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"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Archivi per il mese di “giugno, 2016”

Leopoldo Lopez dal carcere venezolano: Lettera a tutti i democratici del mondo

leopoldo lopez carcel Leopoldo López, è il leader di Voluntad Popular partito d’opposizione al regime di Nicolás Maduro, un regime che sta portando il paese allo sfascio economico, piegando il popolo con continue restrizioni alle libertà individuali e riducendo la popolazione alla fame. Un regime dittatoriale in perfetto stile sovietico ma che paradossalmente fiorisce in pieno XXI secolo, nell’era delle libertà e dei diritti! Leopoldo è recluso in isolamento dal 2014 nel carcere militare di Ramo Verde a Caracas, condannato a 13 anni e nove mesi di galera per aver preso parte alle manifestazioni popolari contro il Governo socialista. Le accuse sono pesanti: dopo un processo sommario (leggi qui) López è stato ritenuto colpevole di istigazione pubblica, danneggiamenti, incendio doloso e associazione a delinquere. Un caso politico che ha ottenuto ormai una risonanza  internazionale grazie anche all’attivismo della moglie Lilián Tintori che, attraverso i social networks (gestisce su Twitter gli account @liliantintori e @LeopoldoLopez) e i mass media, denuncia l’ingiusta reclusione e le violenze subite dal marito e padre dei suoi due figli. Leopoldo e Liliana, così come molti cittadini venezuelani, non si stancano di denunciare le violenze perpetuate dal regime, come recita il motto di López “el que se cansa, pierde” (chi si stanca è perduto).

In questi giorni in cui è in atto una raccolta di firme per chiedere un Referendum che deponga il presidente Maduro, Leopoldo López ha scritto una lettera ai suoi concittadini incoraggiandoli a firmare e “a tutti i democratici del mondo” al fine di “mostrare alla comunità internazionale la vera natura del regime che governa il Venezuela”, un regime ideato e fondato dal compianto Hugo Chavez.

Più di mille e duecento giuristi di tutto il mondo hanno chiesto la liberazione di López e dei tanti prigionieri politici (ad oggi un centinaio) reclusi nelle carceri militari del Venezuela. Il documento – firmato, tra gli altri, dall’ex ministro di giustizia spagnolo Alberto Ruiz Gallardón e da due ex presidenti del consiglio spagnoli – parla di una detenzione e condanna ingiuste, e denuncia che durante il processo fatto a Leopoldo López all’imputato mancavano le “più elementari garanzie di difesa”. La denuncia dei giuristi punta il dito contro il governo socialista che ha “corrotto lo stato di diritto”. Intanto il paese è in ginocchio per la mancanza di beni di prima necessità – dalla carta igienica al latte – e per il collasso sanitario che sta mietendo vittime ogni giorno (introvabili medicinali di primo soccorso e tasso di mortalità infantile centuplicato).

La giornalista italo-venezuelana Marinellys Tremamunno ha recentemente denunciato, sulle pagine de La Nuova Bussola Quotidiana, ciò che succede nell’oscurità de “La Tumba” (sì, proprio “la tomba”): un ex bunker di una banca adattato a prigione dove i dissidenti e avversari politici vengono castigati con torture psicologiche e sevizie fisiche dal regime di Maduro, proprio nel cuore di Caracas a cinque piani sotto terra. (Leggi anche “I torturati venezuelani che l’Italia non vede” di M. Tremamunno)

Una domanda sorge spontanea di fronte a un tale panorama: dove sono i “democratici” e i paladini delle libertà individuali?

Segue la traduzione in italiano della lettera di Leopoldo López.

***

Lettera a tutti i democratici (di Leopoldo López).

Tempo. Il tempo è il principale nemico da vincere in carcere.

Condivido questa riflessione perché in varie occasioni mi è stato chiesto quali fossero le mie aspettative di libertà e ho sempre risposto seguendo i consigli del cardinale Van Thuan: non ho stabilito scadenze. Questo cardinale vietnamita fu imprigionato per 13 anni il 15 agosto del 1975, quando, con inganno venne convocato al Palazzo Presidenziale e accusato di aver preso parte a “un complotto del Vaticano e degli imperialisti per organizzare una lotta contro il regime comunista”. Più tardi pubblicherà delle riflessioni dove racconterà che la principale frustrazione del carcerato è pensare tutti i giorni che tornerà in libertà il prima possibile; non vedendo realizzata questa aspirazione a breve termine, il carcerato soffre giornalmente una delusione. A fronte di questa realtà, il cardinale racconta come ottenne forza e stabilità da un lato nella sua relazione con Dio e dall’altro nel vivere al massimo il giorno-per-giorno, approfittando il tempo per formarsi e prepararsi ancora di più.

leopoldo-lopez-verde-caracasSo che tornerò in libertà, non ne dubito, e so che quando succederà sarò più forte nell’anima, nella mente e nel corpo. So che ne uscirò rafforzato e senza rancori per continuare a combattere per le stesse cause per cui ho sempre combattuto, per le quali continuerò a lottare finché sarò in vita, e per le quali sono stato rinchiuso: il benessere e la prosperità del nostro popolo, la difesa della democrazia e la libertà dei venezuelani.

Ma se dal punto di vista personale queste lezioni mi sono servite per affrontare la mia ingiusta condanna, non mi servono invece per calmare l’angoscia che vivo di fronte alla situazione che sta affrontando il mio paese. Al Venezuela e ai venezuelani sta scadendo il tempo.

La crisi che sta vivendo il Venezuela è una crisi di sistema. Non c’è ambito della vita pubblica o privata immune da questa terribile situazione. Nel campo sociale il nostro popolo sta soffrendo la mancanza di beni di prima necessità come cibo e medicine, questo ha provocato che siano sempre più le famiglie venezuelane che mangiano meno di due volte al giorno così come la morte di molte persone che non sono riuscite a trovare o a permettersi le medicine necessarie per combattere anche gli stati di salute più basilari come l’ipertensione arteriosa. Dal punto di vista economico il nostro paese soffre un processo di iperinflazione che incide drammaticamente sul potere d’acquisto della nostra moneta, cosa che danneggia principalmente i più poveri. Nel campo politico è avanzata la persecuzione contro l’opposizione attraverso la manipolazione del potere; ciò si traduce in centinaia di prigionieri politici rinchiusi nelle carceri militari, in torture e trattamenti denigranti da parte delle autorità nazionali verso coloro che esercitano il loro diritto costituzionale alla protesta, e perfino allo scioglimento delle manifestazioni pubbliche con l’utilizzo di armamenti bellici com’è successo, appena due giorni fa, a Cariaco, un piccolo paese dell’oriente venezuelano.

Leopoldo con la sua famiglia

Leopoldo con la sua famiglia

Questa crisi generale ha un responsabile ben definito: un regime dittatoriale che, ostinatamente e irresponsabilmente, si afferra al potere e che ha deciso di negare al popolo venezuelano – percorrendo ogni via possibile – il diritto di manifestare ed esprimere col suffragio universale, diretto e segreto, il cambiamento così tanto desiderato da tutti.

L’opposizione democratica in Venezuela si è imposta il dovere di denunciare la natura anti-democratica del governo del nostro paese. Non è stato un compito facile mostrare alla comunità internazionale la vera natura del regime che governa il Venezuela e il pericolo che rappresenta per tutti i popoli liberi e democratici d’America la sola esistenza e la vergognosa tolleranza di una nuova dittatura nel nostro Continente.

Per molto tempo il governo venezuelano ha approfittato senza scrupoli dell’immensa quantità di risorse economiche arrivate nel nostro paese grazie alla vendita del petrolio, per ottenere il favore politico attraverso l’esasperazione del populismo elettorale in politica interna e per guadagnare influenza politica e ripulire la sua immagine autoritaria verso l’esterno. E tutto questo mentre avanzavamo a passo celere verso una crisi politica, economica e sociale del tutto prevedibile che nuoce principalmente al popolo venezuelano.

LeopoldoLopez2Tuttavia, oggi sono più che mai evidenti le prove che indicano il degrado del nostro sistema politico, la perdita delle nostre libertà e l’alterazione dell’ordine democratico avvenuto negli ultimi 17 anni.

Di fronte a questo scenario, è necessaria l’unione di tutte le forze democratiche, dentro e fuori il Venezuela, attorno a un comune obbiettivo: la fondazione, il sostegno e la difesa di governi che promuovano la libertà e il rispetto al di sopra di ogni altra cosa.

Fratelli di tutto il mondo, ma specialmente del continente Americano, domani 23 giugno abbiamo bisogno della vostra solidarietà. Solidarietà con Venezuela, solidarietà con la democrazia. Fin da ora celebriamo che si siano realizzate diverse sezioni per discutere sul caso venezuelano e sull’applicazione della Carta Democratica: il solo fatto che se ne discuta smentisce il vergognoso argomento del governo venezuelano che continua a ripetere nelle diverse istanze internazionali che in Venezuela esiste una “normalità democratica”.

Allo stesso modo il governo venezuelano sostiene ora che non sia necessaria la Carta Democratica perché frenerebbe un processo di dialogo così necessario nel nostro paese. La Tavola per l’Unità Democratica (Mesa de la Unidad Democrática – MUD) sostiene tutto il contrario. La Carta Democratica permetterebbe che quel dialogo, che oggi non esiste in Venezuela, possa in primo luogo avvenire e, in fine, possa essere efficiente disponendo di un’agenda e di precise scadenze.

leopoldolopezLa Tavola di Unità Democratica in Venezuela ha manifestato la sua volontà di ricostruire e riconciliare il paese ed ha espresso il desiderio che il dialogo sviluppi soluzioni reali e concrete per i venezuelani; le nostre richieste per un dialogo fecondo, non sono altro che il frutto del rispetto verso i diritti umani e la Costituzione, attraverso l’apertura di un corridoio umanitario che permetta l’ingresso di ogni tipo di aiuto in cibo e medicine per i venezuelani, la liberazione dei prigionieri politici e l’indizione di un referendum abrogativo. Possiamo dialogare e trovare punti di incontro sulle tematiche fondamentali come la ricostruzione economica e la sicurezza del nostro paese, ma credo che tutti possano  capire che i diritti umani e l’osservanza della costituzione non sono soggetti a negoziati.

Nessun dialogo può venire sovrapposto al diritto costituzionale che ha il nostro popolo a un Referendum Abrogativo a Nicolás Maduro in questo anno 2016. Vi invito a leggere gli articoli 72 e 233 della nostra Costituzione dove potrete costatare la legittimità della nostra richiesta.

Oggi, noi venezuelani, combattiamo in modo pacifico e costituzionale contro una dittatura che si approfitta di chi, per timore o semplicemente per ignoranza, non conosce la Costituzione. Una dittatura nuova, adattata ai tempi nuovi, ma con la medesima essenza assassina e profanatrice dei diritti umani delle dittature precedenti. Una dittatura che, per il bene del nostro futuro e di quello dei nostri figli, merita di venire sconfitta… Una dittatura che ci impone un momento di decisione, perché come disse una volta il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, “Se scegli di essere neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore“.

I venezuelani non ci stancheremo di combattere. Siamo convinti che Venezuela supererà questa situazione, che potremo tirarla fuori dal disastro a cui oggi è sottoposta. Io sono ottimista e il mio ottimismo si nutre della fede nel popolo venezuelano e nella sua infinita sete di libertà. L’aspirazione alla libertà da parte di questo popolo è una forza superiore ad ogni avversità, va al di là del “qui e ora” e ci permette di sognare e progettare un paese con migliori condizioni di vita per milioni di connazionali.

Leopoldo López

Carcere Militare di Ramo Verde

Versione originale in spagnolo sul sito di Leopoldo López.

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Piccolo manuale per l’infelicità: come rovinarsi la vita in poche mosse

SadnessAleteia – Aspiranti infelici di tutto il mondo unitevi! Ecco a voi, finalmente, un manuale per combattere la felicità e sconfiggerla in poche mosse. Un corso base adatto a tutti: per i principianti che compiono i primi passi nell’arte della vita infelice e per coloro che sono già sulla buona strada per divenire infelici e contenti.

L’infelicità è effimera e passeggera, ma è provato che si può raggiungere un discreto livello e una certa costanza, basta volerlo! Spesso infatti ci siamo quasi: ci troviamo sull’orlo della piena infelicità, dell’insoddisfazione esistenziale, della tristezza ontologica ma poi, sul più bello, inaspettatamente, la felicità riesce ad avere la meglio e a prendere il sopravvento su di noi offrendoci attimi di soddisfazione, realizzazione e autenticità palpabile. Così come è successo a quella ragazza che a 18 anni “prometteva veramente bene come infelice” (perennemente insoddisfatta, sfatta, incostante, rancorosa, alternativa…) ma poi, a 35 anni, si è ritrovata “afflitta da una felicità quassi irreversibile”, felice e contenta. Una storia fatta di scelte sbagliate, e tragici risvolti; un totale fallimento!

È per questo che abbiamo bisogno di aiuto (ammettiamolo una volta per tutte!) perché nessuno di noi può diventare infelice da solo, con le proprie forze. Sarebbe presuntuoso illuderci di potercela fare da soli, il cammino verso l’esistenza infelice richiede impegno, disciplina e – soprattutto – un buon metodo! Per questo il cielo (o forse l’inferno?) ci ha inviato un oscuro maestro per guidarci nell’arte dell’infelicità, non perché sia un essere triste e sfigato che abita le profonde e fetide fogne della società, ma perché sembra essere abbastanza esperto di cose dell’anima – per esperienza personale e grazie alla “simpatica osservazione dei miei simili” – da poter farci da guida in questo viaggio negli abissi del nostro mondo interiore.

Infelici e contenti. L’arte di rovinarsi la vita” è il titolo del manualetto di infelicità pubblicato dalla Castelvecchi e scritto da Nerosfina, pseudonimo di un misterioso personaggio che si presenta così: “Sono un uomo di mezza età, un tipo piuttosto serio, vivo da solo, per lavoro parlo con molta gente, non esco quasi mai la sera, partecipo a molti funerali e pochi matrimoni, vesto sempre di nero perché, si sà, il nero sfina” (p. 10).

L’autore passa le ore ad ascoltare la gente, lo fa per lavoro, e la gente lo ripaga tirando fuori il peggio di sé e confidandogli trucchi e strategie corroborate sul campo. Secondo alcune indiscrezioni lo sconosciuto scrittore sarebbe un discendente italiano di Clives Staples Lewis (che di fatto viene ringraziato nei titoli di coda), l’autore delle Lettere di Berlicche, dal quale sembra aver ereditato l’equilibrio tra il piglio ironico e la gravità dei consigli; secondo altri si tratterebbe invece di un nipotastro dello stesso Berlicche, diavolaccio esperto nel rovinarsi e rovinarci la vita, custode delle grigie tradizioni e dei nefasti consigli dei Maestri della profonda tristezza. Sia chi sia non ci interessa più di tanto, ciò che ci preme è invece conoscere le tappe per raggiungere la piena “tristitia“, i comandamenti per la vita infelice.

IMG_20160606_185350Nerosfina è convinto che il senso comune contraddica il teorema che vuole tutti gli esseri umani assetati cercatori di felicità. Basta osservare la realtà quotidiana per capire che “le azioni degli uomini sono accomunate dal genuino impegno per rovinarsi l’esistenza, un’industriosa attitudine a cogliere le occasioni di scontentezza che la vita ci offre“; L’uomo, dunque, “è un instancabile cercatore e costruttore di infelicità”. I segni dell’insoddisfazione oscurano i volti di uomini e donne sull’autobus, in fila alla posta, al semaforo o in palestra. Tutti si lamentano e si autocommiserano. Ma non fatevi fregare dalle apparenze, la felicità è dietro l’angolo pronta a dilagare e, in un istante, tutto può precipitare nella gioia! Combattete, dunque, e difendete la vostra insoddisfazione! Seguendo pochi consigli pratici.

Bisogna tenere a mente che esistono “Quattro colonne dell’infelicità”: i pensieri e desideri, gli atti (la nostra quotidianità), le relazioni e le riflessioni esistenziali e filosofiche. Lavorare con successo in questi quattro ambiti vi aiuterà a tramutare il vostro sorriso in pianto senza molto sforzo.

Anzitutto bisognerà lavorare molto sui pensieri: è essenziale deprimersi (“un buon motivo per deprimersi si trova sempre”), coltivare dei complessi, sentirsi accusati e dunque accusare gli altri… Per uno stile di vita disordinato (“la dimensione oggettiva dell’infelicità è il disordine”) sarà molto utile cercare di assecondare tutti i propri bisogni e istinti senza farsi problemi; sarà anche necessario desiderare molto e senza criterio, volere tutto e il contrario di tutto; coltivare relazioni fallimentari basate sull’incomprensione, l’odio e l’invidia assicurerà un buon grado di vita infelice. Infine – elemento essenziale! – bisognerà evitare assolutamente ogni domanda sul senso della vita e della morte, quesiti che potrebbero portarci sulla cattiva strada! Evitate dunque i funerali e situazioni che incoraggino approfondite riflessioni esistenziali!

L’arringa finale è un invito spassionato a combattere per la propria infelicità, un appello agli spiriti liberi capaci di ancora di opporsi al gaudio e di optare per la vera afflizione: “Non perdete tempo, sforzatevi di rendervi infelici finché siete lucidi e capaci di autodeterminazione. Non rimandate a domani la tristezza che potete avere oggi”. Alla fine del percorso, c’è un avviso per i lettori che vorrebbero fare i furbi: se siete tra gli illusi che si ostinano a rincorrere la felicità, non pensiate che basti leggere questo manuale ed applicarne le regole “al contrario”! Siete sulla cattiva strada, perché per essere felici non serve un manuale e non servono consigli, la felicità viene dagli altri non si può acquistare ne imparare!

Il manuale offre in appendice degli ottimi “esercizi” per principianti, semplici aiuti per indirizzarsi verso l’infelicità come scegliersi un personal demotivator, lamentarsi sempre, indignarsi, non sorridere mai, evitare i funerali e leggere l’oroscopo…

Leggendo questo libro riderete di gusto (a tratti, ma dall’inizio alla fine) e rifletterete molto sulla vostra vita (le pagine sul pensiero delirante, sulla precarietà della vita e sulle religioni valgono il prezzo del libro), ma soprattutto e prima di tutto metterete le basi perché un giorno si dica di voi: “Vissero Infelici e Contenti”.

PS. Se questa recensione ti ha convinto, non comprerai questo libro una volta ma sarai interiormente spinto ad acquistarne almeno due copie… chi di noi non ha in famiglia, tra gli amici o vicini di casa degli aspiranti infelici che combattono ogni giorno con grinta e determinazione per diventare scontenti? Aiutateli se veramente li amate!

*Acquista il libro in libreria oppure online su: Amazon, IBS o San Paolo store.

Miguel Cuartero Samperi

Articolo originale su Aleteia

Nuovi paradigmi di felicità. La famiglia perfetta? E’ quella omosessuale

vendolaC’era una volta… una casetta in Canadá. Per la precisione, a Montreal, nel ridente quartiere “Petite Italie”. Una deliziosa villetta “piena di grazia italiana” in una città dove ora si costruiscono solo appartamenti; un gioiellino di famiglia decorato in perfetto stile italiano, con “mobili di legno chiaro, profumi buoni, grande pulizia, niente ninnoli, un tavolo trasformato in fasciatoio, due altoparlanti che diffondono musica classica e lirica”. In giardino un piccolo orto botanico rigorosamente privo di erbacce, che garantisce cibo sano alla famiglia. Qui, in questo, contesto idilliaco quasi-utopico (vengono in mente gli impeccabili soggiorni di Ikea!), una famiglia si è rifugiata fuggendo dall’Italia dove per loro sarebbe stato impossibile vivere felici. Son fuggiti, come si dirà, per il bene del figlio e al fine di tutelare i suoi diritti.

Insomma, Nichi Vendola e il compagno Ed Testa hanno finalmente raggiunto un degno livello di felicità rifugiandosi nell’America delle libertà e delle opportunità, dove son riusciti ad avere un figlio e una deliziosa villetta, un “dolce paesaggio rassicurante”.

Sul quotidiano più famoso d’Italia, organo ufficiale della cultura di sinistra e cioè mainstream culturale e politico nostrano (il pulpito da dove sia papa Francesco che Renzi parlano agli italiani, per intenderci), sul quotidiano Repubblica, dicevamo, compare in prima pagina un articolone firmato Francesco Merlo, sulla vicenda di Ed e Nichi che aprono le porte della loro abitazione per raccontare il loro momento magico dopo l’arrivo del figlio Tobia.

larepubblicaNon è nessuna novità che il giornale si schieri in maniera palese a favore dei matrimoni e delle adozioni omosessuali. Sappiamo che La Repubblica sostiene senza mezzi termini ogni evento e manifestazione (come ad esempio il Gay Village), ogni iniziativa e ogni istanza del mondo gay e che sposa in toto l’ideologia LGBT. Anche su questioni quantomeno discutibili che infiammano il dibattito sociale, culturale e politico come l’adozione a famiglie omosessuali e la pratica dell’utero in affitto (detta in modo edulcorato “maternità surrogata”) il giornale si schiera a favore della comunità LGBT attraverso iniziative editoriali, inchieste e articoli che mirano a denigrare le posizioni contrarie segnalandole come fasciste, bigotte e reazionarie, lasciando poco spazio al contraddittorio (in ogni caso considerandola una posizione “esterna” ospitata per gentilezza).

Bisogna dunque dimenticare l’imparzialità dell’informazione pubblica e tenere a mente questi presupposti per comprendere come mai spesso e volentieri La Repubblica sostenga in maniera così evidente le cause della minoranza gay. E’ così che l’articolo di Merlo su Vendola diventa un manifesto estetico della famiglia omosessuale che ci fa sentire a tutti un po’ meno buoni e meno felici. Non che noi ci sentiamo cattivi o infelici o che il matrimonio omosessuale ci tolga qualcosa, ma lo standard di felicità e di immacolata bontà proposto e incarnato nella coppia gay Vendola-Testa, per noi comuni cittadini, esseri umani eterosessuali, è lontana anni luce.

A noi che viviamo ancora in Italia, che abitiamo in normali appartamenti e non in villini dai mattoni rossi, che non possediamo orti domestici, né ambienti inondati da buoni profumi di legno chiaro né filodiffusione che ci delizi con musica lirica e classica; a noi che ancora generiamo figli tramite l’antica tecnica del rapporto sessuale tra uomo e donna e – soprattutto – a noi che non vediamo di buon occhio la pratica dell’utero in affitto, leggendo questa storia ci affligge un senso di pesantezza pensando alle nostre case semplici, alla polvere, ai piatti da lavare, al rumore, al traffico, alla stanchezza e alle incomprensioni che condiscono le nostre – spesso caotiche – giornate familiari.

In questo senso, l’articolo ha raggiunto il suo scopo: quello di dimostrare, non solo la bontà, ma la superiorità estetica e morale di questi due personaggi costretti alla fuga per realizzare i loro sogni. Una questione culturale ma soprattutto politica che offre un assist al governo più che mai deciso a concludere l’iter iniziato con la legge Cirinnà sulle unioni civili con l’approvazione di una legge sulle adozioni omosessuali (incarico dato alla “superministra” Boschi) e sul cosiddetto “reato di omofobia” (ddl Scalfarotto ora tornata in voga con tempismo e sciacallaggio dopo l’attentato di Orlando). Fatto sta che l’articolo su Repubblica è nella sezione Politica.

“Fuggiti in Canada per garantire futuro e diritti a nostro figlio Tobia” è il sottotitolo ad effetto che deve farci riflettere seriamente. Sì, perché mentre l’opposizione alle adozioni gay si basa sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini ad avere una mamma ed un papà, qui ci viene annunciato l’esatto contrario: cioè che proprio per tutelare i diritti dei bambini è necessaria una legge che preveda la libera adozioni di figli da parte di coppie omosessuali. Tutto il contrario! Già dal titolo, dunque, l’articolo assume un carattere pedagogico, illuminato ed illuminante, che vuole aiutarci ad uscire dal nostro stato di minorità culturale e ad aprire la mente ottusa e il cuore duro verso gli orizzonti più ampi dell’amore senza barriere. Ideologia allo stato brado.

L’intervistato Vendola afferma senza mezzi termini che non vuole fare del figlio una “bandiera” per la sua battaglia, ma il servizio ha proprio questo scopo: dimostrare la bellezza e la bontà dell’ omofamiglia attraverso la storia del piccolo Tobia, una storia dalla quale abbiamo molto da imparare.

Tutto il testo si basa sull’opposizione tra il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il pacifico e il violento. Ovviamente è l’Italia e la mentalità tradizionale che ancora (per poco) la caratterizza ad essere dipinta come brutta, cattiva e violenta. Mentre al di là dell’Oceano c’è un nuovo mondo bello, buono e pacifico. In California infatti “la legge consente di scrivere quello che vuoi” all’anagrafe. Quello che vuoi! Mentre in Italia devi scrivere invece le cose come stanno, non come le vuoi. L’Italia, terra violenta ed inospitale da cui la nuova famiglia è stata costretta a fuggire per tutelare il figlio e dove forse tornerà sapendo già di trovare ostilità appena arrivati all’aeroporto (dice Vendola: torneremo ma “non permetterò che il mondo gli diventi ostile appena tenterà di entrarvi”). Difatti la mamma di Nichi, prima di morire, lo aveva avvisato: “Non permettere che vi facciano del male”! Durante l’intervista “Nichi ha un crisi di rabbia parlando dell’Italia”. E ricordando il tempo della gestazione di Tobia, Nichi coglie l’occasione denunciare “il rimbombo delle volgarità che” gli si rovesciavano addosso dall’Italia! “C’è qualcosa di storto nel mio Paese che mi ha fatto piangere di dolore”, una “bestialità razzista e omofoba” che vieta la felicità ad alcuni cittadini; un paese viziato da “pulsioni omofobe e stracattolicesimo“! Non si può dire che Nichi faccia una bella pubblicità all’Italia, infatti racconta alla famiglia “donatrice” che nel suo paese si dice che le gestatrici abbiano un demonio nella pancia (sic!) e che credono che lui si compri i bambini! Ma in America – gente sana e comprensiva – ci ridono sopra e si abbracciano forte!

Dipinta così l’Italia – a chi non la conoscesse – potrebbe sembrare la Cambogia di Pol Pot (Ops! era un regime comunista!), l’attuale Korea del Nord (Ops! è una dittatura comunista!) o l’attuale Afganistan o Qatar (Ops! sono paesi musulmani moderati!). Ma descritta in questo modo, è l’Italia – cattolica, stracattolica, e conservatrice, lenta nelle riforme, dal cuore duro e la mente offuscata – il vero lager che priva di libertà il mondo omosessuale.

Fuggiti in America finalmente la “strana famiglia” può dormire sogni tranquilli. “Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e la nostra Grande Madre è la Portatrice”. Madre nostra e zia, entrambi madri di Tobia? Nessuna delle due madri di Tobia? Zia e Grande Madre che, siccome all’anagrafe californiana puoi “scrivere quello che vuoi”, non risultano poter rivendicare la maternità del piccolo. Così vengono tutelati i suoi diritti.

L’articolo raggiunge toni di altissimo vigore poetico, roba che farebbe vibrare le corde più intime dell’anima anche negli italiani più ostinati e duri di cuore. Vale la pena leggere (con voce calda e dolce) la potenza lirico- sentimentale delle parole del Merlo: “A quattro mani fanno il bagno a Tobia, poi lo cambiano, lo puliscono, gli danno la poppata, lo chiamano con soprannomi da burla, gli cantano la ninna nanna, e ancora: moine, baci, carezze con mani di padre che piacerebbero a Rilke il quale benediceva solo le mani delle madri. Il bimbo ha gli occhi blu, sorride spesso, l’ho sentito piangere poco: ‘Io credo – dice Nichi – che quando piange c’è sempre una ragione, e mi sforzo di capire qual è finché i suoi occhi tondi non si posano, acquietati, su di me’.” Avete capito bene, il bimbo della coppia gay sorride sempre e piange poco!

Nichi ci tiene a ricordare, un po’ infastidito, che il “doppio registro psicologico” (l’amore della mamma e la protezione del papà, per capirci) non dipende mica dal sesso ma è un vecchio stereotipo ormai superato!

Immancabile il riferimento a Papa Francesco, utilizzato (lui sì) come “testimonial” per le battaglie sulla libertà sessuale e civile del mondo LGBT. Un riferimento al Papa è una frecciata secca al cuore dei cattolici – “indietro di duecento anni” diceva qualcuno – ostinati nel osservare tradizioni e magisteri ormai desueti: Ci illustra Nichi: “Dio – ha detto Papa Francesco – è la mamma che canta la ninna nanna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino e parla con il tono del bambino al punto di fare il ridicolo se uno non capisse cosa c’è lì di grande”. Ma non si tratta di ruoli “iscritti nel DNA”, i rapporti familiari si creano con l’esperienza: “per diventare fratello e sorella oggi non basta l’acido desossiribonucleico, bisogna cercarsi e costruirsi”. Non poteva mancare neanche la citazione biblica per giustificare la bontà dell’adozione gay. Nichi si sente infatti un nuovo San Giuseppe: “La fuga che mi somiglia di più è la fuga in Egitto. Anche io come Giuseppe sono padre putativo”.

Non si tratta di egoismo ma di sopravvivenza della specie! “Sia gli eterosessuali, sia per gli omosessuali, sia per i padri sterili e sia per quelli fertili la voglia di avere figli è amore per la vita, il presupposto per la sopravvivenza dell’umanità”. Anzi, l’utero in affitto diventa per Vendola “è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia”. E noi che pensavamo che fosse causa di sfruttamento della donna e dei bambini (leggi qui ad esempio!).

I componenti della “strana famiglia” (un padre biologico canadese, un padre adottivo italiano, una madre-zia-donatrice e una grande-madre – una nonna se tradotto in inglese – portatrice, entrambe americane) hanno stretto legami di mutuo affetto anche se, i due genitori (i maschi) ammettono di essere arrivati tardi in sala operatoria. Eppure avevano calcolato tutto, ma nessuno è perfetto! Poi il bimbo è stato subito tolto alla madre (“non lo ha allattato, ci ha inviato il latte”) per venir consegnato ai ritardatari. I contratti vanno osservati nei dettagli.

Cosa resta alla fine dell’articolo? Una lettura, a dir poco, travisata della realtà. Una famiglia come la famiglia di Nazaret che fugge per salvare il figlio dalla cattiveria umana, per rifugiarsi in un mondo migliore, una realtà piena di grazia (a dir loro, benedetta da papa Francesco). Resta una casetta neanche tanto piccolina in Canadá, ricca di amore e tenerezza che noi neanche ci sogniamo di vivere; un’America dove ognuno è libero fare (e scrivere) quello che vuole. Resta un’Italia ridicola, da buttare, malata di violenza omofoba, che costringe alla fuga i gay, infestata dal cattolicesimo. E poi restiamo noi, cattivi, omofobi, violenti, “stracattolici”, che ci ostiniamo a non piegarci ai nuovi paradigmi di felicità, che ci rifiutiamo di accettare l’aborto, la pedofilia e lo scambio di bambini (per amore o per denaro), che rifiutiamo di dire Je Suis Gay preferendo sembrare insensibili (se non sei dei loro, semplicemente li stai odiando!) piuttosto che sciacalli; noi che ancora ci meravigliamo quando censurano le nostre pagine su Facebook e a reti unificate ci ridicolizzano nella pubblica piazza (reale e mediatica). Ma noi, di certo, non ci piegheremo. E non fuggiremo in America, la vera terra promessa non è esattamente oltreoceano.

Miguel Cuartero Samperi

vendola mirianops. LE REPLICHE. L’articolo ha suscitato non poche polemiche (vedi qui). Vittorio Sgarbi ha denunciato senza mezzi termini “l’amore egoistico, il desiderio di possesso” di “mamma Nichi” verso un bimbo “ridotto a oggetto” e “sostanzialmente rapito” (qui).  Costanza Miriano (foto) ha parlato di “distillato di ideologia” mentre Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola Quotidiana ha definito quella di Repubblica “una strategia ben studiata”. Durissima la replica di Mario Giordano, direttore del TG4, che scrive: “Caro Nichi Vendola, scusa se disturbo il tuo quadretto da presepe: ma non ti sembra un po’ esagerato paragonarti a San Giuseppe? Davvero per te la Sacra Famiglia è la rappresentazione di una coppia gay con figlio?“. “Non eri tu il grande difensore degli umili? Dei diseredati? Dei poveri?” eppure – continua Giordano – da quella Italia che disprezzi percepisci una super pensione in giovanissima età (5.618 euro al mese a 58 anni!). “Che ci vuoi fare? A certe tradizioni, evidentemente, sei affezionato anche tu: la famiglia può anche scomparire, il vitalizio no”.

Cattolici online? violenti assassini! Parola del portavoce vaticano T. Rosica!

rosicaI cattivi cattolici che seminano odio e violenza su internet sono dei veri e propri “assassini”, promotori di una “cultura della morte”, che stanno trasformano la rete in un “cimitero di cadaveri”. Ad affermarlo non è un attivista anticattolico che ha in odio la Chiesa, ma un prete, anzi di un monsignore; ancora di più, uno dei portavoce ufficiali della Sala Stampa del Vaticano addetto alle comunicazioni in lingua inglese, il reverendo brasiliano-canadese mons. Thomas Rosica (foto).

Ne riporta la notizia un articolo del quotidiano americano Crux che sintetizza un passaggio dell’intervento di mons. Rosica durante la conferenza tenuta a Brooklin (NY) nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, lo scorso 11 maggio, promossa dall’archidiocesi di Brooklin e dalla DeSales Media Group (organo diocesano per le comunicazioni). Sebbene il discorso sia stato molto più ampio ed articolato e non si sia limitato all’accusa contro i cattolici, si sa che i giornali cercano lo scoop e – in questo caso – l’asprezza delle parole di mons. Rosica merita una riflessione.

Sacerdote, biblista, professore e giornalista, classe 1959, Rosica è stato l’organizzatore della GMG di Toronto nel 2002 ed è l’amministratore delegato della Salt + Light Catholic Media Foundation (primo network televisivo cattolico canadese). Dal 2009 è consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e nel 2013 è entrato a far parte dello staff della Sala Stampa Vaticana come speaker ufficiale per la lingua inglese. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni ed ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali.

Nel suo lungo discorso sulle comunicazioni sociali nella Chiesa, mons. Rosica affermato che “anche se Papa Francesco è riuscito ad aggiornare (rebranding) il profilo pubblico della Chiesa, ciò non emerge quando i cattolici utilizzano i social media“; al contrario, spesso gli utenti cattolici diffondono su internet “una cultura di morte” piuttosto che una “cultura della vita”!

“Molti dei miei amici non cristiani e non credenti mi hanno fatto notare che i cattolici hanno trasformato Internet in una fogna di odio, di veleno e vetriolo, e il tutto in nome della difesa della fede!” La fonte dalla quale il monsignore trae le informazioni è sicuramente degna di fede (si tratta pur sempre amici), ma non sempre gli amici sono amici dei tuoi amici, e il loro essere definiti “non credenti” e “non cristiani” desta il sospetto di parzialità. Quella degli “amici” è un’accusa pesante e generica contro i cattolici che Rosica sposa in toto in onore dell’amicizia.

Il mons. vaticano non è per nulla tenero con i cattolici che – in nome della fede – starebbero “seminando odio” su internet: “Le diffamazioni su internet da parte di coloro che si definiscono cattolici, hanno trasformato la rete in un cimitero di cadaveri sparsi in giro“. Spesso questi scrupolosi, nostalgici, che si danno arie di leader e e autoproclamatisi “custodi virtuali della fede o di pratiche liturgiche”, sono persone disturbate, arrabbiate, ossessionate, “che non hanno mai trovato un pulpito nella vita reale e ricorrono così alla rete virtuale” per diventare “papi troller” e “santi carnefici”.

Secondo Rosica si tratta di persone malate e lontane da Dio bisognose di guarire e convertirsi. Sentenzia infatti: “In realtà sono profondamente turbati, persone tristi e arrabbiate” e “dobbiamo pregare per loro, per la loro guarigione e conversione!”

L’articolo di Crux segnala che sia mons. Rosica che il suo network canadese sono stati presi di mira da alcune organizzazioni cristiane “pro-life e conservatrici”. Non è dunque difficile immaginare che il monsignore se la prenda con queste categorie di cristiani, quelli – per così dire – più combattivi e meno disposti a fare concessioni al “mondo” per sembrare più simpatici e al passo coi tempi. E’ a loro che si riferisce quando afferma che “Se giudichiamo la nostra identità basandoci su certi siti e blog ‘cattolici’, saremo considerate persone che sono contro tutti e contro tutto. Dovremmo invece essere conosciuti come persone a favore di qualcosa, qualcosa di positivo che può trasformare la vita ed influenzare la cultura”.

Fortunatamente – continua – con Papa Francesco è avvenuto questo cambiamento di prospettiva. Fino a poco tempo fa (prima di Francesco), “quando domandavi per strada ‘Cos’è la Chiesa Cattolica?’ oppure ‘A cosa serve il papa?’, la risposta spesso era ‘I cattolici sono contro l’aborto, il matrimonio gay e il controllo delle nascite’. I cattolici sono conosciuti per gli scandali degli abusi sessuali, che hanno indebolito la loro autorità morale e credibilità”. Ora, grazie a Francesco, la risposta a queste domande da parte della gente “di fuori” è diversa.

L’invettiva di mons. Rosica contro i blog cattolici “violenti” non rende però onore alla realtà dei fatti. Basterebbe infatti seguire ciò che succede ogni giorno su Facebook e su Twitter a chi condivide posizioni cattoliche in difesa della Chiesa e della tradizione cristiana. Certi utenti e blog cattolici popolari ricevono in continuazione piogge di insulti e di infamie personali a causa del loro pensiero e della loro fede senza che nessuno – tanto meno i responsabili dei networks in questione, spesso zelanti nella censura di ciò che è considerato “scorretto” – trovi da eccepire sospendendo o censurando i messaggi più violenti e offensivi.

Il caso più eclatante in Italia è quello di Mario Adinolfi, giornalista, blogger e politico cattolico, che (nell’imbarazzante silenzio delle autorità e dei campioni dei diritti civili) viene continuamente vessato da cosiddetti haters (lett. “odiatori”) che – spesso sotto pseudonimi o falsi account – vomitano in continuazione il loro disprezzo nei confronti di chi la pensa diversamente. Ma chi non legge certi messaggi difficilmente capirà di cosa stiamo parlando. Facciamo quindi riferimento a un qualunque messaggio di Mario Adinolfi: ad esempio quello scritto su Twitter il 18 maggio 2016 dove invita a seguire il dibattito televisivo in cui sarà protagonista. Il tono delle risposte sfonda il muro della decenza per convertirsi in una serie insulti volgari e attacchi alla persona. Si va dal “panzone” a “te danno una sedia per chiappa”, poi ancora “ti guardo dal cesso”, “cerca di non scoreggiare”, “vai a parlare di problemi di sudorazione” per finire con immagini GIF (mini filmati) di nudo offensivo. Definito in da un altro utente “sindaco maiale”, Adinolfi è spesso oggetto di burla per il suo aspetto fisico e preso di mira con disprezzo a causa della sua situazione familiare. Al fianco di Adinolfi, sono molti i cattolici che si sono esposti sui social ricevendo in cambio insulti, disprezzo, violenza verbale e accuse diffamanti (ad esempio Costanza Miriano, Gianfranco Amato ed altri protagonisti delle giornate del Family Day).

In questo senso non è esattamente vero ciò che afferma mons Rosica dal pulpito di Brooklin, ossia: non è il cattolico conservatore e pro-life che fomenta l’odio e la violenza, una “cultura di morte” e “sparge cadaveri”, perché nostalgico, fissato e dunque bisognoso di cure e preghiere da parte della comunità cristiana. Succede proprio il contrario: la caccia al cattolico inizia senza alcuna motivazione se non l’odio al diverso, la tanto chiacchierata “discriminazione” tramutata in cristianofobia.

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Ma se l’esempio di Adinolfi non vale in Vaticano – dove il giornalista non gode di grande stima (anzi, è ignorato e spesso ostacolato) – basti leggere il veleno che qualche settimana fa è stato riversato sul cardinale Angelo Bagnasco reo di aver parlato chiaramente contro l’approvazione della legge sulle Unioni Civili. Gli italiani (non certo i cattolici conservatori e prolife) hanno preso di mira il Presidente della CEI con insulti e infamie per aver osato esprimere il pensiero della Chiesa cattolica sulle “unioni civili”. Un segno, questo, che il cardinale è sulla strada giusta, mentre altri porporati vengono continuamente lodati e stimati dal popolo anticattolico (come qualche cardinale di curia che su Twitter alterna frasi di Confucio a detti di Gesù e pensieri rock ottenendo molti “like”).

Perché dunque mons. Rosica propone queste sorprendenti affermazioni? Alla base del ragionamento soggiace un pericolosissimo equivoco secondo cui non è più necessario difendere la fede ed opporsi all’eresia (“dottrina contraria al dogma”)  ma bisogna cercare di diffondere il bene senza denunciare il male, il tutto in nome di una misericordia che ha il sapore del politicamente e religiosamente corretto. Si tratta dunque di un esercizio linguistico per evitare ogni scontro: parlare di  aborto e di eutanasia, così come di altri gravi attentati alla vita umana, diventa una violenza contro chi nella sua libertà decide di sopprimere le vite di bambini e anziani. Nessuno osi giudicare la portata morale di questi atti.

E’ questa la svolta voluta da Papa Francesco che ha espressamente chiesto posizioni meno rigide su quelli che una volta si chiamavano “princípi non-negoziabili” (espressione diventata desueta perché ormai tutto è negoziabile, anche i valori e i princípi morali) al fine di “costruire ponti e non muri” tra la Chiesa e il mondo.

A questo nuovo corso si sono adeguati quasi tutti i cardinali, i vescovi e i monsignori di Curia (in particolare quelli italiani più vicini geograficamente al Papa) coscienti anche del rischio che si corre ad esprimere le proprie idee se in contrasto con il novus ordo dialogante. Chi non si è adeguato al nuovo linguaggio viene segnalato come un nostalgico “conservatore” e “fariseo” fuori tempo massimo, ai limiti dell’ortodossia. La prova di ciò è nelle continue dichiarazioni di affetto e vicinanza che la Chiesa, nei suoi più alti rappresentanti, continuamente proferisce nei confronti dell’islam (sempre giustificato e scusato nonostante sia la vera matrice religiosa del terrorismo) e del mondo politico nonostante i frontali attacchi contro la morale e la famiglia: ciò spiegherebbe lo sconcertante elogio funebre che padre Lombardi ha dedicato a Pannella a nome del Papa o l’entusiasmo col quale alcuni esponenti della CEI appoggiano e sostengono l’operato del governo Renzi (leggi: quando mons. Paglia disse a Renzi “Avanti su tutto”)…

Portato all’estremo, questo pericoloso atteggiamento constringe la Chiesa a tirare i remi in barca ed a rinunciare a combattere per la battaglia per la famiglia e per la vita (temi su cui si giocherebbe la “battaglia finale” secondo la profezia della Madonna a Fatima). Così è successo in occasione del Family Day quando la maggior parte dei vescovi si opposero de facto – con la loro assenza –  alla manifestazione perché schierato “contro” il gender e le adozioni omosessuali. La cosa creò turbamento e scandalo tra i fedeli laici scesi in piazza sotto il temporale, segnalati dal governo e segnalati come una massa ignorante, bigotta, violenta ed omofoba (leggi: “Attacco totale al Family Day). L’imbarazzante assenza dei vescovi italiani in nome di un atteggiamento moderato – light – e dialogante (a Roma otto vescovi diocesani ma neanche uno presente ad accompagnare le famiglie, né il Vicario né gli “ausiliari” mentre il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, più in linea con Renzi che con le famiglie cristiane, non pervenuto!) è un segno dei tempi che interroga molti cattolici italiani. Stesso discorso per la “Marcia per la Vita” un evento nazionale goffamente boicottato dai vescovi italiani, salutati dal Papa – secondo alcuni – in modo eccessivamente sbrigativo e circostanziale e appena citati da Avvenire in un articolo di secondo piano.

Parlando della violenza su internet non si tratta dunque di stabilire chi insulta di più o per prima dell’avversario, ma di capire se sia ancora possibile difendere la propria fede o se sia meglio nascondere la verità e il proprio credo per non offendere nessuno, per non apparire “contro” nessuno.

La locuzione “contro” è ormai diventata una parolaccia, linguaggio proibito nel nuovo corso della Chiesa. Nessuno si opponga a nessuno né a nulla, neanche al male. Non però nel senso evangelico di “non opporre resistenza al male” ovvero “non rispondere al male con il male” bensì nel nuovo senso di “non denunciare il male come male” ovvero “non distinguere più tra male e bene” perché nessuno deve permettersi di “giudicare” ciò che è bene e ciò che è male. Dal punto di vista filosofico ciò significa lo sfascio della struttura del pensiero razionale occidentale basato sulla scelta per logos e il rifiuto della doxa. Ma oggi assistiamo alla rivincita dell’opinione, sempre fluida, sempre liquida, alla riscossa di ciò che è mutevole a dispetto di ciò che è fermo, stabile, severamente ma solennemente inamovibile.

Mons. Rosica non fa altro che adeguarsi al nuovo corso (d’altronde non sarebbe certo prudente rovinare una così brillante carriera sul più bello!): i cattolici che parlano di aborto, di eutanasia, di divorzio e di sessualità disordinata non sono altro che violenti costruttori di muri, lontani dalla grazia di Dio, necessitati di preghiere e conversione. D’altronde ciò rispecchia il pensiero della Santa Sede che i suoi portavoce fedelmente trasmettono.

O forse padre Lombardi non ha elogiato Marco Pannella per il suo “impegno disinteressato per cause nobili” e per averci lasciato “una eredità umana e spirituale importante” e un “impegno civile e politico generoso per gli altri”? Ricordare le “nobilissime” cause a favore dell’aborto, dell’eutanasia, del divorzio, della liberalizzazione delle droghe, l’anticlericalismo, l’antivaticanismo e l’opposizione ai patti lateranensi, sarebbe peccare di omicidio e violenza nei confronti del compianto leader dei radicali e dei suoi seguaci.

Chiedo perdono. Misericordia!

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