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Accordo Cina-Vaticano: tuona G. Weigel: «Si ripete l’errore commesso coi nazisti!»


George Weigel (CNS photo/Paul Haring) (April 25, 2014) 

Dopo la notizia pubblicata dalla Sala Stampa vaticana che ufficializza l’esistenza di un “Accordo Provvisorio” raggiunto tra il Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi molti sono i commenti negativi che vedono in questo accordo un tradimento dei cristiani cinesi fedeli a Roma e un piegarsi della Chiesa alle richieste del Partito Comunista. Da tempo il cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha alzato la voce per cercare di scongiurare questo tipo di accordo, da lui ritenuto “suicida” per la Chiesa di Roma. Ora è la volta di George Weigel jr, giornalista di fama internazionale e biografo del papa san Giovanni Paolo II che sul National Review tuona contro un accordo che – a suo dire – consegna i cattolici in mano ai burocrati del partito comunista cinese. Per Weigel, questo accordo (i cui dettagli sono rimasti “segreti”) rappresenta una «chiara violazione dell’attuale legislazione ecclesiastica» (Canone 337 del Codice di Diritto Canonico), è frutto di una cattiva politica estera vaticana riconducibile al card. Casaroli (sulla cui bontà sarebbe proibito dissentire) e rappresenta un tradimento dei fedeli cattolici perseguitati in questo momento dal governo cinese. Oltre a sottolineare la continua ed enorme erosione – subita in questi ultimi anni – dell’autorità morale della Chiesa Cattolica sul piano internazionale, Weigel ricorda che la storia del Reichskonkordat – accordo stipulato da Pio XI e il Terzo Reich, puntualmente disatteso dai nazisti – dovrebbe aver insegnato alla diplomazia vaticana a diffidare dei regimi dittatoriali come quello comunista vigente in Cina. Eppure si sta commettendo lo stesso errore… Ecco la traduzione del testo di George Weigel:

Niente meno che nell’85° anniversario del Reichskonkordat.

Ottantacinque anni fa, il 20 luglio del 1933, un concordato che definiva la posizione della Chiesa Cattolica nel Terzo Reich fu firmato dal segretario di Stato Vaticano card. Eugenio Pacelli (in seguito Papa col nome di Pio XII) e il vice cancelliere tedesco Franz von Papen. Il Reischskonkordat fu poi ratificato dal parlamento della Germania nazista circa sei settimane dopo, il 10 settembre. Papa Pio XI, sotto la cui autorità il cardinale Pacelli aveva negoziato questo trattato, non si faceva illusioni sul Socialismo Nazionale tedesco; detestava la sua ideologia razzista. E, a differenza di alcuni diplomatici vaticani che sembrano aver immaginato che il Terzo Reich sarebbe una cosa a breve termine, il papa probabilmente pensava che Hitler e i suoi “gangster” sarebbero stati al potere per un bel po di tempo.

Per questo volle negoziare una protezione legale per la Chiesa in modo da poter operare pastoralmente sotto un regime totalitario che, con il passaggio del famigerato “Decreto dei pieni poteri” del 23 marzo 1933, aveva assunto dei poteri praticamente dittatoriali. L’unica condizione per il Reichskonkordat era la distruzione di fatto del partito di Centro Cattolico era evidentemente un prezzo che Pio XI pensava fosse degno di essere pagato se il risultato fosse la protezione delle istituzioni cattoliche e della vita pastorale.
Questa strategia legale-diplomatica – che sembra essere stata basata sulla convinzione che anche un regime totalitario avrebbe onorato un impegno preso sotto contratto – non ha funzionato. Il Terzo Reich iniziò a violare il Reichskonkordat poco dopo che l’inchiostro si fosse asciugato sul trattato. In seguito, dopo che alcune dozzine di rigide note diplomatiche inviate a Berlino (redatte da mons. Pacelli) non avevano prodotto risultati, un irato Pio XI pubblicò l’enciclica Mit brennender Sorge [Con viva ansia] nel 1937, fece stampare clandestinamente in Germania e ordinò che fosse letta da tutti i pulpiti tedeschi. Nell’enciclica Pio denunciava il “culto idolatrico” che sostituiva la fede in Dio con una “religione nazionale” e il “mito della razza e del sangue”; il suo accento sul perenne valore dell’Antico Testamento rendeva abbastanza chiaro ciò che pensava della svastica nazista e ciò che rappresentava.

È al di là dell’ironia, e confina con lo scandalo, il fatto che la lezione di questa debacle – promesse di carta non significano nulla per i regimi totalitari – non è stata appresa in Vaticano, che ora sembra essere sul punto di ripetere il suo errore completando un accordo con il governo della Repubblica Popolare Cinese proprio nel ottantacinquesimo anniversario del Reichskonkordat.

Fonti vaticane definiscono l’accordo “una svolta storica”, ma l’unica cosa “storica” a riguardo è l’incapacità della diplomazia vaticana di imparare qualcosa dalla storia. A peggiorare le cose, altri in Vaticano ammettono che l’accordo “non è un buon accordo”, ma poi continuano a suggerire che potrebbe aprire la strada a qualcosa di meglio in futuro. Veramente? Non abbiamo mai attraversato quella strada? Il Reichskonkordat fallito non è forse un racconto ammonitore? Nella Pontificia Accademia Ecclesiastica (la scuola di specializzazione della Chiesa per diplomatici papali) la Storia viene insegnata?

Secondo l’accordo – così come descritto in varie da alcuni media – i candidati vescovo in Cina saranno scelti dai sacerdoti e dai laici di una diocesi, da un elenco di potenziali vescovi presentati dalle autorità cinesi. Il risultato di queste “elezioni” sarà inviato a Pechino, che presenterà un candidato in Vaticano. Roma avrà quindi il tempo di controllare il candidato, che può accettare o rifiutare. Nel caso di rifiuto del candidato da parte del Vaticano, ne conseguirà un “dialogo”, presumibilmente per fare in modo che Pechino invii un altro nome. Ma anche quest’altro nome sarà prodotto dallo stesso sistema truccato, perché è impossibile immaginare che qualsiasi candidato proposto dalle autorità cinesi a livello locale non sia stato accuratamente controllato riguardo la sua affidabilità come un “burattino comunista”.

Come descritto sulla stampa, questo accordo è una chiara violazione dell’attuale legislazione ecclesiastica. Il canone 377 par. 5 del Codice di Diritto Canonico afferma chiaramente: «non verrà concesso alle autorità civili alcun diritto e privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione dei Vescovi» – una clausola inequivocabile che dà forma giuridica all’insegnamento del Concilio Vaticano II nel suo decreto sull’ufficio pastorale dei Vescovi nella Chiesa. Ancora peggio, la responsabilità per gli affari della Chiesa nella Repubblica Popolare Cinese è stata presa dallo stato cinese e consegnata a un ufficio del Partito comunista cinese – il che significa che il Vaticano sta proponendo di dare un diritto di “presentazione… dei vescovi” ai burocrati comunisti, i cui interessi, si può tranquillamente ipotizzare, non sono quelli della Chiesa e della sua missione di evangelizzazione.

Peggio ancora, in termini di erosione dell’autorità morale di un Vaticano che armeggia la sua risposta agli abusi sessuali del clero e ai vescovi malfunzionanti, questo accordo arriva in un momento in cui il governo cinese sta scatenando la persecuzione dei gruppi religiosi in tutta la Cina, demolendo chiese cattoliche, spogliando altri di statue religiose, consegnando i capi delle chiese domestiche protestanti ai campi di lavoro forzato e conducendo ciò che alcuni considerano una campagna di genocidio contro i musulmani uiguri. La Cina intensifica la persecuzione religiosa e il Vaticano firma un accordo con la Repubblica Popolare Cinese? Per favore!

Per quanto riguarda l’idea che questo accordo contribuirà a colmare il divario tra una Chiesa cattolica largamente sotterranea fedele al Vescovo di Roma e l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese (APC) sponsorizzata dal regime, non vi è alcuna voce conosciuta dalla Chiesa perseguitata in Cina che sostiene la accordo proposto. Perché? Perché la Chiesa perseguitata sa che l’APC è, funzionalmente, uno strumento di regime, anche se alcuni membri del suo clero (compresi i vescovi) sono, nei loro cuori, fedeli a Roma. Non ci vuole scienza missilistica per capire che un accordo in base al quale le autorità del partito comunista “nominano” vescovi attraverso false elezioni condotte da organismi approvati dalla APC da liste di candidati preparate da altre autorità comuniste è un accordo che rafforza ulteriormente l’APC pur sottovalutando la Chiesa perseguitata

Dunque, perché questo sta succedendo? Ci sarebbero due spiegazioni:

La prima è che questo illegittimo accordo rappresenta la continua influenza nella diplomazia vaticana della “banda Casaroli” – i discepoli del compianto Cardinale Agostini Casaroli, architetto del 1970 Ostpolitik vaticana, che avrebbe dovuto rendere la vita migliore per i cattolici perseguitati dietro la cortina di ferro attraverso accordo con i regimi del Patto di Varsavia. L’Ostpolitik non ha fatto nulla del genere. Ha trasformato la Chiesa dell’Ungheria in una chiesa sussidiaria, interamente posseduta dal partito comunista ungherese; ha causato gravi danni alla Chiesa in quella che allora era la Cecoslovacchia; e ha facilitato la penetrazione profonda dello stesso Vaticano da parte delle agenzie di intelligence del blocco orientale. Questo massiccio fallimento politico è stato ben documentato con i materiali degli ex Archivi Segreti della polizia del Patto di Varsavia. Ne ho scritto ampiamente in libri prontamente disponibili in italiano. Eppure non è permesso un mormorio di dissenso nella leggenda di “Casaroli il Grande” in importanti circoli romani. Sono gli accoliti di Casaroli di seconda e terza generazione i piloti dell’accordo riportato in Cina. Sono, a quanto pare, ineducabili.

Poi c’è Papa Francesco. Giovanni Paolo II ha dato alla Chiesa cattolica una vera influenza morale nella politica mondiale. Benedetto XVI ha offerto dei commenti incisivi post Guerra Fredda sulle sfide politiche del ventunesimo secolo. Quell’eredità è stata dilapidata da una mossa sconsiderata dopo l’altra nei cinque anni e mezzo di questo pontificato: un’iniziativa siriana che ha dato al presidente Obama una scusa per non far rispettare la sua presunta “linea rossa” e così ha rafforzato il regime omicida di Assad; un disastroso e controproducente inchino al regime di Maduro in Venezuela e alla dittatura comunista a Cuba che ha demoralizzato l’opposizione in entrambi i paesi; un rifiuto di usare le parole “invasione” in riferimento alla Crimea e “guerra” in riferimento a ciò che la Russia sta facendo nell’Ucraina orientale; un approccio all’Ortodossia russa che rifiuta di ammettere che i principali interlocutori della Chiesa in quel “dialogo” sono prima di tutto gli agenti del potere statale russo con degli uomini di chiesa da qualche parte lungo la linea; un approccio assolutista alla crisi dei migranti in Europa che ha ridotto lo spazio in cui un ragionevole compromesso politico potrebbe prendere forma; Molto del capitale morale papale è stato speso per cose effimere come la minaccia rappresentata dalle bottiglie di plastica e dalle cannucce negli oceani. Errore dopo errore, ora apparentemente sul punto di essere aggravato dal tradimento dei cattolici perseguitati in Cina attraverso un accordo che autorizza il Partito Comunista cinese nei suoi sforzi per rendere la Chiesa uno strumento dello stato.

Il papa potrebbe ancora porre un freno a tutto questo, e anzi, dovrebbe farlo. Un cattivo accordo in queste circostanze è molto peggiore di nessun accoro, poiché un pessimo affare compromette ulteriormente l’autorità morale della Chiesa, che viene ulteriormente indebolita nella sua missione evangelica. Questa è la lezione che avrebbe dovuto essere appresa dal Reichskonkordat del 1933. A 85 anni di distanza, è tempo che la diplomazia vaticana raggiunga una curva di apprendimento.

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