Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Il fare di Marta e il sedere di Maria.


«La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano». Benedetto XVI 18/07/2010
Cristo en casa de Marta y María, Diego Velázquez

Si racconta che diversi anni fa, durante un incontro coi seminaristi della sua diocesi, un vescovo (come direbbe il Cervantes: «Il cui nome non voglio ricordare») si trovò a commentare il celebre episodio di Marta e di Maria. Racconta il brano evangelico che mentre la prima sedeva ad ascoltare le parole del maestro in religioso silenzio e adorazione la seconda era presa da mille faccende domestiche e dalle incombenze dell’ospitalità al fine di offrire una buona accoglienza a quell’ospite speciale. Per lo più Maria mormorava contro la sorella che intenta ad ascoltare Gesù non si dava da fare come lei. A conclusione del suo commento il vescovo poneva una domanda ai suoi seminaristi, una domanda che la tradizione orale trasmette così: «E voi, cari seminaristi, cosa preferite: il fare di Marta o il sedere di Maria?». Possiamo solo immaginare l’imbarazzo dei seminaristi nel sentire il proprio vescovo parlare con tale enfasi dal suo autorevole pulpito del “sedere di Maria”.

L’episodio – che qui si chiude, senza farci sapere come si risolse l’incontro né se i seminaristi riuscirono a mantenere il contegno di fronte al loro superiore – fa parte di quel genere letterario che si occupa di aneddoti, fioretti e facezie più o meno tratte dalla vita reale della Chiesa Cattolica, che fanno sorridere chi ha un minimo di dimestichezza con le cose di Chiesa. E’ sempre divertente raccontare questo episodio dove, innocentemente e senza malizia, è facile confondere il verbo col sostantivo nelle parole del Vescovo. Ma qui cogliamo l’occasione per una riflessione.

È facile immaginare – una volta superato l’imbarazzo e risolto l’equivoco – cosa abbiano risposto i seminaristi interpellati dal loro Vescovo. In fondo è lo stesso Gesù a lodare Maria per il suo star seduta ai suoi piedi in ascolto attento e adorazione mentre la sorella si affanna per cose secondarie: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,41-42).

Lo zelo di Marta, sorella maggiore e padrona di casa, non è certo da disprezzare ma rappresenta – secondo l’interpretazione di sant’Agostino – la vita attiva in questo mondo, mentre Maria anticipa la vita celeste che è eterna contemplazione della gloria di Dio, visione beatifica del Suo volto a cui siamo tutti chiamati («Maio nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza»Sal 17,15). Il sedere di Maria è considerato il modello evangelico delle anime contemplative già da san Basilio e san Gregorio Magno, un’anticipazione del cielo qui sulla terra, un gustoso assaggio di Paradiso.

È facile dunque pensare che in quella occasione sollecitati dal Vescovo, i ragazzi impegnati sulla via del sacerdozio optassero senza tentennamenti per il sedere di Maria, ossia l’ascolto e l’adorazione di Nostro Signore come via privilegiata per acquistare il Suo Spirito. Preghiera, adorazione eucaristica, ascolto costante della Parola di Dio, per raccogliere l’olio necessario al fine di prepararsi nel migliore dei modi agli Ordini Sacri. È possibile immaginare che qualche ragazzo in crisi vocazionale volesse rispondere in un altro modo, o per lo meno volesse dare la stessa risposta ma in bel altro senso. In ambedue i casi sia nel caso di una ferma vocazione e di un grande amore a Gesù Cristo, sia nel caso di una titubanza dovuta alla tentazione della carne, il giovani avrebbero spontaneamente optato per il “sedere di Maria”.

Quello che oggi desta preoccupazione è il serio rischio di un capovolgimento nella gerarchia dei valori e del conseguente sorpasso di Marta su Maria, dell’azione sulla contemplazione della vita attiva sulla vita contemplativa. Oggi il fare di Marta viene elevato a massima espressione del comandamento di Dio, così che le cosiddette opere di misericordia corporale, i doveri della carità, sembrano avere la meglio sulle quelle di misericordia spirituale. In questo modo il sedere di Maria, lo star seduti ad ascoltare e adorare Cristo, viene spesso considerato un atteggiamento rigido, narcisistico, oltremodo bigotto e, soprattutto, contrapposto al comandamento dell’amore verso il prossimo.

Da Platone a Foucault, i grandi filosofi si sono confrontati sul rapporto tra il sapere e l’agire. Oggi viviamo in un mondo in cui la praxis sembra detenere il primato sulla theoria, l’azione sociale sulla meditazione teorica, l’agire sullo speculare, le opere sul pensiero. Un retaggio che abbiamo ricevuto dal marxismo che con ragione Gramsci definiva “filosofia della prassi”.

Anche nella Chiesa la pastorale è passata alla ribalta a discapito del dogma, o per lo meno questo è il serio rischio che si sta correndo evidenziato da molti discorsi e da alcuni episodi sintomatici. Col Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII volle chiamare la Chiesa ad una conversione pastorale, a rivestire «l’antica dottrina» di un nuovo rivestimento, impostando un magistero dall’indole, «prevalentemente pastorale», che optasse per «la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore» (11/10/1962, Discorso di Apertura del Conc. Ecum. Vaticano II).

Il rischio di un primato dell’azione sociale sulla teologia (e del conseguente svilimento e degradazione della seconda come mero esercizio intellettuale fine a se stesso) si è acutizzato negli ultimi anni,col conseguente richiamo ad un attivismo sociale fondato sull’impegno personale e comunitario e sulle buone pratiche (solidarietà, onestà, accoglienza,generosità, collaborazione, inclusione…) per la trasformazione del mondo e delle sue strutture.

A contribuire a questa svolta, in questi ultimi anni, l’avvento di un papa che ha sbilanciato l’asse dell’equilibrio portando una teologia sviluppatasi a livello locale incentrata sull’azione sociale (quella latinoamericana dove l’actuar (el “quehacer”) diventa una sorta di sintesi e superamento del ver e del juzgar), a livello universale. Il dilagare di una prospettiva teologica – confezionata in ambienti universitari tedeschi – infetta da marxismo rivoluzionario, nella quale «all’ortodossia come retta norma della fede si sostituisce l’ortoprassi come criterio di verità» (Cfr. Istruzione su alcuni aspetti della TdL) ha macchiato indelebilmente la produzione teologica latinoamericana portata ora – sotto alcuni aspetti – a livello universale.

Il Sinodo dei vescovi appena concluso è partito proprio con un documento che metteva in risalto la prassi dopo una riflessione sociologica sulla situazione dei giovani e si è concluso con la consegna da parte del Pontefice del “Docat” (dal verbo inglese do, fare + cat, catechismo) un catechismo della dottrina sociale dedicato ai giovani.

L’eterno dissidio tra il fare (di Marta) e il sedere (di Maria) continuerà nella Chiesa finché durerà la sua missione. A ben vedere è più che necessario “sedere” per “fare” e “fare” per poter, finalmente, “sedere” in modo definitivo. Questo in sintesi l’equilibrio perfetto, quello incarnato dai santi, sia quelli che si chiusero in monasteri o in celle silenziose, sia quelli che vissero per le strade del mondo mettendo in pratica la carità con opere sociali.

Già Benedetto XVI – che molti identificano come un papa teorico/teologo dedicato alla elaborazione teologica fine a se stessa contrapponendolo all’attivismo del “nuovo corso” più sociale (e social) – aveva messo in guardia dal pericolo di cadere in un «attivismo sterile e disordinato» dimenticando il ruolo primordiale della contemplazione e della riflessione teologica (non come disciplina scientifica ma come approfondimento della comprensione del mistero).

A ragion del vero, anche papa Francesco, durante la Messa conclusiva del Sinodo è tornato su questo punto – che si sta rivelando cruciale per la comprensione del ruolo della Chiesa nel mondo – parlando del rapporto azione sociale e riflessione teologica mettendo in guardia dal rischio di perdere l’equilibrio: «Quando la fede si concentra puramente sulle formulazioni dottrinali, rischia di parlare solo alla testa, senza toccare il cuore. E quando si concentra solo sul fare, rischia di diventare moralismo e di ridursi al sociale. La fede invece è vita: è vivere l’amore di Dio che ci ha cambiato l’esistenza. Non possiamo essere dottrinalisti o attivisti» (Papa Francesco 28/10/2018). Una sacrosanta verità che sembra però scontrarsi con una impostazione di fondo – per usare parole dello stesso Pontefice – attivista, che predilige l’agire sociale e guarda con sospetto (quando non con sfida e con severa condanna come è più volte successo) chi ricorda che la retta prassi (ortoprassi) è frutto della retta fede (ortodossia) e non viceversa.

E voi, cari lettori, cosa preferite, il fare di Marta o il sedere di Maria?
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