anche mediante la nomina sistematica di vescovi conservatori”. Una ferita profonda per la Chiesa che ha portato molti fedeli alle chiese pentecostali.

Kasper se la prende poi con gli inquisitori, i rigoristi e i molti oppositori di papa Francesco (p 12) che lui, sinceramente, non riesce a capire (cfr. p. 30) . Molti criticano il papa – continua Kasper – “perché piace troppo” e sperano che, vista la sua età, il suo pontificato “passi” in fretta. Un vero e proprio complotto contro l’attuale pontefice.

C’è inoltre il riferimento all’omosessualità che è la parte che ha fatto più scalpore al momento della pubblicazione del libro. Qui l’intervistatore perde ogni pudore e si lancia senza freni prima affermando l’ovvio come a voler entrare in polemica con una Chiesa omofoba: “gli omosessuali non sono meno persone degli altri”; poi negando che l’omosessualità sia “quel disordine oggettivo di cui parla la Chiesa”. Chiedendo una maggiore attenzione della Chiesa alla causa degli omosessuali, Kasper afferma senza mezzi termini che “gay si nasce” (p. 100).

L’affermazione, però, ha dell’incredibile se si pensa che oltre a contraddire l’antropologia cristiana (filosofia e teologica) azzarda una soluzione che la scienza non è ancora capace ancora confermare. I dati scientifici infatti non hanno ancora dimostrato l’esistenza di un gene-gay che modificherebbe le caratteristiche del feto per farlo “nascere gay”. Tra le varie teorie sulle origini della omosessualità, la scienza non è riuscita ancora a pronunciarsi  in maniera definitiva mentre gli approcci psicologici possono offrire una eziologia che risale a eventi – traumatici o meno – accaduti lungo il processo di crescita e maturazione psico-affettiva. Il cardinale dunque la spara grossa affermando come un dato di fatto l’assunto dei movimenti omosessualisti senza il supporto alcuno di fondamenti scientifici (Si consiglia di leggere l’approfondimento di Roberto Marchesini).

In fine si parla della necessità di superare l’enciclica Humanae Vitae auspicando che il Sinodo (oramai terminato però senza gli stravolgimenti sperati) ascolti le famiglie e trovi soluzioni necessarie a quello che Kasper chiama “uno scisma che non può durare” (p. 167). Per Luise è ormai urgente “aprire alla contraccezione, cancellarne il tabù” anche perché – afferma Kasper – “la vita matrimoniale non si fa soltanto in camera da letto” e “non ci si può fissare sugli atti sessuali” ma “si deve guardare il contesto” lasciando che le coppie trovino “nella loro coscienza una via legittima alla paternità responsabile”.

Sappiamo che la Chiesa subisce molte pressioni dall’esterno affinché si mescoli e si confonda con le altre religioni, affinché diventi più umana e meno divina, affinché rinunci alla sua pretesa di essere magistra, affinché non rivendichi più di avere una Verità da annunciare e si adegui al pensiero del mondo. Dispiace constatare, però, che le pressioni non arrivino solo dall’esterno, ma che dall’interno della Chiesa sedicenti giornalisti e cardinali “cattolici” spingano in questa direzione con tale aggressività che, forse, non piacerà neanche al buon papa Francesco. Un libro sconsigliato!

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