Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

Quotidianità gloriosa: la Risurrezione secondo Fabrice Hadjadj


«Il miracolo non avviene per farci vivere cose straordinarie, ma per farci vivere straordinariamente le cose ordinarie». È questa la tesi principale del saggio del filosofo francese Fabrice Hadjad dedicato alla Risurrezione di Cristo (Risurrezione. Istruzioni per l’uso, Ares 2017).

Francese di origini tunisine, convertito dall’ebraismo al cattolicesimo, sposato e padre di sette figli, Hadjadj (pronuncia giusta qui) si è affermato come autore di successo grazie al suo stile pungente, ironico, lineare, mai cervellotico e raramente banale. Tra i suoi libri, tradotti in diverse lingue, spiccano i bestsellers La mistica della carne (2008) e La fede dei demoni (2009). Il più grande pregio per il filosofo è quello di proporre una riflessione teologica e filosofica ancorata alla realtà con un linguaggio nuovo​, lontano da astrazioni filosofiche e da approcci clericali, pur affrontando temi fondamentali del cristianesimo.

In Risurrezione (edizioni Ares 2017), l’autore indaga sull’evento fondante del cristianesimo accompagnando il lettore dallo stato di credulità (dove confessa di aver militato gran parte della sua vita da ateo) alla fede che ti fa “mettere i piedi per terra”. La fede in Gesù è infatti equidistante dalla scienza e dal sentimentalismo ed è in virtù di questa distanza di sicurezza dai laboratori e dalla pura immaginazione, che è possibile ragionare sulla Risurrezione all’interno (e non al di là) del progetto divino dell’incarnazione, cioè dentro il mistero di un Dio che «si è fatto uomo perché l’uomo resti umano» e perché «essendo divinizzato, sia sempre più umano». Solo in questa prospettiva sarà possibile risolvere «uno dei problemi più grandi dell’esistenza», la “quadratura del cerchio”, ossia «la riconciliazione tra la gloria e il quotidiano».

E’ per questo – per piantare meglio i piedi nella realtà quotidiana ispirati dalla Risurrezione – che l’autore sceglie un linguaggio segnato dal “buonumore”, anche perché – afferma – «l’argomento della Risurrezione mi è apparso troppo serio per essere trattato con serietà». Chiede ad ogni modo che gli si perdoni “la leggerezza” riconoscendo di essere stato «fantasioso ma non frivolo».

LA DISCREZIONE DEL RISORTO

Scandito dai Vangeli della Risurrezione e delle apparizioni ai discepoli, il libro assume a tratti la forma di una “indagine” sull’evento straordinario della risurrezione. I racconti degli evangelisti – afferma Hadjadj – sembrano proprio delle “indagini poliziesche” dove i protagonisti vanno alla ricerca del cadavere del Maestro, che era stato affrettatamente deposto in una tomba prima dell’inizio della festa con l’intenzione di portare a termine i riti funebri dopo lo Shabbat. La scomparsa del corpo di Gesù, interroga e sconvolge i soldati, i discepoli, Maria Maddalena e le altre donne: “dove l’hanno nascosto?”. Le apparizioni di Gesù risorto sono la risposta a questo interrogativo mentre, allo stesso tempo, lasciano ancora più volta sconvolti: Gesù si presenta come un giardiniere (a Maria Maddalena), come un viandante (ad Emmaus), presenta ancora i segni della passione, piaghe e ferite, chiede qualcosa da mangiare e accende il fuoco per abbrustolire il pane. Non furono forse i gesti semplici e quotidiani che caratterizzarono i trentatré anni di vita terrena del Redentore? Niente effetti speciali, niente “insegna luminose” perché «la vera gloria non consiste nell’essere subito riconoscibile per le paillettes» e «la Buona Novella sfugge alle news: non è informazione per tutti, ma chiamata per ciascuno». Il messaggio è chiaro: il corpo del risorto non va cercato come un corpo tra gli altri, ma «è da trovare nel corpo del mio prossimo» (Ora voi siete il corpo di Cristo… 1 Cor 12).

FEDE NELLA VITA ETERNA E… NELLA VITA TERRENA

Cosa ha a che vedere la risurrezione di Gesù con la nostra vita? Se Lui solo risorge e passa a una vita nuova, ultraterrena, “migliore”, mentre noi continuiamo a morire e i nostri cadaveri a venir sepolti sotto terra, di cosa dovremmo rallegrarci? E ancora, perché continuare riprodursi per dare la vita a nuovi mortali in un mondo ingiusto, violento e segnato dalla morte? Vale la pena ancora avere dei figli? In realtà la Risurrezione di Gesù non viene a sminuire la nostra condizione di mortali, né a privare di sapore la nostra quotidianità. Al contrario, è solo in virtù della Risurrezione di Cristo che l’uomo può apprezzare e rivalutare la vita sulla terra, una vita impreziosita dal passaggio di Dio-fatto-uomo nella città degli uomini. «La Risurrezione non è solo il luogo della fede nella vita eterna, ma è anche la ragione per dare la vita temporale a dei piccoli mortali» in una società segnata (le statistiche parlano in maniera tragicamente chiara) dal crollo demografico. E’ per questo che «la Risurrezione non garantisce solo il Paradiso; garantisce anche la nascita». Si capisce dunque che per avere una famiglia numerosa non bastano l’altruismo e lo sforzo dei genitori, ma serve la fede nella Risurrezione per cui vale la pena ancora vivere su questa terra. «E’ la Risurrezione a far si che la nascita non ci appaia vana» e solo «la fede in questo miracolo a spingerci a riconoscere questa meraviglia» di essere nati.

ELOGIO DELLA DIGESTIONE, OVVERO MANGIARE “COME CRISTO COMANDA”

Già Tommaso Moro aveva considerato la digestione un argomento sul quale valeva la pena di pregare Dio senza rischiare di essere troppo irriverenti. Gesù, durante la sua vita terrena, aveva moltiplicato pani e pesci e partecipato a banchetti nuziali. Ma, sottolinea Hadjadj, «bisogna attendere la sua Risurrezione perché cominci a cucinare», accendendo il fuoco e abbrustolendo del pane nell’attesa che i discepoli svuotino le reti piene di pesci (Gv 21,9). Gesù risorto mangia e digerisce realmente proprio per «assumere nella sua gloria il nostro ordinario» compiendo uno straordinario «mistero di semplicità». Cucinare vuol dire mettersi a servizio perché si cucina sempre per altri, per condividere il cibo assieme ad altri commensali. Ed è seduti a tavola che ricchi e poveri, piccoli e grandi, saggi e ignorati, sono accomunati nel processo di nutrimento e digestione: «…Durante un vernissage, l’accordo è più unanime attorno al buffet che davanti alle opere. Solo alcuni possono ritrovarsi a una mostra o a una conferenza […] ma tutti si ritrovano davanti a una tavola: non è richiesta altra qualifica che avere fame». Davanti ai pasti siamo tutti uguali «più che davanti alla morte»; mangiare un panino e bere un bicchiere di vino assieme ad un barbone rappresenta «poesia pura». Ma il pasto condiviso da Gesù va oltre la semplice condivisione: il pane è il Verbo stesso e il vino è il suo sangue, perché Gesù si fa cibo, pasto, nutrimento. Da queste considerazioni non si deduca però – scrive Hadjadj in una “nota” al suo parroco – che «l’Eucaristia dovrebbe svolgersi come un pranzetto alla buona» ma piuttosto che ogni pasto umano assume – grazie a Gesù – una dimensione spirituale e che dunque «anche un pranzetto qualunque dovrebbe essere vissuto come rendimento di grazie».

Vista da questa prospettiva la Risurrezione, oltre ad aprirci ad una speranza di vita eterna, ricuce lo strappo tra la nostra quotidianità e la nostra risurrezione. Non vivremo sonni tranquilli, infatti, se il divario tra l’oggi e il domani (teologicamente, tra i già e il non-ancora) non arriverà ad una conciliazione: o desidereremo ardentemente lasciare questo corpo per “passare a miglior vita” dopo questa valle di lacrime oppure lotteremo per godere di questa valle finché la tecno-scienza ci offra speranze di sopravvivenza. In entrambe i casi saremmo allo scacco. Il rischio per molti di noi è quello di vivere afflitti «da una schizofrenia molto diffusa tra i credenti: nuvole rose nel cielo, sabbie mobili sulla terra» […] «Ebbene Gesù vuole proprio preservarci da questo dualismo» donandoci la possibilità entrare nella storia e di vivere la nostra quotidianità con la dignità e la gioia di figli risorti.

Miguel Cuartero Samperi

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