Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Divisi a Sanremo tra migranti, musica trap e… satanismo.


Premessa. Chiedo venia a voi lettori. “Ancora Sanremo?” vi domanderete dopo averne sentito parlare fino alla nausea e dopo che il tempo ci ha regalato lo spostamento delle telecamere verso altri scenari. “Ancora Sanremo, ora che lo avevano dimenticato e che le polemiche si sono finalmente assopite? Chiedo venia, perché quello che voleva essere un breve e leggero commento a caldo, da pubblicare magari il giorno dopo la finale, ha dovuto sottostare ad altre priorità come il lavoro e la famiglia (con annessa festa di compleanno del grande cinquenne) e un progetto editoriale di ben altro calibro quasi pronto (prometto) per la stampa. E siccome mi dispiace cestinare un articolo, anche inutile e ininfluente, lo pubblico fuori tempo massimo, senza pretesa alcuna, per chi vorrà leggere.

Come se non bastassero le nette divisioni tra cattolici sui temi più caldi come l’immigrazione, i matrimoni e le adozioni per persone omosessuali, la morale, la liturgia e la dottrina… ora anche il festival della canzone italiana – ormai chiuso da una settimana – trova divisi i fedeli in blocchi contrapposti e polemici tra di loro, con visioni diverse di una stessa realtà. Al netto di tutto, sorge spontanea la domanda: com’è possibile anche solo pensare ad un “partito politico cattolico” (di cui tanto si parla ultimamente, a detta degli esperti, a trazione CEI e contro il nemico comune Salvini) se non c’è univocità né su temi fondamentali, né su banalità (che poi tanto banali – forse – non sono, ma ecco, si tratta di punti di vista) come quelle che stiamo per commentare?

1. Mahmood, il migliore?

Sono stati in molti a storcere il naso per la vittoria dell’artista italo-egiziano Mahmood col suo tema “Soldi”. Al di la delle disquisizioni meramente musicali sulla scelta di una canzone che sembra non meritasse più delle altre, non sembra univoca la lettura di una scelta dettata da esigenze “politiche”, utile per trasmettere un messaggio piuttosto che per premiare il migliore. Molti i dubbi su una modalità di votazione che fa decretare la vittoria non al pubblico ma una giuria di giornalisti (non esperti di musica come ha fatto notare Nicola Porro in un video che non riesco a ritrovare, ma c’è Mario Giordano che parla per lui) e dunque un sistema che “impone” al pubblico un vincitore scelto da una “casta” per motivi sconosciuti. Ci si può legittimamente domandare se questo sistema – in un futuro molto prossimo – non sarà un giorno utilizzato anche per le elezioni politiche, visto che ultimamente il voto popolare non è stato affatto gradito alle Elites (v. Trump, Brexit, Salvini, Bolsonaro…).

Allo stesso tempo ci domandiamo se il pubblico – ugualmente inesperto di musica – può decretare a maggioranza il vincitore di un concorso musicale… Tant’è che mentre molti cattolici – che in USA chiamerebbero “cattolici identitari” – si uniscono al coro di proteste che accusa la giuria di aver fatto una scelta ideologica, molti altri gettano acqua sul fuoco leggendo, senza malizia, una vittoria pulita, che ha premiato il migliore e che – ad ogni modo – trasmette un messaggio utile per la pacifica convivenza tra i popoli. La polemica corre nel web, com’è normale che sia. Qualche giorno fa Gigi de Paolo, cattolico, presidente del Forum delle Famiglie, parlava su Facebook di “inutili fazioni”, di “paese diviso in se stesso”, di “razzismo” contro il povero Mahmood che «è italiano anche se ad alcuni non piace il cognome». De Palo – e molto attivo e seguito sui social – si chiede: «Riusciamo a mettere il tifo da stadio, la politica, le fazioni anche nella musica». Purtroppo sembra far fatica a prendere atto che il “tifo” e la “politica” fanno ormai parte integrante del festival di Sanremo. Come lo scorso anno i cantanti esibivano bandierine arcobaleno per sostenere le istanze del cosiddetto “matrimonio gay”, entrando così a gamba tesa nel dibattito politico (e ora non ricordiamo che qualche cattolico influente abbia criticato l’immistione di politiche progressiste nel Festival), così anche quest’anno è comprensibile che si sia approfittato della vetrina per una scelta del vincitore dettata da “sinistri” interessi politici. E’ normale che i commenti degli utenti al post di De Palo siano di tutt’altro tono: a quanto pare sono veramente in pochi a credere alla favola della vittoria onesta del “migliore” senza infiltrazioni democratiche (a meno che non si abbia la tessera del PD o di LEU o – forse – si faccia parte della Comunità di Sant’Egidio). Poi ci sono i preti-rossi – che dargli del cattocomunisti è generoso (per il “catto”) – come quel parroco di Avellino che domenica a messa avrebbe scelto come Canto di Ingresso la canzone “Soldi” di Mahmood. Non sappiamo se sia stata una scelta dettata dal bisogno di pubblicità, di protesta contro Salvini o di un’atto di protesta contro la Musica Sacra della Chiesa Cattolica. Si tratta, ad ogni modo, di casi clinici ai margini del discorso. Ma tralasciando il tema della “vittoria utile” contro i nazionalismi, c’è un altro tema che divide: è quello dei contenuti delle canzoni di questi “nuovi italiani” (ma anche dei “trappisti” italiani doc).

2. Sesso, droga, soldi e trap.

Trappisti? Meglio dire “Trappers”. Dimenticate la trappa dei cistercensi dove il sesso è redento nel celibato per il regno dei cieli, i soldi (quanto bastano) sono segno della provvidenza divina e la musica (quella gregoriana) riempie i cuori e riscalda lo spirito. Il trap è la nuova tendenza musicale che va per la maggiore tra i giovanissimi. Balzata agli onori delle cronache lo scorso dicembre per la tragedia della discoteca di Corinaldo dove una folla di ragazzini attendeva il trapper Sfera Ebbasta. Quella sera morirono sei persone nella calca creatasi per un fatale incidente. In quei giorni la musica trap venne messa a processo per i suoi contenuti che inneggiano al sesso e all’uso di droghe, temi comuni a tutto il genere musicale in voga tra i giovanissimi. Ma i riflettori, si sa, purtroppo si spostano velocemente e di continuo. Ci si è già girati dall’altra parte mentre l’allarme contenuti pericolosi cresce col numero di nuovi fenomeni trap. Qualcuno parla di una vittoria – quella di Mahmood – che riabilita quel genere musicale, ridonandole l’onore che merita un prodotto di consumo di massa in tempi di crisi del settore musicale (gli affari sono affari!). C’è poi chi tuona invitando a focalizzare nuovamente l’attenzione sui nostri ragazzi, senza aspettare nuove tragedie e a prevenire abusi e sedimentazioni di stili di vita nocivi per i nostri figli. Marco Brusati (opinionista e direttore dell’associazione HOPE), nel suo blog, pubblica un serio appello intitolato “Droga, spaccio, sballo, insulti sessuali alle donne: dopo 6 morti in discoteca, non cambia la musica dei ragazzini-sempre-più-bambini. Gli adulti? Silenti o conniventi“. Brusati cataloga due diverse prese di posizione: quelli che considerano i contenuti trap come “la causa dei mali di tutto il mondo” e quelli “dialoganti-a-prescindere” che elevano “il dialogo a valore assoluto”. Tra queste posizioni estreme, Brusati chiede di affrontare l’emergenza educativa con serietà e consapevolezza. «Dopo Corinaldo, non possiamo non sapere e non possiamo più tacere che sia intrinsecamente un male che bambini e bambine, ragazzini e ragazzine usufruiscano di prodotti artistici che cantano droga, spaccio, sballo, insulti sessuali alle donne». Detto ciò (che sembra ovvio e condivisibile) anche su questo punto si scontrano i cattolici. Basta leggere come sono dipinti questi “nuovi artisti” dall’Avvenire, voce autorevole dei vescovi e della Chiesa Italiana, che parla di questi giovani trappers di origini straniere, ma “italiani veri”, come “icone dell’integrazione”, figli del nostro tempo che cantano i dolori e i sogni di una generazione.

Esiste di certo un problema con i contenuti delle loro canzoni – ammette
nel suo articolo Angela Calvini – questo è innegabile. Si tratta di «testi forti, non sempre condivisibili a causa dei contenuti, di ripetute volgarità e per i comportamenti cui a volte invitano». Ma questo – continua la giornalista di Avvenire – è secondario, perché ciò che è necessario è  «ascoltare le emozioni, i desideri e le richieste» della comunità multietnica italiana. Ciò che conta è che questi rapper «non puntano sull’odio, ma sull’amore per il loro paese (l’Italia, ndr)». Ecco dunque che – con tutt’altro tono rispetto al già citato Brusati – Avvenire parla di “svolta culturale” e di integrazione “fatta di lavoro in comune e passione per l’arte”. Punti di vista. Dipende dove vuole arrivare a parare chi scrive.  

3. Satana a Sanremo

Ma c’è un terzo fatto che sta dividendo i cattolici. Si tratta della gag della comica Virginia Raffaele chiamata a presentare questa edizione di Sanremo 2019. Sembrerebbe che la Raffaele si sia esibita in un siparietto terminato con l’invocazione del nome di Satana, ripetuto per ben 5 volte mentre si muoveva in maniera convulsiva mimando una persona posseduta dalle forze del male. Il fatto non è sfuggito al noto esorcista don Aldo Buonaiuto della comunità Giovanni XXIII, responsabile del Servizio Nazionale Anti-Sette, che ha lanciato l’allarme sul suo giornale online Interris.it. Nell’articolo (inserito nella rubrica “Bocciato”) si parla di una «sconvolgente esternazione, tanto incredibile quanto inspiegabile» sfuggita al pubblico durante la diretta ma diventata presto fonte di dibattito sul web. Un «gesto irrispettoso, fuori luogo e sul quale sarebbe interessante avere qualche delucidazione, magari anche dall’interessata». Don Buonaiuto parla di «uno scivolone sconcertante». «Non si è tenuto conto della fede dei tanti cristiani che seguivano uno dei programmi più amati dagli italiani mancando così di rispetto specialmente alle tante persone che sono realmente oppresse dalle forze del male».  

Il coraggioso appello di don Buonaiuto è stato ripreso da diversi quotidiani nazionali suscitando – che novità! – reazioni molto diverse tra loro. Da una parte chi lo reputa esagerato e fuori moda, dall’altra chi addita il festival di svolta-satanista. Si sa che il diavolo adora gli schermi, gli scenari e gli applausi delle platee, ma ancora di più ama le divisioni sul suo conto tra negazionisti e ossessionati (o ossessi?), estremi dai quali metteva in guardia C.S. Lewis nelle prime righe del suo “Lettere di Berlicche”.

Certo, fa una strana sensazione nel leggere (subito dopo aver letto l’articolo di Buonaiuto) il commento postato da uno scrittore e commentatore cattolico di indubbia ortodossia sull’account Twitter della presentatrice Virginia Raffaele a conclusione del festival: «Grazie a te, che sei un’artista straordinaria e che ci hai regalato – insieme con tutta la squadra – momenti di altissima televisione. Ogni bene per la tua carriera e per la tua vita». Artista straordinaria o “bocciata” irrispettosa? Sembra difficile trovare accordo anche su quest note stonate del festival della musica italiana (o quasi).

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