Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

I santi della GMG 2016 (1): Santa Orsola, apostola della nuova evangelizzazione.


orsola led

Aleteia – Papa Francesco ha scelto san Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska come santi protettori della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. Si tratta dei due santi polacchi più conosciuti nel mondo, tuttavia sono numerosi i figli della Polonia elevati agli onori degli altari che accompagneranno dal cielo questa GMG con la loro intercessione; sono testimoni di una fede radicata attraverso i secoli nella storia del paese ed incarnata nella vita di molti suoi cittadini. Tra loro c’è sant’Orsola, una donna che spese la sua vita per dedicarla ai giovani, educando e formando le ragazze più in difficoltà. affrontando molte fatiche anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Ecco chi era sant’Orsola, al secolo Giulia Ledóchowska.

Una famiglia benedetta da Dio.
Giulia Ledóchowska, seconda di sette figli, nacque il 17 aprile 1865 a Loosdorf (Austria) da madre svizzera e padre polacco, in una famiglia nobile e aristocratica che diede numerosi frutti di santità, segno che il potere e le ricchezze non sono necessariamente un impedimento per la conversione e che la santità non è una prerogativa riservata ad una categoria sociale o economica di persone. Lo zio di Giulia (Miceslao Ledóchowski) fu arcivescovo e cardinale; il fratello Wladimiro fu sacerdote gesuita e diventò Preposito Generale della Compagnia; la sorella maggiore Maria Teresa, terziaria francescana, è stata proclamata Beata da Paolo VI: abbandonata la tranquilla e lussuosa vita di Corte, dedicò corpo e anima alle missioni africane, fondò l’istituto San Pietro Claver, istituì diversi comitati per l’abolizione della schiavitù e una tipografia a Salisburgo per la stampa di riviste e bollettini missionari; la chiamavano “la pazza delle missioni” o “madre delle missioni africane”. Tre figli e tre nipoti di Antonio e Giuseppina Ledóchowski scelsero vita religiosa.

I genitori e la trasmissione della fede in famiglia.
Questo amore al Vangelo e questo zelo per annunciarlo al mondo spendendo la propria vita, sono i frutti dell’educazione cristiana ricevuta in famiglia, della fede trasmessa dai genitori tra le mura domestiche; Antonio e Giuseppina Ledóchowski lasciarono ai loro figli l’eredità più preziosa: non ricchezze e titoli onorifici (che pure avevano) ma l’insegnamento che la vera felicità sta in amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come sé stessi. Spesso è evidente come dietro ad un santo canonizzato e conosciuto, c’è il lavoro silenzioso e poco conosciuto di un padre ed una madre che hanno seminato nella quotidianità il buon seme destinato a crescere secondo le innumerevoli strade del Signore. La stessa Orsola – che dedicò poi la sua vita all’educazione – ebbe a dire: “soltanto sulle ginocchia di una santa madre si educano i santi, i sacerdoti, i politici…” e anche: “Il compito  della famiglia è dare Dio al bambino; se gli darai Dio, gli avrai dato tutto, se non gli dai Dio, non gli avrai dato nulla”.

La vocazione religiosa, una figlia di Angela Merici.
Nel 1983 la famiglia di Giulia si trasferì vicino Cracovia, a Lipnica Murowana. A 21 anni, dopo aver ottenuto la benedizione dal padre morente a cui confidò la volontà di intraprendere la vita religiosa, Giulia entrò nel convento delle Orsoline (ordine fondato da sant’Angela Merici), prendendo il nome di Maria Orsola di Gesù. Per molti anni lavorò come insegnante ed educatrice nella scuola delle suore. Fu superiora del suo convento dal 1904 al 1907 e si adoperò per fondare un internato per studentesse universitarie nei locali del convento. Nel 1907, con la benedizione del papa Pio X, si recò a San Pietroburgo per prendersi cura delle studentesse polacche che abitavano in un pensionato della parrocchia di Santa Caterina. Qui, Orsola fu costretta, assieme alle sue suore, ad indossare abiti civili e a lavorare in clandestinità, costantemente sorvegliata dalla polizia segreta del regime che non permetteva opere di apostolato nel suo territorio. Lungo la sua vita fondò diverse case Orsoline (in Russia, in Scandinavia e in Svezia) così come diversi pensionati per ospitare ragazze studentesse fornendole un ambiente confortevole ed una educazione religiosa e umana.

Infaticabile apostola nella Scandinavia.
Dopo diversi anni di apostolato clandestino nel 1914, a causa della sua cittadinanza austriaca, fu costretta a fuggire dalla Russia per rifugiarsi in Svezia. A Stoccolma fondò un nuovo pensionato per signorine e un giornale per i cattolici svedesi (che si pubblica ancora oggi), tradusse il Catechismo in finlandese e fondò anche un piccolo ambulatorio per offrire cure gratuite alle persone più povere. In quegli anni mantenne ottimi rapporti con le comunità protestanti scandinave svolgendo un prezioso dialogo ecumenico. Durante la guerra, Orsola si occupò con grande carità dei profughi polacchi che fuggivano in Svezia organizzando raccolte di fondi, conferenze e pubblicando anche un libro in tre lingue per sostenere la comunità polacca in esilio. Viaggiò in Danimarca dove, nel 1918, costruì un orfanotrofio per ragazze polacche e una scuola di economia domestica per le famiglie meno abbienti.

Il ritorno a Cracovia e la nascita della nuova congregazione.
Alla fine della guerra, nel 1920, Orsola tornò nella sua amata Polonia portando con sè diversi orfani polacchi. Qui, forte dell’esperienza vissuta a San Pietroburgo con le sue consorelle, iniziò a maturare l’idea di una nuova congregazione che si dedicasse ai più bisognosi e che contribuisse attivamente alla ricostruzione di un paese devastato dal conflitto mondiale. Nel 1923 la Santa Sede approvò, per un periodo di sette anni, gli statuti della nuova congregazione apostolica a cui impose il nome di “Orsoline del Sacro Cuore di Gesù agonizzante” (conosciute in Polonia come “Orsoline grigie”) dedicata all’educazione e a “l’istruzione cristiana dei giovani, in particolare dei poveri, degli operai e dei contadini; e inoltre, alle opere di pietà e di misericordia, sia spirituale che temporale, connesse a tale educazione ed istruzione”. La nuova congregazione – stabilitasi a Pniewi vicino Poznan – si inserì dunque come un nuovo ramo della grande famiglia delle Orsoline incarnando nel suo tempo il “radicalismo evangelico” e il carisma dell’educazione e dell’istruzione promossi da sant’Angela Merici. La definitiva approvazione arrivò il 21 novembre del 1930. Scriverà nel suo commovente Testamento Spirituale: “Il Signore si è servito di me miserabile, per dar vita a questo nuovo ramo sorto dal vecchio tronco delle Orsoline: ramo giovanissimo e debolissimo, ma proprietà esclusiva del Sacratissimo Cuore di Gesù“. Nel 1928 le suore “Orsoline grigie” (o “orsoline polacche” come vennero chiamate in Italia) arrivarono a Roma dove stabilirono la loro casa generalizia e iniziarono a prendersi cura delle studentesse polacche e italiane più bisognose. Nel 1932 intrapresero l’apostolato tra i poveri della periferia di Primavalle.

La Polonia subì tragiche conseguenze a causa della Seconda Guerra Mondiale. Durante il regime nazista le Orsoline si dedicarono ai feriti e prigionieri di guerra; centinaia di suore furono deportate nei campi di concentramento. Ma con la fine della guerra e l’occupazione comunista le cose non migliorarono: alcune sorelle furono portate nei Gulag altre nei campi di lavoro siberiani; la congregazione dovette rinunciare al lavoro nelle scuole, molti istituti e case furono chiusi o statalizati.

La mia politica è l’amore.
Orsola affrontò le fatiche della evangelizzazione e dell’apostolato con estrema generosità e piena dedicazione. Senza strategie prefissate ma lasciandosi guidare dalla creatività dello Spirito Santo e collaborando con associazioni e movimenti già esistenti sul territorio a livello sociale, culturale e religioso. Il sorriso, radiante e luminoso sul volto, era il biglietto da visita che le apriva le porte e i cuori delle persone che incontrava. Suo fratello Wladimiro la ricordava così: “Aveva un cuore sensibile e tenero verso ogni miseria umana (…). In breve tempo guadagnò una tale fiducia e un tale rispetto che la gente veniva, a volte da lontano, sia per ricevere da lei una medicina per i malati, sia per chiedere consiglio nelle loro difficoltà e preoccupazioni”. A chi le domandava che posizione assumeva nelle spinose controversie politiche che affliggevano l’Europa, Orsola rispondeva spiegando il suo programma d’azione: “La mia politica è l’amore”. Fu tale lo zelo apostolico che animò madre Orsola e la sua determinazione nel portare il Vangelo ai lontani, che il papa Giovanni Paolo II la chiamò “apostola della nuova evangelizzazione”.

Esempio di santità per tutti: testimoniare il Vangelo in tempi difficili.
Orsola morì  a Roma nel 1939, all’età di 74 anni. Riconosciute le sue virtù eroiche e registrati i miracoli di guarigione ottenuti tramite la sua intercessione, fu beatificata il 20 giugno del 1983 da papa Giovanni Paolo II e canonizzata a Roma il 18 maggio 2003. La sua festa liturgica ricorre il 29 maggio. Il suo corpo riposa nel Santuario Diocesano di Sant’Orsola nella città di Pniewi. Nel 2004 la Libreria Editrice Vaticana pubblicava una sua biografia dal titolo significativo: “Orsola Ledòchowska, Santa dei tempi difficili e segno di speranza”. Nell’omelia per la canonizzazione Giovanni Paolo II indicò sant’Orsola come “esempio di santità per tutti i credenti”. “Tutti possiamo imparare da lei come edificare con Cristo un mondo più umano, un mondo in cui verranno realizzati sempre più pienamente valori come la giustizia, la libertà, la solidarietà, la pace”.

Il segreto della sua forza: l’Eucaristia.
E’ in Gesù Eucaristia, adorato, pregato e assunto, che Sant’Orsola trovava consolazione e sostegno per affrontare le dure prove dell’apostolato. Giovanni Paolo II sottolineava proprio questo aspetto nel giorno in cui la elevava agli onori degli altari. “Con la sua vita e con la sua attività la prova di una costante attualità, creatività ed efficacia dell’amore evangelico. Anche lei attingeva dall’amore per l’Eucaristia l’ispirazione e la forza per la grande opera dell’apostolato”. Questo spirito eucaristico volle trasmettere alla sua congregazione, diceva in fatti alle suore: “Il Santissimo Sacramento è il sole della nostra vita, il nostro tesoro, la nostra felicità, il nostro tutto sulla terra. (…) Amate Gesù nel tabernacolo! Là rimanga sempre il vostro cuore anche se materialmente siete al lavoro. Là è Gesù, che dobbiamo amare ardentemente, con tutto il cuore. E se non sappiamo amarlo, desideriamo almeno di amarlo – di amarlo sempre più”. Proprio grazie alla luce spirituale che riceveva da Gesà che “Sant’Orsola sapeva scorgere in ogni circostanza un segno del tempo, per servire Dio e i fratelli”.

La prima missione? annunciare il Vangelo
Sant’Orsola ebbe sempre chiaro quale era la prima missione della sua congregazione: quella di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini, senza mai stancarsi. Nelle Costituzione scrive: “La missione specifica della Congregazione nella Chiesa è annunciare Cristo, l’amore del Suo Cuore”. In un mondo sconvolto dalla guerra e dalle innumerevoli necessità materiali provocate dal devastante conflitto, Orsola metteva al primo posto l’annuncio della Buona Notizia. Anche il carisma dell’educazione e l’assistenza ai poveri mirava alla missione evangelizzatrice: “Compiamo questo attraverso tutte quelle attività che hanno come obiettivo la propagazione e il rafforzamento della fede, soprattutto attraverso l’educazione e formazione dei bambini e dei giovani e nel servizio ai più poveri e degli oppressi tra i nostri fratelli”.

Per approfondire:

Preghiera liturgica:

Padre misericordioso, tu hai chiamato santa Orsola a imitare tuo Figlio, che tu hai inviato nel mondo per annunciare la Buona Notizia, donaci attraverso il suo esempio e la sua intercessione donaci di vivere secondo sua grazia e di aiutare il nostro prossimo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La pastorale del sorriso:

Disse santa Orsola alle sue figlie spirituali,

Vi propongo un modo di fare l’apostolato che non esige lavoro molto pesante, ma che nei tempi di oggi è particolarmente desiderato e efficace, e cioè l’apostolato del sorriso, della serenità d’animo. Il sorriso dissipa le nuvole raccolte nell’animo; parla di una felicità interiore di una persona unita a Dio. Il sorriso può infondere nell’animo scoraggiato una vita nuova, una nuova speranza. Il sorriso dice che abbiamo un Padre, che è sempre pronto a venire in nostro aiuto.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia.org

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