Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Persecuzione globale! Nel 2018, cristiani sotto la morsa di Islam e comunismo.


Altro che “ritorno al Medioevo” e alla “caccia alle streghe”. A leggere i dati pubblicati dalla fondazione di diritto Pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre” (ACS) per l’anno 2018 (Rapporto sulla libertà di religione 2018) sembra che il mondo sia piombato in un epoca oscura dominata da una genìa di barbari senz’anima, e dunque senza scrupoli, assetati di sangue, incapaci di attuare un livello minimo di umana convivenza.

Secondo questo dettagliato rapporto annuale (c’è una scheda di più pagine per ogni paese), giunto alla sua quattordicesima edizione, nel 2018 un cristiano su sette vive in terre di persecuzione. «In sintesi – afferma ACS – il 61% della popolazione mondiale vive in Paesi in cui non vi è rispetto per la libertà religiosa; nel 9% delle nazioni del mondo vi è discriminazione; e nell’11% degli Stati vi è persecuzione». Rispetto ai precedenti rapporti, la situazione è decisamente peggiorata. Sono oltre 300 milioni i fedeli cristiani che subiscono persecuzioni o discriminazioni. 

Il dato che emerge chiaramente è che i più grandi persecutori dei cristiani in tutto il mondo sono l’islam radicale (che domina in vaste regioni del Medio-Oriente, dell’Asia e dell’Africa, e che si sta inesorabilmente introducendo in molti quartieri del nord Europa) e il comunismo (che governa incontrastato in Cina e Corea del Nord, così come in Laos e Vietnam).

Nonostante gli accordi siglati con la Santa Sede riguardo la nomina dei Vescovi, in Cina è in forte crescita la stretta del governo comunista contro i cristiani di diverse confessioni, con interdizioni, controlli e discriminazioni di ogni tipo. Cresce la comunità di cattolici che rifiutano di aderire alla chiesa ufficiale controllata dal regime, scegliendo di vivere la loro fede in clandestinità. Tra questi, molti vescovi che pagano la loro fedeltà alla Chiesa di Roma mettendo a rischio la loro vita mentre ai vescovi nominati dal Partito è stata revocata da Papa Francesco la scomunica in cui sono incorsi automaticamente voltando le spalle alla Sede di Pietro (accentando una nomina episcopale che non proveniva dal Papa).

Tra i paesi più inospitali per i cristiani c’è sempre la Corea del Nord (scheda), schiacciata sotto la dittatura comunista. Si ritiene che «migliaia di cristiani (il 25% di loro) siano detenuti in campi di prigionia» (talvolta definiti “gulag”), dove sono sottoposti a «gravi e sistematiche torture». Si tratta di «uno dei pochi Paesi al mondo in cui in pratica non esiste assolutamente alcuna libertà religiosa». Ai cittadini è richiesta «totale devozione alla dinastia regnante Kim e al regime, e qualsiasi devianza o sospetta slealtà è severamente punita». Qui «esiste una negazione quasi completa del diritto alle libertà di pensiero, coscienza e religione…».

Desta particolare preoccupazione la situazione dell’India (scheda) dove l’ultra-nazionalismo del Partito Popolare Indiano (BJP) ha provocato un aumento vertiginoso di episodi di violenza contro le minoranze religiose: «Nel 2017 sono stati infatti compiuti 736 attacchi contro i cristiani, con un netto aumento rispetto ai 358 del 2016». Il BJP è il maggior partito conservatore del Paese, fautore di una politica nazionalista e promotore di una legge “anti-conversione” volta a proteggere l’identità induista. Da tempo ormai, il Paese non concede praticamente nessun visto ai missionari.

Nella Repubblica Islamica del Pakistan (scheda) dove il 96,3% della popolazione è musulmana contro il 2% di cristiani, la drammatica vicenda di Asia Bibi è esemplare; ma è solo una delle poche storie che sono riuscite ad ottenere una risonanza mediatica tale da far sorgere indignazione in tutto l’occidente. Ma storie simili, e ancora più atroci, sono all’ordine del giorno in Pakistan. La storia di Bibi dimostra come la vigente «Legge sulla blasfemia» venga spesso utilizzata come strumento per perseguitare le minoranze religiose.

Una testimone di Aiuto alla Chiesa che Soffre, l’avvocatessa cattolica pakistana Tabassum Yousaf, ha raccontato episodi terribili di persecuzione dei cristiani suoi conterranei, tutti ad opera di folle o singoli fanatici, con la complicità diretta o indiretta delle autorità governative. «È il caso di Binish Paul, ragazza di 18 anni resa paralitica dal ragazzo musulmano che la corteggiava e voleva imporle la conversione all’islam. Poiché rifiutava la conversione è stata gettata dalla finestra. È il caso di Vikram, studente di Karachi, che ha perso un occhio dopo il pestaggio subito dai suoi compagni musulmani, perché cristiano. È il caso della famiglia Kharian: indebitata con una famiglia musulmana molto più facoltosa, ha subito da parte dei creditori il sequestro (ai fini della conversione all’islam) dei tre figli di 13, 9 e 7 anni, di cui non si sa più nulla. È il caso, molto simile, della famiglia Kareem Nagar, convertita all’islam in cambio di un prestito di denaro. Il creditore, a conversione avvenuta, ha festeggiato esponendo striscioni per le strade con i nomi dei convertiti (forzati). Non c’è pace nemmeno per i defunti: nella città di Lahore, in un quartiere islamico, la gente protesta perché non venga costruito un cimitero per cristiani. Non c’è giustizia, né aiuto per i figli delle vittime della violenza: i tre bambini di Shama e Shahzad (i due sposi cristiani accusati di blasfemia e gettati in una fornace), non hanno alcun aiuto, non hanno di che vivere e non vanno a scuola. Non c’è pace per i bambini in generale: Farah e Nazia, 14 e 13 anni rispettivamente, stuprate e picchiate da musulmani facoltosi e ben protetti dall’ambiente politico».

Il rapporto ACS 2018 elenca 21 paesi dove la persecuzione è “conclamata”: Afghanistan, Arabia Saudita, Bangladesh, Birmania, Cina, Corea del Nord, Eritrea, India, Indonesia, Iraq, Libia, Niger, Nigeria, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Yemen. 17 invece sono luoghi di discriminazione: Algeria, Azerbaigian, Bhutan, Brunei, Egitto, Federazione Russa, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Maldive, Mauritania, Qatar, Tagikistan, Turchia, Ucraina e Vietnam.

Si tratta per la maggior parte di paesi a maggioranza musulmana o governati da regimi teocratici islamici che mettono in pratica la legge della Sharia; una legge che, in base al diritto coranico, prevede severe pene corporali come mutilazioni, flagellazioni, lapidazioni… fino alla pena di morte per i delitti considerati più gravi (offese ad Allah e al suo profeta) o delitti di natura morale.

Caso esemplare è quello dell’Arabia Saudita, la “terra santa” dell’Islam, terra di Maometto, con le città sacre La Mecca e Medina. Qui «la libertà religiosa non è né riconosciuta né protetta. La conversione dall’Islam a un’altra religione è considerata apostasia, un reato legalmente punibile con la pena di morte, al pari della blasfemia contro l’Islam sunnita. L’importazione e la distribuzione di materiale religioso non islamico è illegale, così come il proselitismo, sia per i cittadini sauditi che per gli stranieri. Sono vietati i luoghi di culto non musulmani e l’espressione pubblica delle fedi non islamiche»

Forse a qualcuno sorprenderà apprendere che, contrariamente a una certa vulgata – martellante ed ossessiva – presente non solo nei media del mainstream ma anche all’interno della Chiesa stessa, il gruppo più perseguitato al mondo non sono gli LGBT (che fanno leva su un presunto stato di persecuzione globale per reclamare ed affermare diritti di categoria) ma i semplici fedeli cristiani. «Nel rapporto, che prende in esame il periodo che va da giugno 2016 al giugno 2018, emerge infatti che è quella cristiana la comunità di fede che subisce, più di tutte le altre, forme di oppressione e intolleranza» (Vatican News).

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