Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Crollo delle vocazioni nella Chiesa: problema politico o questione di fede?


Qualche giorno fa ho letto su Stilum Curiae, il blog del giornalista Marco Tosatti, il commento di un sacerdote romano riguardo al tema del crollo delle vocazioni sacerdotali (Qui l’articolo in questione). Si parlava anche del prossimo Sinodo sull’Amazzonia e dell’intenzione di ridiscutere l’obbligo del celibato e il reintegro dei “preti sposati” per supplire alla penuria di vocazioni. Sono rimasto sorpreso leggendo che il sacerdote romano neghi quello che, dal mio punto di vista, di laico “informato sui fatti”, è il punto focale della questione: la fede dei candidati. Il sacerdote afferma senza mezzi termini che a determinare il crollo delle vocazioni ci sono dei motivi che «non c’entrano assolutamente niente con la fede dei ragazzi o degli uomini che chiedono di incominciare il percorso per diventare sacerdoti». Dopo aver affermato che la crisi esiste solo nel mondo occidentale perché le chiese dell’Asia e dell’Africa pullulano di vocazioni (e su questo ritornerò), asserisce che il problema è nella «politica che ha accompagnato il discernimento delle ammissioni».

Detto questo espone i motivi che, secondo lui, sono alla base del collasso:

  • Si accettano in seminario solo persone “raccomandate”.
  • Si escludono gli adulti per prediligere solo i più giovani.
  • Valutata la situazione economica del candidato, si accettano solo i “benestanti”.
  • Si esegue una capillare indagine poliziesca sulla famiglia del candidato prima di accettarlo.

Ho voluto riassumere questi punti per chiarezza. Non so di quale esperienza parli questo sacerdote… o se abbia subito qualche torto dall’ufficio vocazionale dell’Urbe. Credo che siamo piuttosto lontani dal capire (e quindi dal risolvere) il problema delle vocazioni nella nostra diocesi e nelle diocesi italiane e mi sorprende molto che un sacerdote possa elencare una simile lista di “motivi” per cui siamo arrivati a questo punto.

Reputo questa analisi miope perché esclusivamente orizzontale, priva di una visione di fede. Sembrerebbe considerare che il  fiorire di vocazioni  dipenda dalle “politiche” di selezione di un ufficio e non sia piuttosto un segno dei tempi e della crisi che stiamo attraversando. Siamo d’accordo che la situazione è disastrosa e qualche tempo fa lo ammise lo stesso responsabile delle vocazioni citato nell’articolo. Dei 19 nuovi sacerdoti ordinati quest’anno da Papa Francesco solo 2 provengono dal Seminario Romano (8 presbiteri della Comunità Figli della Croce e 8 del Seminario Missionario Redemptoris Mater, uno della Famiglia dei Discepoli).

A Roma mancano presbiteri, ci sono parroci che chiedono collaboratori e non ce ne sono, ci sono religiosi che non riescono a mantenere le parrocchie ma la diocesi non riesce a rilevarle per mancanza di personale a cui affidarle… la situazione è gravissima, ma affermare che la “colpa” di tutto questo siano le raccomandazioni, le discriminazioni di natura economica e – soprattutto – la eccessiva rigidità nelle selezioni dei candidati, sia al limite del ridicolo.

Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7,16). Forse dirò una cosa scontata, non so, ma vale la pena non perderla di vista. Le vocazioni sacerdotali, come quelle religiose, non nascono sotto i cavoli e non sono frutto dell’impegno e dell’efficienza di un ufficio qualunque di P.zza San Giovanni in Laterano. A chiamare è Dio e le vocazioni sono una risposta di fede alla chiamata divina; sono il frutto buono di un albero che cresce rigoglioso; sono il coronamento di una pastorale di evangelizzazione che faccia dei giovani dei veri cristiani e non dei bravi operatori ecologici di raccolta differenziata. Le parrocchie che continueranno ad offrire ai pochi giovani rimasti il nulla più qualche gita, film e raccolta di banco alimentare fuori dai supermercati (iniziativa lodevole ma che non aiuta a fare un solo passo avanti nella fede) non si aspettino di raccogliere molte vocazioni. Al massimo avranno dei cristiani ecologicamente corretti o (se ben catechizzati, come quel parroco romano che qualche giorno fa ha girato ai parrocchiani il messaggio di Enzo Bianchi contro Salvini poco prima delle elezioni) otterranno dei giovani militanti del Partito Democratico.

Le vocazioni sono frutto di una fede viva, di un lavoro serio di evangelizzazione, come dimostra l’esperienza del vescovo di Callao dove le vocazioni sono cresciute esponenzialmente! Per entrare in seminario è necessario perdere la propria vita per Gesù Cristo, lasciare padre, madre, fratelli, sorelle, case e campi… (cfr. Mt 10, 28-30), lasciare tutto per seguire il Signore. In che modo nelle nostre parrocchia stiamo aiutando i giovani a fidarsi di Dio, a metterlo al primo posto (anche prima del calcio, della famiglia, della fidanzata, degli studi e – dico un’eresia – del lavoro) fino a lasciare tutto per seguirlo? Raccogliamo i frutti di una pastorale fallimentare che ha puntato a ribasso, al minimo sindacale, per non far scappare i ragazzi che scappano comunque. E fanno bene. Fanno bene a scappare perché se non si offre qualcosa che vale, qualcosa di vero, è giusto che vadano a cercarlo altrove. Abbiamo smesso di parlare di Dio e diamo la colpa del crollo delle vocazioni alla rigidità delle selezioni? Durante il vertice della CEI di questo mese, un vescovo italiano – riferendosi ai suoi confratelli – mi confidava: «Parlano di tutto fuorché di Gesù Cristo. Non si accorgono che la gente non crede più in nulla. Vogliono fare la carità come la fa il mondo ma non ci riescono, perché non siamo competitivi. La Sea Watch lo fa meglio di noi».

E’ vero, il processo di secolarizzazione allontana sempre più, e sempre più precocemente, i giovani dalle parrocchie (il mio parroco si lamentava perché aveva più catechisti che bambini per la comunione e cresima)  ma non possiamo lavarci le mani dicendo che i giovani non ci sono. I giovani ci sono, ma si trovano lì dove si respira fede e verità, bellezza e Vangelo, non dove si parla di calcio, di sesso, di dubbio, di relativismo, di politica: i giovani non hanno bisogno di questo, per questo hanno la televisione, i centri sociali, i pub e le facoltà di filosofia delle università statali. Basti vedere dove sono i giovani e dove sorgono abbondanti  vocazioni sia al sacerdozio che alla vita consacrata: non nelle nostre parrocchie ma nell’Opus Dei, Legionari, Cammino Neocatecumenale, CL, Francescani dell’Immacolata… e altri gruppi e comunità dove si respira e vive la fede; gruppi e comunità dove sorgono contemporaneamente vocazioni alla vita consacrata e al matrimonio cristiano, con famiglie che mettono al centro Gesù Cristo, aperte alla vita e con coppie di fidanzati che vivono la castità prematrimoniale (la domanda è: frutti di questo genere se ne trovano nelle nostre parrocchie tra i frequentatori domenicali? Oppure “politiche” del Vicariato stanno impedendo ai giovani fidanzati la castità prematrimoniale o alle coppie sposate l’apertura alla vita?).

Detto questo, aggiungo che la selezione serrata è una cosa estremamente necessaria! E’ vero che si presentano in pochi e che molti sono respinti. Ma credo che – specialmente in questo periodo in cui se ne sentono di tutti i colori tra preti rossi, preti politici, preti vanesi ed edonisti, chi ha problemi di donne, chi di uomini, chi di soldi, di alcol e chi di droga – sia più che necessario stringere le maglie. Anche perché, in tempi di crisi, la tentazione di molti vescovi è quella dell’accoglienza indiscriminata di chicchessia bussi alla porta, persino di seminaristi usciti (da soli o cacciati) da altri seminari (è qui che serve la lettera di presentazione!). Inoltre l’aumento di candidati africani e asiatici non sempre corrisponde a vere vocazioni! E’ vero che in Africa c’è una fede viva (e lo vediamo anche in molti vescovi), ma è inutile girare attorno al fatto che per molti giovani africani l’accesso al sacerdozio rappresenta una via di affermazione sociale ed economica da non sottovalutare e molte case religiose ne approfittano per riempire i seminari (papa Francesco parlò della “tratta delle novizie”!). Poi ci ritroviamo preti che hanno a cuore i soldi prima di ogni altra cosa, avidi e ladri. Recentemente sentivo un’intervista al rettore di un seminario del Camerun: «Abbiamo molti candidati – diceva – ma è necessario andarci piano e discernere molto caso per caso». Abbiamo bisogno di preti santi, non di tanti preti!

Pur trovandomi dunque d’accordo col fatto che non è un problema di celibato e che la situazione non si risolverà “assumendo” preti sposati, non posso essere d’accordo con un presbitero che afferma «il calo delle vocazioni è una conseguenza della politica che la chiesa occidentale sta portando avanti da anni». Il problema, come ho cercato di spiegare in poche righe (ma ripeto, forse sono cose ovvie) è molto più profondo. E spero che anche i nostri vescovi se ne accorgano. Voi che ne pensate?

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3 pensieri su “Crollo delle vocazioni nella Chiesa: problema politico o questione di fede?

  1. Nicolini Sac. Romano in ha detto:

    Anche io penso che la crisi delle vocazioni dipenda dalla crisi di fede ma posso dire che ho vedo molti giovani assai impegnati in un percorso di fede e preghiera ma che non intendono affatto accedere alla vita consacrata. Forse li spaventa il pensiero della totalitarietà della ” missio” sacerdotale dalla quale, normalmente, non ci si ritira indietro.

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  2. matteodio in ha detto:

    Grazie mille per questo articolo. Sono un quasi-diacono del cammino neocatecumenale e sono al 100% d’accordo con te. Bisogna vivere di Gesù cristo per ritrovare i giovani e io direi anche i fedeli adulti. Ma tutto comincia con il nostro rapporto con Gesù Cristo e con la forza della comunità in cui viviamo.
    Sarò ordinato diacono il prossimo 13 luglio qui in Costa d’Avorio e cercherò di seguire Cristo in tutto, prima ancora che proporre film, gite e dibattiti politici
    Pregate per me, che Dio mi aiuti ad essere un Prete santo secondo la sua volontà.

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  3. Nicolini Sac. Romano in ha detto:

    Riprendo il mio discorso: forse non sottolineiamo abbastanza come nella scelta della vocazione al Sacerdozio si realizza un miracolo inaudito: una creatura umana che dice: ” Questo è il MIO corpo e questo è il MIO sangue”. Ovvero: il celebrante e Gesù sono la fotocopia l’uno dell’altro. Vi sembra poco?

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