Testa•del•Serpente

"Rinunciare a tutto per salvare la testa" •

Archivi per il mese di “novembre, 2015”

Piccolo elogio della mamma apprensiva (che mette in mezzo l’isis per non far uscire di casa la figlia)

soralellaLa mamma è sempre la mamma, ed è sempre la numero uno! Gli italiani lo sanno, tanto che non ci si vuole proprio abituare a chiamarla “genitore 2” come vorrebbero i nostri politici pressati dalle esigenze dell’attivismo LGBT.

Mamma è la prima parola che pronunciano i bambini, e probabilmente in Italia è anche l’ultima. Perché la mamma italiana è sempre presente, sempre attenta, sollecita e disponibile, dotata naturalmente (nel senso di dono naturale) di buona dose di femminile apprensione. La mamma è sempre informatissima sui propri figli, tanto che neanche i servizi segreti, coi loro potenti mezzi investigativi, riuscirebbe a coprire lo stesso raggio d’azione del materno intuito che, quando si tratta dei propri pargoli, carpisce i pericoli e prevede le insidie ovunque esse si nascondano. D’altronde, come dicono a Napoli, “i figli so’ piezz’e core“, e non importa che siano brutti o scemi perché “ogni scarrafone è bello a mamma soja“; non importa neanche che siano grandi e vaccinati, scapoli o sposati, perché sempre “piezz’e core” sono!

La mamma che intuisce la presenza di un pericolo per il figlio, mette in guardia, avverte, insiste perché le si dia ascolto, non vorrebbe arrivare a dire le solite frasi: “io te l’avevo detto”, “non dar mai retta a tua madre”, “vedi, era come dicevo io”! E’ vero che l’uomo avvisato è mezzo salvato, ma se ad avvisarti è la mamma dai per certo che il pericolo incombe.

In Italia, essere mamme al tempo dell’ISIS non è affatto semplice, perché oltre a badare a mille occupazioni e a combattere su diversi fronti (com’è il loro solito) le mamme devono anche fare gli straordinari per monitorare la situazione al fine di proteggere l’integrità dei propri figli minacciati dalle insidie jihadiste: tragitti casa/scuola e casa/lavoro, amicizie, libri e riviste, gruppi WhatsApp e facebook… Tutto può essere motivo di preoccupazione e di indagine da parte della mamma che scannerizza nella propria mente, durante il giorno e la notte, tutti i momenti della giornata del figlio, cercando di fiutare la presenza di pericoli.

Oggi a preoccupare le mamme non sono più le sigarette nascoste nello zaino di scuola o la puzza di canna che impregna i maglioni, ma i terroristi islamici che potrebbero entrare nella vita dei propri figli in qualsiasi momento, infiltrandosi da qualche insospettabile fessura lasciata imprudentemente incustodita.

Il primo motivo di grande preoccupazione deriva dal fatto che il figlio possa frequentare luoghi pubblici ad alto rischio terrorismo. Il figlio che viaggia ogni mattino in metro, mette a repentaglio inutilmente la propria vita, rischiando ogni giorno la pelle. Così la mamma che non è riuscita a convincere il figlio a utilizzare tragitti alternativi alla metropolitana (bus, bicicletta o, ancor meglio, a piedi) esigerà perlomeno di venire informata dell’avvenuto trasbordo, ricevendo un WhatsApp (con messaggi come: “Arrivato”, “tutto ok”, “sono vivo” o “ciao mamma”) non appena si sia usciti dal tunnel sani e salvi. Tanto meglio una telefonata, non sia mai che a scrivere i messaggi sia qualcun altro… E non sarebbe prudente ritardare il messaggio ché la mamma tiene d’occhio le “virgolette” di WhatsApp per sapere se il figlio ha letto gli ultimi messaggi, mentre calcola i minuti trascorsi dall’ingresso in metro e monitorizza lo stato della linea in tempo reale sul televideo o sul sito ufficiale della metropolitana.

Figuriamoci poi se il figlio ha un amico straniero, peggio ancora mediorientale! I sospetti della mamma-007 salgono a codice rosso: “Ma con tutti gli amici disponibili in giro (ora ai tempi di internet c’è una scelta infinita!) proprio uno straniero dovevi avere come amico del cuore? Capisco tutto, ma de sti tempi…”  Se poi la figlia ha un fidanzato magrebino alla mamma non resta che rassegnarsi nella speranza che la storia sia breve ed indolore. Ma se la figlia decide di uscire con gli amici nella “zona della movida” (Ponte Milvio) anziché rimanere vicino casa (zona Cassia) allora non c’è più nulla da fare se non tentare il tutto per tutto per salvarla!

Così, una mamma romana, di fronte al pericolo di attentati che in queste ore incombe – tra psicosi e realismo – sulla capitale, a mali estremi (o estremisti!) ha risposto con estremi rimedi, escogitando la migliore strategia per preservare la vita della giovane figlia: il terrore condito dal “te l’avevo detto”! Non riuscendo a conciliare il sonno all’idea che la giovane uscisse di casa per frequentare i luoghi della “movida” romana nel centro della capitale, ha messo in guardia la ragazza parlando di un imminente pericolo, riferito da una fonte certa. La telefonata alla figliuola, dai toni drammatici, termina con un appello a salvare la propria vita e quella degli altri… avvisandoli di non uscire!

Ecco alcuni stralci della telefonata (qui il testo completo):

Tesoro ascolta, mi hanno telefonato… la mamma di Anastasia lavora al Ministero degli interni, e arrivano delle notizie amore che ovviamente non sappiamo noi. Era molto molto preoccupata… Questi dell’Isis vogliono colpire i giovani, le zone della movida. Quindi sono bandite tutte le piazze, tutte le piazze… non potete assolutamente circolare. Dovete rimanere in zona Cassia, cioè vicino casa nostra, nelle case, anche in piazzetta, anche nei localini questi intorno casa, perché comunque noi siamo decentrati, non è una zona interessante per loro. Ma non vi potete spostare verso il centro, ok? Verso Ponte Milvio, verso il centro, nessuno. (…) Fate un passaparola perché più giovani , più ragazzi voi riuscite ad avvertire a non andare in queste piazze e più persone salvate, si salvano, se questi mettono una bomba. (…) Dovete rimanere relegate dove viviamo, ok?

Il messaggio ha fatto il giro della città tramite internet e cellulari costringendo perfino il premier Matteo Renzi ad  intervenire per controbattere con un altro messaggio vocale: “Ragazzi, buongiorno”… state sereni! (Qualcuno ha messo in giro la voce che anche il messaggio del Premier fosse una “bufala”… in effetti a Roma pioveva, non era dunque un buon giorno). “Qualcuno pensa di essere simpatico” ha detto il Premier. Ma forse Renzi non ha colto che non si trattava tanto di “apparire simpatici” ma della strategia finale di una mamma apprensiva, che non aveva altra alternativa di fronte all’imminente pericolo! Una questione di vita o di morte!

Ce ne fossero ancora di queste mamme-apprensive! Accusate spesso di aver cresciuto generazioni di bambocci, di eterni Peter Pan ingarbugliati tra le gonne materne e privi di virile autonomia, queste donne hanno offerto se stesse per compiere al meglio la loro alta vocazione, quella di amare i propri figli più della propria vita, e di proteggerli dal “mondo” (spesso facendo un ottimo lavoro di prevenzione).

Le esagerazioni di mamma-chioccia hanno generato dei mostri, dobbiamo riconoscerlo. Complici padri assenti, distratti, indifferenti o dediti ad altri interessi; complici gli stessi figli e figlie, incapaci di spiccare il volo, una volta raggiunta la maturità (o incapaci di raggiungerla); incapaci di fare come Gesù, che dopo aver obbedito ai suoi genitori per molti anni (se la parola vi sembra eccessiva, si tenga conto che il Vangelo dice che gli era “sottomesso”), a un certo momento si è emancipato anche lui, dicendo a Maria: “Madre, cosa c’è tra me e te?“, insomma “Lasciami un po’ compiere la mia missione da solo”.

Ma, si sa, le cose si apprezzano solo quando si perdono, e oggi che le mamme-apprensive sono una specie in estinzione (oramai al massimo ci rimangono le nonne-apprensive), iniziamo a sentirne la mancanza.

Le nuove mamme, figlie legittime del ’68 (ma anche del ’75 e ’82…) non hanno più tante paure nei riguardi dei figli, anzi, una paura forse ce l’hanno: quella di scocciare troppo, di “tagliargli le ali”, di impedire in qualche modo la loro libertà. In fondo queste nuove mamme agiscono per reazione: non avendo del tutto capito l’importanza della loro mamma-apprensiva – avendola sofferta e mal sopportata- cambiano strategia. Tutto, dunque, rientra oggi nella categoria delle “esperienze” che la vita offre e che i ragazzi devono fare. Libertà senza limiti e senza controllo, senza dogmi ne regole, senza apprensione, per favore! Basta che il figliuolo sia felice, che faccia ciò che si sente, che sia ciò che si sente (“ma se il mio maschietto vuol mettersi la gonna e il reggiseno che male c’è? Che c’è di male?”).

Poi ti capita di vedere mammine tatuate, in splendida forma, che si sparano i selfie mentre il figlio sta chissà dove, facendo chissà cosa, con chissà chi… Ma questo è solo l’inizio del declino di una categoria che in Italia era diventato un marchio di garanzia per una società dove il senso comune e i buoni costumi – assieme a una buona dose di apprensione – formavano gli uomini e le donne del domani.

Insomma, è una questione di ruoli, dei così tanto bistrattati ruoli, i cosiddetti “stereotipi” che si vorrebbero eliminare come residui del passato oramai superati. E ci dispiace per La Repubblica che esalta il ruolo dei nuovi “mammi” che stanno a casa coi bimbi (per scelta) e cambiano i pannolini (con grazia), ma i “mammi” non riusciranno ad essere mai tanto deliziosamente apprensivi come la mamma!

ps. Anche il sottoscritto (ripetutamente vaccinato) ha ricevuto per WhatsApp una mappa di un tragitto alternativo casa/lavoro che esclude l’utilizzo della metropolitana. Per fortuna senza informazioni riservate ed allarmanti del Ministero degli Interni, ma – ovviamente – firmato “mamma”.

ps2. Vista la delicata situazione attuale, non è certo il caso ora che tutte le mamme-apprensive inventino notizie di attentati per proteggere le figlie: l’eccesso, come sappiamo, ha causato non pochi problemi di ordine pubblico; la storia ci ha fatto riflettere ma meglio evitare futili allarmismi. (E meglio rimanere nei paraggi! Paraggi, non Parigi!!)

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Omosessualità e fede (2): L’urgenza di una nuova filosofia pubblica

filosofiaPubblica

Il libro Living the Truth in Love recentemente pubblicato in Stati Uniti dalla casa editrice Ignatius Press, affronta il tema dell’omosessualità e il suo rapporto con la fede con un approccio interdisciplinare. I saggi proposti spaziano dalla filosofia alla sociologia, dalla psicologia alla teologia.

Tra gli autori dei saggi, tutti statunitensi, c’è il sacerdote italiano mons. Livio Melina preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su Matrimonio e Famiglia, teologo di fama internazionale e professore di teologia morale e di bioetica. Nel suo saggio (Homosexual Inclination as an ‘Objective Disorder’: Reflections of Theological Anthropology) si assume la responsabilità di affrontare il delicato discorso del linguaggio della teologia cattolica riguardo all’omosessualità alla luce della Rivelazione, della antropologia teologica, della morale cattolica e della tradizione. Il saggio – che chiude la parte teoretica della raccolta – spiega in che senso, filosofico e teologico, l’inclinazione omosessuale deve essere definita un “disordine oggettivo”, che non segue cioè l’ordine stabilito dal disegno di Dio per l’uomo e la donna.

LA PRESSIONE SOCIALE, NUOVI PARADIGMI DI FELICITA’
Nel suo saggio, la professoressa Rachel Lu, filosofa dell’Università di San Tommaso in Minnesota presenta il quadro sociale in cui l’omosessualità è posta come modello di vita felice. Ci troviamo nel pieno di una violenta battaglia culturale, una vera e propria “crociata a favore della libertà sessuale”, che mira a screditare i fondamenti della morale, ed in modo particolare quella cattolica, proponendo a tutti i livelli la bontà di modelli di vita gay e transgender (in modo particolare tramite le scuole e la televisione) come nuovi paradigmi di felicità. Pensare in maniera diversa, credere cioè che l’omosessualità neghi la verità dell’uomo sull’amore e sulla sessualità, provoca, nel migliore dei casi lo scherno, nel peggiore dei casi l’attacco frontale, fino alle accuse di omofobia e nazismo.

La radicalizzazione di questa propaganda, che pone degli standard di pensiero e di azione, mina senz’altro la libertà religiosa così come l’integrità della famiglia. In questo contesto i più deboli sono i più piccoli, i bambini che, privi di un pensiero solido e strutturato e di una capacità critica, subiscono un indottrinamento in materia di morale sessuale le cui conseguenze saranno evidenti (e probabilmente lamentate) tra non molti anni. Allo stesso modo le persone che vivono l’attrazione omosessuale subiscono il “bombardamento di bugie e false promesse” che insidiano la loro vulnerabilità celebrando e incoraggiando lo stile di vita omosessuale. La difficoltà di vivere i precetti evangelici in un contesto sociale così avverso spinge ad una riflessione che offra risposte serie e proposte concrete di accompagnamento.

GAY E CATTOLICI?
Particolarmente vivaci negli Stati Uniti, negli ultimi anni sono sorti  movimenti e associazioni di cristiani che cercano di vivere la loro omosessualità accettandola ed incanalandola secondo criteri di “amicizia spirituale”. Rachel Lu analizza la questione domandandosi se sia possibile considerarsi “gay cattolici” e se sia possibile considerare intrinsecamente positivo l’eros omosessuale separato dal suo aspetto carnale. In altre parole, è possibile vivere l’omosessualità come una esperienza buona, purché non si arrivino a consumare rapporti sessuali con persone dello stesso sesso?

L’apporto delle persone omosessuali in società, così come all’interno della Chiesa, non è certamente da disprezzare e le persone che si definiscono omosessuali hanno numerose caratteristiche e doti positive. Ma auto-definirsi “gay” e riunirsi in gruppi identitari o movimenti gay-cattolici implica necessariamente il riferimento esplicito alle preferenze sessuali e a un determinata concezione dell’uomo e della sessualità, un’identità che non può essere slegata dall’ambito dell’attrazione sessuale. “A livello di definizione è difficile identificare una caratteristica che definisca l’identità gay che non sia quella dell’attrazione omosessuale” (p. 35). In questo senso l’attrazione omosessuale è parte costitutiva dell’identità gay e ciò non può essere considerato moralmente neutro o – meno ancora – buono, ancora meno per chi si considera cristiano.

IL DIVORZIO TRA VERITA’ E AMORE
Peter Herbeck, vice presidente della associazione Renewal Ministries impegnata nell’evangelizzazione nella società, parla del momento “profetico” che i cristiani si trovano a vivere nella società. La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che fa delle nozze gay un diritto costituzionale rappresenta l’ultimo grande colpo maestro di una propaganda psicologica, politica e culturale che mira a ridefinire il concetto di matrimonio.

L’affronto non può che accrescere la responsabilità della Chiesa che si trova a raccogliere la sfida educativa nei confronti delle future generazioni che difficilmente riescono ad andare controcorrente e che, con estrema velocità, prendono le distanze dalle posizioni tradizionali della Chiesa cattolica. Il dibattito sull’omosessualità si inserisce a pieno titolo nel progetto della rivoluzione sessuale, il nocciolo della questione, afferma infatti Herbeck, è la natura stessa della sessualità umana. “Il mondo moderno ha separato la verità dall’amore. L’amore oggi è definito dai sentimenti, dalla passione, dai desideri e dalle scelte personali, senza alcun riferimento a una verità oggettiva sul significato e scopo dell’amore sessuale” (p. 311). Ma separare la verità dall’amore – afferma Herbeck – usando le parole di Giovanni Paolo II “è una menzogna distruttiva”.

La sfida è innanzitutto interna al cattolicesimo dove si evincono non poche confusioni e fraintendimenti riguardo al magistero e alla dottrina morale. Un recente studio del Public Religion Research Institute ha infatti evidenziato che tre quarti dei cattolici americani sono favorevoli al “matrimonio” omosessuale e che il 56% di cattolici non considera le relazioni sessuali omosessuali un peccato. Le statistiche a favore dell’omosessualità si impennano se si guarda invece ai “catholic millennials” (i nati dopo il 1980): secondo uno studio del Pew Reserch, il 70% è favorevole ai “matrimoni” gay. Affrontare la sfida dell’omosessualità, dunque, costringe la Chiesa a riscoprire e a trasmettere le ragioni della propria fede, a ribadire con chiarezza la propria posizione in materia morale e le motivazioni di natura filosofica e teologica che la sostengono.

UNA NUOVA FILOSOFIA PUBBLICA
Dal punto di vista filosofico è interessante l’approccio del professore J. Budziszewski della University of Texas. Nel suo saggio si concentra sull’uso del termine “legge naturale” come concetto chiave per la comprensione dell’omosessualità e del suo giudizio morale. Mentre il concetto filosofico di “legge naturale” resta immutato, la difficile accoglienza dell’argomento (considerato ormai superato) e i cambiamenti nella comprensione che l’uomo ha di se stesso e della società, reclamano un nuovo modo di spiegarlo. L’urgenza di una “nuova filosofia pubblica” obbliga il pensiero cattolico a non rinunciare ai concetti filosofici fondamentali che stanno alla base della antropologia rivelata, ma ad utilizzarli in modo più convincente e intelligente per far sì che il messaggio trasmesso sia compreso e accolto e non rifiutato a priori.

In quanto principio base della moralità(e non frutto di una rivelazione particolare come sono invece le Sacre Scritture per i cristiani), la legge naturale rappresenta il luogo filosofico da cui è possibile prendere le mosse per una “nuova filosofia pubblica”, destinata cioè a tutti senza distinzioni di approcci, religione o credenze. Come gli altri principi morali, quello di legge naturale, potrà essere sì rifiutato ma non è mai sconosciuto perché, afferma Budziszewski, tutti gli uomini sono a conoscenza dei principi basilari della moralità benché alcuni li respingano decidendo di non tenerne conto.

Molte sono le tematiche affrontate nei saggi che cercano di esporre, da diverse prospettive, il messaggio della Chiesa verso coloro che vivono l’attrazione omosessuale. Un lavoro serio e rispettoso che – afferma il cardinale Wuerl arcivescovo di Washington – può rappresentare un punto di svolta per la vita di molti lettori. Un testo “indispensabile” – continua il porporato – per i ministri della Chiesa chiamati a servire e guidare il gregge con Verità e Amore.

Articolo originale su Aleteia.org

Omosessualità e fede (1): una chiamata al martirio?

livingthetruth.indd Il tema dell’omosessualità scatena in questo tempo accesi dibattiti sia in campo politico che teologico. Le discussioni sui cosiddetti “matrimoni” gay e i dibattiti legati alle posizioni della Chiesa sull’omosessualità (basti pensare alla bufera provocata dal caso Charamsa) sono all’ordine del giorno in questi mesi. Il Sinodo dei Vescovi, chiamato a riflettere sulla famiglia ha affrontato anche questi argomenti resistendo alle pressioni interne ed esterne che vorrebbero, da parte della Chiesa, maggiori aperture in materia di morale sessuale.

VIVERE LA VERITA’ NELL’AMORE
In occasione del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, la casa editrice dei gesuiti degli Stati Uniti Ignatius Press ha pubblicato un libro intitolato  Living the Truth in Love, Pastoral Approachest to Same-Sex Attraction“Amare la verità nell’amore: approcci pastorali sull’attrazione omosessuale”, un libro che sarà un utile strumento anche una volta conclusi i lavori sinodali.

Il testo (di 355 pagine) raccoglie testimonianze e saggi di diversi esperti cattolici che affrontano la questione dell’attrazione omosessuale (SSA) da diversi punti di vista: psicologico, filosofico, teologico e morale. Lo scopo del lavoro è quello di offrire alcune risposte alle domande poste dal Sinodo dei Vescovi: come può la comunità cristiana offrire un’attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro interno persone con orientamento omosessuale? (cfr. Instrumentum Laboris, 130-132). Come può la Chiesa, evitando ogni ingiusta discriminazione, offrire un accompagnamento spirituale a queste persone alla luce del Vangelo? Infine, come può essere annunciata la volontà di Dio in queste situazioni spesso causa di solitudine, dubbi e sofferenze?

Il lavoro è strutturato in tre parti: la prima parte riguarda la comprensione teoretica del tema dell’omosessualità dal punto di vista della filosofia, della teologia e del magistero della Chiesa Cattolica; la seconda parte raccoglie le testimonianze di persone che hanno vissuto esperienze di omosessualità e che hanno intrapreso un cammino di fede riscoprendo l’importanza e la gioia di una vita di castità; la terza parte del libro è dedicata all’approccio pastorale e offre una guida all’accompagnamento spirituale delle persone che vivono l’esperienza della “same-sex actraction” (SSA).

UNO STRUMENTO PASTORALE
Il libro vuole essere una guida per coloro che sono impegnati nella pastorale verso chi vive l’esperienza dell’amore omosessuale. Uno specifico approccio pastorale verso l’omosessualità non può esimersi dalla responsabilità di conoscere le storie di coloro che vivono o hanno vissuto quest’esperienza in prima persona. Allo stesso tempo sarà necessario inquadrare l’approccio pastorale all’interno dell’antropologia rivelata, ossia dalla comprensione che la Chiesa possiede della persona umana e della sessualità, al fine di evitare falsi compromessi frutto di errori di valutazione o di iniziative personali di ministri e accompagnatori.

Definito dal cardinale di Boston, Sean O’Malley,  un libro “coraggioso, sincero e puntuale”– il testo è stato curato dalla professoressa e scrittrice Janet Smith[1] e dal padre Paul Check, direttore dell’associazione Courage International [2].

SANTITA’, CASTITA’, MARTIRIO
Nella prefazione, mons. Vigneron, arcivescovo di Detroit, segnala che la base di tutti gli interventi è la convinzione che solo in Cristo l’uomo trova la verità su se stesso. Questo pensiero poggia le basi sul Concilio Vaticano II dove si afferma che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS 22). È per questo – afferma il vescovo americano – che tutte le questioni affrontate sono “questioni cristologiche” (non solo antropologiche): dimenticarlo significherebbe privarsi di quella luce che rischiara il piano salvifico di Dio per l’uomo.

Infine la convinzione che l’universale chiamata alla santità (espressa dal Vaticano II in LG 5) include, o meglio si esplicita e si concretizza, in una “universale chiamata alla castità” ossia una chiamata a utilizzare il proprio corpo e a vivere la propria sessualità secondo il “piano originario di Dio” fatto conoscere all’uomo attraverso la Creazione e la Rivelazione.

Castità intesa, non come norma inibitrice delle umane passioni, ma come la virtù più eccellente (CCC. 2337-45) e come stile di vita di purezza col sostegno dello Spirito Santo.

La chiamata alla santità (che, come è stato detto, è anche chiamata alla castità) diventa oggi chiamata al martirio inteso come testimonianza eroica in un realtà sociale ostile. Spesso derisi e disprezzati da laicisti e attivisti omosessuali, i cristiani che sperimentano tendenze omosessuali e si incamminano per la strada della castità, devono affrontare la pressione di coloro che – persino all’interno della Chiesa – vorrebbero accettare l’omosessualità e le relazioni omosessuali come una realtà positiva per la ricerca della felicità. Il coraggio di donare se stessi e di vivere la propria sofferenza alla luce della croce di Cristo è un modo esemplare di evangelizzazione nella società.

UNA VERITA’, DIVERSE PROSPETTIVE
Pur mantenendo queste convinzioni, il libro non impone una visione univoca ma accoglie all’interno diverse sfumaturenell’approccio teoretico e pastorale al problema affrontato. “Sebbene tutti coloro che scrivono in questo libro comprendono gli atti sessuali omosessuali in disaccordo col piano di Dio riguardo la sessualità – scrive Janet Smith nella prefazione – c’è una considerevole varietà nel modo in cui questi autori si approcciano e parlano dell’attrazione omosessuale. Includiamo – continua la professoressa Smith – diverse posizioni perché crediamo che sia importante rimanere in dialogo con coloro che condividono punti di vista importanti”.

Articolo originale su Aleteia.org

Leggi la seconda parte… QUI

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[1] Insegna “Etica della Vita” al Sacred Heart Major Seminary di Detroit. Tra le sue opere più conosciute Humanae Vitae: A Generation Later (1991), The Right to Privacy (2008) e (come editore) Why Humanae Vitae Was Right (1993). E’ conosciuta per la conferenza sulla contraccezione intitolata Contraception Why Not? Dove spiega la posizione della Chiesa Cattolica rispetto ai metodi contraccettivi, tale conferenza ha avuto un successo e una diffusione enorme negli Stati Uniti.

[2] Si tratta di una associazione fondata negli anni Ottanta dal vescovo di New York, il card. Cooke e riconosciuta dalla Santa Sede. Lo scopo di Courage è quello di accogliere i fedeli omosessuali che cercano con sincerità il sostegno della Chiesa per offrire loro un accompagnamento spirituale, un cammino di preghiera e di amicizia. Si presuppone la fede e la disponibilità a farsi guidare dai sacerdoti e professionisti che gestiscono le ormai più di cento sedi sparse in tutto il mondo (Cfr. Teisa Stefano, Le strade dell’amore, Città Nuova 2002, pp. 106ss).

La principessa col pisello (nascosto) e altre amenità: la transessualità pour tous

Credevate di aver visto di tutto? ma sicuramente la principessa col pisello vi mancava! Eccovi accontentati: un libro per i più piccini che racconta la storia di un maschio che diventa femmina e una femmina che diventa maschio perché – finalmente – hanno scoperto il “segreto della felicità” ossia: “essere ciò che si sentono di essere, senza vergognarsi mai”.

Una storia triste dunque, di bambini tristi e insoddisfatti, ma una storia con un finale gaio (che più gaio non si può!): la felicità ritrovata nel travestimento! (cercate le foto su google)

Mi dispiace rovinarvi il finale, è una cosa che chi si occupa di recensioni dovrebbe evitare di fare, ma vi lascio scoprire da soli se alla fine la chirurgia interverrà per recidere il pisello del bambino e metterlo in mezzo alle gambe della bimba. Forse dovremmo parlare di bimb@ e bimb@ ma non saprei come distinguere i personaggi per farvi capire la trama: insomma i signor@ mi scusino se utilizzo le A e le O senza tener conto dei sentimenti. Potete tranquillamente scoprire se l@ principess@ (ora sono confuso anche io!) nasconde ancora “il pisello” (come lo chiama in stile fiabesco) sotto la gonna e i pizzi, oppure se un fatino-chirurgo interverrà recidendolo per sempre e liberandolo il disgraziato dal carnoso giogo!

Il libro potrete trovarlo senza problemi nelle migliori librerie, la distribuzione è ottima visto che si tratta di uno dei più grandi editori di libri italiani per bambini (quelli che pubblicano Masha e Orso e Peppa Pig, per intenderci (Salvi M. – Cavallaro F, Nei panni di Zaff, Giunti 2015). Su internet poi troverete una valanga di commenti entusiasti di super mamme che esultano per il libro così pieno di buoni sentimenti. Una di loro auspica addirittura che diventi una lettura obbligatoria per tutto il genere umano! Udite:

Se potessi decidere io, metterei questo libro tra le letture obbligatorie di tutti coloro che devono diventare genitori, e dei bambini non appena sono in grado di seguire la storia. Vabbè, di tutti.

Viene da dire: meno male che non dipende da te! Poi il delirio:

E’ un libro bellissimo, uno dei più bei libri per bambini (e non) che abbia letto. Illuminante nella sua semplicità. Tutto sarebbe così facile se seguissimo la ricetta per la felicità qui proposta.

Ecco la ricetta per la felicità auspicata per i nostri figli: non per tutti, sia chiaro! Solo per i più sensibili. Gli altri, quelli in pace con se stessi e col loro pisello, nella storia son dipinti come cattivi che “gridano, strappano i capelli a Zaff e lo guardano come un mostro”. Bimbi omofobi, cattivi senza cuore. “Ma che fastidio vi da?” urla Zaff!

La ricetta della felicità per Zaff sta nel nascondere il pisello, meglio ancora farselo tagliare. Portando appesa l’oscura vergogna che pesa sulla propria carne come segno di un destino crudele scelto dalla dura legge biologica, Zaff è una vittima della spietata selezione naturale che dona ad alcuni ciò che non vogliono avere. La ricetta della felicità sta dunque nell’essere quel che si vuole essere a dispetto di ciò che realmente si è (sperando che nessuno mai voglia essere da grande una sedia, un tavolo o uno zerbino).

Credete che stia facendo di tutto per farmi iscrivere nel registro di omofobi preparato dai neo-nazisti del nuovo millennio? Ma insomma non mi prendo gioco di nessuno! Al massimo di Zaff che fa il ballerino non per gioco ma come una scelta di vita. Ma se prendessi in giro il buon Pinocchio (il quale, è risaputo, aveva il problema opposto perché voleva essere un bambino vero, e i bambini veri non hanno lungo il naso!) non credo che la comunità dei burattini di legno, la lobby dei pinocchi e delle loro mamme, se la prenderebbe troppo con me.

Zaff, in pratica, sarebbe qualcosa come un bimbo-trans; il termine è un po’ troppo pornografico per poterne parlare apertamente, è crudo e privo di quel romanticismo che rende la storia affascinante e commovente. Per giunta si tratta di una scelta ancora non definitiva, non matura, in futuro (si afferma nel libro) potrebbe cambiare idea. L’idea del bimbo-trans è però utile per farci notare che di tratta del “prodotto” che mancava nel mercato pubblicitario del transessualismo: per i grandi c’è Luxuria ovunque (alla faccia delle discriminazioni), per gli/le adolescenti c’è Jazz che va in onda in TV su RealTime (alla faccia delle discriminazioni), e finalmente per i bimbi c’è perlomeno un libretto esplicito (in attesa de cartone animato su Pinocchia). Sempre alla faccia dell’oscurantismo.

Il requiem della virilità occidentale lo aveva magistralmente interpretato Eric Zemmour già diversi anni fa. L’intellettuale francese aveva anticipato tutto quando nel 2006 pubblicava oltralpe Le premier sexe, un pamphlet coraggioso e crudo, che denunciava la femminizzazione del maschio sintomo di malattia esistenziale (e sessuale) come principio del suicidio della società occidentale. Il libro è stato pubblicato in in Italia col titolo programmatico Sii sottomesso: la virilità perduta che ci consegna all’Islam. Leggetelo!

Il vero guaio non è la fine del machismo, ma la scomparsa del macho, del maschio-alfa, dell’uomo-vero (chiamatelo come vi pare) che – come Zaff – nasconde con vergogna i suoi genitali sotto la gonna. “Gli uomini – afferma Zemmour – stanno facendo del loro meglio per diventare una donna come le altre“. “I ragazzi di oggi sono donne affascinanti, più vicini alla principessa di Clèves che a Casanova“.

Oggi assistiamo, ogni giorno, alla lenta ma inesorabile agonia della società occidentale: patriarcale, gerarchica, fondata sui valori tradizionali e sulla famiglia, dove c’era ancora spazio per l’autorità e per gli uomini, prima che l’invasione dei sentimenti e dell’immaginazione non ci soffocasse invitando gli uomini a tagliarsi il pene o – per lo meno a nasconderlo. E’ proprio così: i famosi metrosexual (calciatori-star come David Beckham e Cristiano Ronaldo) sono il nuovo modello ideale di vero-uomo: effeminato, dolce, senza peli (“simbolo del male”), dalla pelle morbida e profumata, timido, amante dello shopping, sensibile e altruista. Al bando dunque i bevitori di birra, pelosi e puzzolenti, amanti della caccia, delle auto e dello sport; non che quello sia il nostro ideale, ma sì la caricatura dell’uomo che abbiamo conosciuto e che abbiamo imparato a disprezzare, biasimare e a dimenticare, macchiato di un peccato mortale: essere un uomo, eterosessuale.

Va da sè che l’essere omosessuali divenga un vanto, un pregio, afferma Zemmour. Gli omosessuali hanno molto da insegnarci su come dovremmo comportarci noi maschi, grazie alla loro perfetta intesa col mondo femminile, frutto maturo del processo castrante del femminismo ideologico: l'”ugualizzazione” e la lotta contro le differenza. Il vero uomo dunque è l’omosessuale. O meglio ancora, quell’uomo che “si converte”, abbandonando la sua condizione di mascolinità per vestire i panni (è il caso di dirlo) della femmina. Ecco, dunque, pronto il nuovo modello antropologico che la storia aspettava: il travestito.

Zemmour cita con ragione Alain Finkielkrau (non chiedetemi chi sia costui), che affermò: “Un tempo, la sovversione era il contrario della tradizione; oggi, la sovversione è la nostra tradizione“.

Il resto è cronaca dei nostri giorni, tra La Repubblica che pubblica l’elogio del “mammo” (Zemmour: “gli uomini sono delle madri come le altre”), la scuola che vieta la festa del papà perché discriminante (si dovrà ripiegare in asili privati dove c’è ancora libertà), i cantanti maschi col vestito femminile che nascondono il pene ma non la barba, la televisione italiana che eleva a rango di presentatrice-commentatrice-concorrente, dominatrice delle nostre menti inferme un certo Vladimiro solo per il fatto che ora si è trans-formata diventando Wladimir (che tra l’altro mi sembra ancora un nome abbastanza maschile), la tivvù che ci propone la storia a puntate del bimbo che si trans-forma in ragazza con un overdose di sentimentalismo dolciastro e mieloso, i film sull’amore familiare rigorosamente lesbico, i gay-pride presieduti con orgoglio dai sindaci d’Italia con le loro giunte al completo (burattini e burattinai uniti per un mondo gayfriendly)… e i libri sulle principesse-col-pisello, scritti da donne, per bambini-donne ed elogiati dalle mamme.

Non vedo poi dov’è il tanto oscurantismo, la persecuzione, la grande oppressione che rendano necessarie apposite leggi e standard di educazione ed indottrinamento per sensibilizzare (leggi: “femminilizzare”) le future generazioni. Ci siamo quasi.

ps. Ciò che non si capisce bene è come mai si riesca a vivere tanto gaiamente mentre avanza, si avvicina e si afferma l’Islam, proprio l’Islam che impone una visione del mondo in cui l’uomo è l’uomo e la donna è la sua schiava da collezione. In quel caso saranno del donne a doversi travestire come Zaff, non proprio da principesse. Content@ loro…

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