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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Scuola: genitori protagonisti contro la colonizzazione ideologica


Una delle strategie più efficaci di colonizzazione del pensiero applicate dai regimi totalitari è quella di indottrinare i cittadini fin dalla giovane età attraverso la scuola. Lo stato esercita così il suo potere pervasivo e persuasivo sui bambini assumendo pienamente il ruolo di educazione che spetterebbe in primo luogo ai genitori. Testimonianze dei regimi nazisti e comunisti mostrano quanto l’educazione dei bambini attraverso la scuola, abbia rappresentato un nodo fondamentale del programma totalitario, volto a dominare il popolo per sottometterlo al pensiero unico del regime. In questo modo si otteneva un duplice risultato: formare per il futuro masse di cittadini docili e obbedienti e depotenziare il ruolo formativo della famiglia e dei nuclei religiosi.

Una recente testimonianza lo conferma: si tratta del vescovo ucraino Sevcuk, cresciuto sotto il regime sovietico. Le sue memorie sono raccolte in un libro-intervista appena pubblicato dall’editore Cantagalli di Siena (Sviatoslav Shevchuk – Paolo Asolan, Dimmi la verità“, Cantagalli 2018). Ecco cosa racconta questo vescovo cattolico:

«Ho frequentato la scuola sovietica classica in quel tempo. […] Ovviamente anche l’ora di ateismo. Ma non c’era solo l’ora di ateismo: tutto il sistema educativo dello stato era ateo. Il metodo per educare i bambini era quello di portarli fuori dalla famiglia, dal loro contesto familiare, e questo si può dire che avvenisse di tutta l’Ucraina. Lo Stato considerava la nostra terra come una zona non troppo favorevole all’ideologia sovietica, perché la fede cristiana continuava ad essere trasmessa proprio nelle famiglie. Per educare un uomo alla ideologia sovietica bisognava allontanarlo dalla sua famiglia fin da bambino».

Papa Francesco ha più volte denunciato questo pericolo parlando di una “colonizzazione ideologica” che mira a far piazza pulita delle tradizioni culturali e religiose di un popolo per imporre un nuovo pensiero e un nuovo modo di vivere. Lo ha fatto durante l’Omelia del 21 novembre del 2017 a Casa Santa Marta accennando a «colonizzazioni culturali che nascono dalla perversità di una radice ideologica», cancellano il passato e tendono ad annullare ogni differenza al fine di uniformare tutti, uomini e pensiero.

Due giorni dopo, il 23 novembre, Francesco è tornato su questo argomento commentando un celebre passo del libro dei Maccabei (Mac 2,15-19) e della colonizzazione culturale attuata dal re Antioco Epìfane: 

«Ogni colonizzazione culturale, ideologica, impone, vuole imporre un sistema educativo ai giovani. Sempre. E si preoccupa di questo. […] Pensate voi a quello che hanno fatto le dittature del secolo scorso qui, in Europa […] come la loro preoccupazione fosse: “che cosa facciamo con i giovani, facciamo così?». «Voi sapete bene i nomi che davano a queste scuole di indottrinamento dei giovani: si toglie la libertà, si decostruisce la storia, la memoria del popolo e si impone un sistema educativo ai giovani. Tutte fanno così, alcune anche con i guanti bianchi». E succede, ha aggiunto, «che un paese, una nazione chiede un prestito» e la risposta che riceve è: «Io ti do, ma tu nelle scuole devi insegnare questo, questo, questo», Ed ecco che «ti indicano i libri che cancellano tutto quello che Dio ha creato e come lo ha creato. Cancellano le differenze, cancellano la storia: da oggi si incomincia a pensare così e chi non pensa così, e anche chi non pensa così, va lasciato da parte, anche perseguitato» (Fonte: Archivio vatican.va)

Nel parlare di ricatti economici in cambio di colonizzazioni ideologiche, forse il Santo Padre non aveva in mente solamente i paesi del terzo mondo e le potenze colonizzatrici, ma anche il nuovo modello-Europa che elargisce aiuti mentre esige un adeguamento del pensiero a standard predefiniti che includono laicismo, multiculturalismo (e dunque imigrazionismo e avversioni ai sentimenti nazionalistici) e diffusione delle teorie gender al fine di combattere il modello di famiglia naturale tra uomo e donna. [Per avere un esempio della colonizzazione ideologica “made in Bruxelles” si veda la martellante propaganda che l’account EU_Justice (Dipartimento di Giustizia dell’Unione Europea) sta effettuando in questi giorni su twitter a favore dei diritti degli omosessuali, bisessuali, transessuali e altre varie denominazioni (tutte elencate) con video e foto promozionali].

Non è un caso che, nel 2015, il governo Renzi fu spinto ad inserire l’educazione gender nella legge “Buona Scuola” in questi termini: «ll piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni» (DDL “Buona Scuola”, art. 1, comma 16). Le numerose polemiche portarono l’allora ministro Valeria Fedeli a pubblicare un lunghissimo e dettagliato documento di 19 pagine (linee guida nazionali per l’attuazione del comma 16) al fine di spiegare ai cittadini che nella nuova legge: «non rientrano in nessun modo né le “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo». In certo senso, quel documento sortì l’effetto contrario confermando le preoccupazioni delle associazioni di genitori.

Molto spesso le associazioni incaricate di portare avanti queste iniziative nelle scuole sono legate al mondo LGBT intenzionato a sensibilizzare i cittadini, fin dalla più tenera età, alle battaglie per i cosiddetti “diritti civili”: dalla normalizzazione dell’omosessualità al riconoscimento dei matrimoni tra coppie dello stesso sesso e delle adozioni gay. Inoltre molto spesso i corsi di educazione sessuale hanno provocato un’inutile, dannosa e non richiesta iper-sessualizzazione precoce per molti bambini, tramite spiegazioni, video, fotografie e giochi volti a rompere ogni tabù e a spiegare, in modo asettico, salutarista ed utilitarista, il sesso ai bambini [Per approfondire si consiglia vivamente il libro di Thérèse Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), Sonzogno 2017]. E’ per questo che molti genitori e associazioni hanno vivamente protestato e preteso che i propri figli non partecipassero ad alcune di queste iniziative extra-curriculari (questo uno dei motivi che ha mobilitato la massa dei Family Day del 2015 e 2016).

Sono ormai passati tre anni dalla Legge sulla scuola varata dal governo democratico. Dopo la “scomparsa” del PD dal panorama politico nazionale e col l’avvento del nuovo governo cosiddetto “populista”, il nuovo ministro della Pubblica Istruzione, il leghista Marco Bussetti, ha messo mano alla “Buona Scuola” al fine di correggere le molte lacune e le pericolose derive ideologiche, tra queste l’inserimento di tematiche sensibili (su temi di morale sessuale) senza il libero e consapevole consenso dei genitori.

Il 20 novembre il MIUR (Ministero della Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha dunque emanato una circolare secondo la quale i genitori dovranno essere informati su tutte le attività didattiche che saranno svolte nelle scuole frequentate dai figli. In questo modo viene riconosciuto il diritto di priorità educativa dei genitori secondo quanto sancito dall’articolo 26.3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che recita: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli».

Il Ministero afferma ora che «tutte le attività didattiche inserite nel Piano triennale dell’offerta formativa (Ptof), anche aggiunte in corso d’anno, devono essere portate tempestivamente a conoscenza delle famiglie o degli studenti se maggiorenni»

Si tratta di una circolare storica che riconosce ai genitori il ruolo di educatori che negli ultimi anni sembrava essere sempre più sminuito e sottoposto all’autorità scolastica. Un netto cambio di marcia che, per lo meno sulla carta, pone la parola fine, alla lunga diatriba che ha visto scontrarsi negli ultimi anni molte associazioni di genitori e la scuola italiana. Sta ora ai genitori assumersi la responsabilità di ricoprire il ruolo che gli spetta nell’educazione dei figli, senza delegare – per mancanza di tempo, di voglia o di interesse – alla scuola dove ha facile presa l’ideologia dominante del partito di turno.

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