Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

L’innocenza di padre Molina. Il Vaticano lo condanna per abusi, ma dopo tre anni emerge la verità: solo calunnie!


Ieri su La Nuova Bussola Quotidiana veniva pubblicato un mio articolo sul caso di don José Antonio Molina, sacerdote diocesano missionario della diocesi di San Salvador. Ripropongo su questo mio blog, l’articolo integrale con un commento personale.

Il primo novembre del 2016, il sacerdote salvadoregno José Antonio Molina fu convocato all’arcivescovato di San Salvador per rendere nota la decisione di papa Francesco di sospensione ad divinis per reato di pedofilia. Assieme a lui, altri due sacerdoti diocesani furono condannati dal Vaticano e ridotti allo stato laicale (provvedimento che comporta la perdita definitiva di tutte le prerogative dello stato sacerdotale). Ma, a distanza di tre anni, anni di sofferenze, di umiliazione e di dolore per il giovane sacerdote e per la sua famiglia, la verità è venuta finalmente a galla. Un tribunale civile ha decretato l’innocenza di padre Antonio Molina grazie alla confessione dell’accusatore che ha ammesso di aver infangato l’onore del sacerdote: «erano solo calunnie». Un caso che ha del paradossale se si pensa che si tratta di un sacerdote condannato dalla stessa Chiesa ma dichiarato innocente dallo Stato [Del caso si sono interessati ampiamente i media locali, segnaliamo in modo particolare la dettagliata inchiesta dell’inserto “Septimo Sentido” del giornale locale “La prensa grafica”].

Il 18 dicembre del 2016 il vescovo mons. José Luis Escobar Alas, annunciò la conclusione del processo canonico nei confronti dei tre sacerdoti con queste parole (riportate in Italia dall’agenzia Agensir):

«Portiamo a conoscenza di tutti che si sono conclusi i processi penali ecclesiastici nei confronti dei sacerdoti di questa diocesi accusati di abuso sessuale su minori, monsignor Jesús Delgado, don Juan Francisco Gálvez e don José Antonio Molina, e che tristemente i tre sacerdoti sono stati trovati colpevoli». Il vescovo ha affermato di aver «già chiesto perdono alle vittime» e ha aggiunto «oggi rinnoviamo pubblicamente la nostra richiesta di perdono».

Tra questi sacerdoti – un colpo durissimo per la chiesa locale e per tutto il paese – spiccava il nome del vicario generale dell’archidiocesi, che fu per molti anni segretario personale dell’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero, (oggi santo), suo biografo e promotore della sua causa di canonizzazione: mons. Jesús Delgado.

A don Antonio Molina, che fu parroco della parrocchia di “Santa Croce a Roma” nella località di Panchimalco (cittadina a pochi chilometri dalla capitale) fu mostrata la lettera proveniente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, contenente il decreto scritto in latino e firmato dallo stesso Sommo Pontefice Francesco. La lettera parlava di una «decisione inappellabile che non ammette ricorso» (una terminologia, quella dell’ inappellabilità, utilizzata dal Papa e sottolineata con incisività dai media nel clamoroso caso dell’ex cardinale T. McCarrick). Secondo il diritto canonico, infatti, non si può appellare una sentenza emessa direttamente dal Pontefice, mentre sono appellabili, ad esempio, le decisioni prese dalla Congregazione per la Dottrina della Fede:

Can. 1629 – Non si dà luogo all’appello:

1) contro una sentenza emessa dallo stesso Sommo Pontefice o dalla Segnatura Apostolica.

Fu dunque lo stesso papa Francesco che, ricevuta la documentazione dall’archidiocesi di San Salvador, emise la condanna ed impose la pena più grave nei confronti di don Antonio Molina. La condanna arrivò in tempi brevissimi, senza che si approfondisse l’indagine e senza ascoltare le ragioni del giovane sacerdote che, fin dal principio e per tre lunghi anni, si dichiarò estraneo ai fatti e dunque innocente.

Nel 2016 Molina, già prefetto agli studi nel Seminario diocesano, fu accusato di violenza sessuale da un uomo di 35 anni, Isaí Ernesto Mendoza. Secondo l’accusa, don Molina avrebbe organizzato orge in parrocchia e abusato sessualmente del giovane chierichetto, all’epoca minorenne, tra il 1993 e il 1996 (Molina fu parroco di Santa Croce per due periodi dal 1993 al 1996 e dal 2006 al 2016). Inoltre il sacerdote avrebbe minacciato di morte la sua vittima. A questo si aggiunse l’accusa di due donne (due gemelle, oggi trentacinquenni) che dichiararono di essere state toccate dal sacerdote quando erano minorenni. L’accusa si basò esclusivamente sulle parole delle persone interessate e non contava con prove o testimonianze che accertassero la verità dei fatti.

Nonostante molte contraddizioni presenti nell’accusa (non esisteva nessun gruppo di chierichetti in quel periodo e sembrerebbe che la famiglia Mendoza, che tra l’altro frequenta una setta protestante nel “Tempio del Tabernacolo”, non abbia mai vissuto a Panchimalco) in poco tempo il Vaticano decretò la sospensione immediata del sacerdote. Ciò che sbalordisce è che il caso fu considerato dal Vescovo talmente eclatante e l’accusa così certa e veritiera, che la questione non meritò nessuna indagine da parte della chiesa locale o della giustizia salvadoregna. Da quanto si apprende sembrerebbe che in questo caso non sia stata seguita la procedura corretta che prevede una fase diocesana praevia, l’invio della documentazione alla Dottrina della Fede e un processo amministrativo diocesano per valutare un’eventuale ricorso dell’accusato, mentre riserva il ricorso al Santo Padre (di per sé molto raro) solo per casi realmente eccezionali e gravissimi.

Senza attendere ulteriori prove, senza istituire un’indagine, né valutare ulteriormente le accuse per accertare le dinamiche dei fatti (per molti casi simili i tempi sono molto lunghi e si attendono evidenze eclatanti) il caso è stato messo in mano al Sommo Pontefice che ha sentenziato l’immediata sospensione del sacerdote.

Secondo la ricostruzione del giornale locale “La Prensa Grafica”, sembrerebbe che di fronte alle accuse di Isaí Mendoza, l’arcivescovo avesse assegnato d’ufficio a don Molina un sacerdote diocesano – don F. Góngora, il parroco della cattedrale – come difensore nel processo canonico. Questo avvenne solo venti giorni prima che la diocesi inviasse la documentazione a Roma; don Molina non avrebbe avuto, dunque, modo di parlare col suo avvocato fino alla definitiva chiusura del processo canonico; mentre le indagini portate avanti da don Góngora sembrano siano state del tutto superficiali ed inadeguate, visto anche il poco tempo a disposizione.

Gli stessi giornali locali lessero la sentenza come un “pugno sul tavolo” dell’arcivescovo, un chiaro segnale di “tolleranza zero” contro questo grave delitto. Una specie di “condanna esemplare”? «La velocità con cui furono risolti i processi sembrava un colpo sul tavolo, un messaggio che la Chiesa si era impegnata nel combattere questo delitto. Col caso di Molina non ci misero neanche un anno».

Nel frattempo del caso si è occupato la giustizia civile (unica via d’uscita rimasta al sacerdote di fronte all’inappellabilità della decisione papale) che ha finalmente riconosciuto il reato di diffamazione e calunnia contro l’ex parroco di Panchimalco. Solo dopo tre anni, in un’udienza di conciliazione dell’8 ottobre del 2019, il Sesto Tribunale di San Salvador ha dichiarato innocente il sacerdote Molina dopo che il principale accusatore ha dichiarato di aver mentito all’arcivescovo. Isaí Ernesto Mendoza ha chiesto pubblicamente scusa a don Antonio Molina per le diffamazioni e le calunnie con le quali lo ha accusato davanti al Vescovo di San Salvador: «Voglio chiedere pubblicamente scusa per le false dichiarazioni che ho rilasciato all’arcivescovato. Tutto ciò che ho detto è falso». L’uomo ha dichiarato davanti al Giudice che non ha mai subito violenze sessuali dal ex parroco di Panchimalco, don José Antonio Molina Nieto. Anche le due donne gemelle accusatrici hanno ritrattato la loro accusa su “documenti scritti ora in possesso della chiesa salvadoregna”.

Molina ha chiesto al giudice di inviare un rapporto all’arcivescovo di San Salvador e alla Nunziatura Apostolica affinché si dia inizio all’iter per venire riammesso nel pieno delle sua funzioni come sacerdote.

Intervistato dai media locali dopo la sentenza, don José Antonio ha dichiarato: «Mi sento come mi sono sentito dall’inizio, innocente. Sono contento, non posso negare di essere soddisfatto: la verità trionfa sempre sulla menzogna. Ringrazio Dio perché ha permesso che mi caricassi questa falsa accusa e ringrazio che tutta questa storia sia finita, dopo ben tre anni, sette mesi, ventidue giorni… Voglio dire a tutto il paese che sono stato accusato ingiustamente e che perdono Cinty e Karen Gutierrez [le gemelle accusatrici] che con un documento scritto hanno ritrattato le accuse, e perdono al signor Isaí Ernesto Mendoza Martinez che, ancora al giorno d’oggi, non ho mai conosciuto… Oggi si chiude un capitolo della mia vita e vorrei ringraziare i mezzi di comunicazione se possono diffondere questa notizia visto che quando noi veniamo accusati siamo su tutte le prime pagine, ma se siamo dichiarati innocenti magari non pubblicano niente…».

«Ho accettato questa dura prova con amore alla verità e diritto alla giustizia. Ho sempre dichiarato la mia innocenza perché non conosco quel signore. Ancora non so cosa succederà ora, ma lo affronterò con maggiore pazienza e serenità. Ciò che voglio che sia chiaro è che non serbo odio né rancore, ne ho desiderio di vendetta verso nessuno».

Interrogato sul suo ritorno all’esercizio del sacerdozio, Molina (che ha anche affermato “Non so se l’arcivescovo risarcirà il danno causato a me, alla mia famiglia e alla Chiesa…”) ha risposto:

«Non posso pretendere nulla. Penso che il Santo Padre verrà correttamente informato da mos. José Luis Escobar Alas o dal cardinale – che tra l’altro è un grande amico – Gregorio Rosa Chávez. Obbediremo a ciò che deciderà il Papa senza pretendere nulla di ciò che la Chiesa vorrà da me».

In un’intervista rilasciata alla TV cattolica l’arcivescovo José Luis Escobar Alas ha chiarito la sua posizione. Interrogato sugli effetti che può avere la decisione del tribunale civile sul processo canonico già concluso il vescovo ha affermato di non sapere cosa dire perché «Il processo canonico lo porta avanti il Vaticano, il tribunale diocesano si limita a raccogliere le informazioni e inviarle a Roma. Non dipende da noi procedere, ma al Vaticano, ora che le accuse sono state ritirate».

mons. José Luis Escobar Alas, vescovo di San Salvador.

Articolo originale su La Nuova Bussola Quotidiana

Una riflessione personale

Quella di José Antonio Molina è una storia che ha molto da insegnarci e dalla quale dovremmo trarre – con umiltà – un valido insegnamento per evitare che si ripetano equivoci simili. La sua vicenda ricorda quella più nota del cardinale australiano George Pell che ai suoi 77 anni è stato dichiarato colpevole e condannato da un tribunale australiano a 6 anni di reclusione per abuso sessuale su minore. Un processo, quello contro Pell, che ha portato a un verdetto fondato “unicamente sulla parola del denunciante”, basandosi su una tesi accusatoria traballante, che presenta non pochi punti oscuri e alcune contraddizioni. A differenza del cardinale Pell – diventato il bersaglio numero uno dell’opinione pubblica australiana pronta a mettere in croce il più alto esponente della cattolicesimo nazionale – la vicenda di don Molina vede una Chiesa che probabilmente ha peccato di imprudenza nel voler affrettarsi a condannare un sacerdote senza la dovuta prudenza e le necessarie indagini (non sembra che l’accusa abbia messo con le spalle al muro l’imputato ma piuttosto che si sia limitata ad additarlo da lontano…).

Ciò che dobbiamo tener conto è che la politica di  “tolleranza zero” avviata da Benedetto XVI e confermata e rafforzata da Francesco non autorizza a dare vita ad una “caccia alle streghe”. Specialmente in un contesto sociale dove i sacerdoti non godono più del minimo rispetto e dell’ossequio morale che poteva assicurare loro, quantomeno all’inizio del processo, la presunzione di innocenza di fronte ad eventuali accuse di immoralità. La risonanza mediatica offerta ai casi di pedofilia nella Chiesa ha toccato, negli ultimi anni, vertici altissimi. Sono storie appetibili per il grande pubblico sia perché stuzzicano una curiosità spesso morbosa, avida di dettagli e particolari, sia perché risvegliano sentimenti di rivalsa contro la Chiesa come istituzione e contro gli insegnamenti da essa proposti. In un simile contesto, in cui tutti i sacerdoti vengono guardati con sospetto e considerati potenziali criminali seriali sessuali, è ovvio che la vulnerabilità del sacerdote è massima; i ministri di Dio dovranno centuplicare la dosi di prudenza nel loro operato, specialmente quando avranno a che fare con minori perché sanno bene che un’accusa di questo genere (non già una condanna, ma già solo un’accusa) potrebbe costargli un prezzo altissimo: la vocazione, il ministero, la vita stessa (nel senso più ampio di progetto e significato).

Stare dalla parte delle vittime non significa dover credere ad occhi chiusi ad ogni insinuazione ed a ogni accusa senza le dovute valutazioni o indagini, senza ascoltare gli accusati e valutarne la colpevolezza col massimo rigore.

Senza colpevolizzare nessuna delle parti in causa (ad ognuno le sue responsabilità in sede civile, ecclesiastica e innanzi al supremo tribunale divino), condannare un innocente è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio che giudica con giustizia (Sal 9,8; Is 63,1); giudice giusto (Sal 7,12) e padre di ogni giustizia (Sal 93,1), la cui ira «si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia» (Rm 1,18). Dice la Scrittura che «Assolvere il reo e condannare il giusto sono due cose in abominio al Signore» (Pv 17,15)

Condannare un sacerdote per un delitto mai commesso e dimetterlo allo stato laicale senza dare ascolto alla sua testimonianza ma sulla base di accuse infondate significa arrecare sofferenze atroci (spirituali, psicologiche e fisiche), non solo a un ministro di Dio che è, per sua natura e missione un uomo pubblico, ma anche alla sua famiglia, alla comunità parrocchiale, a quella sacerdotale e a tutta la diocesi. Un’accusa di questo genere e una tale sentenza (“definitiva e inappellabile”) arreca inoltre un danno morale irreparabile capace di segnare per tutta la vita un uomo innocente. Nulla che la forza della fede non riesca a risanare con la fiducia in un Dio che “rende giustizia all’oppresso” (Sal 145,7), un Dio capace di “fare nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e di trarre dalla morte la vita. Solo nella fede si può trovare una risposta alle ingiustizie, solo grazie alla fede sarà possibile perdonare lì dove “l’uomo vecchio” reclama una vendetta che ristabilisca la giustizia. Ma la vera giustizia viene da Dio, come afferma San Paolo:

«Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» (Rm 8,33-37)

don José Antonio predicando in parrocchia

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