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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Pakistan: continua la caccia al cristiano. Ragazzo ucciso dai compagni di scuola musulmani


Non ho trovato questa triste notizia sui giornali italiani più importanti e più letti La Repubblica e Il Corriere della Sera. L’ho trovata su altri giornali che tendono a seguire una linea dura contro l’islam e gli stranieri in generale e che spesso e volentieri  – si dice – “cavalcano” queste vicende con titoli altisonanti. Ma qui non c’è bisogno di essere “di destra” o di inserire titoloni che colpiscano lo stomaco. Qui si tratta semplicemente di prendere atto di un problema, di un gravissimo problema che riguarda la libertà religiosa, ed in particolare la vita dei cristiani in Pakistan e in molti altri paesi a maggioranza islamica.

«CALCI E PUGNI FINO AD UCCIDELO»

La notizia è stata pubblicata il due settembre su Avvenire, il giornale dei vescovi italiani affatto interessato a facili polemiche contro islam o ad alimentare nell’opinione pubblica un giudizio negativo nei confronti degli amici musulmani. Le aperture di Avvenire in materia di dialogo (sia nei confronti del mondo musulmano che del pensiero laico) fanno del giornale della CEI una fonte degna di tutto rispetto su questa triste vicenda:

Sharon Masih, 15enne cristiano residente del villaggio Chak-461, è stato fermato e sequestrato dai compagni che, con atti di bullismo, hanno iniziato a compiere violenze sempre più pesanti, fino a colpirlo con pugni e calci. Il ragazzo è crollato a terra esanime. Trasportato all’ospedale di Burewala, ne è stato accertato il decesso.

Sembra che il ragazzo fosse vittima di bullismo, di molestie e insulti anche a causa della sua fede cristiana e che i compagni avessero tentato di far convertire Sharon all’islam. Il ragazzo ha resistito anche nell’ultimo episodio di violenza, rivelatosi fatale. Date le minacce e le violenze già subite, Sharon aveva manifestato l’intenzione di cambiare scuola (Avvenire, 02/09/2017).

Le violenze si sono perpetuate anche in classe, sotto gli occhi dei professori che però negano di aver notato qualcosa di strano. «Odiavano mio figlio! L’hanno preso di mira a causa della sua fede» ha denunciato la madre del ragazzo. «Anche i professori lo percuotevano e lo umiliavano davanti alla classe; lo chiamavano Chuhra» (dispregiativo usato per definire i cristiani) (Morning Star News, 08/09/2017).

UNA SCUOLA DI STATO CHE INSEGNA L’ODIO

Il caso solleva per l’ennesima volta il problema di un sistema scolastico che insegna l’odio e il disprezzo verso il “diverso”, verso gli “infedeli”, i non musulmani che non si sottomettono ad Allah. Lo afferma Anjum James Paul presidente della Pakistan Minorities Teachers’ Association:

Da un lato i libri di testo adottati nelle scuole pubbliche promuovono l’Islam, i musulmani, la cultura e la civiltà islamica; dall’altro non esitano a promuovere disprezzo e odio contro le religioni non islamiche, i non musulmani, le culture e le civiltà non islamiche. Questo ha evidenti conseguenza dannose sulle menti dei bambini e dei ragazzi, incita alla violenza e nuoce alla pacifica convivenza

UNA REALTA’ IMPOSSIBILE IGNORARE

I fatti sono fatti. E se un ragazzo di quindici anni perde la vita a scuola per il semplice fatto di non piegarsi ad una religione estranea benché maggioritaria, evidentemente esiste un problema molto grave. Per di più se questa cultura di violenza e di odio è coltivata dai libri di scuola sotto la guida degli insegnanti. Non volerlo vedere, vederlo e nasconderlo, vederlo e non volerlo risolvere, sono atteggiamenti deplorevoli che ci rendono complici del sangue innocente versato.

L’Occidente si riempie la bocca con la parola libertà, una parola che dovrebbe bruciare sulle labbra di chi la pronuncia ma che è ormai svuotata del suo significato se si continuano ad ignorare tutti i delitti contro la libertà di pensiero, di espressione, di culto, di istruzione che milioni di persone sono costrette a subire quotidianamente schiacciati da regimi islamici, da dittature personali (si pensi a molti paesi africani) o di partito (si pensi alla Corea del Nord, a Cuba o al Venezuela)

RAZZISMO ISLAMICO: DISCRIMINAZIONI, ACCUSE, OMICIDI

Che questo non sia un episodio isolato lo dimostrano i tanti casi di discriminazione, di violenze e di ingiustizia che vengono perpetuati contro i cristiani in quei paesi dove rappresentano una minoranza e dove sono considerati cittadini di “serie B”, razza inferiore destinata a scomparire. Accusati facilmente di blasfemia, relegati ai lavori più umili, umilianti, preclusi dai ruoli di governo, inascoltati, invisibili.

Pensiamo ad Asia Bibi, cristiana pakistana che dal 2010 è in carcere condannata a morte per blasfemia (condanna al momento sospesa). Il caso ha raggiunto un clamore mediatico anche per l’aspetto surreale della vicenda che ha portato alla condanna:

[nel 2009] …Scoppia un diverbio con le lavoratrici vicine, di religione musulmana. A lei era stato chiesto di andare a prendere dell’acqua. Un gruppo di donne musulmane l’avrebbe respinta sostenendo che Asia, in quanto cristiana, non avrebbe dovuto toccare il recipiente. Il 19 giugno, le donne denunciano Asia Bibi alle autorità sostenendo che, durante la discussione, avrebbe offeso Maometto. Picchiata, chiusa in uno stanzino, stuprata, è infine arrestata pochi giorni dopo nel villaggio di Ittanwalai, nonostante contro di lei non ci sia nessuna prova. Viene condotta nel carcere di Sheikhupura (Wikipedia)

Shahzad Masih (24 anni) e Shama Bibi (26)

Pensiamo ai giovani coniugi Shahzad Masih e Shama Bibi (4 figli, lei in cinta) che nel 2014 sono stati brutalmente linciati e arsi vivi da una folla inferocita incitata da leader locali (400 persone). Il tutto per una voce secondo la quale lei avrebbe bruciato una pagina del Corano. Nessuna prova, nessuna indagine…

Pensiamo al giovane cristiano Shahzad Masih, spazzino di 16 anni, che a luglio di questo anno (2017) è stato accusato di blasfemia da un membro del partito estremista islamico Tehreek-e-Tuhafaz. Il ragazzo è stato arrestato sulla parola dell’accusatore, la famiglia – che non ha più visto Shahzad e non sa dove sia – è stata costretta a fuggire per le minacce di morte e il ragazzo ora rischia la pena di morte.

Ad aprile 2017 un’altro caso finito in tragedia: uno studente universitario di 23 anni è stato ucciso crudelmente dai compagni di studi. Ancora in Pakistan, ancora per motivi religiosi: è blasfemo! In altre parole: “non è musulmano”. L’aggravante non è da poco: il tutto è successo in una università, per mano di studenti e non da ignoranti privi di qualsiasi nozione di civiltà e di convivenza sociale.

Uno studente di giornalismo pachistano è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nell’Università “Abdul Wali Khan” di Mardan da alcuni compagni che lo hanno accusato di blasfemia. Dopo aver sparato al giovane, gli aggressori si sono accaniti sul suo cadavere a colpi di bastone. (TgCOM24, 14/04/2017).

Sulla pagina web di un giornale italiano (Il Fatto Quotidiano, mica il “Fascio Quotidiano”) è stato pubblicato il video del linciaggio con l’avvertenza «Le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità». Addirittura! All’epoca tutto si “risolse” con l’arresto preventivo di 50 persone coinvolte. “Cinquantapersone”! (Questi sono i veri “branchi”, non quelli a cui noi siamo abituati, formati da 3-4 malintenzionati).

Tutto ciò (e non le immagini che facciamo volentieri a meno di guardare) urta la nostra sensibilità. E non solo perché siamo cristiani, ma perché anche noi crediamo che la libertà sia un bene prezioso donatoci da Dio. Il problema serio è che alcune persone, alcuni popoli, in nome di un altro dio (che noi non adoriamo ne adoreremo) vorrebbero privarcene. Questo ci urta nella nostra sensibilità di esseri umani, liberi di vivere la nostra fede senza sottostare ai diktat governativi o religiosi.

DITTATURA DELLA MAGGIORANZA ISLAMICA: LA SITUAZIONE PEGGIORA

In Pakistan non c’è l’ISIS, il paese non è governato da terroristi, ma l’Islam è la religione di stato. In Pakistan la blasfemia è punita con la pena di morte. I processi, quando ci sono, sono sommari; non ci sono indagini accurate, non vengono fornite prove e gli accusati (solitamente privi dei mezzi economici) non riescono a difendersi in maniera efficace. Ai cristiani è impedito manifestare la propria fede pubblicamente, costruire chiese e – tanto meno – annunciare il Vangelo. Lungi dall’alleggerirsi o dal risolversi, col passare degli anni la situazione sta peggiorando, come lo rivela l’ultimo rapporto della associazione ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre) sulla Libertà Religiosa nel Mondo (2016):

In Paesi quali India, Pakistan e Birmania, dove la nazione si identifica in una particolare religione, sono stati compiuti dei passi avanti per difendere i diritti della fede di maggioranza a svantaggio di quelli dei singoli credenti. Ne sono scaturite più severe limitazioni alla libertà religiosa delle minoranze, maggiori ostacoli alle conversioni e più rigide sanzioni per il reato di blasfemia.

SHARIA E VIOLENZE SBARCANO IN EUROPA

Il fenomeno di immigrazione massiva che ha coinvolto l’Europa negli ultimi anni ha provocato l’istallarsi di veri e propri ghetti islamici nel nostro continente. Molte comunità musulmane radicatesi in Europa sono progressivamente diventate maggioranza in alcune aree e quartieri, col rischio di impiantare nel nostro paese usanze, abitudini, stili di vita e dinamiche sociali in uso nei loro paesi d’origine. Reati di blasfemia sono puniti severamente anche in Europa dalle autorità religiose islamiche o da semplici censori o guardiani della dottrina di Mahometto decisi ad imporre la Sharia ai propri correligionari. Si è parlato delle “ronde” della “polizia islamica” a Berlino. Ma un tragico evento si è verificato in Inghilterra nel marzo del 2016 dove un quarantenne pakistano musulmano è stato ucciso a Glasgow per aver augurato «Buona Pasqua» su Facebook. Il quarantenne Asad Shah lavorava in un minimarket quando è stato avvicinato, accoltellato e poi abbandonato senza vita davanti al suo negozio. L’uomo aveva scritto: «Prossimi eventi: Venerdì Santo ed una Felice Pasqua specialmente alla mia amata nazione cristiana. Seguiamo le orme dell’amato Santo Gesù Cristo e otteniamo un reale successo in entrambi i mondi».

Recentemente un dato allarmante è arrivato dalla Francia (ne da notizia il sito L’Occidentale.it): ai bambini ebrei viene consigliato di iscriversi in scuole private perché, in quelle pubbliche, la maggioranza degli alunni è di religione musulmana (anche nelle scuole italiane si va affermando questo squilibrio). Uno studente ebreo avrebbe poche speranze di restare “inosservato” in mezzo agli alunni musulmani e recenti casi di discriminazione hanno portato i presidi delle scuole a cercare di evitare queste situazioni. A rivelare questa incredibile situazione, un preside in pensione Bernard Ravet che ricorda il caso di un ragazzo trasferitosi da Israele alla sua scuola: «Ho capito che i miei studenti avrebbero scoperto subito la sua provenienza straniera. Se avessero scoperto che veniva da Israele, l’avrebbero distrutto».

***

Post scriptum. Una notizia arrivata in questi giorni dal Sudan e riportata da ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre) conferma ancora che non stiamo parlando di favole, né “cavalcando” una notizia per creare mostri o alimentare paure. Così titola la rivista Tempi: «I bambini cristiani nei campi profughi sudanesi sono costretti a recitare le preghiere islamiche per ricevere il cibo». Secondo le fonti di ACS il cibo fornito per i centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Sudsudan non è sufficiente: la corruzione e la discriminazione verso i cristiani fanno il resto. Ed è che per certe culture non c’è un limite all’odio, persino all’interno dei campi profughi. Chi vigila su queste situazioni? E chi ce le racconta? Chi si adopera veramente per una cultura del dialogo e della fratellanza?

 

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