Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

Archivio per la categoria “Historia / Storia”

Post-verità e Pio XII. La storica ammissione della BBC: il silenzio del papa è una fake-news

pio12Pio XII: Un pontefice “eroico”.

Il 19 dicembre del 2009 l’allora papa Benedetto XVI firmava uno storico decreto tramite il quale riconosceva le “virtù eroiche” di papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. Allo stesso tempo riconosceva le “virtù eroiche” di Giovanni Paolo II, la cui causa di canonizzazione si è poi definitivamente conclusa il 27 aprile del 2014 – con papa Francesco – a soli nove anni dalla sua morte.

Per papa Pio XI l’iter di canonizzazione ha invece mantenuto i ritmi lenti e prudenti senza compiere, sino ad oggi, nessun passo in avanti. Ad ostacolare la strada verso la canonizzazione di Pacelli esistono ancora alcune difficoltà come l’indagine e lo studio di tutti i documenti conservati nell’Archivio Segreto riguardanti il pontificato nel tempo della Seconda Guerra, le accuse di una parte della comunità ebraica (che in occasione del decreto alzò voci di protesta costringendo il Vaticano a calmare le acque con un comunicato del portavoce padre Lombardi) e infine la grande ostilità nei confronti del papa da parti di chi continua a dipingerlo e a raccontarlo come il “papa di Hitler” complice e alleato del dittatore tedesco. Continua a leggere…

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Tre false testimonianze sulla Chiesa cattolica: la grande diffamazione!

stark-coverAleteia – “Non sono cattolico, non ho scritto questo libro per difendere la Chiesa ma per difendere la storia”

Violenza, inganno e sete di potere sono i tre peccati capitali della Chiesa cattolica, la potente e macchinosa istituzione che da duemila anni inganna e soggioga gli uomini mentre vanta un presunto potere spirituale affidatogli dallo stesso Gesù Cristo. E’ questo il mito che da tempi immemori è stato sostenuto e trasmesso da intellettuali anti-cattolici fino ad entrare nell’immaginario comune. Niente di più falso se si studia la storia senza paraocchi e preconcetti ideologici, senza voler spacciare per verità storiche delle favole inventate ad hoc per combattere e screditare la Chiesa e i cristiani.

Contro queste e altre fantasiose “leggende nere”, Rodney Stark ha pubblicato il saggio Bearing false witness, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Lindau col titolo False testimonianze. Come smontare alcuni secoli di storia anticattolica.

L’autore è un sociologo statunitense nato nel 1934 a Jamestown (North Dakota) e per molti anni professore alle università di Washington e Baylor. Di famiglia luterana, i suoi studi si concentrano sulla storia delle religioni ed in particolare sul valore storico del cristianesimo nella nascita e lo sviluppo della società occidentale. L’intenzione principale dell’autore non è quella di difendere la Chiesa ma di fare giustizia alla storia; afferma infatti: “Non sono cattolico e non ho scritto questo libro per difendere la Chiesa. L’ho scritto per difendere la storia”.

Lungo il suo percorso di studi e in decenni di insegnamento universitario Stark ha avuto modo di scoprire “pesanti distorsioni derivanti da un palese atteggiamento anticattolico”. Si tratta di “invenzioni veramente fantasiose” che oggi sono spacciate per vere nei testi scolastici ed universitari.  “Esagerazioni estreme”, “false accuse e palesi menzogne”, veicolate da una “massa di testi pieni di falsità” e, purtroppo, profondamente radicate nella nostra cultura e nel pensiero comune. Da Rousseau a E. Gibbon  passando per Voltaire e gli illuministi francesi, massoni e razionalisti, l’elenco degli “illustri autori anticattolici” è estremamente lungo.

1. Antisemitismo.

La Chiesa ha promosso la persecuzione degli ebrei: falso! Stark ammette la possibilità che, lungo la storia, alcuni uomini di Chiesa abbiano potuto alimentare l’odio verso gli ebrei “rei” di aver ucciso il Figlio di Dio crocifiggendolo. Ammette anche che alcuni atteggiamenti della Chiesa, abbiano potuto rafforzare l’idea di un popolo “maledetto” da Dio: esiste infatti un forte legame tra fede e pregiudizio anti-semita. Ma è falso affermare che i papi abbiano sistematicamente promosso e giustificato l’antisemitismo offrendone delle basi teologiche attraverso l’insegnamento ufficiale della Chiesa e addossandosi dunque gran parte della responsabilità della “Shoà”! La storia rivela che è vero il contrario: fu proprio la Chiesa a creare una “barriera contro la violenza anti-semita”!

a) L’avversione contro gli ebrei precede di molto la nascita del cristianesimo. Seneca li definì “razza maledetta” e “popolo scellerato”, Cicerone e Tacito li consideravano dannosi e malvagi, dai costumi “sinistri e disgustosi”. Nel 139 a.C. gli ebrei furono cacciati da Roma. Gli imperatori Tiberio e Vespasiano emanarono feroci editti contro i giudei. Domiziano non fu più tenero col popolo ebraico. Ma ancor prima, troviamo tracce di antisemitismo nella cultura greca e nell’antico Egitto, dove erano considerati ospiti indesiderati…

b) Secondo R. Stark le radici dell’antisemitismo sono da collegare all’esclusivismo della religione ebraica che ha generato nei secoli reazioni ostili in chi si trovava all’esterno del gruppo (“così come l’esclusivismo cristiano generò l’ostilità romana”). In seguito si creò un acceso conflitto religioso tra gli ebrei e la nuova minoranza cristiana, un conflitto che sfociò in violente repressioni da parte della religione dominante contro i cristiani, accusati di “eresia oltraggiosa”.

c) Stark nota che in Europa gli ebrei vissero in piena sicurezza dal VI al XI secolo. La Chiesa aveva infatti proibito le conversioni forzate di ebrei e musulmani! Per gli ebrei furono secoli felici, di libertà e sviluppo culturale, fino all’inizio delle crociate, quando la Chiesa iniziò a considerare più seriamente i conflitti religiosi. Molti ebrei perseguitati da príncipi e comandanti locali (in Germania e Francia) vennero protetti da vescovi e sacerdoti. Durante la Peste Nera (1347-1350) gli ebrei furono accusati di aver avvelenato i pozzi ma una bolla papale di Clemente IV ordinava ai cristiani (pena la scomunica) di proteggere gli ebrei respingendo ogni falsa accusa di avvelenamento.

d) La “leggenda nera” racconta anche che sotto il dominio musulmano gli ebrei godettero di stima e libertà. La storia racconta invece le forzature, le umiliazioni e le violenze subite da ebrei e cristiani sotto la dominazione islamica. Nella Spagna musulmana ad esempio – dopo secoli di pace – gli ebrei dovettero fingere conversione (v. Maimonide) all’Islam oppure emigrare per mantenere la propria libertà. “La pretesa superiorità dell’Islam quanto a tolleranza è un’assurda invenzione” (p. 44).

e) L’autore analizza infine nel dettaglio la lunga serie di distorsioni e diffamazioni contro Pio XII accusato di aver appoggiato Hitler (pp. 47-55). Una campagna rabbiosa ideata appositamente dall’Unione Sovietica, sostenuta dalla cultura di sinistra ma smentita oggi da molti storici e dagli stessi ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale.

2. Sterminio dei pagani.

moneta-costantinoIl cristianesimo si è affermato con la forza e la violenza: falso! A cosa si deve il formidabile successo del cristianesimo nell’Impero Romano? Per secoli i cristiani lo considerarono un vero miracolo, ma dall’illuminismo in poi si è iniziato a parlare di presunte violenze da parte dei cristiani per imporre la loro religione nell’Impero; oppressioni e persecuzioni sferrate soprattutto grazie all’appoggio di Costantino, convertitosi al cristianesimo nel 313 d.C.. Lo storico britannico Gibbon teorizzò una brutale persecuzione contro i pagani politeisti imbevuti di spirito di tolleranza e mitezza. Niente di tutto ciò è vero. I pagani, anche dopo la conversione di Costantino, continuarono a vivere in libertà nella società romana, occupando anche importanti cariche nel governo imperiale. Fu un periodo di tolleranza e pace tra cristiani e pagani. “Costantino non mise fuori legge il paganesimo né giustificò le persecuzioni contro i non-cristiani” (p. 85). I templi non furono chiusi né tantomeno distrutti. Gli unici attacchi promossi da Costantino furono perpetuati contro gli eretici cristiani (gnostici, valentiniani e marcioniti). In particolare due editti imperiali promossero esplicitamente un sano pluralismo religioso per il bene dell’impero. Vescovi e filosofi pagani coltivavano amicizie e i buoni rapporti portarono anche a rituali e feste condivise.

Con l’imperatore Giuliano (“una sorta di santo tra gli intellettuali anticattolici”) iniziò un periodo di violenza contro i cristiani. L’imperatore non guidò la persecuzione ma permise e giustificò torture e massacri di vescovi, sacerdoti e fedeli; ripristinò i sacrifici cruenti di animali, sovvenzionò i templi mentre tolse sussidi alle chiese ed escluse i cristiani dal governo, infine impedì loro l’accesso alla formazione classica. Con Giuliano fu sentenziata la fine del pluralismo e i due poli religiosi – cristiani e pagani – si allontanarono irrimediabilmente pur sopravvivendo entrambi. Dopo Giuliano si succedettero imperatori cristiani e la sopravvivenza del paganesimo fu dettata più dal pragmatismo politico che da ideali di tolleranza e pluralismo. Col passare degli anni, però, il paganesimo perse sempre più terreno – lentamente e progressivamente – e la causa non fu certo lo spargimento di sangue ad opera dei cristiani come molti storici anticattolici hanno voluto farci credere.

Stark si è occupato della formidabile fortuna del cristianesimo durante i primi secoli nel suo saggio Ascesa e affermazione del cristianesimo (Lindau 2007) dove affronta l’argomento dall’inedito punto di vista sociologico. Le cause dell’affermazione della nuova religione sul paganesimo sono molteplici ma in nessun modo si è fatto uso di coercizione, forza fisica o politica (una tesi frutto della fantasia che non compare neanche nel denso e dettagliato saggio appena citato).

Secondo Stark una delle principali cause dell’ascesa del cristianesimo fu l’aspetto comunitario della nuova religione che sostituiva una religione basata sul culto nel tempio. Il modello “comunitario” dei cristiani convinse (per attrazione) molti pagani a convertirsi: la comunità generava il cambiamento morale, impegno sociale e una speranza per il futuro che il paganesimo di fatto non offriva.

3. Oscurantismo.

La Chiesa ha nascosto i “vangeli” scomodi e il vero messaggio di Gesù: falso! Verso la fine del XIX secolo sono stati scoperti in Egitto i cosiddetti “Vangeli Apocrifi” risalenti ai primi secoli cristiani. Questi importanti ritrovamenti hanno provocato accesi dibattiti sui giornali e approfondimenti scientifici, accendendo la curiosità e la fantasia di storici, ricercatori e romanzieri. L’importanza di queste scoperte sta nel fatto che questi “vangeli perduti” veicolano messaggi diversi – o addirittura contrari – al messaggio trasmesso dai Vangeli canonici. Ciò che accomuna gli apocrifi è una forte influenza delle scuole gnostiche con importanti conseguenze a livello teologico sulla figura e il messaggio di Gesù, sui cristiani e sul mondo. Molti studiosi, in gran parte anti-cattolici, col sostegno della stampa internazionale, suggerirono che questi libri sarebbero stati proibiti perché portatori di messaggi troppo importanti che la Chiesa non avrebbe voluto rivelare, sulla comunità apostolica, sul ruolo delle donne, sulla risurrezione e sugli insegnamenti segreti dell’illuminato Gesù di Nazareth (un uomo saggio, rivelatore di oracoli divini). Si tratterebbe dunque di una cospirazione da parte delle autorità ecclesiastiche per nascondere importanti verità al mondo al fine di governare meglio i cristiani con dei Vangeli ufficiali meno interessanti, meno completi, meno affidabili e meno rivelatori di quelli volutamente “interdetti” e proibiti. Il Gesù dei Vangeli “ufficiali” sarebbe dunque “una costruzione teologica fantasiosa”, inventata dalla Chiesa e lontana dal vero Gesù storico più “aperto” (umano) e meno “dogmatico”. Ciò che emergerebbe è un’immagine della Chiesa come club esclusivo di illuminati, un élite di iniziati, custodi di oracoli segreti, sconosciuti ai più.

vangelomariaTra i vangeli apocrifi più celebri ci sono il “Vangelo di Maria” e il “Vangelo di Giuda”. Il primo ha come protagonista Maria Maddalena, scelta da Gesù come apostola prediletta al di sopra dei dodici. Questo testo – che negherebbe inoltre l’esistenza del peccato – è stato recentemente utilizzato per rivendicare la leadership femminile nella Chiesa e per ipotizzare una relazione sentimentale tra Gesù e Maria di Maddala. Il secondo testo (pubblicato solo nel 2006) fa di Giuda il “più fidato degli apostoli”, custode dei “misteri del regno”.

La verità, afferma Stark, è che questi Vangeli non furono nascosti ma volutamente esclusi dal canone del Nuovo Testamento fin dall’epoca patristica proprio perché considerati da subito fantasiosi, grotteschi, capziosi e dunque pieni di imprecisioni e incoerenze inaccettabili per i cristiani. Ireneo di Lione li condannò come “testi eretici”; Nelle narrazioni gnostiche infatti Dio viene rappresentato come un demone malvagio, il mondo come un luogo corrotto, gli ebrei e i cristiani come dei depravati, Gesù come un illuminato fondatore di un élite di sapienti capeggiata da Maria Maddalena o da Giuda… Questo pensiero affonda le sue radici nella filosofia classica ed era legata al paganesimo (questi gruppi furono infatti risparmiati dalle persecuzioni contro i cristiani) ma purtroppo sono molto più recenti di quanto si pensi le teorie secondo le quali i “vangeli gnostici” sarebbero, in realtà, gli unici vangeli degni di fede, censurati da una Chiesa oscurantista che mirava a coltivare i propri interessi e a nascondere la verità su Gesù. Eppure, già nel maggio del 2014, il Wall Street Journal dovette ammettere che il presunto matrimonio tra Gesù e Maddalena apparentemente sostenuto dagli apocrifi non era altro che una bella “bufala” priva di fondamento storico.

Articolo pubblicato su Aleteia

San Francesco: Abbandonate Maometto, scegliete Cristo!

francis-lecture-to-muslimsE’ necessario leggere la vera storia di San Francesco, ritornare alle fonti principali (Le cosiddette “fonti francescane”), per capire quanto l’immaginario comune sia lontano dal vero frate d’Assisi, patrono d’Italia. Considerato comunemente un allegro pacifista, un ometto semplice e simpatico, un ingenuo naturalista, Francesco fu un uomo determinato e fermo nella sua decisione di donare tutto se stesso a Cristo, certo che la verità e la felicità si trovano nel messaggio cristiano e non altrove.

L’episodio dell’incontro col Sultano saraceno Malek al-Kamil, avvenuto in Siria attorno al 1219, mostra con quanto coraggio san Francesco invitò il musulmano a convertirsi a Cristo e ad abbandonare la legge di Maometto. Alla fine Francesco dovette partire abbandonando il suo sogno (quello di vedere i musulmani convertiti al cristianesimo) perché “non faceva progressi nella conversione di quella gente”.

Avendo comunque trovato benevolenza agli occhi del Sultano, Francesco scampò miracolosamente al così tanto desiderato martirio. Diversa la sorte che, nello stesso anno 1219, tocco a cinque giovani frati partiti in missione con la benedizione di frate Francesco. “Essi raggiunsero il Marocco dove in breve tempo furono uccisi dopo essere stati brutalmente martirizzati dagli infedeli. Furono i primi martiri francescani” (G. Pasquale, San Francesco d’Assisi, San Paolo 2014, p. 117).

In questi tempi in cui gran parte del mondo islamico ha dichiarato guerra all’occidente cristiano aspirando ad una conquista territoriale dell’Europa, è necessario prendere atto del fallimento di un dialogo basato sul buonismo e sul relativismo religioso. Francesco – così tanto esaltato e applaudito come esempio di dialogo e di bontà verso il prossimo – non disdegnò di ammonire i seguaci di Maometto ad abbandonare quella religione per abbracciare la Verità che è Cristo.

Oggigiorno, affermare che esiste una vera religione (quella cristiana) e una vera chiesa (quella Cattolica) e molte false religioni (tra cui l’islam) vuol dire guadagnarsi molti insulti da parte della società (ci chiameranno intolleranti!) e rischiare – quantomeno – una sentenza di scomunica dal Vaticano!

Sarà che san Francesco – perfetto imitatore di Cristo – è stato un uomo (per lo meno un po’) “religiosamente scorretto” che non ebbe paura di morire per annunciare il Vangelo?

…per la sete del martiro

nella presenza del Soldan superba

predicò Cristo e l’altri che ‘l seguiro

(Dante Alighieri, Paradiso XI, 100-102).

* * *

Dalla Leggenda Maior di San Bonaventura

francesco-sultano-giottoA tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, affrontando coraggiosamente molti pericoli, alfine di potersi presentare al cospetto del Soldano di Babilonia.

Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte. Il Soldano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma, anzi, desideroso di affrontarla.

Confortandosi nel Signore (1Sam 30,6), pregava fiducioso e ripeteva cantando quella parola del profeta: “Infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me” (Sal 22,4).

Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato e virtuoso. Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo si rallegrò e disse al compagno: «Abbi fiducia nel Signore (Sir 11,22), fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”».

Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene, che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono d’ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza, li portarono dal Sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là.

Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità.

E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15).

francesco-e-il-sultanoAnche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida).

E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42).

Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango.

Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.

Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.

Articolo originale su Romagiornale.it

Il Cardinale Wyszynski, l’uomo che salvò la chiesa in Polonia dalla furia comunista

Fu lui a a difendere la Chiesa e i fedeli dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

WyszynskiAleteia – “Nessun paese europeo è stato lacerato e smembrato, come la Polonia, negli ultimi tre secoli” (A. M. Sicari). In modo particolare, entrambi i totalitarismi che hanno afflitto il mondo nel XX secolo si sono accaniti violentemente  sulla nazione polacca, vittima sia del terrore nazista che della furia comunista. A farne le spese in maniera particolare è stata la Chiesa che ha subito danni devastanti con la distruzione di luoghi di culto, la soppressione di ordini religiosi, la persecuzione dei fedeli e la deportazione e l’uccisione di numerosi membri del clero: religiosi, religiose, sacerdoti e vescovi. Di fronte a questo drammatico panorama è facile chiedersi come abbia fatto la chiesa polacca a sopravvivere con tale eroicità rimanendo tutt’ora una delle realtà ecclesiali europee più vivaci, donando al mondo numerosi frutti di conversione e santità. La risposta a questa domanda dovrà necessariamente fare riferimento al cardinale Wyszynski che giocò ruolo cruciale per la salvezza della chiesa e della nazione polacca nel periodo più buio della sua storia: quello dell’occupazione sovietica.

Si può affermare che la Polonia sia diventata il “polmone spirituale” di questo Anno Giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco. Si tratta infatti del paese natale di Santa Faustina Kowalska, la religiosa scelta da Dio per diffondere il messaggio della Divina Misericordia e del papa San Giovanni Paolo II che si fece portavoce di questa particolare devozione. A questo si aggiunga che proprio quest’anno la Giornata Mondiale della Gioventù sarà celebrata a Cracovia.

Tra le numerose testimonianze di fede e di santità che offre la nazione polacca non possiamo non guardare all’opera del cardinale Wyszynski che fu primate della Polonia dal 1948 sino alla sua morte avvenuta a Varsavia nel 1981. La sua vita non è sufficientemente conosciuta in occidente, in parte anche a causa del ruolo di un altro vescovo polacco: Karol Wojtyla che, in certo senso, ne “oscurò” la memoria da quando fu eletto Papa. Ma se Giovanni Paolo II ebbe un ruolo importantissimo nello scardinare il sistema comunista in Polonia, chi lottò in prima persona quando ancora Wojtyla era un giovane prete fu il cardinale Wyszynski: fu lui a combattere l’imperialismo sovietico e a difendere la Chiesa cattolica e i fedeli polacchi dalle angherie e dalle violenze attuate dal governo comunista in odio alla fede.

Il giovane prete ricercato dai nazisti.

Stefan Wyszynski nacque a Zuzela (un villaggio dell’est della Polonia) nel 1901, in una famiglia povera e numerosa. Suo padre, molto devoto alla madonna di Czestochowa, era l’organista e il sacrestano della chiesa parrocchiale. Nel 1924 Stefan ricevette l’ordinazione sacerdotale all’età di 23 anni e intraprese gli studi di diritto canonico all’Università Cattolica di Lublino. Durante l’occupazione nazista, per ordine del suo vescovo e a causa del suo debole stato di salute, fu costretto ad abbandonare il seminario dove risiedeva ed insegnava; si nascose in campagna, cambiando costantemente domicilio per scampare alle retate naziste, mentre serviva clandestinamente i fedeli del luogo dove si trovava di passaggio. L’ordine del vescovo – a cui Wyszynski obbedì non senza sofferenza – si rivelò provvidenziale: più tardi si scoprì che il suo nome era nella lista dei religiosi considerati pericolosi dalla Gestapo e destinati alla deportazione nei campi di concentramento (in quella lista anche il nome del sacerdote Massimiliano Kolbe che morì ad Auschwitz nel 1941). Nel 1944, durante l’insurrezione di Varsavia contro l’invasore tedesco, Wyszynski assunse il ruolo di cappellano militare, sostenendo i feriti e assistendo i morenti sia polacchi che tedeschi.

Una nuova minaccia: il comunismo in Polonia contro la Chiesa Cattolica.

Nel 1945, alla fine della Seconda Guerra mondiale, la Polonia si trovò in una situazione critica con inimmaginabili perdite materiali (a Varsavia i tedeschi distrussero più del 90% degli immobili) e soprattutto umane. Perdendo sei milioni di cittadini, la popolazione polacca decrebbe di un quinto. Questa nazione maltrattata e traumatizzata si trovò ad affrontare un nuovo grave pericolo che metterà alla prova, ancora una volta, la sua sopravvivenza: l’istallazione forzata e violenta del regime marxista-comunista, così estraneo al carattere tradizionale di questo paese marcatamente segnato dalla cultura cristiana. Lo stesso Stalin pronunciò la famosa frase secondo cui ‘impiantare il comunismo in Polonia era come sellare una mucca’: per istallare l’ateismo marxista in Polonia, era necessario sradicare la sua identità nazionale e la sua cultura cristiana. In questi tempi estremamente difficili Wyszynski – nominato nel 1946 vescovo di Lublino e nel 1948 vescovo di Gniezno e Varsavia – cosciente delle perdite umane sofferte sotto il nazismo, invitò i guerriglieri a consegnare le armi e ad approfittare dell’amnistia concessa per cercare di tornare ad una vita normale. Ciò che contava in quel momento non era lottare per la libertà politica, ma assicurare la sopravvivenza biologica di una nazione decimata dalla guerra. Inizialmente i sovietici mantennero una apparente benevolenza accettando di firmare un accordo con la Chiesa (1950), impegnandosi a rispettare la libertà religiosa e l’autonomia della Chiesa. Ma il governo non aveva alcuna intenzione di rispettare l’impegno preso e presto iniziò a perseguitare i gruppi patriottici e i fedeli. Nel 1952 papa Pio XII nominò cardinale Stefan Wyszynski ma le autorità comuniste non gli concessero il permesso per recarsi a Roma per ritirare il cappello cardinalizio. In questo periodo iniziò una dura repressione contro la Chiesa polacca e le sue attività: molte scuole, ospedali, giornali furono chiusi o assunti dal governo. Numerosi sacerdoti e religiosi furono incarcerati senza un vero processo e alcuni di loro assassinati. Nel 1953, il governo comunista promulgò una legge che prevedeva il controllo delle nomine ecclesiastiche, imitando un processo applicato nell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione.

Non possumus”: la lettera di Wyszynski contro le ingerenze del governo.

Questo attacco frontale contro la Chiesa segnò un punto di svolta nelle relazioni tra l’episcopato polacco e il governo marxista. Il cardinale Wyszynski, che fino a quel momento ebbe un atteggiamento conciliante nella ricerca di un modus vivendi coi suoi avversari, scrisse la famosa lettera, firmata all’unisono da tutto l’episcopato e inviata al governo, che rappresentò uno dei momenti decisivi della storia della Polonia e dell’Europa contemporanea: “Affermiamo che il suddetto decreto non può essere da noi riconosciuto come legittimo e vigente, giacché contrario alla Costituzione [che riconosceva la libertà di culto] e alle leggi di Dio e della Chiesa”. E più avanti “Se dovessimo trovarci di fronte all’alternativa di sottomettere la giurisdizione ecclesiastica come uno strumento di governo civile oppure accettare un sacrificio personale, non vacilleremo. Seguiremo la voce apostolica della nostra vocazione e coscienza sacerdotale; andremo con pace interiore, con la coscienza di non aver dato motivo per la persecuzione e che le sofferenze che ci accadranno non saranno per altra causa se non quella di Cristo e della sua Chiesa. Non possiamo sacrificare le cose di Dio sull’altare di Cesare! Non Possumus!”. La lettera provocò un’autentica furia tra i comunisti che già vantavano il controllo del paese ma che non riuscivano a controllare pienamente la Chiesa cattolica.

Il Primate in carcere: preghiera e studio in cella.

Da parte sua il cardinale Wyszynski era pienamente cosciente della reazione che quella dichiarazione avrebbe provocato nel governo ed era pronto al martirio. La notte del 25 settembre del 1953 il cardinale fu arrestato dalle autorità comuniste  e portato in carcere. Uscendo dal palazzo episcopale disse a una religiosa che si affannava nel preparargli un bagaglio: “Sorella non porterò nulla. Sono entrato povero in questa casa e povero vi uscirò”. Rimarrà in carcere per tre lunghi anni e sarà trasferito in diversi luoghi al fine di mantenere segreto il suo nascondiglio. Soltanto l’ultimo anno di prigione gli sarà concesso di vivere in un convento nei Carpazi Orientali con la possibilità di inviare e ricevere lettere. Durante la sua prigionia sapeva che in qualsiasi momento poteva essere giustiziato così come avveniva a tanti altri prigionieri. Nonostante ciò, senza perdersi d’animo, stabilì un orario simile a quello di un monastero, con un tempo di preghiera, di studio, di meditazione e di lavoro intellettuale alzandosi presto al mattino per approfittare al massimo di ogni giornata. Nel suoi Appunti dalla Prigione scrisse: “Oggi non posso servire la Chiesa e la patria col mio lavoro di sacerdote nel tempio, ma posso servirle con la preghiera. Ed è quello che sto facendo praticamente tutto il giorno”. I suoi aguzzini cercarono di rovinargli la vita in ogni modo con violenze, minacce e lusinghe, ma il prigioniero non smise di pregare per loro: “Non mi obbligheranno in nessun modo ad odiarli”. Scrisse ancora: “Abbiamo gli stessi obblighi di testimoniare Cristo in carcere come davanti ad un altare”. I suoi carcerieri si disperavano vedendo che tutti i loro metodi di persuasione (gli promisero la libertà se rinunciava al suo ruolo di vescovo) e le torture psicologiche non sortivano nessun effetto: “Anche se dovessi passare qui cento anni, non lo farò, perché va contro la mia coscienza”. Scrisse anche “Il peccato più grande per un apostolo è la paura; la paura di un apostolo è la prima alleata dei suoi nemici”; e ancora: “la mancanza di coraggio è l’inizio della sconfitta per un vescovo”.

La liberazione e l’azione diplomatica per la pace della Polonia.

Dopo l’insurrezione del 1956 contro il regime stalinista (Rivolta di Poznań), al fine di allenare le tensioni, il nuovo leader polacco Gomułka chiese al prigioniero di tornare a Varsavia per riprendere il possesso della sua sede episcopale. Wyszynski accettò ma solo alla condizione che il decreto sulle nomine dei vescovi venisse cancellato, che venisse garantita la libertà di culto e l’indipendenza tra Stato e Chiesa. Il 28 ottobre il Primate tornò a Varsavia e l’8 dicembre si firmò il nuovo accordo che sottoscriveva le condizioni poste dal cardinale Wyszynski. Fu il trionfo di chi era disposto ad offrire la propria vita prima che si compissero ingiustizie contro la sua Chiesa e il suo popolo. Se il cardinale Wyszynski si fosse piegato di fronte alle minacce del partito, la Chiesa avrebbe sofferto gravi conseguenze (come successe in altri paesi); ma la sua incrollabile fedeltà e la sua resistenza permisero alla chiesa polacca di conservare un livello di autonomia e di libertà senza paragoni in tutto il blocco sovietico. Il cardinale Wyszynski ebbe un ruolo cruciale nei conflitti che sorsero tra la classe operaia e il governo comunista: da un lato appoggiando le giuste rivendicazioni dei lavoratori e dall’altro conservando un atteggiamento conciliatore e pacifico, allentando le tensioni per evitare le violenze da entrambe le parti.

La morte del Primate: la sua opera un esempio da seguire.

Wyszynski morì il 28 maggio del 1981, quindici giorni dopo l’attentato a Giovanni Paolo II. Non potendosi recare al suo funerale perché ancora ricoverato, il Santo Padre inviò una sentita lettera alla nazione polacca con la quale indisse trenta giorni di raccoglimento e di preghiera, invitando a meditare su “la figura dell’indimenticabile Primate, il Cardinale Stefan Wyszynski”, e “il suo insegnamento, il suo ruolo in un così difficile periodo della nostra storia”. Giovanni Paolo II invitò tutti ad imitare il coraggio apostolico del cardinale e a riprendere l’opera da lui iniziata: “Riprendano quest’opera con grandissima responsabilità i Pastori della Chiesa, la riprendano il clero, i sacerdoti, le famiglie religiose, i fedeli di ogni età e di ogni mestiere. La riprendano i giovani. La riprenda la Chiesa intera e l’intera Nazione”.

Nel 1989 per volere di Giovanni Paolo II, venne inaugurato il processo di beatificazione del Servo di Dio cardinale Stefan Wyszynski. Superata la fase “diocesana”, il processo è ora allo studio della Congregazione delle Cause dei Santi dove è in esame l’inspiegabile guarigione di una ragazza di Szczecin (nord della Polonia) che, afflitta in stato terminale da un tumore, chiese la grazia della guarigione per l’intercessione del coraggioso “Primate del Millennio”.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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Viva Lutero il santo della misericordia! Il revisionismo ecumenico di Kasper

kasperluteroEsce in questi giorni, per i tipi dell’editrice Queriniana, il nuovo libro del cardinale tedesco Walter Kasper dedicato a Martin Lutero. Il breve libro raccoglie le riflessioni del cardinale su Martin Lutero; il testo è frutto di una conferenza offerta da Kasper nel gennaio del 2016 presso l’università di Humboldt (Berlino) in vista del quinto centenario della Riforma Protestante.

Il 31 ottobre 2016 a Lund (Svezia) si darà inizio a un anno di grandi festeggiamenti con una cerimonia ecumenica che conterà con la partecipazione straordinaria di papa Francesco. Alcuni esponenti della gerarchia cattolica parlano della ricorrenza con toni entusiastici tanto che il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller, ha recentemente gettato acqua sul fuoco smorzando i toni e chiarendo che per un cattolico non ci sono motivi per festeggiare uno scisma, una ferita che ancora fa male alla Chiesa. Nel suo libro intervista Informe sobre la esperanza” (BAC 2016)  Müller ha categoricamente affermato che “In senso stretto, noi cattolici non abbiamo nessun motivo di festeggiare il 31 ottobre 1517, data che si considera l’inizio della Riforma che ha portato alla spaccatura della cristianità occidentale. (…) Non possiamo accettare che esistano motivi sufficienti per separarsi dalla Chiesa” (p. 134).

In questo senso Müller ha ricordato il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus (2000) “incompreso da molti e ingiustamente rifiutato da altri”, che rimante ancora oggi come “la Magna Carta contro il relativismo cristologico ed ecclesiologico di questi momenti di grande confusione“. Un relativismo teologico che sta diventando un ostacolo all’ecumenismo: “La relativizzazione della verità e la adozione acritica delle ideologie moderne sono il principale ostacolo verso l’unità nella verità“.

Se da una parte è normale che i protestanti guardino alla Riforma ed al suo protagonista, Martin Lutero, da una prospettiva diversa da quella cattolica (come il momento di rinascita della vera chiesa e di ritorno alle origini del Vangelo), ciò che d’altra parte sorprende oggi  è la benevolenza che una parte della Chiesa Cattolica, in nome di un concetto equivoco di ecumenismo, riserva a Lutero e alla sua Riforma. E’ il caso del cardinale Walter Kasper, rappresentante di punta dell’ala più radicalmente progressista della gerarchia cattolica, che mostrandosi un grande estimatore della Riforma protestante, pubblica una vera e propria apologia di Lutero che finisce per giustificarne e minimizzarne gli errori (umani e dottrinali) per esaltarne le virtù umane, teologiche e mistiche.

Il sottotitolo del libro è “Una prospettiva ecumenica[1], ma già leggendo le prime pagine viene la sensazione che si possa senza problemi cambiarlo in “Una prospettiva protestante. Di fatti Kasper sembra adottare, dall’inizio alla fine, il punto di vista luterano opposto alla lettura cattolica espressa dal cardinale Müller.

Che una prospettiva ecumenica si sforzi di trovare punti di contatto tra le due confessioni in nome di una comunione che preannunci un’unità è cosa pacifica, ma l’intento del cardinale Kasper è quello di riabilitare completamente la figura di Martin Lutero e di considerarlo, non più l’artefice del più grande scisma che abbia mai sconvolto l’Occidente, ma la vittima del suo buon senso e della sua santità, del suo zelo apostolico e della sua fedeltà al Vangelo; vittima soprattutto della chiusura della Chiesa Cattolica incapace di ascoltare Lutero e di sottomettersi, penitente, alla sua predicazione: “(…) L’invito alla penitenza di Lutero non fu ascoltato dalla Roma del suo tempo e neanche dai vescovi; anziché reagire con pentimento e con le riforme necessarie, rispose con la polemica e la condanna. Roma ha parte della colpa  – una gran parte – del fatto che la riforma della Chiesa si convertisse in una Riforma che divise la Chiesa” (pp. 33-34). Solo da quel momento (dall’insubordinazione del Sommo Pontefice alle sue parole di ammonimento) Lutero inizierà a considerare il Papa come l’incarnazione “l’Anticristo” e Roma come una Babilonia schiavizzante e figlia del demonio[2]. Sembra dunque di capire che la causa dello scisma d’occidente sarebbe da ricercare nell’insubordinazione di Roma e del Papa a un monaco tedesco e non viceversa!

Lutero, afferma Kasper con certo orgoglio, è ormai riconosciuto come un “Padre della Chiesa”: “Secondo alcuni, Lutero si è ormai convertito in un Padre della Chiesa comune alle due confessioni, quella cattolica e quella evangelica“. Dal punto di vista teologico – continua Kasper – solo grazie alla predicazione del monaco agostiniano, la riflessione cattolica – per reazione – conobbe nuovi sviluppi (“non esisteva una cristologia cattolica ma una ‘gerarcologia’…”) provocando anche il rafforzamento del primato del vescovo di Roma come identificativo della cattolicità.

E’ questo il ritratto che Kasper fa di Lutero (concentrandosi più sulle sue “intenzioni originarie”[3] che sulla sua opera) un profeta che parlò in nome di Dio, la cui voce “fu un campanello d’allarme e un ‘assist’ dello Spirito Santo alla Chiesa” (p. 30). Sfogliando il libro di Kasper scopriamo che Lutero fu un campione della libertà di coscienza, un mistico fedele al Vangelo e pieno di zelo apostolico alla stregua dei grandi maestri della spiritualità moderna come sant’Ignazio di Loyola, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce e san Francesco di Sales. Un uomo dal “olfatto acuto” (p. 26), che valutava tutto “dalla sua profonda religiosità” che, con la sua caratteristica eloquenza poneva dei quesiti esistenziali che toccavano la dimensione religiosa più intima. Lutero fu un cristiano dalle aspirazioni “profondamente cattoliche” che pose al centro la domanda più importante, quella su Dio: Come riscoprire un Dio clemente e misericordioso aldilà delle false aspettative di salvezza offerte dalla Chiesa con la vendita delle indulgenze?[4] Lutero scoprì, attraverso le Sacre Scritture che la giustizia divina non è castigatrice e vendicativa, non dipende dalle opere ma dalla misericordia di Dio “che libera, perdona e consola”, non dalle pratiche di devozione e dalle indulgenze ma solo ed esclusivamente dalla Grazia. Comprese che era necessario rifondare la chiesa (oscurata dalle minacce di un temibile ed odioso Dio giusto e vendicativo) a partire dal concetto evangelico di misericordia. “Così Lutero, contro la pietà puramente esteriore che regnava all’epoca, optò per una interiorizzazione dell’essere cristiano, un’aspirazione profondamente mistica” (p. 27).

Luther2017In questo modo il Lutero di Kasper si erge come modello di santità di vita, di zelo apostolico e di interezza morale, capovolgendo quella che per secoli fu la fama che lo accompagnò all’interno della comprensione cattolica della storia. “Per i cattolici, Lutero è stato per molto tempo l’eretico per antonomasia, il colpevole della divisione della Chiesa occidentale con tutte le sue terribili conseguenze sino al giorno d’oggi. Quei tempi oramai sono passati. La ricerca teologica su Lutero, nel XX secolo, ha segnato un capovolgimento (sic!) nella comprensione del riformatore portando al riconoscimento delle aspirazioni genuinamente religiose di Lutero e a un giudizio più equo sulla spartizione delle colpe per la divisione della Chiesa...” (pp. 12-13).

L’affissione (o l’invio) delle 95 tesi non vollero rappresentare (sempre nelle “intenzioni originarie” di Lutero) un documento rivoluzionario bensì un tentativo di rinnovamento, un cordiale invito a un dialogo che le gerarchie purtroppo non accolsero (p.28) provocando uno scontro frontale che portò alla scomunica. Il resto della storia superò le aspettative e le speranze di Lutero che si trovò coinvolto in circostanze storiche che mai avrebbe voluto provocare. “Ciò che premeva a Lutero era la conoscenza di Cristo, (cognitio Christi) e il solus Christi (p. 30). Egli voleva che la luce del Vangelo tornasse a risplendere nelle tenebre in cui era stata nascosta“. L’intenzione di Lutero, dunque, non fu quella di fondare una nuova chiesa ma di “rinnovare l’intero cristianesimo” (p. 28) nel solco della tradizione dei “rinnovatori cattolici” come lo stesso San Francesco d’Assisi[5].

La “confessionalizzazione” – continua Kasper – fu un processo posteriore (non era nelle originarie intenzioni, puramente spirituali e profondamente cattoliche, di Lutero) e trasformò un sano e salutare processo “riformista” in seno al cattolicesimo in una vera e propria riforma che diede vita le chiese confessionali, separate e nazionali, che rifiutarono l’autorità del papa per sottomettersi a quella dei principi.

Il perché la Chiesa di Roma non si trasformò anch’essa in una chiesa nazionale (nonostante la brutta piega presa a Trento), Kasper non lo giustifica con motivazioni teologiche che facciano riferimento ad una speciale assistenza dello Spirito Santo nella Chiesa di Cristo o al fatto che il resto della cristianità rimase fedele a Pietro (garanzia di unità ed universalità) ma a motivazioni puramente storico-geografiche: fu l’espansione del cattolicesimo nel Nuovo Mondo, l’evangelizzazione in Africa e in Asia che diede a Roma il potere della “cattolicità”, ossia l’universalità, che pretendeva basata su fondamenti teologici. In altre parole, senza espansione geografica della Chiesa nell’epoca moderna, anche Roma sarebbe finita per chiudersi orgogliosamente nelle mura di una delle tante chiese locali.

Secondo Kasper oggi è più che necessario “mettersi serenamente all’ascolto” di Lutero[6], tornare alla sua scuola, in un mondo che ha dimenticato Dio, dove le questioni delle indulgenze e della giustificazione dei peccatori sono diventate estranee ed anacronistiche e dove la voce della Chiesa è divenuta per molti – con parole di Lutero – “una parola incomprensibile ed equivoca” più di quanto non lo fossero all’epoca della Riforma. Insomma, le dispute teologiche lasciano ora il tempo che trovano di fronte all’urgenza di accordarsi e convergere su ciò che accomuna le diverse confessioni cristiane, che “è molto di più di quanto di divide”. Difatti il dialogo ecumenico degli ultimi decenni ha messo in rilievo, secondo Kasper, che non ci sono differenze sostanziali tra le varie confessioni[7]. Le differenze, afferma, sono dovute esclusivamente a incomprensioni reciproche oppure non hanno più alcuna portata decisiva per la fede dei cristiani[8].

Ciò che oggi è urgente è perciò superare le nostre autoreferenzialità confessionale per costruire un “nuovo umanesimo universale” che si metta al servizio “dell’unità e della pace nel mondo”.

I tempi che corrono sono cattivi, oscuri, e la necessità di una nuova Riforma della chiesa è impellente; una riforma che faccia uscire la cattolicità dai tempi bui in cui è immersa e che ricostituisca la vera chiesa di Cristo, di ispirazione evangelica, dopo anni di centralismo e autoritarismo romano (da Trento a Benedetto XVI). È questo il pensiero del cardinale Kasper, un pensiero che in questi ultimi tre anni non ha certamente nascosto (come abbiamo avuto modo di notare parlando del suo libro “Testimone della Misericordia”).

Che nella mente di Kasper il nuovo Lutero sia proprio Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco, il papa della Misericordia, il papa della svolta, il nuovo “Grande Riformatore“? Da ciò che ha scritto e detto in questi ultimi tre anni, sembra che il cardinale tedesco nutra qualcosa di più che una tenue speranza. Ma qui Kasper lo afferma con chiarezza quando scrive che con Papa Francesco e con la sua enciclica programmatica Evangelii Gaudium, “L’originaria aspirazione di Lutero, il Vangelo della Grazia e della Misericordia e la chiamata a conversione e rinnovamento, sono passati in primo luogo” (p. 68). Speriamo solo che le conseguenze, per la Chiesa e per la società, non siano le stesse di cinquecento anni fa.

Post scriptum: A chi interessa approfondire l’argomento segnalo quest’altro libro, forse meno “ecumenico” ma più storicamente e teologicamente documentato: http://angelapellicciari.com/libri#martin-lutero

NOTE:

[1] Qui si citano le pagine dell’edizione spagnola con traduzione libera dell’autore dell’articolo (Kasper W., Martín Lutero. Una perspectiva ecuménica, Salterrae 2016)

[2] Stessa sorte toccò agli ebrei che, avendo rifiutato la predicazione di Lutero meritarono di venir chiamati “cani sanguinari, assassini di tutti i cristiani”; le sinagoghe nient’altro che un “covo di demoni”, il popolo giudeo un “odioso e maledetto popolo”. Lutero – nel suo libro “Degli ebrei e delle loro menzogne” chiedeva di “Bruciare tutte le loro sinagoghe” e coprire il resto con sabbia e fango. Era solo uno dei sette soluzioni pratiche contro “l’odioso popolo” (cfr. Pellicciari A., Martin Lutero, Cantagalli 2012, pp. 113-119).

[3] Alle “originarie intenzioni” di Lutero “profondamente religiose e cattoliche” andrebbero aggiunte le questioni economiche, geografiche, nazionaliste che furono alla base della Riforma come un motore che alimentò progressivamente l’odio verso il Papa e verso Roma. Tutte questioni omesse dal piccolo elogio a Lutero del cardinale Kasper così come la vicenda personale di un monaco in crisi vocazionale, tormentato dagli scrupoli e in conflitto con l’autorità.

[4] Il problema di Lutero era pastorale (nel sedersi al confessionale e nel confessarsi viveva il terrore della giustizia di Dio), ma sue soluzioni al problema pastorale furono dogmatiche e arrivarono a sconvolgere la millenaria dottrina della Chiesa con un impeto rivoluzionario.

[5] Il confronto col fraticello d’Assisi è quanto mai fuorviante e pericoloso; se Francesco sollecitò un ritorno all’essenziale del messaggio evangelico non lo fece con la pretesa di imporre una lezione al Papa ma sottomettendosi alla sua autorità e vivendo lui stesso per primo, con i primi compagni, ciò che predicava. I numerosi frutti di santità fanno onore al messaggio e all’opera di San Francesco al di là di paragoni inconsistenti e letture superficiali. (Sul paragone tra la l’opera di san Francesco e quella di Lutero ho parlato in un breve articolo pubblicato nel 2013).

[6] Tornare ad ascoltare Lutero diventa dunque l’occasione di un incontro ecumenico decisivo tra le diverse confessioni. Parlando di unità, la questione assume contorni paradossali perché Lutero diventerebbe, per Kasper, uno strumento di unità tra le chiese. Inutile dire che sarebbe certamente più appropriato (e più cristiano) un invito a guardare assieme a Cristo e al suo Vicario in terra, anziché al padre della Riforma, un ritorno a Cristo anziché un ritorno a Lutero (cfr. Unitati Redintegratio, 2, 20 e 23).

[7] Per Kasper l’ecumenismo consiste nell’unità della “diversità riconciliata”, un’unità che non si compone più attorno a Pietro Vicario di Cristo, ma sotto forma di un “poliedro” che raccoglie tante facce uguali ed ugualmente importanti. Una sorta di democrazia ecclesiale (o confederazione di chiese) sotto la guida dello Spirito Santo. Il primo passo sta nella fine di ogni dogmatismo teologico (“antiche mura di castelli in rovina”) e nella riscoperta del “Vangelo della Misericordia” che raccolga gli uomini “di buona volontà”, per diffondere “il messaggio cristiano universale dell’amore e dell’impegno non-violento a favore della giustizia, della pace e della libertà”. Sarà dunque fondamentale la “scoperta di una cattolicità originaria, non limitata da nessuna parzialità confessionale”. Insomma, la fine delle confessioni cristiane in favore di un “nuovo umanesimo universale” che si metta al servizio “dell’unità e della pace nel mondo”. L’ecumenismo – afferma Kasper – ha aiutato entrambe le chiese a “superare la loro autoreferenzialità confessionale”. La Chiesa Cattolica è per sua natura una realtà missionaria che si riconosce come “sacramento per il mondo”, ma anche le chiese evangeliche, dal consiglio di Uppsala del1968 hanno intrapreso la stessa via aprendosi a una prospettiva universale. “L’enciclica Laudato Sii ha dilatato ancora di più questo orizzonte universale dal punto di vista ecologico e cosmologico” (in nome dell’impegno comune a favore della sostenibilità e del rispetto della natura…).

[8] Secondo una linea di pensiero oggi in voga all’interno della Chiesa, una seria analisi teologica delle problematiche sacramentali e delle incompatibilità dottrinali tra le due confessioni, verrebbe screditata e considerata un’infertile esamina teologica, un residuo medievale, un atteggiamento scolastico tipico di “dottori delle legge” pronti ad accusare il prossimo in nome di norme dure come pietre, una contribuzione alla costruzione di muri, uno spirito – insomma – lontano anni luce dal nuovo corso incentrato sulla misericordia. Per questo Kasper risolve che le differenze teologiche sono sostanzialmente nulle perché ininfluenti (così come le opere?) ai fini della salvezza delle anime.

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