Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" • Un blog di Miguel Cuartero Samperi

In vitro veritas! Utero in affitto: dibattito terminato, così (a poco a poco) si cambia il mondo.


Copertina del libro "Jeanne et le Posthumains" di F. Hadjadj (2016)

Copertina del libro di F. Hadjadj “Jeanne et les posthumains”  (2016)

Superato il periodo “caldo” della discussione sulle unioni civili, in Italia il dibattito sulla pratica della “maternità surrogata” sembra essersi finalmente placato, uscendo dalla piazza mediatica per tornare a diventare una delle tante battaglie di pochi ed inascoltati, circoli conservatori e attivisti pro-life.

Nel frattempo prolifera il numero di ricche coppie omosessuali che viaggiano all’estero per commissionare figli nelle cliniche specializzate. L’India è tra le mete favorite di questo “turismo riproduttivo” grazie alla convenienza delle tariffe e ai molti centri all’avanguardia. L’industria dell’utero in affitto nel paese asiatico è un business da 1 miliardo di dollari l’anno e ha portato alla nascita di vere e proprie “fattorie” per l’allevamento di donne che gestiscono figli per altri (qui e anche qui). Uno scenario inquietante che ha allarmato anche le autorità indiane che ora cercano di correre ai ripari vietando l’accesso a queste pratiche alle coppie straniere.

Ma per i media internazionali asserviti al potere il tutto è edulcorato da un neo linguaggio che, se da una parte parla di pratica altruista, di diritti riconosciuti e di sogni realizzati… dall’altra non disdegna di parlare di “offerte”, di “prodotti”, di “ovuli freschi”, di pacchetti “all inclusive” e trattamenti VIP, come si trattasse di un supermercato di zona o di un centro benessere. Così questa clinica con sede a Kiev che dedica un sito pubblicitario ai clienti italiani offrendo anche photo-gallery con le immagini dei prodotti già confezionati e venduti.

In Italia la legge 40 impedisce questo tipo di commercio di ovuli, uteri e feti, ma aggirare la legge è diventato semplice per chi ha le possibilità economiche per recarsi all’estero e commissionare una discendenza. Oggi i tribunali italiani riconoscono senza difficoltà i frutti della tecnica che provengono dall’est del mondo, dal Canada o dagli Stati Uniti d’America, sancendo de facto una discriminazione tra coppie omosessuali ricche, e dunque capaci di ottenere figli, e coppie economicamente impedite dagli alti costi di un business proibitivo.

L’approvazione in Senato del DDL Cirinnà sulle Unioni Civili ha messo la parola fine ai dibattiti in nome del riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, tra cui il neo-diritto ad “avere” dei figli. Al di là delle conclamate buone intenzioni del legislatore (che per motivi di convenienza politica ha stralciato per il momento il paragrafo sulla stepchild adoption) la legge di fatto permette di riconoscere i figli d'”importazione”, una volta che – a giochi fatti – i neo-genitori li presentino alle autorità italiane esibendo libretto di proprietà e certificandone la provenienza.

Così di fatti è successo pochi giorni l’approvazione del decreto di legge quando l’onorevole signor Vendola ha presentato al mondo la sua nuova creatura, frutto del desiderio di paternità condiviso col suo fidanzato e della collaborazione di una madre o forse due (rimborsate), frutto della precisione di medici californiani (rimborsati) e di tecniche all’avanguardia (giustamente… pagate). La notizia è stata celebrata dai giornali italiani come il trionfo dell’amore, il miracolo dell’amore omosessuale che genera (sic!) figli e che li avvolge di affetto per proteggerli da un mondo ostile (omofobo) che non li merita. Poco importano le modalità del miracolo (due uomini che generano figli sarebbe fantascienza senza il sostegno del nuovo verbo “gendericamente” corretto di Corriere e di Repubblica) perché i miracoli si osservano a bocca aperta senza troppo indagini.

Poco importa che all’inizio di febbraio, in una conferenza stampa in Senato, l’americana Elisa Anna Gomez, caduta nell’inganno della “maternità surrogata”, raccontava la sua esperienza per descrivere l’aberrazione di una pratica che la narrazione comune vorrebbe presentare come un gesto di gratuità e di amore nei confronti dei più bisognosi, mentre nasconde dolore, sfruttamento, ingiustizia – in una sola parola – schiavitù.

Non a caso l’ultimo libro di Anna Pozzi, pubblicato a gennaio per le edizioni San Paolo (e di cui offriamo un estratto a fine articolo) inserisce a pieno titolo il “mercato delle gravidanze” tra le nuove forme di schiavitù del XXI secolo, un mercato che miete vittime innocenti sia tra le madri che tra i figli, innocenti sacrificati sull’altare dei nuovi diritti civili.

In Italia però, il dibattito è terminato, e la serenità sembra tornata sui volti di chi legifera e di chi è alla ricerca di soddisfare il proprio bisogno di sentirsi genitore a pieno titolo anche quando la natura non lo prevede.

In fondo, non si tratta che di una grande ribellione dell’uomo contro la sua natura, contro la sua stessa carne, ultimo baluardo normativo da cui liberarsi per poter finalmente autogovernarsi e autodeterminarsi. Liberati dal gioco iniquo delle religioni, dell’autorità del padre e delle norme morali, la natura resta a dirci cosa possiamo e non possiamo fare, e ad incarnare una norma interna che riflette l’alterità di una fastidiosa trascendenza. Dunque l’uomo contemporaneo, incapace di obbedire e di piegarsi, si trova costretto a dover negare la propria natura, a sottometterla, a piegarla al proprio volere, a negarla, come un atto di orgoglio e di dimostrazione di forza sulla propria carne.

Colpisce nel segno il filosofo francese Fabrice Hadjad quando, introducendo la sua piece sul transumanesimo Jeanne et les posthumains ou le sexe de l’ange (editions de Corlevour, 2014) afferma che “Il progetto tecnologico postmoderno è la negazione di questo mistero carnale: una programmazione che è anche una contra-annunciazione. ‘In vitro veritas’ contro ‘In utero caritas’. Si tratta di sostituire la fabbricazione alla nascita, il ‘made in’ al ‘nato in’, la concezione nella testa alla concezione nelle viscere, e da lì instaurare una produzione trasparente di individui 2.0,  controllati da un lato all’altro, adattati a un mondo chiuso sulle sue ambizioni”. 

E’ così, in fondo, che si cambia il mondo, passo dopo passo, silenziando i problemi e le polemiche riguardanti pratiche che, in altri tempi, avrebbero rappresentato seri casi di coscienza morale. Nascondendo le conseguenze dolorose di pratiche che feriscono uomini e donne e lasciando che ognuno curi le proprie ferite come può, nel silenzio e nell’abbandono delle proprie mura domestiche. Bene dunque il gioco d’azzardo, bene il divorzio, bene il tradimento, bene la pornografia, bene il bis, il “trans, il cis e il pan e l’omo sessualismo; bene l’aborto, bene anche l’acquisto di figli in provetta… E’ il dolce dispotismo della dea libertà che tutto può e tutto concede, senza chiederti se un giorno questo piacere ti sarà utile.

Anna Pozzi, Mercanti di schiavi, San Paolo 2016 (pp. 98-100)

“Mi hanno trattata come una macchina per fare soldi. Non hanno mai avuto interesse per quello che volevo; tutto quello che interessava loro era che facessi nascere i bambini”. Così racconta una donna indiana, oggi trentunenne, al quotidiano Hindunstan Times. E’ una delle circa diecimila ragazze (in gran parte tribali o aborigene) che ogni anno vengono “esportate” dallo Stato del Jharkhand nalla capitale New Delhi per servire nelle case di famiglie benestanti, nei bordelli o, sempre di più, nelle cliniche della fertilità.

Il caso di questa giovane donna, ridotta in schiavitù a tredici anni e costretta a partorire tredici figli, ha squarciato il velo di omertà e ipocrisia sul fenomeno delle baby-mamme surrogate in India: ragazze povere e spesso analfabete, provenienti da villaggi remoti del Paese, illuse da finti impieghi e segregate da mediatori e sfruttatori senza scrupoli. Ridotte a macchine riproduttive (vedi anche S. Vecchia, “India, resa schiava a 13 anni per fare la madre in affitto, in Avvenire, 28 febbraio 2015, p. 15).

Gli “uteri in affitto” sono la nuova frontiera del traffico degli esseri umani e della riduzione in schiavitù di moltissime donne in varie parti del mondo. Negli ultimi anni sarebbero nati migliaia di bambini da maternità surrogate commerciali. Ma il numero reale è, anche in questo caso, impossibile da definire. Perché non tutto è alla luce del sole. Quello delle gravidanze surrogate è un business miliardario, spesso illegale, fatto sulla pelle di donne generalmente molto povere, costrette – con la forza, l’inganno o dalla necessità – a portae in grembo una nuova vita, commissionata e acquistata da qualcun altro.

Le gravidanze surrogate sono legali e regolate da precise normative in diversi Stati. Ma questo non ha impedito abusi e derive. In Italia, la legge 40 del 2004 vieta l’affitto di uteri nel nostro Paese. Ma in molti altri è possibile farlo e non sempre le madri surrogate sono adeguatamente informate e tutelate, per non parlare dei bambini ridotti a meri oggetti di compraventida. Scandali recenti hanno animato il dibattito e provocato anche la marcia indietro di qualche governo. Tra i più clamorosi, il caso di un giovane miliardario giapponese di ventiquattro anni che si era recato in Thailandia ben 65 volte in due anni e aveva commissionato sedici figli. La polizia thailandese ha sospettato che gestisse una sorta di “fabbrica di neonati” e lo ha accusato di traffico di esseri umani e sfruttamento di minori. Senza però riuscire a dimostrarlo e, dunque, a incriminarlo. Il giovane ha fatto ritorno in Giappone, mentre dodici dei “suoi” figli sono rimasti in Thailandia, affidati ai servizi sociali.

Aveva fatto scalpore anche la storia di una coppia australiana che aveva rifiutato uno dei due gemelli nati dalla madre surrogata perché affetto da sindrome di Down e altri gravi problemi di salute. Ma, già nel 2011, il governo aveva fatto chiudere un’agenzia di Taiwan, con sede a Bangkok, per aver costretto donne vientamite a portare avanti gravidanze surrogate. Nel febbraio 2015 il governo thailandese ha introdotto un giro di vite, vietando a coppie straniere o omosessuali di accedere alle gravidanze surrogate. Nel paese il business è talmente fiorente che ha portato all’apertura di oltre quaranta centri per un giro d’affari di circa 5 miliardi di dollari all’anno. Molte coppie etero o omosessuali (soprattutto occidentali) si stanno così rivolgendo altrove in contesti magari più poveri e meno controllati dal punto di vista legislativo, dove le donne vengono spinte, a volte addirittura dalla famiglia o dallo stesso marito, a portare avanti la gravidanza in cambio di una somma di denaro, ce molto spesso non saranno loro stesse a gestire.

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